Archive for febbraio 2009

Come sentirsi in colpa in quattro mosse

febbraio 27, 2009

Mossa numero uno. Scendo allegramente a prendere un vero caffè al bar.
Mossa numero due.  Compro il giornale.
Mossa numero tre. Accendo la prima sigaretta della giornata e mi incammino verso casa.
Mossa numero quattro. Leggo una  lettera su Repubblica che, per espiare, ricopio e posto.

Sono giapponese e studio italiano a Roma. Tante cose in Italia sono diverse da quelle in Giappone, perciò mi interessano molto. Ma solo una cosa è per me inaccessibile. Perché voi, gli italiani, buttate il mozzicone di sigaretta sulla strada? Di solito non spegnete il fuoco. Non ci posso credere. In Giappone ci sono tante persone a cui non piace il fumo, dicono che non si dovrebbe fumare per strada perché è pericoloso per i bambini. Anzi, non possono accettare che si butti il mozzicone, il cui fuoco non è spento. Ero sorpreso, quando ho capito che in Italia era normale buttarlo sulla strada. Nonostante io non fumi, mi piace l’odore di fumo. Però penso che sia un peccato che si debba vedere Roma così.

Mossa numero cinque. Salgo sei piani di scale con un mozzicone spento in mano, vergognandomi tanto, ma tanto, ma tanto.
Mi tuffo nell’editing.

Sei!

febbraio 26, 2009

Ieri sera mi è arrivata la stampata con le ultime proposte di revisione (la sesta, per me ) di Esbat: come sempre, supero il piccolo trauma dell’impatto (scarta, togli l’elastico, scorri le prime pagine, visualizza i segni rossi, le proposte a matita, i post-it), leggo, medito.
Pensavo, prima di andare a dormire, che cominciavo a non farcela più a rileggere Esbat. Invece stamattina, con i fogli davanti a me, ho pensato la cosa contraria: mi mancherà moltissimo, questa fase di riflessione dove le parole vengono levigate, soppesate, valutate di nuovo.
Ne approfitto.

Ogni riferimento è

febbraio 25, 2009

Non sto benissimo, come al solito, e comincio a pensare che i miei maldigola-raffreddori-bronchitelle siano psicosomatici, ma la cosa non mi consola, chissà come mai.
Diciamo che il commento di “Crowley” al post di due giorni fa arriva in un momento di fragilità (momento…beh…diciamo che è la mia “normalità”, questa). Però davvero sono andata in crisi: è vero,  in Esbat Aleister Crowley è presente, così come è presente la Wicca. E questa forse è l’occasione giusta per fare una precisazione.
Io non sono un’occultista. Non ho avuto mai la pretesa di descrivere DAVVERO un rito della Golden Dawn o un rituale wiccan: lungi da me. Nella nota finale del romanzo lo scrivo, ma è bene che lo ribadisca.
Primo.
Le notizie sulla vita di Crowley che Max fornisce a Ivy vengono raccontate dal punto di vista di un ragazzo che si informa a casaccio, saltellando fra libri e rete: io ho cercato di riprodurre questo atteggiamento, non ho mai pensato di rivelare particolari inediti o di essere massimamente filologica.
Secondo.
La “Wicca deviata” fedele alla dea Axieros, ovviamente, non esiste. E’ una mia invenzione, così come lo sono i rituali che pescano qua e là e rielaborano autonomamente.
Non è mettere le mani avanti: è chiarire che una cosa è l’invenzione, una cosa la realtà. E’ come se si dovesse giudicare l’attività dei gruppi Prolife da quelli raccontati da Stephen King. Ecco.

Tre metri sopra il morso

febbraio 23, 2009

Valentina F. No, dico, Valentina F. L’acronima. L’autrice di TVUKDB (Ti voglio un kasino di bene). Nonchè de Il mio cuore x te. Con la ics, perchè fa ggggiovane. L’ultimo titolo mi aveva stupita: Il sogno di un amore. Uh. Crepet ci rimarrà malissimo, ho pensato: significa che gli sms stanno passando di moda e lui non ha più niente da dire.

E invece no. Perchè, colpo di scena, Sogno di un amore esce anche in versione fumetto, con illustrazioni di Tomatozombie:

Il magico tratto di Tomatozombie, una delle più giovani e famose illustratrici del panorama europeo, dà vita a un graphic novel basato sul romanzo Il sogno di un amore di Valentina F., autrice ormai di culto per le teenager italiane.

Gironzolando per la rete, ho scoperto che Tomatozombie è quella che ha disegnato un fumetto per Melissa Panariello. Quindi forse qualcuno dovrebbe presentarle altre autrici, o si farà una pessima idea della nostra narrativa.
Ma ieri pomeriggio la sadica Marta mi porta a casa una copia fresca fresca del fumetto. Laddove si scopre che la povera protagonista, incerta fra Marco e Mirko, segue quest’ultimo in un baracchino in riva al mare. Poi lui si avvicina. Si avvicina ancora. Ancora un pochetto, per favore, o non mi viene bene il post. Grazie.
E gli occhi gli diventano tutti-neri-con-le-pupille-bianche. Il che, visto che Mirko è un tizio con acconciatura cybergoth, potrebbe far pensare alle lenti a contatto. Invece no: lui sta sbavando per l’odore di Valentina. E con la scusa di una pomiciata, cosa fa?
Dico, cosa fa?
Ma sì che lo sapete.
La morde sul collo.
Perchè Mirko è un vampiro, e meno male che arriva di corsa Marco con al collo la croce che gli ha regalato nonna Caterina, o ci si vampirizzava l’acronima.
Lieto fine.
No, Mirko non viene impalettato. Valentina si sveglia nel suo virginale lettino e scopre che era tutto un sogno.

Ps. Lo immaginavo. Dopo la Meyer, tutti a caccia di canini per adolescenti romantiche. Urgono primarie. Subito!

E perchè mai?

febbraio 20, 2009

Scrivo perchè è necessario.
Scrivo perchè è la mia vita.
Scrivo perchè è la mia missione.
Scrivo perchè l’arte mi chiama.
Scrivo perchè respiro.

Ogni tanto mi faccio un giretto fra i gruppi di scrittura e lettura del Faccialibro. E c’è sempre un topic su “perchè si scrive”. E ogni volta sono l’unica che prova a dire: “scrivo perchè è bello condividere una storia”.
Mi sa che sono strana forte.

Quando arriva il raffreddore

febbraio 19, 2009

Sono malata (raffreddore inevitabile, visto il clima polare di Roma).
Sono piena di cose da fare che non voglio fare ma devo farle lo stesso.
Sono anche un pochino depressa (era da tanto che non lo scrivevo, vero?).

Appena possibile torno a casa e mi rileggo Rosemary’s Baby. Se penso che Ira Levin ha scritto il romanzo oltre quarant’anni fa continuo a stupirmi: se non lo avete letto, fatelo subito.

Ps. Diciamo che la rilettura, oltre ad essere perfetta per una malatina, mi serve anche.
Perchè le riletture da raffreddore esistono eccome, a proposito.

Canini spuntati

febbraio 18, 2009

Era nei commenti di ieri, ma questo pezzo di Ranieri Polese sul Corriere della Sera, secondo me, merita una meditazione. Forse. Chissà.

“Intanto, hanno smesso di nutrirsi di sangue umano: così accade nei quattro romanzi della saga Twilight di Stephenie Meyer (Edward ricorre al sangue di animali), mentre in True Blood di Charlaine Harris (Delos Books; il serial tv passerà prossimamente su Fox) si cibano di sangue sintetico. Insomma, i giovani non-morti di oggi sono ragazzi come tanti, vivono in cittadine qualunque, non dormono in bare imbottite di seta. Non hanno castelli in Transilvania né titoli nobiliari. E soprattutto sono casti. Non c’è sesso tra Edward e Bella ( Twilight), così come non ce n’è tra il dodicenne Oskar e l’amica vampira Eli ( Lasciami entrare, il film di T. Anderson dal romanzo di J.A. Lindqvist, Marsilio). Dimenticare Freud. «Dopo la fine del freudismo, anche il vampiro è cambiato» dice lo psichiatra Vittorino Andreoli, autore dell’introduzione al Dracula di Stoker della Bur Grandi Romanzi. «Quel libro-capostipite nasceva in contemporanea con la psicoanalisi: uscì infatti nel 1897, tra gli Studi sull’isteria di Freud-Breuer, 1895, e l’Interpretazione dei sogni, 1899. Dracula rappresenta il bisogno sessuale, il dominio attraverso il sesso. In fondo, freudianamente, Dracula è mosso dal desiderio di conquista della madre. In lui la materia erotica è predominante, anche se è una sessualità “spostata”: il vampiro non scopa, però il mordere, il succhiare sono evidenti atti sessuali. Finito il freudismo, abbiamo vampiri con dentini da latte, giusti per questa generazione di ragazzi senza una forte identità di genere: giovani maschi ben vestiti, pettinati, che provano un richiamo sessuale molto debole. E che hanno una sublimazione molto più eterea, come nell’Edward di Twilight ».

Leslie S. Klinger, il curatore del nuovo Dracula annotato, indica chiaramente le due tendenze maggiori dei nostri anni: i vampiri con un’anima e i vampiri adolescenti. Alla prima appartiene Lestat, creato da Anne Rice (da Intervista con il vampiro, 1976, è stato tratto il film con Tom Cruise nel 1994) così come il conte di Saint Germain dei libri di Chelsea Quinn Yarbro (ed. Gargoyle). Buoni sono pure Joe Pitt, vampiro detective a Manhattan (l’autore è Charlie Huston) e la nobile Geneviève Dieudonné dei romanzi di Jack Yeovil (ed. Hobby & Work). I teenager non-morti si incontrano nella serie tv Buffy, con la bionda cacciatrice di vampiri e il suo fidanzato (vampiro) Angel, nelle vicende di Twilight (Fazi) e in True Blood, con la coppia Sookie e Bill, barista lei, vampiro lui. La discendenza vampiresca, comunque, non è destinata a estinguersi perché — scrive L. S. Klinger — «temi come la morte e l’immortalità continueranno sempre ad affascinare».

Vita e morte. «Se mostri come l’uomo lupo sono ormai dimenticati, il vampiro non sembra tramontare» dice Gianfranco Manfredi, il cui Ho freddo, una storia di vampirismo ambientata nell’America del XVIII secolo, è pubblicato da Gargoyle. «E questo perché il non-morto ripropone il quesito su dove sta il confine tra la vita e la morte. È una domanda estremamente attuale. Tutti, adolescenti e adulti, si interrogano su questi confini. Certo, così entrano in gioco temi che riguardano il soprannaturale (c’è una vita dopo la morte, ecc.) che da sempre la Chiesa, quella cattolica in particolare, considera suo monopolio. E infatti gli ambienti ecclesiastici non guardano di buon occhio le feste di Halloween, Harry Potter, il gothic e ora i vampiri». Ma la letteratura fantastica e l’horror piacciono molto agli adolescenti. «E oggi gli adolescenti sono una parte importante del mercato editoriale». Anche Manfredi è colpito dalla castità dei nuovi vampiri. «Sì, l’amore che c’è nelle storie della Meyer è un amore romantico, pre-sessuale. Dei suoi romanzi hanno detto che sono come Moccia, ma con un pizzico di horror in più, ed è vero». Forse per questo non ci sono morsi sul collo, sangue succhiato eccetera. «Sì, anche per questo. Ma c’è un altro motivo: il rito del sangue appartiene a tradizioni dell’Europa dell’Est. Nell’Europa occidentale, invece, c’è lo spirito che ti ruba il respiro, l’Horla di Maupassant, l’Incubus dipinto da Füssli: che sono fenomeni legati alla tubercolosi. Così in America, nel New England— qui si ambienta il mio romanzo — dove furono scoperte sepolture di corpi con lo sterno spezzato, il cuore e altri organi asportati: quei resti appartenevano a persone che soffrivano di consunzione da Tbc. Pallidi, emaciati, spettrali, erano scambiati per vampiri. Dopo la morte i loro cadaveri venivano trafitti, a volte bruciati. Da qui la variante americana del vampirismo. Una specialità autoctona, non importata dall’Europa. Non sempre, insomma, la peste arrivava dall’Europa come credeva Freud».

Capitalista succhiasangue. Ma intanto è caduto anche l’uso ideologico della figura del vampiro. Che serviva a raffigurare il capitalista sfruttatore o il dittatore dei regimi totalitari, Hitler o Stalin a scelta. «Già Poe, in un racconto rimasto inedito fino a pochi anni fa, Vampiri a Manhattan, se la prendeva con gli editori che si arricchivano alle sue spalle» dice Manfredi. «È l’unico testo in cui Poe parla di vampiri, è un racconto comico, grottesco. Come spesso accade quando si fa un uso ideologico del termine ». Ora, Gargoyle, ripropone in Dvd Hanno cambiato faccia, il film di Corrado Farina, Pardo d’oro a Locarno 1971. Farina, autore di un film-culto come Baba Yaga da Guido Crepax, con Hanno cambiato faccia presentava Adolfo Celi nei panni di un capitalista vampiro. «È l’ingegner Giovanni Nosferatu, produce auto, abita in una villa sopra Torino. L’impiegato che sale alla villa del padrone non viene scortato dai lupi ma da tre 500. Insomma, i riferimenti a Gianni Agnelli sono evidenti e voluti. Lo stile è quello dei film allegramente sovversivi di quegli anni. Ma oggi questa vena allegorica si è perduta, l’immaginazione che sfidava il potere è ormai consegnata al passato».

Superata dunque la fase della minaccia (sessuale e politica) del vampiro, che cosa piace in questa nuova covata di adolescenti non-morti? Perché Twilight ha un successo così dilagante? «Il vampiro contemporaneo rappresenta l’outsider sensibile, solitario che vive in disparte dalla società cosiddetta normale» ha scritto sul Times Leslie S. Klinger. È l’ultima incarnazione di una figura cara alla cultura giovanile, il bad boy o la bad girl: «il bastardo bello e tormentato, che affascina eppure fa paura». Insomma, l’Edward di Twilight come un nuovo James Dean. Sì, però — è sempre Klinger che lo scrive — questa nuova Vampire Lit «non dà i brividi, quelli che il vecchio Dracula continua ancora oggi a regalare».”

Mooreeffoc

febbraio 17, 2009

Lo sapevate già che mi diverto con le onomatopee. Aschiach per la fontana che starnuta me l’ero segnato a luglio,  passando vicino a una fontanella che, giuro, ha starnutito. E il suono era quello.
Però, sempre via nuovoeutile, oggi ho scoperto un aneddoto che mi conforta. E devo dire che ultimamente giocare con le parole mi attira tantissimo: magari questo potrebbe appesantire la mia scrittura, come mi è stato giustamente fatto notare. Ma credo che sia una fase, e credo anche che sia necessaria. Beccatevi l’aneddoto:

È sufficiente una parola inconsueta, misteriosa, sconosciuta ai lessici convenzionali, per aprire il rubinetto della nostra fantasia, magari una parola trovata per caso, come quella – “MOOREEFFOC” – che Charles Dickens, in una cupa giornata londinese, scorge d’improvviso riflessa sulla porta a vetri di un caffè. All’apparizione di quella parola dal suono bizzarro e inatteso, lo scrittore si estranea dalla realtà e comincia a fantasticare lasciandosi alle spalle l’uggia nebbiosa dell’inverno inglese. Soltanto in un secondo tempo, egli si rende conto che “MOOREEFFOC” non è altro che l’insegna “COFFEEROOM”, cioè “sala da caffè”, letta al contrario.


Ingannare con sincerità

febbraio 16, 2009

Va bene, confesso: rileggendo stamattina, in fila, i tre capitoli, mi sono resa conto di un paio di cose. Perchè non è vero che chi scrive si mette davanti al computer sapendo sempre cosa sta facendo. Ve l’ho già detto, ma è bene ribadirlo, si sa mai. Insomma, mi sono resa conto che ho un paio di “trucchi” che si ripetono molto, molto spesso: circolarità, capitoli a tema, culmine dell’intrigo intorno alla metà del testo, culmine drammatico al terzultimo capitolo, disvelamento finale.
Dunque, ho girellato sul web per curiosare sui trucchi letterari. E mi sono imbattuta in questa intervista a Wu Ming che mi ha fatto pensare parecchio:

Per Raymond Carver era importante questo: “niente trucchi da quattro soldi!”, o meglio, niente trucchi, nello scrivere. Cosa ne pensi? E poi, quanto e come pensi al pubblico, quando scrivi?

Carver è diventato Carver perché il suo editor, Gordon Lish, ha escogitato il trucco dei finali bruschi. E la stessa etichetta di “minimalismo” è un trucco: i testi originali di Carver erano molto più prolissi. Va detto che Carver non era d’accordo con gli interventi di Lish. Eppure a quegli interventi deve la gloria. Insomma, spesso questa cosa del “niente trucchi” è una bella fola per bimbi, ma tutti gli scrittori hanno – beh, dovrebbero avere – determinate capacità tecniche e un repertorio di retoriche e stratagemmi. Applicarli non significa essere insinceri. Anche un attore usa trucchi, ma se li usa con un po’ di cuore è in grado di commuovere. Quella commozione non è meno reale solo perché l’attore ha una tecnica.

Ps. Quando scrivo, sono sincera. Lo giuro. Ma conta saperlo?

Edward Cullen e il massacro di San Valentino

febbraio 13, 2009

C’era il sole.
Edward Cullen tirò un respiro di sollievo: gli ci erano voluti diversi mesi per ricomporre, brandello dopo brandello, quel che restava del suo (meraviglioso? perfetto? Decise, infine, per “marmoreo”: era il suo aggettivo preferito) corpo. I bastardi avevano fatto un lavoro di fino, pensò, ricordando la soddisfazione con cui Lestat, il Conte e Barlow avevano morso, strappato, sfilettato e trasformato in cubetti di sashimi il suo (splendido, magnifico…com’era? Ah, sì: marmoreo) corpo.
Ma era rinato, infine: grazie alla distrazione con cui un frammento dell’unghia del suo (sottile, affusolato, impeccabile) mignolo era stato dimenticato  al sole da Barlow.
Il sole.
Con un nuovo sospiro di soddisfazione, Edward lasciò che i raggi lo riscaldassero e trasformassero la sua pelle in una luminaria natalizia. Faceva sempre il suo porco effetto. E, grazie al cielo, era San Valentino. Il suo giorno.
Fischiettando, si avviò verso l’automobile, sfolgorando come un fischione di Capodanno. Avrebbe fatto tappa al McDonald più vicino, certo di incontrare là almeno un centinaio di minorenni che sarebbero andate in estasi al solo vederlo. Pregustava gli autografi, i cuoricini di cioccolata che gli avrebbero offerto, pur sapendo che non li avrebbe mangiati, gli sguardi languidi.
Questa è vita, pensò, aprendo la portiera del Suv a tre piani e accomodandosi sul sedile in vera pelle di puma.
Il tempo di avviare il motore, e un oggetto freddo e duro gli si posò sulla nuca.
“Statte calmo, guagliò”, disse una voce nasale alle sue spalle.
Edward deglutì. Un rapinatore, ecco. Uno di quei delinquenti che adesso girano per le città: lo aveva sempre detto, che doveva iscriversi alla Lega Nord, prima o poi.
Ma lui era un vampiro, giusto? Un po’ sui generis, ma sempre vampiro.
Sentì la familiare pressione dei canini che si allungavano (il sinistro doveva avere una piccola carie: doveva smetterla con quei lollypops alla fragola, dannazione).
E sentì anche un suono altrettanto  familiare. Quello di una risata.
“Guagliò, non pazziare. Io sono già morto. Guarda nello specchietto”.
Cullen sollevò lo sguardo: incontrando quello, apparentemente bonario, di un omino vestito da gangster.
“Non vestito da. Io sono un gangster. Sono Al Capone, guagliò: e esattamente ottant’anni fa mi sono tolto chillo sfizietto…conosci? Il massacro di San Valentino. Ah, bei tempi, quelli”
“Mi leggi nel pensiero?”, chiese Cullen a denti stretti.
“E cierto”, ridacchiò Al Capone, sbocconcellando la pizza con i friarielli che reggeva nella mano sinistra. “Noi zombie abbiamo un sacco di poteri che voi vampiri non immaginate nemmeno. Specie- aggiunse con orgoglio – noi zombie di ultima generazione. Non puzziamo, non siamo deficienti, non sbaviamo e ricordiamo tutto. Come me. ‘A mamma. ‘O Vesuvio. ‘A pummarola. ‘O sole”.
Al Capone trasse un profondo respiro e intonò a squarciagola: ‘O sooole mioooo, sta ‘nfronte a teeeee”.
“La pianti!”, gemette Cullen.
“E pecchè? Nun ti piace ‘a musica? Ah, già – riprese il gangster, sputacchiando friarielli sulla nuca di Edward – a te piacciono i cosi, i …Musi, Muse…come si chiamano. Me lo ha detto ‘o boss”.
“Boss?”
“E ccierto. Chillo che mi ha dato l’incarico di seguirti, caricare la pistola con pallottole d’argento con un pizzico di aglio, che funzionano pure su un nettamappine come te, e di portarti da lui prima che tu potessi combinare una pazziata a San Valentino”.
Le mani di Cullen si serrarono sul volante.
“Ma quale pazziata! San Valentino è il mio giorno! Lo sa che sono finito persino fra i regali di Facebook? Le ragazze, oggi, andranno al cinema con i loro ragazzi: ma penseranno a me”.
“Appunto, guagliò. ‘O boss ha ricevuto una milionata di mail da chilli poveri figli e siccome in fondo tiene cuore pure lui, ha deciso di intervenire. Siamo arrivati, va. Frena e conserva ‘o fiato”.
Dal garage blindato dove il Suv di Cullen si era fermato partiva un cunicolo. E come è ovvio il cunicolo era buio e affollato da annoiatissimi pipistrelli impegnati in una partita a rubamazzetto. E come è altrettanto ovvio, alla fine del tunnel c’era una stanza immersa nelle tenebre. E come è sempre più ovvio, il pallido Conte Dracula sedeva alla scrivania sfogliando un fotoromanzo tratto da Carmilla (e sospirava appena un poco, preda di dolci ricordi), mentre Barlow sonnecchiava nella sua cuccia, e Lestat de Lioncourt aggrottava le belle sopracciglia davanti a una scacchiera. Davanti a lui, un altro vampiro di uguale bellezza, infilato in un paio di pantaloni di pelle nera e con un’incongrua camicia dai polsini di pizzo, muoveva un alfiere.
“Scacco al re”.
“Sacrebleu, Jean Claude, di nuovo?”
Al Capone si schiarì la voce. “Signo’, aggio portato ‘o guaglione”.
Non accadde nulla. Dracula continuò a sospirare, Barlow uggiolò, rigirandosi nel sonno, Jean Claude e Lestat si confrontavano il pizzo dei polsini.
Cullen era sbiancato. Dopo dieci secondi di silenzio e indifferenza, si era anche seccato. Dopo trenta, alzò la voce.
“Se dovete farmi a pezzetti come l’altra volta, almeno spicciatevi e facciamola finita. Tanto lo so che lo fate per invidia e per gelosia: perchè i libri che parlano di me sono in testa alle classifiche e i vostri non se li fila più nessuno. E nessuna fangirl si sognerebbe di regalare VOI per San Valentino a nessuno”.
Dracula annusò distrattamente una rosa rossa, Jean-Claude rassicurava al cellulare una certa Anita sul fatto che, no, non l’aveva affatto tradita, Lestat batteva il tempo di Like a Rolling Stone sul tavolino, Barlow emise un peto leggero, nel sonno.
“Guagliò, sembra che qui non ti si fili nessuno. Eppure avevano tanta fretta”.
“Non noi – precisò Lestat – non riconosciamo quella feccia come appartenente alla nostra razza. Quindi, stavolta,  non ci sporcheremo le mani con lui. Sarà il boss a decidere la sua sorte”. Poi ricominciò a canticchiare. Ramones, stavolta.
“Non sei tu il boss”, esalò Cullen?
“No, cherie. Il boss arriverà esattamente fra…vediamo…tre, due, un secondo”.
La finestra polverosa della stanza si infranse.
Barlow fu il primo a scattare in piedi, muovendo, festoso, la coda. Il Conte alzò il viso, sorridendo. Jean Claude e Lestat si inchinarono graziosamente.
Una bambina vestita da contadinella, le guance rosee e i corti capelli neri scarmigliati, fissava Cullen con sguardo di fuoco.
“Ma tu sei…sei…”, balbettò il vampiro.
“Heidi, è esatto. E fatti dire che sono assolutamente esasperata. Qualcuno ha una sigaretta?”
Jean Claude aprì il portasigarette d’argento, mentre il Conte avvicinava il suo miglior candelabro per accendere.
Heidi aspirò una boccata nervosa, passeggiando su e giù sul tappeto.
“Eppure ti avevamo avvertito, Cullen. Non si mischiano i generi: IO sono la capostipite delle storie mielose, e faccio il mio sporco lavoro con onore e professionalità. Loro sono la parte buia, e si comportano secondo le regole. TU continui a fare casino. Dunque, è il momento di dire basta”.
“Ma. Un momento. Posso spiegare”, tentò Cullen.
“Oh, abbiamo parlato anche troppo”, rispose la bambina, sedendosi sulla scrivania di Dracula e lanciando a Barlow una pallina. “E stavolta non lascerò che questi gentiluomini perdano un solo istante del loro prezioso tempo”.
“Troppo giusto”, annuì Jean Claude.
Un battito di mani, e dalla finestra entrò uno sciame di api.
“Tutto tuo, Maia”, disse Heidi rivolgendosi a quella che sembrava il capo.
Pochi secondi, e il corpo di Cullen nereggiava di insetti.
“Non dovremo pulire noi, vero, ma chere?” sorrise Lestat.
“Non ce ne sarà bisogno”, disse Heidi grattando la pancia di Barlow.
Al Capone porse un portacenere alla bambina, ossequioso. Per coprire il ronzio, pensò, ci voleva una canzone. E quella canzone era perfetta per la situazione. Un nuovo respiro profondo, e le note di ‘O sole mio echeggiarono nella stanza, rotolarono nel tunnel e raggiunsero la superficie.
Era un buon modo di celebrare l’anniversario, pensò il gangster. Davvero.

Ps. Mancavano da un po’ le storielle, giusto? E San Valentino era un’occasione da non perdere. Specie se lo detestate quanto lo detesto io.


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