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dicembre 18, 2008

Basta, da oggi cambio. Ieri sera riflettevo sul “non combinerai mai niente di buono” che mia madre mi ha sempre ripetuto e mi ripete. E in effetti, quando mi succede qualcosa di positivo, la mia prima reazione è sempre “non me lo merito”.
Oggi, con un sole gelato su Roma, ho deciso che invece mi merito qualcosa. Il giusto, almeno. Non pretendo la luna, non pretendo la fama: pretendo una buona vita, però. O almeno cerco di guadagnarmela: nonostante la mancanza cronica di denaro, la solitudine, le piccole e grandi cattiverie.
Intanto, il Fato mi manda un segno. Su Repubblica di ieri, che ho letto a notte fonda, ho trovato una recensione ad After Dark di Murakami dove si dice questo:

In After Dark (Einaudi, pagg. 178, euro 18) Murakami, reduce da un´impresa di grandi ambizioni come quella di Kafka sulla spiaggia e desideroso di dedicarsi a un progetto su scala ridotta, ha scelto questa idea prettamente cinematografica e l´ha seguita fino in fondo realizzando il suo romanzo più concentrato e compatto. In After Dark, come nei modelli filmici a cui si ispira, l´unità di tempo è rigorosamente rispettata – i capitoli sono scanditi dall´immagine di un orologio dove le lancette indicano con precisione il passare delle ore – mentre quelle di luogo e azione sono infrante con la massima libertà. Murakami compone il racconto di una città polimorfa e vagamente mostruosa che si espande in ogni direzione, un gigantesco animale attraversato da un´infinità di arterie luminose e pulsanti.
A seguire i movimenti dei personaggi, a esplorare i vari piani di realtà, non è l´io narrante, protagonista sinora di tutti i romanzi di Murakami, ma un´entità non meglio precisata che si esprime in prima persona plurale, una sorta di sguardo meccanico, telecamera snodata e acrobatica capace di insinuarsi quasi dappertutto. Mai in un romanzo il punto di vista era assurto a un ruolo così primario, e allo stesso tempo mai era stato reso così spoglio e impersonale. A chi appartengono, questi occhi dotati di intelletto, fino a che punto questa prima persona plurale vuole includerci, accompagnarci e farci luce nel buio della notte, e fino a che punto tagliarci fuori? E fin dove può spingersi? Ecco, diversamente da un narratore onnisciente, questa telecamera che dice «noi», per quanto agile e snodata, incontra dei limiti, limiti di fronte ai quali il lettore è costretto a frenarsi.
Avanza, noi avanziamo, si blocca, ci blocchiamo con lei.
La narratologia, che ha fatto del punto di vista un tema cruciale delle sue ricerche, analizzandolo e classificandolo per trasformarlo a sua volta in strumento di analisi e classificazione, dovrà vedersela con il caso After Dark e con questo sguardo tecnologico e indeterminato, quasi il clone di un narratore tradizionale. C´è un passaggio, nel romanzo, di particolare interesse. A un certo momento, per osservare dall´interno cosa accade dentro uno schermo televisivo, lo sguardo narrante deve spostarsi dall´altra parte. Come? «Basta separarsi dal corpo, lasciarlo indietro e diventare un punto di osservazione ideale privo di massa». Eppure, nella percezione del lettore, quel punto di vista era già, dall´inizio, incorporeo. Il gioco si fa complicato. Il testo sembra diventare una scacchiera dove il lettore cerca di localizzare la propria posizione e quella del narratore, elusivo e onnipresente.

Fare i conti. Diventare un punto di osservazione privo di massa. Ci provo. Ci provo.


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