Il femore del dinosauro e le parole dei personaggi

Una delle cose che trovo più difficili è adattare il dialogo ai personaggi.
Mi spiego: non tutti parlano allo stesso modo, evidentemente. E’ molto improbabile che un Demone di alto rango tiri bestemmie, è altrettanto poco veritiero che un adolescente timido dica, che so, “preparati ad affrontare il tuo Fato” ad un avversario che gli si para davanti (molto più probabile che la frase sia “Oh, cazzo”).

Sembra facile, messa così. Invece è uno dei terreni su cui scivolo più di frequente. Perchè la tentazione numero uno è quella di “mettere in maschera” il linguaggio: ho un personaggio di estrazione popolare, magari incline a svolte poco lecite della sua esistenza? Il rischio è di farlo parlare parafrasando il noir: “Bastardo – disse Joe – tu e la tua fottuta sorella”. Non regge. Avete mai sentito qualcuno nelle medesime condizioni che si esprime così? E poi io non conosco nessun Joe.

Riflettevo su questo, stamattina, e mi è tornata in mente la metafora del dinosauro usata da (ma dai, non indovinate?) King in On writing, quando dice che scrivere un romanzo è come fare gli archeologi. Il dinosauro è tutto intero sotto la sabbia: bisogna tirarlo fuori  senza lasciarne dei pezzi sepolti. E senza che la terra resti attaccata alle ossa, nascondendole.

E credo che pennellare via lo sporco, specie nel parlato, sia l’operazione più delicata. Perchè non bisogna che le ossa si incrinino (ops, un femore!)

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9 Risposte a “Il femore del dinosauro e le parole dei personaggi”

  1. Simone Dice:

    I dialoghi richiedono molta pratica, il giusto mix di verosimiglianza e utilità alla trama. E ho trovato un paio di D eufoniche fuori posto!! ^^

    Simone

  2. sessho Dice:

    E’ davvero una questione molto delicata.
    Penso che quando si scrive nei dialoghi si devono adattare le parole che dicono i personaggi alla loro personalità.
    Non è una cosa facile, anche se forse l’aiuto che possiamo darci è il pensare a come potrebbero parlare delle persone con un certo tipo di personalità.

    Dovremmo per fare questo anche captare ciò che dice la gente ed osservarla nei minimi particolari, per immagazzinarci più informazioni e più profili caratteriali possibili rapportandoli a ciò che questi dicono.

    Il problema è quando sono personaggi astratti, qui secondo me è ancora iù difficile, ma conoscendoli dovremmo anche essere bravi a trovare le parole giuste per loro, ma è ancora più difficile.

    Penso che sia importante e difficile, ma ci si può riuscire in tutti e due i casi.

  3. Blackvirgo Dice:

    A me i dialoghi vengono spontanei. Mimica compresa. E in genere trovo che siano la parte meglio scritta della mia “produzione”. Magari non è così. Ai lettori la sentenza. Peró mi viene naturale immedesimarmi nei personaggi e immmaginare la scena. E raccontarla.

  4. Luthien Dice:

    Diffiicile..
    Mi ha un po’aiutata il role playing e ti prego non ridere,leggere a voce alta testi teatrali e dialoghi di libri cercando di immedesimarmi nel personaggio.
    Nelle mie”scritture”uso il metodo di rileggere a voce alta e se “suona”(a ridajie con la musica…XD) vuol dire che forse ci siamo…

  5. Mele Dice:

    Ehm. Io non ho capito la cosa del “parafrasando il noir”.
    Beh, ma scusa… se te ne accorgi e correggi, dove è il problema? Se ti scappa la lirica è anche normale… poi rientri nei ranghi.
    Basta che eviti di far dire “esatto” a Michelangelo Merisi.

  6. Teiresias Dice:

    Anche io ho quel problema: dialoghi non sempre realistici. Dipende dal genere, anche perché ci sono certi “schemi” che andrebbero mantenuti (per esempio, quello che hai detto tu del ragazzino: è una frase tipica del fantasy…poco realistica quanto vuoi, ma tipica). Io cerco (almeno spero) di risolvere il problema cercando di mettere frasi abbastanza concise, ma inserite insieme alla mimica dei personaggi: così chi se la cava bene può comprendere facilmente lo stato d’animo di chi parla, gli altri possono intuirlo (ad esempio, un personaggio che si tormenta le mani, guarda da altre parti, gli si rompe la voce, ecc…) e non c’è troppa ridondanza di parole.
    Comunque, il mio problema principale sono le parolacce: se un uomo che parla come uno scaricatore di porto impreca, non potrà farlo dicendo “Porca trota”. Però non riesco a mettergli in bocca niente di più esagerato di “Cazzo” o “Porca puttana” perché a casa mia le imprecazioni non si dicono XD incolperò i miei genitori se non diventerò mai uno scrittore, mi sa…
    Cito comunque un passo da “Postmortem” di Kay Scarpetta:
    “Ha detto qualcosa prima di morire?”
    “Quello che dicono tutti prima di morire per un colpo di arma da fuoco”
    “Cioè?”
    ” ‘Oh, merda’ “

  7. laramanni Dice:

    Ricordo bene quel passo…:) Teiresias, ti tocca rassegnarti alla parolaccia. Oppure inventare un personaggio estremamente puritano che tappa la bocca al parolacciante appena quello prova a tirarne una…xD
    Mele, per parafrasare il noir intendo creare dei tipi e dei linguaggi “di maniera”. Per esempio: bulletto di periferia che molla un pugno ad un coetaneo dicendo “ti farò sputare l’anima dai denti, figlio di puttana”. Sentitissimo, e non veritiero. :)
    Blackvirgo: infatti i tuoi dialoghi sono splendidi, te fortunata!
    Sessho: giusto, infatti sto praticamente facendo solo questo. Orecchiare. xD
    Simone: nooo! Dove sono le D eufoniche? DOVE? Sigh!

  8. Blackvirgo Dice:

    Grazie dei complimenti! :) Gongolo per un attimo…
    Ma non è così difficile: è come parlare una lingua straniera. Non puoi pensare in italiano e tradurre, devi pensare in quella lingua.
    È la stessa cosa! Almeno credo…

  9. laramanni Dice:

    Ottima dritta! Provo subito, grazie! :)

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