A me queste cose fanno paura davvero: per gioco, ho digitato “scrittura creativa” su Google e sono venuti fuori più di quattrocentomila risultati. Senza considerare le scuole più o meno famose, o i corsi in dvd tipo “Saper scrivere”: Ecco, a proposito di questo: sempre per giocare, ho cliccato sul sommario del volume tre, sezione “Scrivere per raccontare”. E voilà, esce fuori il Grande Enigma: “la descrizione”.
Questo è uno dei motivi per cui amo King, come se ci fosse bisogno di trovarne altri. Lui descrive poco. Va per pennellate. Qualcuno ricorda esattamente come sono fatti i cani di pietra de La sfera del buio? Credo di no. King usa solo una manciata di parole per evocarli: eppure a me sembra, in questo stesso momento, di essere all’interno di Blaine il Mono e di guardare in basso, e di vedere terribili pupille blu sfolgoranti di lampi a guardia del fiume.
Potrei persino aver sbagliato, e falsare il ricordo con la mia interpretazione. Le pupille magari non erano blu. E, santo cielo, i cani potrebbero non essere cani, ma dragoni.
Ma questo sarebbe buono.
La mia impressione è che se un autore legittima il maggior numero di varianti visive in un lettore…beh, ha fatto la cosa giusta.
In On writing, King confessa apertamente di non amare le descrizioni dettagliate di un volto o di un paesaggio. Temo che, nelle scuole di scrittura creativa, si insista molto sull’esatto contrario. Eppure. Io, per esempio, non ricordo il colore degli occhi di Galadriel, ne Il signore degli anelli. Non ricordo neanche se Tolkien li abbia descritti. Se penso a lei, non posso che visualizzare i suoi capellii, di un oro così ammaliante da far sbocciare nel cuore di un nano un amore nobile quanto impossibile.
E non è abbastanza, forse?
Tag: Il signore degli anelli, King, La torre nera, On writing, Tolkien
Giugno 10, 2008 alle 9:00 am |
Io penso di essere uno che quando scrivo cerco di scrivere più particolari possibili. E’ come se volessi creare un mondo mio all’interno della storia.
Paesaggi, strade, persone sono descritti nei minimi dettagli, ma così facendo penso che non si da spazio al pensiero del lettore.
L’ho visto quando scrivo nelle mie fan fiction, ho questo intento, ma forse è anche buono dare un pò di spazio, solo che quello che vorrei riuscire a creare sia un mondo, un mondo come lo vedo io, metterei anche i rumori per esempio della natura se potessi. Ognuno ha un proprio pensiero e penso che in tutte e due le situazioni, ne verrebbero fuori grandissime storie comunque. Grazie ancora Lara per i tuoi post!
Giugno 10, 2008 alle 10:33 am |
Le descrizioni.
Un vero e proprio campo minato! Si va dal particolarismo esasperato di Flaubert (ormai divenuto triat d’union dei vari post^^) alla quasi assenza di Gadda nel maledetto libro de Quer paticciaccio brutto de via Merulana. E si potrebbero fare ancora molti esempi.
Nei corsi ti possono dare le basi, le direttive per il tipo di descrizione che vorresti affrotnare, ma non ti possono dare la descrizione. Ogni autore ha la suadescrizione, io penso; e anche qui, limitare una persona ad un solo tipo di descrizione, a mio modesto parere, è un po’ un azzardo.
Mi viene in mente un libro: La macchina ideale di Ruele Michele. Inizio: la minuziosa descrizione di un proiettore e del suo funzionamento. Poi. Poi, si cambia. La descrizione esterna diventa interna. E allora? L’atuore è patito di descrizioni minute, o si è…sbagliato, a inizo libro? Ha iniziato con una scrittura certosina per poi virare quasi ex abrupto, dimenticanodi, fer voglia o distrazione, di risitemare l’incipit? No. Non credo proprio (e me l’ha confermato l’autore).
Ci sono tante descrizioni, di oggetti, scenari e personaggi. E ognuna ha il suo significato. In un libro, la descrizione è un po’ come i tempi verbali: sono l’occhio della cinepresa. L’imperfetto è lo sfondo, il passato remoto il primo piano, il presente il primissimo piano. Così le descrizioni: assenza o ridotte al minimo, con pochi particolare sapientemente inseriti, calibrati come spazzi di luce aumentano il fascino e possono permettere l’identificazione; un equilibrio discreto, è il risveglio dell’attenzione su un particolare, su un’inquadratura che puà risultare significativa (mi sovviene il bicchiere hitchcockiano di una luce accecante in una stanza buia! Descrizione visiva, esite anche quella); infine lo zoom al massimo: la descrizione minuziosa.
Ma fin qui, ritengo, è il significato.
L’uso. Quello è il fascino della questione
L’eccesso, si dice, non conclude nulla. Nessuno sarà mai capace, salvo una mente dotata di memoria prodigiosa, di ricordare tutti i particolare di ogni minima cosa che abbia letto. Restano delle tracce, delle pennellate veloci. Il sunto di una descrizione: prodotta da noi, già offerta dall’autore.
Come comportarsi, allora? Descrivere in modo esaspernte (ed esasperato) fine nei più insignificanti particolari o restare sul vago e sull’indefinito, sui lampi?
Per me, ritengo che molto influsso possa avere proprio il tipo di storia che si va scrivendo. Un racconto incentrato sul pensiero del personaggio, un racconto psicologico insomma, non può ( o non dovrebbe) eccedere in modo pedante. Le descrizioni fisiche o ambientali (non le descrizione del pensiero, intendo) saranno filtrate, solo quei particolari che interessano, che servono. Similmente, in un testo narrativo, le descrizioni non dovrebbero mai, quasi mai, esser fini a se stesse. Prindiamo La roba di Verga: una quarantina di righe iniziali spese in descrizione, romantica, oggettivo o come la si voglia interpretare, della campagna siciliana. A che pro? Non lega con quello che segue; non c’entra nulla. E invece. Invece no. Anticipa, rispecchia. Forse Verga non lo sapeva, non lo pensava, ma lo percepiva semplicemente perchè era la sua realtà, e dargli determinati valori era ovvio come dire che la rena e rossa e la sciara nera. Per lui, la descrizione iniziale non era vuota retorica, ma esplicito significante. Forse.
Ma allora, dov’è che la descrizione è inutile? Nel Gattopoardo o nei romanzi barocchi, pesanti come un mattone? No. Nemmeno lì. Se si vuole davvero leggerli e provare a capirli, bisogna prima di tutto ricordare cosa piaceva nel 1500, cosa risultava famigliare. La scrittura e il suo modo di esprimersi si sono evoluti nel tempo (per fortuna!). Anche la pesantezza pergamenacea barocca o la leziosità rococò, allora, hanno il loro perchè.
Descrizioni sempre permesse, in conclusione. Ecco: non credo. Proprio no. Va bene descrivere poco o descrivere molto, in base all’effetto che si vuole creare; va bene mescolare il tutto, magari indugiando sui pesaggi per sorvolare rapidamente sui caratteri fisici. Non credo vada bene, ad esempio, in un contesto psicologico, soffermarsi fino all’eccesso su ogni minimo, insignificante particolare. Così come mi risulta quasi fastidioso l’ossessivo ricorrere a marche e sigle nelle descrizioni, quasi nuove forme metonimiche (e non si provi a giustificare la scelta con la banalità che oggi, i ragazzi, si esprimono solo per marche!).
Personalmente, e scusa(te) se per una volta ricorro ad un esempio autorefernte, mi piace variare. Nelle mie storie, in base a quello che mi interessa, le descrizioni sono presenti, anche abbastanza particolareggiate (cfr. Un soffio di vita). Ma arrivo anche all’opposto: in Garasudo no Uchi Naya, la protagonista, non ha nè volto nè corpo. Ho solo detto che aveva un discreto fisico (e può significare solo che non era nè anoressica nè obesa, normale insomma), e che nel tempo è dimagrita. Perchè? Perchè non decidere nemmeno il colore degli occhi o dei capelli? Semplice: volevo che Naya fosse tutti e che venisse ricordata (seee…) solo per quello che pensa. In Nimei è simile: ho detto il colore dei capelli più per stereotipo che per altro. Volevo che fosse chiaro fin da subito cosa fosse senza doverlo dire direttamente.
Meglio che chiuda qui, altrimenti…Scusate se vi ho tediato.
Lara! Guai se smetti con i tuoi post è con le stupende riflessioni che produci e cui ci costringi
Giugno 10, 2008 alle 3:53 pm |
Io penso che dipenda dagli stili, dai generi, perfino dagli autori! Ci sono persone a cui tanti particolari sono necessari perché altrimenti trovano troppo “rarefatta” la storia e i personaggi u_u e chi invece ama solo piccoli accenni che gli lasci la libertà di fantasticare meglio sul tutto. Voglio dire, tu citi King, ma ci sono casi in cui lui stesso non risparmia in descrizioni, magari non di particolari fisici, ma di altro (mi viene in mente, ad esempio, il sogno erotico di Mucchio d’Ossa)…
Che poi, volendo citare sempre On Writing XD una delle sue regole è “evitare il Deus ex Machina”, ovvero l’inserire qualcosa di importante per la storia all’occorrenza: diciamo che so per certo che quando lui descrive qualcosa abbastanza dettagliatamente, come la fisionomia di Pennywise, i regali di Gaunt in Cose Preziose o anche soltanto le città di Derry e Castle Rock (che sono in assoluto le sue descrizioni più ampie, e mi sento di dire descrizioni perché queste città sono due cose vive, per lo meno dalle sue parole), un motivo c’è di certo.
Non come Anita Blake e la sua onnipresente tappaggine, ad esempio XD
Giugno 10, 2008 alle 7:04 pm |
Che tasto dolente che hai tirato fuori… le descrizioni… le ho sempre trovate estremamente difficili… e non ho ancora imparato a farne una decente. Eppure sono indispensabili: sono la cornice della storia, a volte sono parte stessa della storia. Appena ho letto il post e i vari commenti, mi sono balenate in testa due movimenti artistici nati nello stesso periodo: l’impressionismo e la fotografia… vediamo se riesco a capire e a farvi capire… e partiamo con la fotografia.
Il grandangolo e il teleobiettivo. Il panorama nella sua interezza e il particolare. Manzoni che descrive la peste a Milano e il cammeo struggente della madre che appoggia la sua bambina morta sul carro dei monatti. E l’orrore diventa melanconia.
Oppure il focus. O la luce. O l’esposizione. Il sapore antico del bianco e nero. O quello sfumato del ritratto in seppia.
La fotografia è precisa per sua natura eppure tutto dipende da chi sta dietro l’obiettivo… perchè le variabili in gioco sono tantissime. Prima di scattare. Mentre si scatta. Quando si sviluppa. E, proprio giocando, con tutte le nostre variabili possiamo far apprezzare un meraviglioso paesaggio o portare l’attenzione sulla lepre che corre facendo dimenticare il prato. O meglio: rendendo la lepre protagonista e il prato… suo naturale sostegno.
Poi l’impressionismo. Dal momento in cui c’è la fotografia a ritrarre la realtà, il pittore può permettersi di scomporla. A pennellate. Grandi, piccole o minuscole. Ad accostare colori che – guardando da vicino – sembrano messi lì a caso, guardando da lontanto si fondono nell’occhio dell’osservatore… e voilat! Quello che vedi è ciò che vuoi vedere…. il quadro completo o un insieme di macchie…
Generalmente le descrizioni troppo dettagliate mi annoiano. Ci è riuscito anche Tolkien, in quelle 10 pagine di descrizione del Cerin Amroth (anche se lì merita sorbirsele tutte solo per leggere la frase finale)… Ma se sono funzionali alla storia ben vengano! Mi viene in mente la descrizione del ronzino di D’Artagnan all’inizio de I tre Moschettieri… che dà il via a tutta la vicenda!
Non mi piacciono gli elenchi che, a volte, vengono fatti passare per descrizioni. A volte però sono funzionali anche quelli. Come quando il protagonista di Jack Frusciante è uscito dal gruppo sfreccia in bici x le vie di Bologna.
Bene. Ho fatto un discorso senza capo nè coda, ma -perdonatemi!- non ho voglia di cancellarlo e di scriverne un altro. Forse perchè anche il secondo sarebbe di nuovo senza capo nè coda. Quindi concludo.
Descriviamo minuziosamente. Fotografiamo nei toni e nelle angolature che più ci aggrada. Smembriamo la realtà in tante macchioline. Scegliamo con cura pennello e colori. Prendiamo una bella cornice, in tono col resto. Anche coi mobili che abbiamo in casa. Armiamoci di chiodi e martello.
Poi godiamoci il quadro.
Giugno 11, 2008 alle 7:33 am |
Ma che meraviglia. Mi sembra di essere nella villa svizzera dove a forza di conversazioni letterarie, nacque l’idea di Frankenstein.:)
Dunque.
@Vincent, “un mondo come lo vedo io” è la frase che sintetizza perfettamente il centro della discussione: credo che davvero la presenza delle descrizioni, e la loro durata, e la loro modalità, si leghino strettamente al “modo” di vedere di chi scrive…
@Avalon, certo! Ognuno ha il suo, e quel suo cambia a seconda delle storie. Poi, penso che anche la descrizione si leghi alla “ritmica” della scrittura, che è probabilmente il primo passo su cui si basa…ehm…una dilettante come me. Ammetto di andare “a orecchio” come regola fondamentale. Ma ho deciso di concedermi tempo…
@Teiresias. SI’. E qui riapriamo il discorso sulla coerenza: King non fa nulla di incoerente, appunto. Quel sogno erotico (pazzesco: credo di non aver mai letto nulla che sia insieme così eccitante e spaventoso) è indispensabile, così come è indispensabile capire cosa è e come è Derry. (ma hai notato che descrive pochissimo i suoi personaggi, diciamo, “umani”? Va per tocchi: Bill diventa calvo, Bev ha i capelli rossi, gli occhiali di Rich hanno una stanghetta rotta…). Ah. ODIO Anita Blake. xD
@Blackvirgo: che bello il parallelo che hai fatto sul prato e la lepre. Direi che rende perfettamente l’idea. Come al solito, mi viene da chiedermi quanto di tutto questo viene deciso a monte da scrive o quanto viene dai soliti gorghi della Musa-Inconscio-nonsocosa…
Giugno 11, 2008 alle 7:45 pm |
Anch’io XD cioé, nei primi tre libri è cazzuta e una grande, poi a lungo andare diventa una vera LAGNA perchè evidentemente la Hamilton ha avuto un crollo di ormoni e si è fissata sul sesso XD i personaggi umani di King sono fatti apposta così perché lui vuole l’immedesimazione (insomma, tutti i personaggi maschili, d’altronde, me li immagino come lui!): però ti faccio l’esempio, che so, di Roland. Lui è descritto molto dettagliatamente lungo i sette romanzi della Torre Nera, viene più volte fatto notare la sua somiglianza con Clint Eastwood, ecc…io però, ad esempio, apprezzo molto le descrizioni di Anne Rice, o di Jeffrey Deaver, particolareggiate ma mai noiose; la prima per le molte note barocche che si sposano perfettamente con il mondo dei vampiri, il secondo perché riescono a tenerti piuttosto attento…
Giugno 12, 2008 alle 7:41 am |
E’ vero, Roland è descritto dettagliatamente. Ma è davvero così? In realtà l’insistenza di King è soprattutto sui suoi “occhi azzurri da bombardiere”, che sono quelli di Eastwood, ma sono anche quelli di King….xD In realtà non si sofferma, che so, sulla forma dei suoi zigomi o sulla misura del suo torace: se non ricordo male, di Roland sappiamo che: ha gli occhi azzurri, è uno spilungone e man mano che il tempo passa dimostra più dei suoi “apparenti” quarant’anni…
Su Deaver ha ragionissima: è esemplare. Mah, la Rice…Io ho amato molto solo Intervista col vampiro. Poi è successo come con Hamilton. Sai cosa? Forse è molto difficile “tenere” un personaggio seriale, se non sei DAVVERO bravo…:)
Giugno 12, 2008 alle 4:02 pm |
Velocissima e solo perché il nome di Tolkien attira (xD):
- Notato che il Professore descrive alla perfezione certi luoghi e i personaggi molto meno? Forse bisogna sapere quando si deve (è utile/è conveniente/ecc.) descrivere o quando no. O forse a Tolkien piacciono molto le sue ambientazioni. Oppure a Tolkien sembrava che fosse meglio descrivere paesaggi (e città), di cui il lettore non aveva esperienza mai viste piuttosto che gli Uomini (e gli Elfi ecc.). Chissà.
Di certo trovo sciocco chi imputa a Tolkien descrizioni prolisse e noiose.
- E punto due, certe descrizioni noiose le ho trovate in chi ha fretta di descrivere, e mette sotto la macchina delle radiografie l’ambiente, i personaggi, ecc. così il lettore sa ogni minimo, stupido particolare. Meglio la pennellata, molto molto meglio.
Giugno 12, 2008 alle 7:13 pm |
Chiamami sciocco, allora XD Tolkien lo trovo pesante, ed è per questo che, nonostante abbia amato i film, abbia fatto una fatica bestiale a finire La Compagnia dell’Anello (sugli altri non mi sono azzardato a cominciare): perché, sai com’è, quando riesci a sbrigarti il consiglio di Elrond in 10 minuti di film contro le 100 e passa pagine del libro, qualcosa evidentemente non quadra…ma probabilmente è un problema mio, semplicemente non riesco ad andare troppo avanti nei fantasy dove si tende a descrivere molto i paesaggi, i linguaggi, ecc. perché ne va a perdere la storia.
Che poi vabbè, nei fantasy è sempre quella, però…sinceramente, sai quanto mi importa sapere se la data città si chiama così perchè c’è stato questo, e questo, e quest’altro? Una digressione mostruosa nel mentre, magari, è in pieno svolgimento un combattimento o chessoio? XD anche questo tipo di descrizioni mi smagano, a lungo andare.
Giugno 12, 2008 alle 7:44 pm |
Beh, Tolkien è un mondo a parte: perchè nasce PRIMA linguisticamente e poi diventa epopea. A me le descrizioni di Tolkien piacciono perchè sono coerenti con tutto l’impianto della storia. Ma non sono canoniche: entrano nel Grande Disegno delle mappe mentali e narrative.
La descrizione che mi uccide è un’altra: per esempio, tanto per ritirare in ballo la Hamilton, i vestiti sexy di Anita Blake.
A pensarci bene: le descrizioni di abbigliamento, in assoluto, mi danno il mal di pancia…xD
Giugno 12, 2008 alle 8:27 pm |
Teiresias, sinceramente ho sentito accenni alla prolissità di Tolkien da gente che elogiava autori davvero prolissi. Sarà che anche giudicare noioso un autore è soggettivo… Il Professore però non descrive mai tanto per fare. Per esempio, come citava Lara, non si mette a fare la descrizione degli abiti nel bel mezzo di un’azione. E’ vero che le sue digressioni le fa: memorabili sono gli inserti di poesia. Ma devo dire che, pur con le mille pagine circa, Il Signore non è mai stato pesante. Non so sarà il ritmo, sarà come si inseriscono bene nella narrazione… so solo che filava tutto liscio – sentivo che filava tutto liscio – e non ho mai capito come mai la gente trovasse invece scorrevole descrizioni noiose e prive di colore come quelle di una Hamilton piuttosto che di una Troisi piuttosto che di un Brooks piuttosto che… inserite voi xD
Giugno 13, 2008 alle 11:00 am |
Completamente d´accordo con il tuo secondo post, Laurie. Il problema sta nella tua frase del primo: “Di certo trovo sciocco chi imputa a Tolkien descrizioni prolisse e noiose.” Tolkien é il mio scrittore preferito in assoluto: ho quasi tutto quello che ha scritto; Signore degli Anelli e Silmarillion pure in lingua originale. Ci sono punti (rarissimi, devo ammettere) che non sono riuscita ad apprezzare completamente, tipo la giá citata descrizione del Cerin Amroth. So che invece é uno dei pezzi preferiti del Professore che voleva contrapporre quel paesaggio al grigio delle cittá rievocando un´ambientazione da Paradiso Terrestre che mai piú potrá essere. Per me, cresciuta in montagna in mezzo al verde e agli alberi, in una borgata di quattro case, non é altrettanto evocativo. É quasi la norma. É sicuramente un limite mio, non dell´autore, ma non per questo mi ritengo sciocca. Scusate l´off topic.
Giugno 13, 2008 alle 6:35 pm |
Beh, io non disprezzo affatto Tolkien, anzi lo giudico un ottimo autore, che io lo capisca o meno XD Però, come detto, lo trovo troppo prolisso. E per inciso, nonostante io ami il fantasy, non amo la LETTERATURA fantasy…so che sembra un controsenso, ma è così: apprezzo moltissimo l’innesto delle storie, certe idee e che altro, ma non sono un lettore stratoferico di questo genere, tanto più che a parte Tolkien e un paio di libri di Zimmer Bradley, gli unici che ho apprezzato sono stati King e Barker, che hanno proposto entrambi due saghe distaccate dai modelli canonici.
Apprezzo molto Anne Rice, che anche se è prolissa, propone delle riflessioni filosofiche che raramente ho trovato interessanti da altre parti (Memnoch il Diavolo, considerato uno dei libri peggiori della saga dei Vampiri, per me è splendido, perché pone certe idee sulle religioni cristiane e non che io condivido e ho amato); apprezzo King, quando descrive le sue città che sembrano persone vere, uomini pieni di cicatrici lasciategli dal tempo e dalla storia; amo Asimov e le sue descrizioni delle galassie e delle società future e fantascientifiche.
Ma per quanto mi impegni, Tolkien non riesco ad apprezzarlo quando fa le sue digressioni sulla storia degli Uomini e degli Elfi; trovo irritanti Brooks e la Troisi quando descrivono i loro personaggi, che trovo tutti uguali nelle solite idee di eroi-cattivi-comprimari; non amo Paolini e la sua storia banale, trita e ritrita. E detesto la Hamilton, tranne quando descrive certe dinamiche sulle società vampire e licantrope e alcune scene d’azione (cose che a lungo andare si sono perse in favore di un insensato romanticismo ed erotismo); così come non sopporto Twilight, o certi passaggi infantili di Harry Potter, o così via.
Certe cose mi attirano, nei libri, certe altre no: amo le storie imprevedibili, o per lo meno che si sviluppano in maniera non lineare, amo i personaggi reali, umani, pieni di contraddizioni, amo le descrizioni funzionali alla storia dove sì, posso accettare che tu mi descriva nei minimi dettagli un personaggio o il suo abbigliamento, a patto che mi venga qualcosa in mano a proposito, anche molto più avanti nei capitoli. Amo l’horror, il thriller, l’azione, e il fantasy che pone dubbi etici e ostacoli non comuni, libri che facciano riflettere e che si facciano amare.
E non sempre sono coerente, lo so XD ma è la mia natura, e sono tutti errori su cui io stesso nello scrivere tendo a ricadere, nonostante ci stia attento (anche se ho notato che ormai il problema delle descrizioni si è attenuato, almeno nei miei ultimi lavori). Ma Tolkien, per questo e altri motivi, non riesce ad attrarmi come fanno altri scrittori.