Archive for dicembre 2008

Una magia di fine anno

dicembre 31, 2008

Il serpente è grigio, si distingue a malapena nella nebbia. Alza la testa, fissa gli occhi gialli in quelli dell’avversario. Poi, senza preavviso, si abbatte su di lui.

“E che caspita!”
Il vecchietto getta in terra il joystick, stizzito. Lara, che sta piegando maglioni da mettere in valigia, si affaccia nel salone-studio-angolo cottura.
“Guarda che se mi rompi il joystick lo ripaghi”.
Il vecchietto la guarda con occhietti scintillanti di malizia.
“Non ho soldi. Quelli come noi non ne possiedono”.
Lara, abbracciata ad una felpa con le renne che non ricordava di avere,  gli riserva uno sguardo feroce:
“Già. E non ne hai portati neanche a me. E comunque mi piacerebbe sapere chi ti ha dato il videogioco di Naruto Ultimate Ninja“.
“Il bambino dei vicini. Un caro pupetto”, ghigna il vecchino.
“Beh, vedi di ridarglielo. E’ il tuo ultimo giorno, nonno. Vuoi passarlo giocando alla playstation? Non dovresti, che so…fare un bilancio, salutare, prepararti alla dipartita? Non usa così?”.
Gli occhi del vecchio si incupiscono.
“Dipartita. Che parola brutta. E che parola INESATTA”, protesta, alzandosi in piedi. Lo scricchiolio delle vecchie ossa sembra un suono di nacchere. L’indice nodoso che si punta verso il naso di Lara è, però, insolitamente fermo.
“Da te, in particolare, non mi aspettavo un simile luogo comune. Chi ha detto che gli anni vecchi MUOIONO,  stupida ragazza?”.
La felpa con le renne scivola sulle pantofole di Lara.
“Oh, andiamo! Non te la sarai mica presa? Ma è ovvio che sia così. Non senti il rumore dei petardi? Ti stanno salutando da giorni: e fra qualche ora…ehm…so che non è carino da dire, ma tu sarai morto”.
“No. No. E ancora NO”.
Il vecchio pesta i piedi con rabbia (e anche con forza insolita, constata Lara).
“Queste sono bugie. E sono bugie INGIUSTE.  Il vecchio Duemilaotto muore e lascia il posto a quel poppante pisciasotto del 2009. Che tutti coccoleranno per qualche giorno facendogli pissipissi e puccipucci sotto il mento: poi cominceranno a insultare anche lui. E fra qualche mese non vedranno l’ora che tiri le cuoia”.
L’indice è poggiato sulla punta del naso di Lara. E’ insolitamente caldo.
“E…beh.  In effetti. Non è proprio simpatico nei tuoi confronti, caro Duemilaotto. Però è così. E’ la vita. Anche tu sei stato un neonato tondo e burroso, poi sei cresciuto, sei invecchiato e adesso…sì, devi andartene. Ma io ti terrò compagnia, vuoi? Facciamo una partita a scacchi?”.
Gli occhi del vecchio scintillano di rabbia.
“Ragazza. Il settimo sigillo l’ho visto anch’io, che cosa credi? E poi sentiamo: che parte vorresti, quella della Morte o quella del Cavaliere?”.
Lara indietreggia.
“Nessuna delle due! Non arrabbiarti! Era tanto per dire. Una partita a spizzichino?”.
Silenzio. Poi la mano del vecchio afferra quella della ragazza.
“No. Si gioca a modo mio. Vieni con me”.
“Mollami. Devo fare la valigia. Devo lavarmi i capelli. Devo…”
Troppo tardi.  In un angolo della stanza, nei pochi centimetri liberi tra la libreria e la finestra, si materializza una scala a chiocciola. E il vecchio ha già il piede sul primo gradino.
“Ma cosa ci fa una scala a casa mia? Io non ho un piano superiore! Non è che hai letto i libri di Harry Potter mentre io dormivo?”.
“No”, sghignazza Duemilaotto, mentre trascina Lara su per la scala. “Ma ho visto il Dvd di Miriam si sveglia a mezzanotte. E l’idea della soffitta dove la vampira nasconde i suoi ex amanti, divenuti vecchissimi zombie, mi è piaciuta parecchio. Piantala di berciare e seguimi”
Lara pensa che passare la fine dell’anno con i vampiri è francamente eccessivo. Poi pensa che è l’anno in persona che le sta facendo salire i gradini due a due. Quindi decide che forse dovrebbe prendere in seria considerazione una terapia psicologica. Psichiatrica, magari. Mentre si elenca mentalmente vantaggi e svantaggi di freudiani e junghiani, si accorge di essere in una stanza avvolta in bianchi tendaggi. Proprio come nel film.
E fra un velo e l’altro…ma guarda! Trentadue vecchietti siedono su candide panche: qualcuno guarda fuori della finestra, qualcuno disegna, altri chiacchierano animatamente, altri ancora giocano a carte.
Duemilaotto le lancia uno sguardo soddisfatto.
“Vedi? Siamo tutti vivi, noi anni vecchi. Per quello che ti riguarda, tutti e trentadue”.
Lara continua a guardare, sbigottita, i nonnini. Uno salta la corda, un altro è alle prese con un vocabolario di latino. Un altro…ma sì…sta disegnando cuoricini sul muro.
“Non lo riconosci? Quello è l’anno del tuo primo amore. E quello – prosegue il vecchio indicando un coetaneo dagli occhi tristi – è l’anno in cui hai perso tuo padre. Quelli, invece – l’indice si ferma su due vegliardi allegrissimi che ballano il paso doble – sono gli anni in cui hai conosciuto Marta e Leo, i tuoi amici del cuore. E quello…”
“Aspetta – dice Lara, avvicinandosi ad un anno che continua a inciampare nelle scarpe – Quello dev’essere Duemilasei, l’anno in cui ho capito che sognare a occhi aperti era una cosa bellissima, e non una vergogna”.
Duemilasei annuisce, contento, e le fa ciao con la manina mentre inciampa di nuovo.
“E tu – continua Lara indicando un vecchio assorto davanti ad una tastiera fantasma – sei Duemilasette, l’anno in cui ho capito che avevo voglia di scrivere, e ho cominciato a farlo”.
“Sssst”, risponde Duemilasette. “Mi fai perdere la concentrazione”.
Duemilaotto annuisce, gongolando.
“Visto, ragazza? Noi non dipartiamo affatto. Siamo tutti qui: e puoi venirci a trovare quando vuoi. Spero – aggiunge – che non ti ricorderai male di me”.
Lara lo guarda, pensierosa.
“No. Niente affatto. Sei stato un anno generoso con me: mi hai dato cose belle e brutte. Ma tutte importanti. E ti ringrazio per avermele portate”.
Gli occhi del vecchio si fanno umidi. E la lacrimuccia di Duemilaotto deve avere qualche potere magico, perchè improvvisamente vecchio e ragazza si ritrovano al piano-di-sotto. L’unico piano reale (almeno in apparenza).
Lara raccoglie la felpa con le renne.
“Devo prepararmi, adesso”.
“Lo so, lo so. Vai ad aspettare il poppante pisciasotto in montagna. Divertiti. E portati pannolini, biberon e l’ochetta di gomma per quel marmocchio rompiscatole di Duemilanove”.
“Lo farò. Ma vorrei fare anche una cosa per te. Mi dispiace lasciarti qui tutto solo davanti alla Playstation”.
“Ci sono abituato”, borbotta Duemilaotto. “Comunque, cosa vorresti fare?”.
Lara si avvicina, raccoglie il joystick, riavvia Naruto Ultimate Ninja. Quando appare il temibile serpente di Orochimaru,  si avvicina alle orecchie di Duemilaotto e bisbiglia:
“Giù giù cerchio e lo fai secco”.
Poi, gli dà un bacio.

Ps. Non mi sono trattenuta…Beh, è il modo laresco per augurarvi un anno felice e pieno di incanti. Senza dimenticare gli incanti del passato, però!!! AUGURI!

Acchiappasogni e altri furti immaginari

dicembre 30, 2008

L’appetito vien mangiando, anzi scrivendo. Mentre limo il racconto, mi è venuta in mente una piccola storiella di fine anno che, se sono brava, posterò domani.
Il problema è che sto diventando una ladra. Il che può anche voler dire che sto imparando a scrivere. Non ricordo più chi lo aveva detto (in questo periodo le citazioni non mi riescono molto bene: sarà il freddo): ma sembra che per raccontare sia imprescindibile appropriarsi delle altrui esistenze, e ultimamente frugo negli atteggiamenti, nelle parole, nelle vite degli altri con un’avidità che non mi conoscevo.
O forse invece esisteva e le davo un altro nome.
Quando ero piccola, mio padre mi raccontava sempre che il segreto per rendere meno noiosi i tragitti in autobus era origliare le conversazioni degli altri. Qualche volta l’accompagnavo: e mi sembra di vederlo ancora adesso, con il suo mezzo sorrisetto ironico e gli occhi grigi ammiccanti, mentre, alle sua spalle,  due signore in pelliccia commentano i difetti di un’amica assente.
Dna. Sicuro. O, semplicemente, amore per i sogni, che scorre nelle mie vene come un tempo nelle sue.
Ps. Umore malinconico, sì, avete indovinato.

Rileggere

dicembre 29, 2008

Pigrizia ai massimi, confesso. E una gran voglia di rileggere, più che di cominciare ex novo un libro.
Non mi ricordo più chi aveva speso pagine appassionate sulle gioie della rilettura (Virginia Woolf, mi sembra): di sicuro, ci sono momenti in cui riprendere in mano una storia che si è amata, sia pure per la decima volta, è impagabile.
Per esempio ora. Ora che ho finito il raccontino ma devo limarlo e farlo bello (o almeno presentabile), e che sto per riprendere in mano l’editing. Ora che ho voglia di certezze, almeno da lettrice.
Ieri, dunque, ho cominciato rileggendo Rose Madder, che tutti continuano a definire come un romanzo minore di King, ma che a me sembra magnifico. Inclusi i corsivi.  Perchè tutti i capitoli con i punti di vista di Norman, il bestiale marito di Rose, sono in corsivo.
E qui ci starebbe un bel discorso sul corsivo “pesante”.  Perchè si dice che l’uso del corsivo risulti faticoso per chi legge. Non ne sono così convinta: non sempre, non se quello che viene scritto graziosamente inclinato verso destra è intenso e potente.
La rilettura è stata felice: al punto che da stasera faccio il bis con American Gods

De te fabula narratur

dicembre 27, 2008

De te, de te.
Sto scrivendo un racconto, per vari motivi.
Un po’ per mettere il cervello in pausa prima di affrontare la seconda parte dell’editing e, quando sarà possibile, il famigerato Numero Tre. Un po’ per vedere come me la cavo al di fuori della Trilogia e al di fuori dell’esercizio di stile giocoso. Un po’ per esorcismo personale.
Ecco il punto.
Il racconto è una cosa un po’ strana. Un mini-horror, naturalmente. Molto claustrofobico. Molto cattivo. Un po’ schizzato. Scherzando, l’ho definito Horla ai tempi di Facebook: ma non scherzavo troppo.
Ieri ho buttato giù di getto e in due ore quattro cartelle. Un bel po’, anche se ce ne vorranno altrettante per finire e soprattutto ci sarà un gran lavoro di lima. Il tutto, peraltro, con destinazione incerta: non so nemmeno se lo manderò davvero al magazine a cui avevo in mente di inviarlo, se lo metterò mai in rete, se sarà soltanto una palestra per scritti futuri, se. Se.
Però fa abbastanza paura buttare fuori, su file, i mostri del pozzo: quelli che stanno giù e alzano il capino appena vedono un po’ di luce e ne vengono risucchiati, grazie al cielo, invece di continuare ad agitare zampe e code là al buio, pronti a mordere quando meno te lo aspetti.
Racconto terapeutico, oltre che allenamento, chiamiamolo così.
Perchè solo quando ho chiamato i mostri per nome, trasformandoli in una storia, mi sono sentita veramente bene, per la prima volta dopo molto tempo.
E libera, finalmente.
(O forse, è la volta che darò fuori di zucca come Guy de Maupassant?)

La chiave

dicembre 24, 2008

Lacrimuccia. Lacrima. Lacrimona.
Ebbene sì, ho finito Lasciami entrare in un diluvio di lacrime. Bellissimo: lo consiglio con tutto il cuore a chi cerca il giusto contraltare agli stereotipi vampireschi. E a chi cerca una bella storia, in assoluto: ben costruita, ben scritta, sognante.
Per di più, mi ha fatto venire in mente una cosa: ho capito, magari in ritardo, che ogni scrittore ha una chiave. E Lindqvist ha quella della tristezza: un’amica che ha letto l’altro romanzo dove rivisita il mito degli zombie mi ha detto che anche in quel caso quella è la tonalità dominante. Una tristezza buona, che coinvolge chi legge in una nebbiolina amara, ma benefica.
Ovviamente, mi sono anche chiesta se anche io ho una chiave.
Altrettanto ovviamente, non so cosa rispondermi. Magari ho una scheda magnetica. Magari un grimaldello. Magari resto fuori dalla porta. Magari sfondo la medesima a calci. Vedremo.
Dovrei augurare Buon Natale, lo so: ma il gatto nero sulle mie ginocchia dice che non sarebbe coerente. Però ve lo auguriamo lo stesso: lui e io (ma sì).

Spammer

dicembre 23, 2008

Giornate di vigilia uguale fare pulizia.
Ma la casa è pulita, il manoscritto si sta trasformando da accozzaglia di circoletti, frecce e barre in pagine linde con i corsivi al posto giusto: non resta che pulire il computer.
Comincio dal blog.
Spam Akismet: 46. Hi, good site! Vai al diavolo, non è un site, è un blog, ignorante di uno spammer.
Chiavi d’accesso: come si chiama edward cullen? Come sarebbe a dire? Che domanda è? E’ come se qualcuno avesse chiesto al giovane Werther: patente, libretto, nome e posizione anagrafica.
E ancora, ripetuta, la frase di ieri: Non aver paura, sarò sempre con te.
Lara si ferma. Chi caspita arriva sul suo blog digitando parole del genere? Un fantasma? Un demone vendicatore? Marco della quinta A di quando la quinta A era la mia classe e io lo spiavo  da dietro il vocabolario pensando a quanto era bello e, ahi, a quanto era tragicamente stupido?
Meglio non saperlo. E’ Natale.
Delete.
Passiamo alle mail. Spam: trentacinque. Abbiamo bloccato tuo conto alla posta. Ma guarda questi. Anzitutto: l’articolo. Nessun dirigente postale manderebbe mail senza articolo. O forse sì. Magari alle poste non si usano gli articoli. Magari…Ma io non ho nessun conto alla posta!!! Delete.
Make your female scream. A parte la costruzione inglese traballante, io sono una Donna, maledizione. Basta con lo spam di Cialis e Vai-a-grah. Cosa faccio, scrivo al Garante dei Sessi per spiegare che almeno, se proprio mi devono spammare, lo facciano con cognizione di causa?
Ma poi, cosa proveranno i maschi ricevendo uno spam così? Fai urlare la tua donna? Sembra un contest per complessi post-emo. Sembra…e questo?
Extensive List of Dentists in America
597,000 dentists and dental services ( a $350 value!)

Immagino mezzo milione di dentisti con la tuba dello zio Sam e il trapano puntato: “I want you”. Mi ricordo che devo fare la pulizia dei denti. Mi ricordo che in questo momento non posso accendere un mutuo. Delete.
E questa? Georgia. Oh, come uno dei miei personaggi in Esbat.
hi, I found your mail in my contact list
i thought we might make a good match
Im going to get naked for you
I have many filthy toys and know how to use them!

Mi vengono i lacrimoni. Sesso e medicine: questo è lo spam, bellezza. Ah, no: sesso, medicine e conti correnti. Unicredit banca la avvisa che ha bloccato il suo conto. Perfetto, non ne ho mai aperto uno presso Unicredit.
Delete. Delete. Delete.

Le foglie morte danzano fuori dalla finestra. Lara le guarda. Si chieda che vita debba fare uno spammer. Se lo immagina come Bartleby lo scrivano (con la stessa descrizione che ne diede Melville: figura “pallidamente linda, penosamente decorosa, irrimediabilmente squallida!”). Se lo immagina chino davanti alla tastiera, a formulare frasi quasi sempre identiche, con la piccola vendetta di mangiarsi gli articoli. Piccola ma fondamentale: nessuno crederà mai ad una mail senza articoli, appunto.
Ovviamente non è così.
Ma è quasi Natale (nonostante tutto). L’editing è a buon punto (meno male). Il libro di Lindqvist è quasi finito (purtroppo). Almeno tre idee si attorcigliano attorno alle dita di Lara (Tanit, una bella storia a due, un racconto).
Perdere tempo è meraviglioso.

Lara Before Christmas

dicembre 22, 2008

Nella casa della ragazza non c’è un albero di Natale. Non c’è neanche una ghirlanda. In compenso ci sono una tazza di tè all’arancia e un portacenere che va riempiendosi.
Nella casa della ragazza, grazie alla chiusura ermetica della finestra, non arriva il suono della zampogna suonata da un netturbino di Velletri per rimpinguare la tredicesima. In compenso, sul lettore CD c’è Welcome to the jungle.
Nella sua casa, Lara si gode la settimana prenatalizia fingendo che non esista. Niente regali, niente buoni sentimenti. Soprattutto, niente sorrisi radiosi che augurano fortuna e felicità. Ahhh. Salva. In pace. Si sfrega le mani pensando che basterà resistere ancora un po’ e sarà fatta.
Telefono.
Telefono fisso.
Che strano, quasi nessuno chiama da quel numero. Lara, perplessa, alza il ricevitore.
“Buonasera sono Mariella. La signora Lara Manni?”
“Uh. Ah. Sì. Mariella?”
“Sono Mariella di Telecom Italia. Se ha un minuto desidero informarla che le nuove offerte Tele..:”
Clic.
Lara chiede perdono a Virzì e ai precari di Tutta la vita davanti e si rimette a sedere davanti al suo tè e al suo manoscritto. Detesta le offerte. Quelle speciali soprattutto. Uffa.
Telefono.
Telefonino.
Id sconosciuto.
Lara, incuriosità,  preme Accetta.
“Non può scappare in questo modo. Non stavolta. Sono Mariella”.
“Mariella? Ma non dovrebbe chiamare dal fisso?”
“Lei non si preoccupi e ascolti. L’offerta speciale di Telecom Ita…”
Clic.
Lara è furiosa, a questo punto. Spegne il telefonino, stacca il telefono fisso, lascia che il tè si freddi e si concentra sul manoscritto. Basta seccature.
“Lei deve ascoltarmi e mi ascolterà”.
La voce la raggiunge, severa, dalle casse del computer acceso. Lara lascia cadere la matita e balza in piedi.
“Ma…Mariella?”
“Mi chiami pure Mariella, per comodità. E si vergogni. Pensa che sia facile lavorare in un call center? Pensa che sia piacevole sentirsi sbattere il telefono in faccia tutti i giorni? Da persone che se ne stanno a casa propria calde e tranquille, poi. E senza neanche un ghirlanda, una candelina, un Gesù di cartapesta. Un vero insulto per me”.
“Per lei? Ma scusi, Mariella, a lei che gliene importa se io non festeggio? Cos’è, sono obbligata? E’ una strategia del nostro Presidente per incrementare il PIL?”

La stanza si riempie di luce. Dal lettore CD, la voce di Axel Rose intona, improvvisamente, parole ben diverse dalle consuete:

Adeste fideles
læti triumphantes,
venite, venite in Bethlehem.

La chitarra di Slash si trasforma, non si sa come, in un organo a duecento canne.
Lara sbianca. Ma non è finita.
“Io – tuona la voce dal computer – non sono Mariella. Io sono lo SPIRITO DEL NATALE PASSATO”.

Natum videte Regem angelorum.
Venite adoremus
Dominum.

Dopo un primo momento di stupore, Lara reagisce. E reagisce MALE:
“Ah no! Glielo proibisco. Vi conosco, lei e i suoi colleghi Spirito del Natale presente e Spirito del Natale futuro.  Invadenti! Impiccioni! Prevedibili!
Cosa pensa, che non conosca Dickens? Che non sappia cosa sta per accadere? Lei ora sta per mostrarmi i Natali della mia infanzia, con la zia Angelina che mi faceva i ganascini sulla guancia e mi lasciava il livido, e il cugino Franco che mi rompeva le bambole. Poi arriverà il Natale Presente a mostrarmi una ragazza con l’occhio triste- io!- seduta sola sola ad un tavolino. Infine, Natale Futuro con una vecchia Lara sola soletta all’ospizio. BALLE. Non mi incantate con questi giochini. E tu, Axel, smettila di cantare Adeste Fideles e torna a imprecare, CHIARO?”.
Funziona. Le luci si abbassano, le casse del computer si spengono,  Axel Rose torna normale.

And you’re a very sexy girl
Very hard to please
You can taste the bright lights

Lara, molto offesa per essere stata scambiata per Scrooge, torna al lavoro. Ma per poco. Due minuti, e la finestra si spalanca.
Sul davanzale, è ritto in piedi un uomo in impermeabile. E’ in bianco e nero. Mentre Lara urla, Axel Rose canta, in improbabile italiano

Meraviglioso, ma come non ti accorgi quanto il mondo sia
Meraviglioso.

“Buonasera”, sorride l’omino. “Io sono Clarence”.
Lara è crollata a sedere sulla sedia chiedendosi perchè un essere del genere sia entrato dalla sua finestra, peraltro al sesto piano. Ma quel nome non le è nuovo.
“Aspetti. Clarence…intende mica l’angelo del film La vita è meravigliosa? Quello di Frank Capra? Quello dove il protagonista viene salvato da…lei?”
Clarence sorride e annuisce.
La chitarra di Slash sembra un violino, ora.
La furia di Lara monta inesorabilmente.
“E tu vorresti fare la stessa cosa con ME? Vorresti convincermi che a Natale bisogna essere buoni, felici, radiosi solo perchè è Natale?”.
Clarence annuisce ancora.
Lara sorride. Sembra un angelo anche lei. La luce della stella cometa apparsa dietro Clarence si riflette sui suoi capelli biondi.
“Ok. Mi hai convinto. Permettimi di abbracciarti”.
Si avvicina all’angelo, il quale è palesemente lieto della missione compiuta, e anche incuriosito. Avendo visto Il cielo sopra Berlino in un cineforum del Paradiso, si chiede che effetto faccia sentirsi abbracciato da un’umana.
Non lo saprà mai.
Lo spintone di Lara lo fa sfracellare dal sesto piano prima che abbia potuto aprire le ali di emergenza.
Grazie al Cielo, Axel Rose è passato a Symphaty for the Devil.
Lara si accascia sulla sedia. Cos’altro dovrà aspettarsi, ora? Il Grinch che diventa buono? Jack Skeletron (anche Tim Burton si arrende ai finali lieti, sospira Lara)?
“No, ci sono io”, dice una vocina dal pavimento.
“Io? Io chi?”
“Guardami”.
Lara guarda verso i suoi piedi. E’ un topo. UN TOPO?
“No, non un topo qualunque. Sono Firmino”.
Dal Cd, Axel canta I will Always love you.
Lara balza sul tavolo.
“Firmino? Il best-seller dell’anno? Il topo che mangia libri e diventa coltissimo? Che caspita fai a casa mia???”.
Il topo sorride sotto i baffi.
“Vengo a ricordarti che nei libri che tanto ami i finali lieti sono all’ordine del giorno”.
“Menti! Pensa a Romeo e Giulietta!”
“Oh, ma c’è anche La dodicesima notte, La tempesta e poi Odissea, Promessi Sposi, Orlando Furioso”.
“NOOO! Taci, ratto malefico. Le ultime lettere di Jacopo Ortis…”
“…Divina Commedia, Il diario di Bridget Jones…”
“BRIDGET JONES NO! AIUTO”.
Dalla finestra, una folgore nera.
La voce di Firmino tace improvvisamente. Dal pavimento, un meraviglioso gatto nero si lecca i baffi ed emette un rutto educato.
“Buonasera, cara”.
Lara si stropiccia gli occhi. Guarda il felino. Non sa bene perchè, ma si sente stranamente sollevata.
“Tu…tu…sei?”
“Il gatto nero, per servirti. Ci siamo conosciuti quando eri bambina. Ero in un racconto del tuo scrittore preferito, Edgar Allan Poe”.
“Oh! OH! Ma certo! Ricordo benissimo! Ero sdraiata nel mio lettino con le lenzuola rosa e ho incontrato te. E mi sono detta che al mondo esistevano creature diverse da quelle che mi venivano propinate. Creature che potevo amare!”.
Il gatto sbadiglia elegantemente, annuendo.
“E ci siamo incontrati di nuovo quando eri un’adolescente. Se ricordi bene, fu quando accompagnasti un certo personaggio alla ricerca del misterioso Kadath…”
“Nei racconti di Lovecraft! Ma certo!!! Caro amico, posso offrirti una ciotola di latte? Dei croccantini? Mi hai liberato da quel seccatore e sono in debito”.
Smettendo di leccare la zampina, il gatto fissa Lara con i suoi occhi dorati.
“Sono io ad essere in debito, cara. Finchè esisterà qualcuno che si rifiuta di credere al lieto fine, noi abitatori del buio prospereremo. E resisteremo anche alle lucine di Natale, ai vampiri che brillano e ai topi saputelli. Così, sono venuto ad aiutarti a passare tranquillamente questo periodo”.
Lara si lascia cadere sulla poltrona.
“E come?”
Il gatto balza sul suo grembo, accoccolandosi.
“Un trucchetto: mi sono fatto prestare da Sandman un po’ della sua polverina. Chiudi gli occhi, e farai un bel sonno fino al 7 gennaio. Contenta?”
“Felice”, esclama Lara lasciandosi andare contro lo schienale.
E mentre il sonno comincia a premere sulle sue palpebre, mormora:
“E se arriva qualcuno a svegliarmi? Babbo Natale? Il principe azzurro?”.
Sotto un tripudio di fusa, il gatto fa spallucce:
“Ho tenuto testa a Nyarlathotep, figurati se mi faccio spaventare da dilettanti come quelli”.
Il gatto e la ragazza dormono, felici.
Dal lettore CD, Axel Rose canta a squarciagola una vecchia canzone di David Bowie:

We can be Heroes
Just for one day
We can be us
Just for one day

Lo zampognaro nella strada, dopo un momento di esitazione, riprende il motivo.
Ps. Vi eravate affezionati al racconto del lunedì? Anch’io. Buone feste a tutti.

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Camminare con lentezza

dicembre 19, 2008

Io sono quella che si prende il borsone in piena faccia mentre il proprietario dello stesso sorpassa per saltare sulle scale mobili.
Io sono quella che riceve sulla spalla sinistra la massa corporea della signora nervosa mentre scende dell’autobus.
Io sono quella che fa calare la mano degli automobilisti sul clacson (anzi, ce la fa spalmare) mentre attraverso sulle strisce.
Io sono quella che al bar viene superata mentre fa la coda alla cassa.
Io sono quella a cui uomini, donne, anziani e a volte bambini dicono “Ma dove hai la testa?”. A volte, aggiungono “scema”. Altre, picchiano la tempia con l’indice.

Lo so, Roma è una città difficile. E per quelle come me è ancora più complicata. Perchè io sono lenta nel camminare quanto sono veloce nello scrivere e nella lettura. Una lumaca vera, che fa un passino per volta, piano. Pianissimo.

Il fatto è che quando cammino, penso. A volte, vedo. Niente di mistico, niente di illuminante: solo, la stragrande maggioranza delle cose che scrivo si forma così, durante lunghi monologhi mentali che partono quasi sempre da qualcosa che ho visto.  Ieri, per esempio, ho letto  su una macchinetta automatica la scritta “Il freddo non esiste”.  Sono partita per la tangente per oltre un’ora.
E, ecco, se mi togliessero le mie camminate sognanti, mi toglierebbero tutto. Non so se sia proprio vera, quest’ultima affermazione: ogni tanto mi dico che senza una determinata condizione, senza una certa luce, un braccialetto, una persona, non sarei più in grado di scrivere.

Va sempre a finire che scrivo lo stesso. Finchè non mi investono, almeno. La scaramanzia è un alibi, come molte altre cose.

Lara clicca su Reload

dicembre 18, 2008

Basta, da oggi cambio. Ieri sera riflettevo sul “non combinerai mai niente di buono” che mia madre mi ha sempre ripetuto e mi ripete. E in effetti, quando mi succede qualcosa di positivo, la mia prima reazione è sempre “non me lo merito”.
Oggi, con un sole gelato su Roma, ho deciso che invece mi merito qualcosa. Il giusto, almeno. Non pretendo la luna, non pretendo la fama: pretendo una buona vita, però. O almeno cerco di guadagnarmela: nonostante la mancanza cronica di denaro, la solitudine, le piccole e grandi cattiverie.
Intanto, il Fato mi manda un segno. Su Repubblica di ieri, che ho letto a notte fonda, ho trovato una recensione ad After Dark di Murakami dove si dice questo:

In After Dark (Einaudi, pagg. 178, euro 18) Murakami, reduce da un´impresa di grandi ambizioni come quella di Kafka sulla spiaggia e desideroso di dedicarsi a un progetto su scala ridotta, ha scelto questa idea prettamente cinematografica e l´ha seguita fino in fondo realizzando il suo romanzo più concentrato e compatto. In After Dark, come nei modelli filmici a cui si ispira, l´unità di tempo è rigorosamente rispettata – i capitoli sono scanditi dall´immagine di un orologio dove le lancette indicano con precisione il passare delle ore – mentre quelle di luogo e azione sono infrante con la massima libertà. Murakami compone il racconto di una città polimorfa e vagamente mostruosa che si espande in ogni direzione, un gigantesco animale attraversato da un´infinità di arterie luminose e pulsanti.
A seguire i movimenti dei personaggi, a esplorare i vari piani di realtà, non è l´io narrante, protagonista sinora di tutti i romanzi di Murakami, ma un´entità non meglio precisata che si esprime in prima persona plurale, una sorta di sguardo meccanico, telecamera snodata e acrobatica capace di insinuarsi quasi dappertutto. Mai in un romanzo il punto di vista era assurto a un ruolo così primario, e allo stesso tempo mai era stato reso così spoglio e impersonale. A chi appartengono, questi occhi dotati di intelletto, fino a che punto questa prima persona plurale vuole includerci, accompagnarci e farci luce nel buio della notte, e fino a che punto tagliarci fuori? E fin dove può spingersi? Ecco, diversamente da un narratore onnisciente, questa telecamera che dice «noi», per quanto agile e snodata, incontra dei limiti, limiti di fronte ai quali il lettore è costretto a frenarsi.
Avanza, noi avanziamo, si blocca, ci blocchiamo con lei.
La narratologia, che ha fatto del punto di vista un tema cruciale delle sue ricerche, analizzandolo e classificandolo per trasformarlo a sua volta in strumento di analisi e classificazione, dovrà vedersela con il caso After Dark e con questo sguardo tecnologico e indeterminato, quasi il clone di un narratore tradizionale. C´è un passaggio, nel romanzo, di particolare interesse. A un certo momento, per osservare dall´interno cosa accade dentro uno schermo televisivo, lo sguardo narrante deve spostarsi dall´altra parte. Come? «Basta separarsi dal corpo, lasciarlo indietro e diventare un punto di osservazione ideale privo di massa». Eppure, nella percezione del lettore, quel punto di vista era già, dall´inizio, incorporeo. Il gioco si fa complicato. Il testo sembra diventare una scacchiera dove il lettore cerca di localizzare la propria posizione e quella del narratore, elusivo e onnipresente.

Fare i conti. Diventare un punto di osservazione privo di massa. Ci provo. Ci provo.

Mamma mia!

dicembre 17, 2008

Mamma mia, i Pov.
Non è solo questione di editing: credo di aver trovato la strada giusta e provo a seguirla da brava ragazza. Ma ieri, quando ho iniziato il primo capitolo del Numero Tre, mi sono trovata subito nei pasticci.
Seguo il mio personaggio, e fin qui benissimo. Ma quando incontra un’altra persona, mi viene spontaneo calarmi subito dentro quest’ultima, e scavare nella sua testa, nel suo modo di essere, nelle sue reazioni.
E sbilancio il Pov.
Poi torno sul personaggio numero uno, e risbilancio.
Il mio problema è che non riesco ad essere davvero terza: la mia terza persona non è che un assemblaggio di prime persone.
E finchè non risolvo questo punto sono molto arrabbiata con me.

Ps. Mi consolo cantando da ieri sera questa canzone. E quasi quasi mi compro una salopette…


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