Dunque, dunque.
Gli ultimi due commenti di Blackvirgo e Avalon9 mi hanno fatto pensare a lungo. E anche Wu Ming 4 ci ha messo del suo: ho divorato Stella del mattino come un’affamata, e ho persino ringraziato la pioggia che mi ha impedito di godermi il mare.
Comincio da qui: verso la fine del libro (Angelo, non è uno spoiler, tranquillo), Tolkien capisce cosa deve fare per liberarsi dai suoi fantasmi, che sono, poi, gli spettri comuni a tutti i reduci della Prima Guerra Mondiale. Raccontarli, raccontare quel conflitto. E, insieme, trasfigurare: la vicenda che gli appare, perfettamente delineata nelle sue mappe e intersezioni come se la guardasse, in volo, dall’alto, è un’epica straordinaria, è la creazione di un mondo altro. Ma è, contemporaneamente, la sua storia: una storia di guerra.
Ed ecco che, di colpo, si arriva a “Madame Bovary c’est moi”, giustamente citato da Blackvirgo. L’oggettività è il fine, ma l’autore porta se stesso, e la propria storia, nel personaggio. E dunque nella Storia. Per questo King insiste, in Duma Key, sull’arte come “quel che conosci”. Per questo i famigerati “nuovi epici” di cui si parla in questi giorni (avete letto l’articolone di Giancarlo De Cataldo su Repubblica di ieri?) non sono semplicemente autori di romanzi storici. Come non lo erano i protagonisti del romanzo di Wu Ming 4: Lewis, Graves, Tolkien. Lawrence d’Arabia è il catalizzatore che fa scattare la comprensione in ognuno di loro. Ma loro trasfigurano la Storia, non la registrano come in una semplice cronaca.
E noi?
Qui interviene Philippe Doumenc, giustissimamente citato da Avalon9: Doumenc è l’autore di un libro che voglio leggere, Lo strano caso di Emma Bovary, che è, se non capisco male, una specie di raffinato giallo letterario (Emma non si è suicidata, ma è stata assassinata). Ma questa è, accipicchia, una fan fiction fatta e finita!!!! Così come lo è, che so, Intervista col vampiro rispetto a Dracula di Bram Stoker (e a sua volta, quanti debiti ha Stoker nei confronti delle centinaia di leggende sui ritornanti?). Così come lo è, per assurdo, Moby Dick rispetto al Giona biblico. Per non parlare della sceneggiatura di Apocalypse Now rispetto a Cuore di tenebra di Conrad.
Riscriviamo, tutti.
Dice Avalon9:
“Allora, aveva forse ragione Cherilo di Samo nel suo prologo ai Persikà quando affermava che non c’è più un nuovo campo da arare? (e notate che la metafora ormai abusata era innovativa per il tempo, V sec. a. C.). Forse. Eppure, dopo di lui la letteratura ellenistica è riuscita addirittura a creare un nuovo genere letterario: poesia bucolica. Partendo da Esiodo, certo. Però, in definitiva, nulla di genera dal nulla. E poi riprendere non significa copiare. Gli epigoni di Omero copiavano; riprendevano forme e soluzioni epiche e riscrivevano senza originalità. In modo piatto. Ziegler potrà sostenere l’importanza (tra l’altro reale) dell’essitenza dell’epica ellenistica, ma non può negare che, sovente, si riduca a pallida imitazione del genio omerico”.
In un certo senso, sì. Ma non sempre si tratta di pallida imitazione: quanto di ripresa, rimeditazione, riscrittura. Potenza, molto spesso. Noi riscriviamo, sempre. Ma ogni volta diversifichiamo: sempre che, ovviamente, vogliamo raccontare una storia e non semplicemente i fattacci nostri alla Valentina F.
Qualche anno fa, mi sono intrufolata in una lezione di sceneggiatura tenuta da alcune grandi firme americane. Ricordo perfettamente una signora molto truccata e molto ingioiellata che, con aria truce, spiegava come in ogni sceneggiatura ci dovesse essere un dio o un eroe della Grecia antica: un Marte, una Venere, una Giunone, un Ulisse, un Achille. Altrimenti la storia non tornava.
A pensarci bene, nonostante il tono manualistico, aveva ragione. Chiaro, più si procede, più la faccenda si complica. Il mondo va avanti, direbbe il Maestro, e le vie si intrecciano. Ma il dentro e fuori è probabilmente questo: la storia individuale dentro la grande storia che si ripete e si evolve.
Pensavo a questo guardando, sul mio scaffale, Io sono leggenda di Matheson. Un libro straordinario. Ma chi conosce la letteratura fantastica ricorderà probabilmente il mitico Thomas Bailey Aldrich (1836-1907). Matheson non ha “plagiato” Aldrich. Ha raccontato una storia quasi identica: ma, dentro, c’è lui. Com’era la storia di Aldrich? Tre righe:
“Una donna sta seduta sola in una casa. Sa che nel mondo non c’è più nessuno: tutti gli altri esseri umani sono morti. Bussano alla porta”.
Giugno 9, 2008 alle 10:08 am
Be devo dire che non ci avevo rifettuto sul fatto che Moby dick potrebbe essere una di fan fic, penso che questi tuoi post Lara e queste tue siflessioni sono molto importanti ed interessanti.
Fai bene a pensarci! XD
Anch’io mi pongo delle domande e cerco di darmi delle risposte, ma quelle risposte sono mie, sono un modo di come vedo io quella realtà e quel che penso. Le fan fiction per me sono questo. Credo che è come se lo scrittore attratto da un personaggio, o un essere mitologico, voglia prendere in mano il mondo e cambiare una storia così come la vede lui, spinto o da insoddisfazione o dalla voglia di creare un qualcosa per completarlo.
E’ molto importante questo, sono nati molti grandi libri anche molto originali, e secondo me in questo caso non è più il copiare che fa lo scrittore ma il sapere raccontare con proprio occhi e dare vita ad un qualcosa che già era esistente.
Giugno 9, 2008 alle 10:17 am
Ma grazie Vincent! Io credo che sia importante ragionare su quel che facciamo: scrivere fan fiction può essere semplicemente un gioco. Ma i giochi, molto spesso, sono più importanti delle attività “serie”.
Qualche esempio di “fan fiction” che mi viene in mente:
Orlando Furioso di Ariosto (fan fiction de La chanson de Roland e de Orlando innamorato)
Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo (Fan fiction de I dolori del giovane Werther di Goethe)
Faust di Goethe (fan fiction del Faustus di Marlowe che a sua volta si ispirava ad un anonimo tedesco)
Il maestro e Margherita di Bulgakov (fan fiction del Faust di Goethe)
Questo solo per una piccola parte dei grandi classici…:)
Giugno 9, 2008 alle 10:24 am
Sono sempre vincent, prima non avevo fatto il login! XD
Per me scrivere fan fiction è anche paragonabile a come gli antichi prendevano spunto dalla natura per creare idoli, storie e miti.
E’ come una catena, e come hai detto tu può essere un gioco, ma dai giochi i bambini imparano a crescere e penso che anche giocando in questo modo si cresce, ci si diverte e si cresce.
Giugno 9, 2008 alle 6:26 pm
“Ma il dentro e fuori è probabilmente questo: la storia individuale dentro la grande storia che si ripete e si evolve.”
Mi trovi completamente d’accordo e negli esempi che hai citatato rispondendo a Vincent gli autori si sono ,non solo appropriati dello,chiamiamolo così,scritto originale ma lo hanno reso proprio inserendo se stessi in una trama già conosciuta,rendendola nuova.
Questo accade tantissimo nella musica classica dove dallo stesso libretto scritto abbiamo opere completamente diverse,una su tutte il Barbiere di Siviglia di Beaumarchais,fatta da Paisiello e Rossini a pochi anni di distanza l’una dall’altra.
E ogni Barbiere è opera a se,magnificamente perfetta,pur avendo personaggi trama uguali o quasi.
Cambia la musica,che è l’anima dell’autore.
Scrivere Ff è un gioco e come tutti i giochi è propedeutico,ti avvicina allo scrivere(oltre ad essere molto divertente) e a volte ,come negli esempi che hai citato,arrivi all’arte e a volte superi l’originale…
Giugno 9, 2008 alle 7:25 pm
Quando qualcuno mi chiede che cos’è una fan fiction io chiedo sempre se ha visto “La leggenda degli uomini straordinari”. Se mi risponde di sì il gioco è fatto: quel film (godibile, senza grandi pretese) è un AU, crossover, OOC… data? 2003, credo. E ha avuto un discreto successo.
E tante opere di maggiore levatura sono delle grandissime fanfic: al già citato Orlando Furioso (che l’Ariosto stesso definiva una “gionta” all’Innamorato) aggiungerei il Silmarillion (alquanto biblico - e altamente poetico - il mito della creazione, la musica degli Ainur e, altrettanto biblica la caduta di Melkor, uno dei due figli prediletti di Iluvatar), Iliade Odissea di Baricco (altro modo di veder raccontata l’Iliade, secondo me più godibile della poesia arzigogolata di Monti), la Divina Commedia (Didone fra le fiamme della lussuria, Ulisse che racconta il suo ultimo viaggio trovandosi ne “lo maggior corno della fiamma antica”), i Ragguagli del Parnaso di Boccalini che unisce i letterati della sua epoca con le muse e Apollo per discutere di… attualità! E poi ci sono gli anime, giusto per scendere dal piedistallo: tipo Il Tulipano Nero e Lady Oscar che utilizzano i protagonisti della rivoluzione francese. Se poi chiamiamo fan fiction anche le opere che trattano di personaggi realmente vissuti… allora tutto è fanfic! Pensiamo solo alle opere storiche di Shakespeare tipo Tito Andronico, Giulio Cesare…
Eppure continuiamo a entusiasmarci… perchè cambia la prospettiva. Ormai sono noiosa e ripetitiva, lo so, ma io credo proprio che sia il se stesso che ogni autore mette nei suoi scritti a rendere ogni pezzo unico. Perchè ognuno porta in sè un bagaglio socio-culturale diverso, esperienze diverse o anche uguali, ma vissute in maniera diversa.
Pensiero appena balenato nella mia mente: è un modo alternativo di scrivere un’autobiografia. Affermazione non propriamente corretta, ma che ognuno inserisca pezzi di sè nelle proprie opere è innegabile.
Torniamo un attimo al mio adorato Tolkien: nei suoi scritti non c’è solo la guerra vissuta in prima persona (da lui la Prima GM e dal figlio maggiore e beta-reader, Christopher, la seconda). Tolkien era un professore di filologia che si divertiva a inventare linguaggi: la Terra di Mezzo divenne il luogo in cui quei linguaggi potevano essere parlati. Lui scrisse la lingua dei suoi popoli - e la loro storia - ancora prima di scrivere quella dei personaggi. E pensò bene di volere dar corpo a una sorta di mitologia anglosassone. E viene fuori una grande storia, con una guerra in cui c’è chi la vive e in cui c’è chi la guarda. E, forse, alla fine anche il pensiero dell’autore, nelle parole di Merry appena guarito: “Suppongo
che sia meglio cominciare con l’amare ciò che si è fatti per
amare: devi mettere le radici in qualche posto, e la terra della
Contea è profonda e abbondante. Eppure vi sono cose più profonde
e più alte, e senza di esse nessun vecchio contadino potrebbe
coltivare il suo giardino in quella che chiama pace, anche se ne ignora l’esistenza”.
E ricordo anche che sulla tomba della moglie lui fece scrivere: “La mia Luthien”… per un gesto del genere doveva amare molto la moglie e aver messo molto di sè (o di lei?) in quell’elfa semidivina innamorata di un mortale.
E poi penso che scriva anche per trovare delle risposte: in molti punti del Signore degli Anelli e del Silmarillion vengono riprese tematiche bibliche, proposte domande e abbozzate risposte (”… gli uomini non sono legati per sempre ai cicli di questo mondo. E al di là di essi vi è molto più dei ricordi…”).
Quindi scrivere x ri-vivere, re-interpretare…
Prendiamo Asimov, un altro genio. L’origine della vita è un argomento che ha interessato da sempre l’umanità: l’acqua, il respiro, il fuoco… poi si scoprì che la vita genera vita… si scoprirono le cellule, i batteri e i virus. Si ipotizzarono i coacervi. Si sono scoperti i prioni. E ancora ci si chiede se i virus, coacervi e prioni siano da considerare vita. O quando l’embrione sia da considerare vivo. Asimov ha preso queste teorie (almeno quelle che già c’erano ai suoi tempi) e le ha applicate ai computer e ai robot: quando una “mente elettronica” diventa capace di pensiero autonomo.
Herbert ha fatto il passo successivo: in un universo in cui la prima regola è “non costruirai nessuna macchina a immagine e somiglianza della mente umana” ha preso la teoria di Darwin e l’ha applicata a un mondo del futuro. Poi ha preso la scoperta del DNA (avvenuta qualcosa come 5 anni prima la pubblicazine del primo romanzo di Dune) e ha scritto tutto quello che col DNA si sarebbe fatto: dalla clonazione agli uteri in affitto. Ragionando. E forse aveva già capito anche il problema energetico della diminuzione del petrolio: stranamente la spezia è appannaggio di un solo pianeta, deserto con un’ecologia complicatissima. E chi controlla la spezia ha il potere. Perchè è necessaria a tutti.
Viene da chiedersi cosa è stato veramente inventato. La prima ruota forse. Ma c’è chi dice che il vero genio è chi ha inventato le altre tre.
Un’idea che nasce da un’idea precedente.
Re-interpretata. Re-inventata.
Giugno 9, 2008 alle 8:28 pm
Oh santi numi! Ma certo. E’ autobiografia: ottima definizione, la metto accanto al famoso “tutta le letteratura è fantastica” di Borges-Ocampo-Casares. E’ così. Il punto è ingannare chi legge in modo che non possa accorgersene.
E, sì, reinterpretare, reinventare…e migliorare. Come i Barbieri di Siviglia citati da Luthien.
Gente, vi adoro. Facciamola noi, un’Antologia della Letteratura Fantastica secondo i fanwriter!!!!!!!!