“Lontano in dietro a colle, là verso sol-che-scende, cielo è ora come fuoco e io fa cammino lì, senza fiato in pancia, ed erba fredda e bagna piedi a me.
Niente erba è su alto di colle. Solo terra tutta in torno che colle è come senza ca-peli in testa. Io mette su piedi e volta faccia a vento per sente odore, ma niente odore viene da lontano. Pancia fa male, qua in mezzo a me”.
E’ Alan Moore, il primo racconto de La voce del fuoco, che sto leggendo e su cui sto meditando. Le storie di questo libro sono “voci” da varie epoche storiche: la prima, quella da cui ho tratto il brano, appartiene ad un ragazzo vissuto nella preistoria più preistorica.
Perchè medito? Perchè indubbiamente sto faticando, nella lettura. Eppure sono una che legge parecchio. Però, allo stesso tempo, questo tipo di fatica mi piace: insomma, non è come quando ti imbatti in un libro che è lento o complesso per arroganza. Non so se riesco a spiegarmi bene: ma esistono i libri arroganti, libri da cui trasuda senso di superiorità, come se fra le righe ci fosse scritto “se non capisci bene è colpa tua, cretina”.
Questo non è così, affatto: da quel che capisco, Moore sta cercando veramente di calare chi legge dentro le sue voci. Dentro il tempo.
E allora mi sono chiesta se, tutto sommato, non ci stiamo disabituando alla fatica di leggere, quando quella fatica è (non mi viene altro aggettivo) onesta.