Archive for gennaio 2009

Le cattive ragazze vanno nello stesso posto delle anatre di Central park?

gennaio 30, 2009

Io stavo pensando una cosa.

Che nelle mie storie, le due concluse e quella appena cominciata, ci sono un bel po’ di donne fetenti. Non “villain” nel senso stretto del termine, non precisamente antagoniste. Certamente, non innocue. Altrettanto certamente, non “cattive” nel senso classico del termine.

Pensavo alla Sensei. Qualcuno l’ha amata, si è identificato con lei nonostante la sua follia. Altri l’hanno odiata fino a desiderare di ucciderla.  Non so quanto sia frequente che un narratore parli del suo rapporto con i personaggi, ma lo dico:  io l’ho sentita, sempre, molto vicina.  Nella tristezza che viene prima di ogni suo atto. Nella consapevolezza di aver investito su qualcosa che, alla fine, non valeva la vita che ha sacrificato. Nel desiderio impossibile in cui brucia, perfettamente conscia dell’utopia, eppure determinata a realizzarla lo stesso.

Pensavo ad Alice. Lo so che appare di sfuggita, in Esbat e in Sopdet. Alice è la madre di Ivy. Una madre odiosa, distratta, egocentrica, disperatamente ancorata a se stessa. Ma anche in questo caso ho pensato alla sua tristezza e al dolore per un fallimento. Non riesco a detestarla.

La dea. Molto più difficile, anche per chi l’ha creata, ragionare in termini umani su di lei. E’ tremenda, capricciosa, mortale. Eppure, non riesco a sentirla come mostro.

E di qui la meditazione del mattino.

Da dove vengono, i mostri che narriamo? Facile, la so: da noi.
Però la seconda domanda è più difficile: perchè le donne scrivono poco di donne “villain”? Perchè abbiamo paura di schiudere la porticina o perchè ci immaginiamo, sempre e comunque, nei panni di Bella Swan?

(forse è meglio che scriva di più e pensi di meno, eh)

Una storiella esemplare

gennaio 29, 2009

“Ma insomma, in questo famoso Esbat il sesso c’è o no?”
Questa è la domanda che mi ha rivolto stamattina una persona con cui avevo un appuntamento di lavoro. Sgranamento di occhi (mio). Risposta e controdomanda:
“C’è quel che deve esserci. Quando serve. Perchè?”
“Perchè un libro senza sesso non vende”.
Pausa. Uno-due-tre e via fino a venti.
L’interlocutore continua:
“A meno che non sia Twilight. Che però è tutto costruito in funzione del sesso, anche se non se ne parla esplicitamente. E’ come pensare ad una torta alla panna quando si è a dieta”.
Conto fino a trentacinque, poi chiedo:
“E se per caso a me non importasse vendere, ma sapere di aver scritto una buona storia, o una storia decente?”.
L’interlocutore scoppia e ridere e mi offre, paterno, un caffè.

Qualcosa su Lara

gennaio 28, 2009

Pensavate che il Faccialibro fosse immune alle catene? Ebbene no. Ora, io in genere mi sottraggo. Però i venticinque indizi su di me li ho trovati divertenti, e mi sono cimentata. Così, li posto anche qui, casomai qualcuno fosse curioso di saperne di più.

1) Quando ero ragazzina, dicevo grazie alle fontanelle dopo aver bevuto.

2) Chiedevo anche scusa alle macchinette emettitrici di biglietti se non avevo spicci.

3 ) A tredici anni ho combattuto una battaglia ad astucciate con la mia compagna di banco. Che oggi è divenuta Chris, in un certo romanzo.

4) Mi piace ascoltare le storie d’amore degli altri, ma mi innamoro molto raramente.

5) Il Conte Vronsky mi ha sempre fatto incazzare.

6) Tre anni fa ho cominciato a pensare possibile quel che non avrei mai creduto possibile. E ancora adesso penso che sia impossibile.

7) Ho collezionato gatti di ceramica, poi ho smesso. Adesso colleziono foglietti volanti.

8 ) Due giorni fa un dado con le mie iniziali si è fatto trovare sopra una copia dell’Inferno di Dante. Mi rendo conto che è dura da credere, però è vero.

9) Adoro i jeans. Sogno però di mettermi, una sola volta nella vita, un abito da sera. Lungo.Viola.

10) Se potessi, farei un viaggio nel Maine per piantare una tenda davanti a Villa King.

11) Non ho mai imparato a nuotare, ma starei sempre a mollo.

12) Quando vado dal parrucchiere e mi mettono i copriorecchie, sono convinta che dentro ci siano le Valchirie che cantano.

13) Vorrei imparare a giocare a Go. Per ora mi accontento degli scacchi.

14) In un certo periodo della mia vita, ho portato un campanellino appeso al collo.

15) Ho ricevuto il mio primo bacio a tradimento.

16) Vivrei di sushi. E sogno di andare in Giappone, prima o poi (prima il Maine, però)

17) Soffro di vertigini, ma salgo lo stesso su torri e campanili.

18 )  Quando avevo sedici anni, ero innamorata di Amleto.

19) Quando ne avevo quattordici, pensavo che sarei diventata un’investigatrice.

20) Mi sveglio sempre di buonumore. E ci resto almeno per dieci minuti.

21) Sono sempre stata bionda dai quindici anni a oggi.

22) Quando mi arrabbio divento un pezzo di ghiaccio.

23) Vorrei vivere in una casa piccola, non in città, e passare il tempo scrivendo.

24) Rifarei tutto quel che ho fatto nella mia vita.

25) Compresa questa nota.

Breve breve

gennaio 27, 2009

Scena: Lara, naturalmente in una delle sue cicliche depressioni, parla al telefono con il suo Mito Personale.
Il quale, fra una chiacchiera e l’altra,  le chiede di raccontarle qualcosa in più di Twilight.
Lara esegue.
Il Mito personale commenta: “Ho capito. E’ un vampiroccia”.
Geniale sintesi fra Vampiro/Moccia.
Lara scoppia finalmente a ridere.

Sei un mito!

gennaio 26, 2009

E fu così che mi ritrovai a studiare miti, come quando ero fanciulla. Qualcuno fra voi sa che ho dato alla luce il primo capitolo del seguito del seguito: ne sono abbastanza soddisfatta, almeno per qualche ora. E soprattutto mi sto lasciando andare come ai vecchi tempi, con quel buffo atteggiamento di chi si mette davanti a un personaggio e gli dice “fammi vedere quel che sai fare, caro”.

Però non si scrive di dei impunemente: così, da qualche giorno, sto frugando fra rete e libri per cercare storie e leggende non troppo frequentate. Sto scoprendo mondi interi sulle divinità della morte e su dee giustamente capricciose.

Prometto che non riverserò le mie nozioni in massa nella storia: solo qualche goccia. Perchè quello che mi piacerebbe davvero è riuscire a rendere bene il mondo sovrannaturale ma anche (e forse soprattutto) il nostro. Quello piccolo, quotidiano, grigio o luminoso che attraversiamo ogni giorno.

(Diffidare degli scriventi che fanno dichiarazioni di intenti, rima inclusa)

HOWL!(nel senso di Ginsberg: il castello errante non c’entra)

gennaio 23, 2009

Sfogo. Sfoghino. Sfoghetto.
Non voglio tornare continuamente su Twilight, perchè oltretutto faccio pubblicità indesiderata (da me). Però sono stufa di leggere, nei gruppi di discussione sul Faccialibro a carattere letterario, che la Meyer ha fatto centro e che, accidenti, ma che storia bellissima e che, oh, che personaggio pieno di sfumature (Cullen).
Nota: la stragrandissima maggioranza di chi osanna è una femmina. Non adolescente. Adulta.
Seconda nota: la ultraprevalente motivazione di gradimento è aver reso buono il mostro.
Terza nota: commento tipico “‘ un misto di romanticismo e tristezza allo stesso tempo”.
Morale: che ti frega?, direte voi. Invece me ne frega moltissimo. Perchè amo l’horror da quando ero alta come un barattolo, amo i bei libri e non sopporto che l’idea buona della paura anneghi in un vaso di miele come una mandorla sgusciata.

…forse sognare…

gennaio 22, 2009

I sogni sono porte.
Questa è una frase che i lettori del primo Esbat non ricorderanno: infatti non c’era. Non che sia una frase nuovissima, originale o particolarmente bella. Però mi serviva e mi serve.
Perchè penso davvero che senza i sogni chi scrive sarebbe nei guai: specie nel tipo di storie che piacciono a me da lettrice e da scrivente, quelle dove è facile imbattersi in una tempesta di sabbia assassina o in monete d’oro che resuscitano i morti.
La cosa difficile è riuscire a passare da una cosa all’altra (Francesco Dimitri direbbe da un Aspetto all’altro) senza cambiare “troppo” registro. Insomma, passare dall’assolutamente concreto all’assolutamente onirico restando credibili in tutti e due i casi.

Lo so, è il terzo post in tre giorni che riguarda questioni di scrittura: si vede che ho quasi finito il primo capitolo?

La rivoluzione dei Secondari

gennaio 21, 2009

Venghino, signore e signori, che oggi qui si parla di personaggi di secondo piano. Come? Siete affezionati solo ai protagonisti? Seguite solo le vicende di quei fortunati che vengono fatti camminare sulla strada principale, per tortuosa che sia, della storia? Ah, che peccato! Vi perdete il meglio!
Scherzi a parte, mentre mi perdo felicemente fra le prime sei cartelle del Numero Tre, penso proprio a quanto mi piacciano i personaggi secondari: quelli che magari appaiono solo in mezzo capitolo, per essere testimoni di qualcosa che avviene agli altri (i Primari), e magari muoiono, oppure determinano qualcosa che risulterà importantissimo ai fini della vicenda senza neanche saperlo.
Chi non ama Eowyn, ne Il signore degli anelli? Per me resta uno dei personaggi più cari.
E anche scrivendo, i piccoletti  sono quelli a cui mi dedico con più amore: le amiche di Chris in Esbat, l’infermiera ucraina in Sopdet, il tassista infelice che apre Tanit. Perchè fanno parte della nostra storia di tutti i giorni, e perchè senza di loro la storia principale non esisterebbe. Secondo me.

Death file

gennaio 20, 2009

E’ che mi sto interrogando su molte cose. Choen, nei suoi commenti, contribuisce (ehi, ma in quale metamondo ci siamo incontrati, a proposito?).
Contribuisce anche Gaiman, a modo suo. C’è una frase, in American Gods, che dice: “La narrativa ci permette di entrare in altre menti, in altri luoghi, di guardare con altri occhi. E poi nel racconto ci fermiamo, prima di morire, oppure un sostituto muore per noi, che restiamo in buona salute, e nel mondo di là della storia voltiamo pagina o chiudiamo il libro, tornando alla nostra esistenza”.
Pensavo proprio al sostituto. Io ho fatto fuori molti personaggi, da quando ho cominciato a scrivere, e senza neanche troppa esitazione. Molti e molti di più sono i personaggi creati da altri che ho visto morire. A volte piangendo, a volte annuendo con soddisfazione.
Ci sono state morti che avrei voluto impedire: quella di Romeo e Giulietta, come tutti, o di Emma Bovary. Morti eroiche che mi hanno fatto fremere di rabbia e partecipazione: come quella di Carmen, che per me è la più coraggiosa delle eroine, perchè davvero muore per la propria libertà anche se non ha una spada in mano, ma un anello di fidanzamento fra i denti che sputa in faccia al suo assassino. Come quella di Amleto, che muore sapendo di temere quella nebulosa oscura che lo attende una volta spalancato il cancello. Morti su cui ho pianto perchè erano descritte in poche righe, come quella, che forse è la più straziante di tutte, di Arwen Undomiel ne Il signore degli anelli: si sdraia su un prato fiorito, e tutto (un mondo intero) finisce. Morti, anche,  che ho trovato stupide e ingiuste, come Anna Karenina che si inginocchia sui binari del treno.
Questo per dire che per la prima volta, iniziando il numero tre di quella che sarà, e resterà, una trilogia, so di dover dire addio a qualche personaggio. Ieri notte ho letto il numero speciale di Death Note con l’intervista all’autrice, la quale racconta di aver pianto per tre giorni, senza mangiare, quando ha ucciso Elle. Eppure, era necessario farlo.
Penso, non decido nulla, lascio, come dice Choen, che siano i miei occhi (o gli occhi del gatto) a immaginare per me.

Avventure di gennaio: Lara riceve un dado

gennaio 19, 2009

Prima il fattaccio, poi i pensieri.
Il fattaccio è reale. Accade stamattina:  mi sveglio, intontita come mi accade spesso quando è inverno e non avrei mai voglia di lasciare le coperte, bevo il caffè e mi avvicino alla scrivania. Dove ieri sera avevo lasciato la mia copia dell’Inferno di Dante. E che ci facevo, direte voi? Una cosa stupida: volevo controllare la faccenda di Minosse e dei giri di coda che decretavano il girone infernale a cui erano destinate le anime.  Non so se mi servirà, ma volevo comunque rileggere quella parte.
Per farla breve: questa mattina, sul libro, trovo un dado. Un piccolo dado con due facce forate, e sulle altre facce, una Elle. La mia iniziale. Non sto scherzando, non sono impazzita e sto cercando una spiegazione razionale.
Un vecchio ciondolo di cui non ricordo in alcun modo l’esistenza che rotola via e finisce proprio sul libro?
Un amuleto-qualcosa- del-genere  che qualche amica o amico ha perso a casa mia (ma non ieri) e salta fuori misteriosamente proprio stamattina?
Onestamente, non lo so e non capisco.
Però mi sono messa provvisoriamente il dado nel borsellino, ma più tardi lo sposto, almeno, sul libro del Paradiso. Si sa mai.

La cosa seria: ieri, praticamente quasi chiudendo l’editing di Esbat, sono andata in depressione . Sulle mie capacità non dico letterarie, ma narrative. Mi sono chiesta se davvero avessi scelto la parola più adatta, l’insieme di suoni che rendessero, ogni volta, quel che intendevo dire. Mi sono chiesta se mi fossi accontentata di una scrittura piacevole, mentre avrei potuto renderla lucente e dura come una spada. Se avessi almeno deviato dalla strada tradizionale per cercare sentieri diversi, che dessero qualcosa in più a chi legge oltreche l’eventuale godimento.
Mi sono risposta di no e mi sono trovata pigra e sciatta.
Poi, mi sono anche consolata, pensando che magari c’è qualcosa, nel libro, che io non so e che qualcun’altro potrebbe vedere, e che risponda a tutti questi requisiti. Magari no, certo.
Però il dado con le Elle ha qualcosa da dirmi. Di questo sono sicura.


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