Archive for aprile 2009

Balli allegorici

aprile 30, 2009

Vediamo se riesco a fare un esempio terra terra per quanto riguarda l’allegoria, o come io la intendo.

Proprio ieri ho finito Danze dall’inferno, diabolico regalo della mia amica sadica. E’ evidente che l’antologia è stata concepita a puro scopo commerciale, sul quale peraltro non ho niente da dire. I curatori si saranno detti: sfruttiamo il successo della Meyer, mettiamo insieme qualche racconto di scrittrici, tutte donne, che per favore usino qua e là qualche vampiro e comunque ci mettano l’elemento goth, e forniamo un’unica ambientazione.

Il ballo della scuola.

Si accende una freccia al neon (lampadine rosa fucsia) con la scritta “ATTENZIONE: ALLEGORIA”.

Si alza dal fondo della sala un critico-sociologo-psicologo (qualcosa che finisce in -logo, come diceva Laurie nei commenti, ieri) e spiega, con voce pacata e molte pause che il ballo di fine anno rappresenta un rito di passaggio e che è giusto che gli scrittori se ne occupino e aggiunge qualcosa d’altro dove c’entrano la struttura delle fiabe e si cita Propp.

E’ vero, ma a me lettore tutto questo serve? Forse sì, se sono un -logo e voglio saperne di più su come vengono raccontati, oggi, i riti di passaggio. Forse no, se da quel libro cerco una buona storia, ben raccontata e con una trama che, almeno un po’, mi coinvolga e con personaggi che in qualche modo “risuonino” con me.

In casi come Danze dall’inferno l’allegoria potrà anche esserci, e sicuramente a qualcuno servirà. Per quanto riguarda i lettori: altrettanto sicuramente ci sarà un pubblico entusiasta perchè troverà molte adolescenti raccontate in una gamma che va dalla Mary Sue più vergognosa alla diavolessa cornuta (nel racconto della Meyer). E ci sarà un pubblico rassegnato, come me, che si ripeterà che non è così, e che il bene non è mai Bene fino in fondo e il male non è come se lo immagina una mormona, e che sostenere  che l’inferno puzzi di cassonetto non è una grande idea, e che probabilmente non è vero che il sogno segreto di tutte le ragazze è di incontrare un mezzoangelo che le redima. E, e, e.

Poi. Che si scriva più o meno consapevolmente con-l’allegoria-inclusa credo che sia quasi inevitabile. La differenza è: me ne rendo conto alla fine, a storia finita, e mi dico “ma guarda, questa faccenda significa anche questo e quest’altro. Serve? Non lo so”. Oppure, come ho scritto nei commenti: mi siedo a tavolino e mi dico “sono pronta per una meravigliosa allegoria sulla quale costruirò una storia”. Serve? Quasi mai, credo: se è deciso a priori.

Ps. Ma secondo voi le diavolesse fanno “bleah” come i nipotini di Paperino?

No

aprile 29, 2009

Oggi non va. Sarà che mi sono svegliata con dieci milioni di dubbi sul numero tre, con l’ansia a mille sul numero uno e un bel po’ di tristezza primaverile.
Sto zitta, d’accordo?

Il cielo, la terra, la filosofia, Orazio e la realtà

aprile 28, 2009

Triangolazione due.

Leggevo ieri la bella recensione fatta da Mauro Trotta (Manifesto) su Wunderkind. A un certo punto, Trotta scrive:

Bisognerebbe soffermarsi su questo filone “narrativo” che fa della fantasy, e in misura minore dell’horror, la chiave di accesso alla narrazione del presente.

Bellissimo argomento. Vediamo. E’ esattamente così in Wunderkind, o in Pan? Mi viene da rispondere sì e no.
Sì, perchè i meccanismi del reale vengono comunque riprodotti (banalmente, mi vengono in mente il desiderio del potere e l’aspirazione all’ordine che caratterizzano i due villain).
No, perchè la realtà deflagra in qualcos’altro. Quello che sarebbe possibile se. Quello che c’è davvero, magari. Ai bordi.
E’ un discorso complesso quanto fondamentale, e sto procedendo a tentoni. Quel che voglio dire è che in nessuno dei due casi, mi pare, chi scrive si è detto:” ehi, adesso vi racconto quel che ci sta intorno, tutti i giorni”.
Poi, certo, accade lo stesso.
Nel mio piccolo, ho raccontato alcune cose che conosco (cosa succede in un fandom, stupori e tremori dell’adolescenza, il desiderio di ordine – sì, anche io – e la necessità del disordine) e altre le ho proiettate in quel che non conosco (non sono un hikikomori, non vivo reclusa in una stanza da quattro anni, ma credo di conoscere alcuni dei meccanismi mentali che possono portare ad una scelta di questo tipo).
Puntiamo in alto: King, tanto per cambiare. Personalmente, ho sentito molto più nel profondo alcuni aspetti del reale, anche sociali, grazie a King piuttosto che ad autori manifestamente impegnati. La pena di morte, l’ossessione anti-abortista, la violenza contro le donne, l’emarginazione, l’inferno familiare, sono tutti argomenti che in King tornano continuamente: eppure è grazie allo scontrarsi di quel “reale” con qualcosa che reale non dovrebbe essere che li rende più concreti. Più veri, mi verrebbe da dire.

Dunque?
Dunque mi fermo, per ora: ma è un discorsone, e va ripreso.

Quando ho guardato gli arazzi

aprile 27, 2009

Triangolazione.
Avevo già linkato un post di GL d’Andrea su Lovecraft: oggi ne linko un altro, questo, e aggiungo anche un altro post con cui Francesco Dimitri interviene nella discussione. Che, come capirete, non è soltanto su Lovecraft e sul suo disgusto, o disprezzo, o distacco, dalla vita.
Nei fatti, la discussione si sta sviluppando sul rapporto fra opere e autori, e su come le prime vadano per i fatti loro, spesso in direzioni molto diverse da quelle immaginate da chi le ha scritte  (Francesco cita giustamente Tolkien), e su quanto chi legge (e magari scrive anche) tenda a interpretare un autore, inevitabilmente, con la propria ottica (gli scrittori sono bugiardi, dice altrettanto giustamente Gielle).

A proposito di bugie.
Avevo promesso un post sulla triade: nel caso, la triade che ha iniziato me. Non esattamente alla scrittura, perchè quella è venuta molto dopo, ma ad una disposizione mentale che poi ha reso possibile non solo quel tipo di scrittura, ma che ha fatto di me una lettrice che ama e crede nel fantastico.
Ricordo bene.
E’ stato come quando ho imparato a leggere: e ricordo anche quello, avevo cinque anni, era Natale e io sfogliavo uno dei libri che avevo trovato sotto l’albero, e a un certo punto alle lettere t.r.e.n.o. la mia mente, con un clic, ha associato un treno. Fine, o inizio, della storia.
Invece ne avevo dodici, quando ho letto Ligeia, di Edgar Allan Poe. Bene, cosa mi ha folgorato di quel racconto? Non tanto la sventura del protagonista, non il ritorno dalla morte di Ligeia nelle spoglie della seconda moglie. Ma gli arazzi. I disegni degli arazzi, meglio, che cambiano forma a seconda del punto di osservazione. Vedo qualcosa, non la vedo più, ne vedo un’altra. Cosa sto guardando, davvero?
In realtà tutto il racconto è giocato sulla stessa domanda:  è l’immaginazione del protagonista, o c’è un’ombra nella stanza? E’ un delirio, o gocce misteriose cadono nella medicina? Ed è davvero Ligeia quella che si è alzata e si strappa il sudario con le lunghe dita?
Questa, per me, è stata la chiave: vedere quel che non si dovrebbe/potrebbe nel mondo di tutti i giorni. Quando, pochi anni dopo, ho incontrato King, ne ho avuto la conferma. E quando sulla mia strada si sono messi prima il signor Lovecraft, quindi il signor Machen, e, anni dopo, i signori Barker e Gaiman, ho pensato che sì, era possibile il delirio. Anzi, che era bello.

Ps. Perchè poi, come dice King ne La storia di Lisey, è sempre dallo stesso pozzo che peschiamo. Il pozzo dei miti: qualcuno ci vede pesci normalissimi, altri ci vedono anguille con occhi di libellula e ali di pipistrello. Dipende dagli occhi del pescatore.

Salutare un libro

aprile 24, 2009

Che strano, oggi sono meno tremebonda del solito. Anche perchè da questo pomeriggio, chiuse le bozze, e che io voglia o che non voglia, Esbat non è più mio.
Ora, non posso far altro che salutare con la mano, e augurargli un buon cammino.

Nell’agenda di oggi

aprile 23, 2009

Oggi faccio la brava, non polemizzo, non brontolo, finisco di leggermi le bozze e le ricomincio, visto che lunedì devo consegnarle.
Se sono proprio brava, finisco anche un capitolo che mi ha fatto dare una sterzata che non prevedevo nel numero tre: ha fatto tutto da solo, ero partita con un’idea e la medesima si è capovolta.
Se sono davvero bravissima, mi premio rileggendo uno dei libri più belli che mi siano capitati fra le mani ultimamente, La strada di Cormac McCarthy. Tanto per ricordarmi che QUELLO è il modo in cui si racconta la catastrofe. Da maestri.

Una generazione di ninfomani?

aprile 22, 2009

Ho una domanda.
Prima ho la premessa, però: qualcuno sa già che mi onoro di avere un’amica sadica quanto affettuosa quanto con maggiore disponibilità economica di me. Insomma, ieri Marta arriva a casa mia portando arance e, sì, una copia fresca fresca di Danze dall’inferno. Cosa è mai il libro? Semplice: una raccolta di racconti ad argomento “paranormal-adolescenziale”, inclusiva di un lungo esemplare firmato Meyer. Copertina nera con rosa bianca al centro.
“Perchè?” le ho chiesto.
“Per documentazione”, mi ha risposto. “Non penserai mica di leggere solo le cose che ti piacciono? E poi so che la Meyer ha scritto un racconto che parla di demoni. Ti tocca”.
Intanto mi è quasi salita la febbre. Poi, dal momento che ha ragione lei, e che non bisogna fare gli schizzinosi a prescindere, ho letto il primo racconto, a firma di Meg Cabot (non la conosco, ma sicuramente è colpa mia).  Location: ballo scolastico di fine anno. E qui già avevo la nausea, un pochino. Storia: giovane ammazzavampiri, per salvare l’amichetta del cuore molto oca, molto bella, molto fashion-addicted (che caspita la salva a fare?) e soprattutto per vendicare la mamma vampirizzata da Dracula in persona, riesce ad ammazzare il Draculino, figlio di cotanto padre, ma solo con l’aiuto di compagno di scuola figo.
Il tutto ad alto tasso ormonale vorrei-ma-ancora-non-si-fa, però quanto lo voglio, accidenti.

Ecco la domanda: sembra strano, ma sono stata adolescente anche io. Ora: pur avvertendo, come tutti, l’istinto primordiale, ricordo bene che la copula non era esattamente l’unico pensiero che aleggiava nel mio cervello. Ce n’era qualcun altro: la voglia di viaggiare, di leggere, di conoscere cose nuove, di capire quale fosse la strada che volevo percorrere, persino tre o quattro utopie di quelle solide.
Com’è che, stando almeno al tipo di libri che vanno per la maggiore, le attuali adolescenti penserebbero solo, esclusivamente, ossessivamente a quel che Meyer, con ammirevole – ugh- raffinatezza chiama “annegare in acque profonde”?
Sono sbagliata io? Erano sbagliati gli adolescenti di quindici anni fa? Sta succedendo qualcosa e non me ne sono accorta?

Ps. Chi mi legge, sa perfettamente che sono tutt’altro che poco incline a infilare il sesso nelle storie. Ma dove serve e quando serve, non in ogni singola riga.

No future

aprile 21, 2009

Stamattina va meglio e riesco quasi a pensare normalmente. Quindi, impugno la matita e mi dedico alle bozze cercando di non flagellarmi troppo.

Intanto, però, vi inviterei a leggere quanto GL D’Andrea sta scrivendo a proposito di Lovecraft: passione comune. Quel che a me ha sempre colpito è l’assoluta mancanza di prospettive che c’è nelle sue storie: niente speranza, niente redenzione. Neanche fra gli dei.

(i lovecraftiani hanno trovato i piccoli, umilissimi omaggi disseminati in Esbat e Sopdet, vero?)

La ventesima influenza della stagione

aprile 20, 2009

Almeno una nota positiva, in quattro giorni di starnuti e termometri: le bozze di Esbat! Quelle vere, quelle che già-somigliano-a-un-libro. Sono arrivate stamattina, e io posso trascinarmi dal letto al divano concedendomi il piacere di leggiucchiare qua e là, aspettando di avere la testa più lucida per lavorarci come si deve.

Il vantaggio di una super-influenza come la mia è che non si sta così male da rantolare e decisamente non così bene da poter stare in posizione eretta per più di mezz’ora filata. Quindi, sto finendo i libri in lettura e riprendendo quelli che avevo finito e che avevo voglia di rileggere. Per esempio, un King non molto amato dai kinghiani come La storia di Lisey, che io trovo straordinario e, sì, struggente.

Torno fra le copertine.

Piccolo anatema del giovedì

aprile 16, 2009

Voglio essere una persona di cattivo gusto.
Voglio mettermi le scarpe comprate alle bancarelle.
Voglio avere la maglietta fuori moda.
Voglio essere nel posto sbagliato, e nel momento sbagliato.
Voglio leggere libri sull’autobus e non i giornali gratuiti.
Voglio guardare il film che nessuno consiglia.
Voglio poter andare a una festa senza rossetto.
Voglio poter parlare senza che mi chiudano in una casella dopo la prima frase che ho pronunciato o scritto.

Mi fa paura, il fatto che si discuta (su Facebook, anche) delle vignette di Vauro in termini di buon gusto.


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