Archive for novembre 2008

Chi alla meraviglia chiude gli occhi…

novembre 28, 2008

Meraviglie del Faccialibro: ho incontrato non poche persone che hanno gusti affini ai miei in fatto di scrittura e di cinema, fatto discussioni molto, molto interessanti sulle mie bestie nere (avverbi e D eufoniche, ovvio) e ho anche scambiato qualche parola con uno dei miei scrittori preferiti.

Meraviglie dell’editing: sto scoprendo una cosa importante. Quando si lascia decantare una segnalazione dell’editor su una frase o un periodo che potrebbero ingenerare confusione, si scopre quasi sempre che c’è una via terza che non era stata seguita, dall’autore, per pigrizia. Non so se riesco a spiegarmi: è come se, a volte, ci si concentrasse su un punto in particolare della scena, lasciando che il contorno scorra con meno attenzione. E invece no. Lavorare sulle parole significa cercare di tirare fuori il meglio anche dalle vie laterali, non soltanto dal sentiero su cui si cammina. In breve: sono in fase rigogliosa. Speriamo che duri.

Meraviglie delle conoscenze virtuali: sto scambiando mail anche con una certa persona che è nelle mie stesse condizioni, e ieri ci siamo dette una cosa importante. I libri non cambiano mai la vita a chi li scrive: anche se si dovessero vendere centinaia di migliaia di copie (il che, per quanto mi riguarda, non avverrà). Per me, quel che cambia la vita, in meglio, è scoprire che puoi raccontare: non importa a chi, non importa a quanti. La bellezza è nel viaggio, diceva un certo Maestro: non nella radura che si apre in fondo alla strada.

Hile, pistoleri!

Il gioco dell’oca

novembre 27, 2008

Ha proprio ragione Laurie nei commenti al post di ieri su Death Note: se nella storia c’è una pecca, è nella misoginia dell’autrice. Vero. Il personaggio femminile più rilevante, Misa-Misa, è talmente idiota da sembrare…beh…volutamente costruita così.
Non è un’oca mascherata come Bella Swan, per intenderci, o come altre eroine di romanzi o anche di manga: dal primo momento in cui appare in scena, è esplicitamente imbecille.
Al punto che mi è venuto addirittura il sospetto che fosse una caratterizzazione voluta: del tipo, mettiamo in campo la caricatura della tipica ragazza a Q.I. zero destinata a fare da spalla ai veri eroi. Non a caso, qui, di intelligenza sovrumana.
Certo che è proprio difficile trovare l’equivalente femminile di Light e Elle, dovunque si cerchi. Miss Marple? Kay Scarpetta? Oppure?
Oppure niente, o poco.  Sarà che mi sono svegliata di pessimo umore, nonostante la lettura filata, ieri sera, delle prime trentacinque cartelle riviste mi abbia lasciata abbastanza soddisfatta, o almeno non troppo in crisi.
Sarà che mi sento perseguitata: le edicole e le librerie che incontro espongono tutte il romanzo di Margaret Mazzantini. E ho detestato pochi libri come Non ti muovere, nella mia vita.
Sopravviverò.

Il Nobel a Death Note!

novembre 26, 2008

Fermo restando che mi è venuta un’idea che SPERO sia buona per risolvere l’empasse delle prime cinque righe, ieri sera ero abbastanza soddisfatta del lavoro su Esbat. E mi sono premiata.
Rivelazione: il bicchiere di champagne che la Sensei si concede non è soltanto un omaggio a Misery. E’ una MIA abitudine: se le cose vanno bene, mi regalo un buon vino bianco. Al Veuve Clicquot arrivo soltanto in casi eccezionali e con finanze molto più floride delle attuali: un Traminer va benissimo.
Ma ieri sera mi sono premiata anche in un altro modo: con notevole ritardo, sono riuscita a trovare il dodicesimo e ultimo volume di Death Note.
Beh, sono senza parole.
La signora o signorina Tsugumi Ohba, l’autrice della sceneggiatura, è un genio. Non so se sia davvero chi dice di essere, non so se collezioni davvero tazze da tè e se scriva appollaiata sulla sedia come Elle (ehm…anch’io ho questa abitudine veramente…). Ma è un genio.
Provo a dire perchè.
La complessità, intanto. Death note è la storia più complessa che abbia mai letto, tanto da obbligarti alla rilettura (cosa che si fa con enorme piacere): tocca livelli da far sembrare Il nome della rosa un romanzo di Valentina Effe. Non parlo di qualità di scrittura, ma proprio di intreccio e di meccanismo. Ad ogni passo avanti la storia si ingarbuglia, in un gioco al rialzo impressionante. E ogni volta torna. E torna BENE.
Poi.
L’abilità nel cogliere le tematiche contemporanee: la paura della criminalità. La rabbia. Il sistema scolastico giapponese, per inciso.
Il richiamo alle grandi questioni filosofiche: vita e morte, e va bene. Ma l’etica! Il tema, enorme, della giustizia, tra l’altro riassunto benissimo anche nel dialogone Light/Near di quest’ultimo volume.
E poi…poi la capacità di sporgersi FINO AL LIMITE.
Provo a non spoilerare. Nello scontro finale si poteva rischiare il ridicolo, con la moltiplicazione dei quaderni. Un lato di me, mentre leggeva, vedeva entrare in scena la Premiata Ditta che cantava “Aggiungi un morto a tavola, che c’è un quaderno in più”, o il cast di Scary Movie vestito da gladiatori che agitava quaderni neri dicendo: “Il Death note è mio”. “E’ mio”. “E’ mio”…eccetera.
Eppure, Ohba ha costeggiato l’assurdo senza caderci dentro.
E le due frasi finali (le due regole del quaderno) che appaiono a conclusione e dopo l’epilogo…beh…sono semplicissime ma perfette.
Accendo un cero a qualche santo (si accettano consigli su quale) per chiedergli di imparare a scrivere come lei.

Ci sono mostri e mostri

novembre 25, 2008

Tranquilli, oggi mi metto a lavorare a Esbat di buona lena, e tenendo conto degli spunti che mi avete dato: diciamo che a metà del lavoro vi racconto come sta andando. Però ho preso  un paio di decisioni che mi sembrano buone. Vedremo! E GRAZIE!

Intanto, ieri sera,  Marta mi  trascina in libreria: antidoto alla depressione (la sua, stavolta!), sostiene. E dal momento che è un’amica generosa, mi fa il solito regalo. Ma vuole sceglierlo lei, ecco il punto.
Così, mentre io sfogliavo affascinatissima un horror svedese di cui mi hanno parlato molto, ma molto bene (si chiama Lasciami entrare, e non riuscirò mai a pronunciare il cognome dell’autore neanche con l’aiuto di una setta di logopediste), lei mi ha posto fra le braccia un libro con una copertina molto glamour, e un titolo invitante: I mostri di Templeton. “E non è tutto”, ha detto Marta girando il romanzo a pancia sotto e lasciando che le due parole magiche (Stephen e King) facessero breccia nel mio cuore.
Mio, grazie!
Però, una volta a casa, ho aperto il libro: e, ecco, oltre al commento entusiasta del Maestro non c’è nulla non dico di Kinghiano (non sono così fissata), ma nemmeno che somigli al dark, per non parlare di horror. E’ una storia di legami familiari, di ritorno a casa, di crisi di crescita…neanche mal scritto, anzi, scritto bene. Ma mi sono sentita molto ingannata.
Quanto a Marta, è andata sul sicuro e si è comprata Vampirus.
Credo che mi arrenderò, prima o poi.

Ragionare su un verbo

novembre 24, 2008

Ci ho pensato un po’, e poi mi sono convinta. Voglio condividere con voi l’editing di Esbat: non solo per chiarire i miei dubbi mettendo nero su bianco, ma soprattutto perchè, vedi mai, potrebbe rivelarsi una cosa utile per tutti.
Punto primo: del perchè uno sguardo terzo e “nuovo” è indispensabile.
Perchè vede cose che tu non hai visto.E non perchè voglia ricondurre tutto ad una modalità, uno stile, una lingua già prestabiliti e testati.
Faccio un esempio pratico. L’inizio.

Ha finito. Posa il pennello e alza gli occhi.

Sono stanca, pensa. Svuotata.

Anzi, meglio: appassita.

Normale. Sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato: dieci anni che si sono presi il meglio di lei, non si dice così?

Vediamo: lo so che “si capisce”. Ma potrebbe filare meglio. Perchè il problema viene posto da quel “Normale”. Chi lo dice? Chi lo pensa? La Sensei?
Certo: potrebbe essere: potrebbe essere un lungo monologo interiore.
Ma, se ricordate, quel monologo viene interrotto da corsivi che manifestano con chiarezza il pensiero di lei. E, da un certo momento, anche dalla famigerata “vocina” che la richiama all’ordine e alla razionalità. O che, semplicemente, le rompe le scatole.
Oppure quel “normale” potrebbe appartenere al famoso narratore onniscente. Che a me piace. E che, soprattutto, torna con evidenza almeno in quattro momenti: la presentazione di Chris; la morte di Misako; l’assassinio di Natsumi; il capitolo finale con la descrizione della Dea.
Dunque.
Le soluzioni per fare chiarezza potevano essere due:quella proposta dall’editor era di mettere in corsivo anche tutta la frase da Normale in poi volgendola in prima persona, e trasformandola in pensiero evidente della Sensei.
La mia soluzione è stata, invece, quella di spingere sul narratore onniscente, e rendere il primo capitolo speculare all’ultimo. Presentando la Dea (ma anche presentando Natsumi), io ho usato “sappiamo che”.
Ho deciso di usarlo anche ora. Dunque l’inizio diventa:

Ha finito. Posa il pennello e alza gli occhi.

Sono stanca, pensa. Svuotata.

Anzi, meglio: appassita.

Sappiamo che è normale. Sappiamo che sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato: dieci anni che si sono presi il meglio di lei, non si dice così?

Ecco: il cambiamento è minimo. Ma grazie a quelle due parole tutta una serie di frasi successive “regge” e lo stile adottato si giustifica, almeno secondo me.
Quanto alla vocina, abbiamo deciso due piccoli interventi: uno grafico (farla parlare con un virgolettato anzichè in corsivo, in modo di darle più consistenza e di non creare confusione con il pensiero della Sensei) e uno di rafforzamento. Insomma, non l’ho mai presentata, questa voce: eppure ha un ruolo non da poco. Non ultimo quello di “sparire” durante la follia progressiva della mangaka, per poi riapparire alla fine. E’ la sua parte lucida. Dunque due righe due le spettano…

Questo per dire che magari in due ore di lavoro i ritocchi effettivi sono minimi (tranquilli!!!!!!!!!): ma quelle due o tre pennellate, ecco, servono.

Spero, eh!

Once upon a time

novembre 21, 2008

E fu così che, dopo aver scoperto le seduzioni di Facebook, Lara tornò a casa e trovò le bozze di Esbat con le proposte di correzione del suo editor. The end.

Altro che fine: siamo appena all’inizio, invece. Ovviamente ho passato la serata a meditare su circoletti, frecce, appunti scritti a margine, pensando ogni tanto un “è vero” e ogni tanto un “questo lo lascerei così”. Improvvisamente ho scoperto che uso con frequenza inquietante “già” e “ecco”. E che mi piacciono un pochino troppo i puntini di sospensione.
Sono affascinata, carica e pronta a una lunghissima telefonata pomeridiana: la prima della serie, immagino.

Nel frattempo, però, continuo ad essere perseguitata dalla signora Meyer: non da lei in persona, almeno fino a questo momento, ma da spot, manifesti, trailer di Twilight, che esce oggi al cinema. Consolazione della mattina: una cattivissima recensione di Roberto Nepoti su Repubblica, che rimpiange, disperato, i tempi in cui i film di paura facevano paura. E un servizio sul Venerdì dove si scopre che i due attori del film non sono affatto imbecilli. Esempio. Robert Pattinson (il succhiaverdure): “Ho letto Twilight, ma mi annoiava”. Kristen Stewart (Bella): “Mi sforzavo di entrare nella testa di Bella. Ma ho fatto molta fatica, perchè pensavo: E’ così stupida, mio Dio, è così stupida. L’ho detto anche all’autrice“. La quale, secondo l’intrepida Kristen: “è innamorata del suo Edward”.
Delizia.
(anche se, in effetti, molti scrittori/ici si innamorano dei propri personaggi femminili/maschili…non sempre, ma succede)

Doppioni e acque profonde

novembre 20, 2008

Due colpi in una sola giornata (ieri), che peraltro è stata abbastanza faticosa (per non parlare di oggi: e stasera dovrebbero arrivarmi le bozze di Esbat con le proposte di discussione: non vedo l’ora!).

Primo colpo.  Confesso: stavo googlando. Ovvero curiosavo su Google col mio nome come chiave di ricerca : ora, io ho sempre saputo di avere un’omonima famosa che fa, più o meno, la stilista di scarpe, e uno dei miei desideri perversi è di comprarmene un paio (Lara Manni indossa un paio di Lara Manni:ahhhh).
Ma ho un’ALTRO DOPPIO!  E proprio su Facebook, dove meditavo di registrarmi, una volta o l’altra…Me la sono guardata: è proprio carina, peraltro, anche se completamente diversa da me (lei è castana e dall’aria dolce. Io no).
Sopravviverò.

Secondo colpo.  Sapete che Marta legge la Meyer, no? Bene, anzi male. La disgraziata sta leggendo Breaking Dawn, e sapendo che degli spoiler me ne strainfischio, mi telefona. A questo punto, lo spoiler è anche qui: dunque, o rari fan di Edward Cullen che passate da queste parti, SMETTETE DI LEGGERE.
Marta era furibonda. Perchè nel quarto libro il vampiro succhiaverdure e la sua amata si sposano e, come si conviene, consumano il matrimonio. Come?  Con queste esatte parole:

Le sue braccia mi avvolsero stringendomi a lui, estate e inverno. Era come se ogni terminazione nervosa del mio corpo sprizzasse elettricità.
«Per sempre», aggiunse Edward e mi trascinò con dolcezza verso acque più profonde.

Mi è venuto un attacco di ridarella. Ma come? E io che mi sono dannata per settimane su come scrivere una scena di sesso? E bastava così poco? “Acque profonde”????
Giuro che non sarò mai più severa quando recensirò una fan fiction: quelle che ho letto descrivono l’amplesso in modo molto, ma molto più acuto della Meyer.

Povvvvvvvvv!

novembre 19, 2008

Torno sempre sullo stesso punto. Ah, sì, il punto di vista. In effetti, è la mia besta nera, e comincio anche a capire perchè.
Giustamente, nella telefonata di ieri, l’editor sottolineava come in alcuni momenti, specie iniziali, il punto di vista della narratrice si sovrapponesse con quello del personaggio (la Sensei, nel caso) fino a confondersi. Proprio vero: a volte, è come se sgomitassi per dire al lettore “guarda che il sapore dello champagne freddo piace A ME, non a questa sventata disegnatrice”. Oppure, “guarda che io so già come andrà a finire, eh? Non per nulla questa storia l’ho inventata io!”.
Intendiamoci: sono riflessioni e meditazioni di portata ampia ma che all’atto pratico si risolvono in correzioni quasi impercettibili. Una parola, un verbo, un corsivo.
Ma è l’atteggiamento che mi incuriosisce. L’ho visto accadere a molti, sia nei libri editi sia nelle fan fiction, quindi non è solo una questione di tecnica o di esperienza. E’ come se chi scrive, a un certo punto, non potesse fare a meno di sbracciarsi e farsi notare. Buffo.
(A meno di non optare per una sana, ma per me difficilissima, prima persona….)
(A meno di non fare come Stephenie Meyer che cambia Pov ogni tre quattro capitoli: prima quello di Bella, poi quello del licantropo, ecc.ecc.)

Un caso di paranoia

novembre 18, 2008

Scena. E’ pomeriggio avanzato. Lara sta leggendo (un vecchio e meraviglioso libro di Marguerite Yourcenar, L’opera al nero). Squilla il telefono. E’ LUI. L’editore. Panico puro. Gentilissimo e affabile, mi preannuncia la scheda dell’editor su Esbat.
Scatta la paranoia.
Lara (balbettando): E….e….eccoooooooo…maaaaa gli èèèèè p-p-piac-ciuto?
Editore: Certo, certo. Però nel nuovo testo rispetto al primo…
Lara (semisvenuta). N-non va beeeneee?
Editore: Ma no, ma no. Ci sono solo delle sovrapposizioni che…
Lara (con il telefonino che saltella nella mano sempre più tremante): Allora ho s-s-s-sbagliaaato?
Editore: MA NO! Semplicemente, cominciamo a lavorare!
Lara (con l’autostima nei talloni): Eh eh…veeeerooooo.

Ok, mi detesto ufficialmente. E’ NORMALE lavorare in editing, cambiare le cose, ragionare con una persona terza. Normale e FONDAMENTALE.
Possibile che io prenda tutto come una bocciatura?
Lara è una frana. Uffa.

L’ora del tè

novembre 17, 2008

Sono in ritardo! Sono in ritardo! Sembro Bianconiglio, e improvvisamente, dopo queste settimane di stasi, si rimette tutto in moto.
Primo, ho ricevuto un messaggio dell’editore che mi avverte che fra un po’ si comincia a lavorare su Esbat (sulla terza revisione per me, ma per loro è il testo base, giustamente).
Secondo, mi è arrivato un po’ di lavoro, e questo è bene, benissimo.
Terzo, ho finito Al crepuscolo e sono in astinenza assoluta. Tanto che ho cominciato a rileggermi Tutto è fatidico.  Ma quanto è bravo quell’uomo a rivisitare i canoni? No, dico: sepolture premature, case stregate, vampiri, fantasmi…tutto diventa nuovo nelle sue mani.
Sospiro. Sospiro. Sospiro.


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