Sul forum di Efp c’è una discussione che mi delizia. E’ quella relativa alle frasi più detestate in una fan fiction: ma non solo, ovviamente. A me capita di trovarne anche nei libri.
L’elenco è lunghissimo, specie per quanto riguarda le scene d’amore o – Dio ne scampi – di sesso. Si va dalle lingue danzanti alle labbra adesive, fino alle pelli muschiate, speziate, salate come un tocco di carne affumicata, concludendo con le solite unghie conficcate qua e là nell’estasi suprema.
Ma anche in altri ambiti c’è da divertirsi: in cima alla top ten delle mie idiosincrasie, per esempio, ci sono le varianti del soggetto tratte dal catalogo dei parrucchieri: “il moro disse”, “la rossa rispose” eccetera.
D’accordo, un po’ di crudeltà di primo mattino non guasta mai. Però la questione è interessante: come si crea una “propria” lingua? Come si svicola dal repertorio immenso, sotterraneo, ineludibile delle frasi fatte di cui siamo imbevuti fin dai banchi delle elementari?
Non lo so, in effetti. Posso tentare di rispondere per me, non sapendo affatto se ho una “mia” lingua. Ho sempre cercato di andare “a orecchio”: di costruire, cioè, un ritmo che potrebbe reggere alla lettura ad alta voce. Uno strano ritmo: molti punti, molte interferenze (parentesi, anche), cambi rapidi di Point of View, flashback inseriti dentro la narrazione.
Non sono affatto sicura di riuscirci sempre, però questa è la strada che seguo. Quanto alle frasi fatte: ahi, temo che sfuggirvi totalmente sia impossibile, almeno in prima scrittura. Quando mi immergerò nelle dolci torture della stesura numero due, vi racconterò. Se sopravvivo, eh.
Tag: Efp
Giugno 4, 2008 alle 8:54 am |
Di frasi odiose ce ne sono tante, ma più che le frasi fatte non sopporto le descrizioni barocche, impreziosite, pompose, che magari differiscono nei termini, ma sono tutte uguali nella loro superficialità.
Per quanto riguarda l’elaborazione di un proprio linguaggio, mi torna in mente una perentoria frase del critico musicale di Rumore quando stroncava i nastri che gli spedivano i gruppi emergenti: “All’inizio fai cacare e copi”. Si può adattare anche alla scrittura, in effetti, eppure è proprio a furia di imitare stili altrui che prima o poi si arriva a carpire la mentalità che ci sta dietro, e così si diventa autonomi.
Giugno 4, 2008 alle 9:30 am |
Ecco, non vorrei diventare ripetitiva…ma anche il Maestro dice la stessa cosa: prima copi e poi cresci.
In realtà ci sono autori che non hanno mai smesso di copiare e autori che non smettono di crescere…speriamo di restare nel mezzo, almeno!
Giugno 4, 2008 alle 10:38 am |
E’ interessante anche notare che, per evitare le frasi fatte, certuni ricadono nell’errore opposto e creano espressioni grottesche, solitamente perché usano un’aggettivazione inadeguata.
E’ verissimo, molti scrittori affermano che all’inizi copi quello che più ti piace. Dopo un po’ che copi, dovresti trovare la tua strada. Non tutti ci riescono. E non so, ma questa proliferazione incontrollata di fan writers potrebbe peggiorare le frasi fatte (ma finché si limitano ai siti di fanfiction si ignoraro, è quando pubblicano che diventa grave!).
Giugno 4, 2008 alle 10:44 am |
Infatti è l’aggettivazione il problema numero uno. Proprio vero. Una cosetta che sto cercando di imparare è l’arte dello sfrondamento: meno parole. E’ durissima togliere, ma quando si riesce a farlo funziona.