Archive for luglio 2009

Intervista a più voci

luglio 31, 2009

Ieri la chiacchierata su Writer’s Dream è stata molto piacevole. Al punto che ho pensato di riportare qui alcune delle domande e risposte, saltando quelle su cui sono già tornata tante volte. Ancora grazie a organizzatori e partecipanti. E…l’ultima domanda era rimasta senza risposta, ieri, per cui approfitto e rispondo qui.

Rew: Nel capitolo 16 Sensei ricorda quando propose il suo Manga alla redazione della rivista. Da come hai descritto la scena sembra che Sensei ami disegnare. Col passare del tempo il suo amore verso i Manga è cambiato? Perchè all’inizio del romanzo sembra che sia solo una faccenda di soldi e fama, detto in parole povere.

La Sensei è un personaggio molto particolare: soprattutto perchè, in una storia dove tutti mutano, è quello che muta più profondamente, portando alla luce tutto quello che aveva ricacciato dentro di sè in vent’anni.
Ho cercato di immaginare cosa succede ad una donna che ama il proprio lavoro – arte, se vuoi – inizialmente con passione totale. Come è per Ivy. E che poi deve, giocoforza, adeguarsi alle regole. Non tanto quelle del mercato e dell’editoria. Ma le sue. La sensazione di “potere” che esercita nei confronti dei fan, e dei suoi personaggi.
La passione c’era e non c’è più, ecco la risposta.

Demonio pellegrino: prima ancora di pubblicare il libro, hai annunciato che era il primo di una trilogia. Due domande: non credi che questo possa aver alienato possibili lettori che non hanno voglia di un’ennesima trilogia? E in ogni caso, hai gia’ venduto i diritti per gli altri due libri?

Quando ho finito Esbat NON SAPEVO che sarebbe stato il primo di una trilogia. L’ho saputo dopo poco tempo, in realtà, perchè avevo la sensazione che, pur essendo una storia conclusa, avesse bisogno di chiudersi del tutto.
Quindi ho scritto gli altri due soprattutto…per me. E per le persone che leggevano su Efp.
Prima risposta: spero di no, perchè ogni libro è autoconcluso e ogni storia è profondamente diversa.
Seconda risposta: non ancora.

Pyros: Prima di essere definitivamente pubblicato, Esbat ha conosciuto un processo di editing? Se sì, come si è svolto?

Ho finito Esbat a ottobre 2007.
L’ho chiuso in un cassetto per dimenticarlo.
Poi l’ho ripreso esattamente un anno fa e ci ho lavorato fino a ottobre. Nel mezzo, ho avuto consigli lunghi e dettagliati da Gamberetta che mi sono stati preziosi per evitare alcune incongruenze di meccanismo.
Ho cominciato a lavorare con l’editor di Feltrinelli  a novembre. A quel punto ero già alla terza stesura.
Fino a febbraio ho lavorato con lui, poi con una seconda editor  fino agli inizi di maggio.
Questo per quanto riguarda i tempi.
Un editing ha due forme: i meccanismi e la psicologia dei personaggi, e il lavoro sul linguaggio.
In tutti e due i campi, mi sono state fatte delle osservazioni e io ho ragionato per trovare una soluzione.
Diciamo, visto che in giro si leggono molte cose ingiuste sugli editor, che nessuno, mai, mi ha proposto di uniformarmi ad uno stile non mio.

Pyros:  Interessante. Nessuno di loro ha avuto problemi con ciò che ho segnalato io su Gamberi Fantasy?

Gamberetta aveva dubbi simili su Hyoutsuki, gli editor no.
Approfitto per risponderti però.
Tu hai segnalato la “gnokkaggine” del protagonista. Tra l’altro attribuendogli desideri e ambizioni (anzi, la mancanza dei medesimi) decisamente umani. Da come l’hai messa tu, più che un Demone sembrava un laureato in Scienze della Comunicazione che non si impegna abbastanza a costruirsi un futuro.
Ecco: bene o male che io l’abbia delineato, Hyoutsuki è un Demone. E’ “altro” dall’umanità. A mio modo di vedere, l’altro, il Divino, deve possedere una forma di bellezza annichilente. Mostruosa, in quanto perfetta. Per me essere “gnokki” è un’altra cosa: ma stiamo entrando, naturalmente, nei gusti personali, che sono legittimi. Purchè vengano espressi, a mio modo di vedere, con il garbo che va tributato a un lettore – ma anche a chi scrive.

Laurie: Premesso che non mi sembra tu ami molto le etichette, pensi che horror sia un buon modo per descrivere il tuo libro (o una buona categoria a cui ricondurre il tuo libro)?

Forse sì. Penso che laddove ci sia oscurità ci sia horror.

Hamish: Ora ti chiederei se Masada non poteva farsi i fatti suoi e lasciar morire la Sensei al capitolo 14; ma non la trovo una domanda consona alla situazione xD

Certo che poteva. Ma non sarebbe stato da lui: la amava.
(però questo sarebbe un ottimo spunto per una fan fiction: cosa sarebbe successo se…)

Hamish: Iniziando con il dire che tutti i personaggi hanno qualcosa dell autore (in questo caso Autrice): ce n’è uno in cui ti rivedi particolarmente?

Uh. Più di uno.
Ivy, naturalmente. Che, tengo a ribadire, non è la goffa fanciulla che diventa cigno: perchè non lo diventa. Anzi, secondo alcuni lettori della fan fiction, Ivy è troppo “normale” per essere un’eroina.
Ma io volevo proprio creare un personaggio “normale”. Un’adolescente come sono stata io, molto goffa, anche crudele e vigliacca, molto sognatrice.
E poi, in parte, la Sensei. Perchè, come lei, anche io tendo a reprimere molte cose di me. Salvo poi esserne travolta. Ma penso che accada a molti.

Rohchan: perchè hai scelto proprio Hyotsuki e Yobai come protagonisti, uno freddo e distaccato e l’altro calcolatore e intelligentissimo, invece di usare personaggi più, come dire, semplici -o forse meglio caratterizzati già in precedenza?

Per il motivo che tu stessa hai indicato. Mi interessavano due Altri, due non-umani, mossi da due opposte ambizioni. Hyoutsuki che vuole rimanere esattamente come è sempre stato, immobile in un mondo perfetto, e Yobai che intende possedere e poi ribaltare quel mondo, per imporre le proprie regole “contro” quelle prestabilite. Ordine e Caos.
E mi interessava portare tutti e due al punto opposto da cui sono partiti
Di fatto, è Hyoutsuki quello che cambia più profondamente, e Yobai quello che conferma un ordine prestabilito.

Rohchan:  Roma è una città immensa. Tutti i posti che usi per ambientare la storia li hai visti davvero, li conosci, o solo di fama? C’è una casa in particolare che hai immaginato essere quella di Ivy?

Sì, li conosco tutti.
Dalla metropolitana agli adolescenti di piazza del Popolo, fino alla casa perbene di Ivy che somiglia moltissimo a quella della madre di una mia amica. Impeccabile e gelata.
Io sono una ladrona. Persino la fontanella che starnuta (che non è in Esbat, come qualcuno sa) è vera. Guardo e poi prendo appunti.

Demonio Pellegrino:  Altra domanda: cosa cerchi di tramsettere di piu’ al lettore con quello che scrivi? Vuoi colpire il lettore con la storia, e trasportarlo dentro senza che se ne accorga? Vuoi che il lettore venga ammaliato dalle atmosfere che sai creare (esempio: un Mishima, un Murakami, ma anche un Calvino)? Vuoi che chiuda il libro pensando che il tuo stile di scrittura e’ particolare e solo tuo (King e’ riconoscibile anche senza copertina, per esempio).

Posso dire sì a tutto?
In realtà, forse è la storia quella che mi interessa più di tutto: mi piacerebbe che chi legge dimenticasse dove si trova. Come succede a me quando leggo King. Questo è prioritario anche rispetto allo stile (anche se una storia senza lingua, e dunque senza stile, non si regge).
Però non si regge neanche senza atmosfere: quelle di Murakami, in particolare, sono luminose e crudeli insieme. Ma quella è Purissima Arte.
Io mi accontento di fare – se ci riesco – Buon Artigianato.

Hamish : Io ho una domanda che mi è balenata ora alla mente:
Hai mai pensato che qualcuno potesse fare fanfiction di Esbat? Hai mai pensato a come la prenderesti vedendo FF OOC o Yaoi? ò.O

Mi divertirei FOLLEMENTE!
E poi, come Rohchan può confermare, è stato aperto su Efp un contest su Esbat. Quindi mi auguro di leggerne.
OOC…be’, l’OOC non è esattamente qualcosa che amo. Ma dipende dalla storia, naturalmente. Quanto allo yaoi: non ne ho mai scritto. Ma esiste un Bonus Chapter, che ho riportato sul blog, che include un abbozzo di scena yaoi. E’, naturalmente, un’autoparodia.

Demonio Pellegrino: Uno dei problemi – a mio avviso – della letturatura contemporanea italiana e’ che pare tutto si riduca al proprio tinello: anche quando la storia puo’ essere interessante (tipo Caos Calmo) non mi pare ci sia quasi mai uno sforzo di andare oltre la propria citta’, la propria casa, il proprio bar (ci sono eccezioni, ovviamente, la migliore delle quali mi pare siano i Wu Ming).
E qui la domanda: cosa ti ha spinto a cercare di “andare oltre” il tuo tinello? Certo sarebbe stato piu’ facile ambientare tutto in Italia: quanta ricerca in piu’ hai dovuto fare per rendere il tutto piu’ credibile? Quanta fatica?

La risposta, forse, è banale: ho cercato di scrivere quello che desideravo leggere. Certo, ho faticato e sto faticando ancora: se Esbat aveva il problema dell’ambientazione geografica, Sopdet ha quello della tripla ambientazione temporale (Prima Guerra Mondiale, Repubblica di Salò, 1977…OLTRE ai nostri giorni e OLTRE la dimensione parallela)…E Tanit è il testo dove si tirano i fili di tutti e tre i libri quindi richiedeva un ulteriore salto mortale.
Credo però che la ricerca sia non solo fondamentale. Ma anche immensamente divertente

Rohchan:  quando sei in un posto, e poi lo inserisci nella storia…com’è il processo? Ti guardi intorno e ti dici “ah, questo posto potrebbe andar bene per…”, oppure i tuoi personaggi “piombano” nel luogo in cui ti trovi senza darti scampo?

No, in realtà funziona tutto a posteriori. Sto scrivendo E in quel momento mi viene in mente la casa col pianoforte o la fontana che starnuta e dico “qui”. Ci sono stati capitoli dove la storia ha preso una direzione opposta a quella che pensavo, ed è avvenuto mentre li scrivevo.
Il bicchiere che la Sensei rompe da bambina è un episodio della mia infanzia che mi si è catapultato davanti all’improvviso, e a cui non pensavo più…è abbastanza automatico, in prima fase.
In altri casi, come la signora messicana che mi ha regalato la collana – ne ho parlato nel blog – succede il contrario: “ehi, parto da questo episodio per…”.
Ma sono più rari.

Hamish: Ora, probabilmente me lo sono perso per strada, ma: qual’è il vero nome della Sensei?

La Sensei non ha nome, ed è una scelta voluta. Volevo che fosse fortissima l’identificazione tra persona e autrice del manga e idolo del fandom. Era un modo per rendere più forte l’azzeramento emotivo che aveva fatto prima che il Demone entrasse dalla finestra.

Demonio Pellegrino: Una domanda personale: come influisce sulla tua vita sociale il fatto di essere una scrittrice? Mi spiego: quanto credi influenzi gli altri il fatto che tu dica “sono una scrittrice” quando li conosci. E quanto influenza te nel rapportarti con gli altri.

Credo che non influisca, perchè non sono riuscita ancora a dirlo. Al massimo dico “sono una che scribacchia”. E’ che faccio resistenza, sai? Mi viene subito in mente Totò che fa “lei non sa chi sono io”.
Quindi, a me non influenza affatto nel rapportarmi con gli altri. E mi auguro di cuore che non influenzi gli altri: perchè una cosa sono i testi, un’altra le persone. Spero.

Rohchan: Chi ti piacerebbe leggesse il tuo libro? Nel senso che diresti….’caspita, anche tu? sono onorata!’
e…se potessi invitare a cena venti persone per festeggiare Esbat…chi inviteresti? famose o meno, eh…^^

La prima risposta è scontata quanto impossibile. Ovviamente, Mister King. Ma non accadrà mai. La seconda: inviterei le venti persone (ci siamo, più o meno) con cui ho condiviso la pubblicazione di Esbat su Efp, e che hanno seguito più da vicino la stesura della trilogia, aiutandomi con i loro commenti e le loro critiche o semplicemente leggendo.  E non è detto che non lo faccia, prima o poi.

Chi pronuncia il discorso

luglio 30, 2009

Quando comincio a sbattere contro gli stipiti delle porte, significa che ci siamo. Non siamo al collasso per caldo o al crollo nervoso, e neanche alla labirintite o al calo di vista causa prolungata permanenza su Internet. Il sintomo è positivo, perchè quando sono così distratta, la storia che ho in mente comincia a espandersi: infatti, stamattina ho aperto gli occhi, ho agguantato il taccuino che ho sul comodino, e ho riempito tre pagine. Diversità con le altre storie: questa volta non so come va a finire. So come comincia, so chi sono i quattro personaggi principali (due umani e due no), so le motivazioni che provocano i fatti. La fine, ancora, è ignota. Vedremo.

A proposito di motivazioni. Mi succede spesso di non trovare le parole per spiegare, per esempio, perchè una creatura non umana è bella o mostruosa. Anzi, bella e mostruosa. Anzi ancora: mostruosa perchè bella, o viceversa. Però ho appena finito di leggere Repubblica, e ho trovato una recensione a un libro che voglio a tutti i costi anche se ha un prezzo spropositato (cinquantacinque euro!).  Si chiama “Il mito greco”, vol. I, Gli dèi, Meridiani Mondadori.   Mi indebiterò, ma sarà mio a tutti i costi.

Allora, ecco la frase che mi ha colpito:

“per gli eroi di Omero il mythos è semplicemente un “discorso” – salvo che non poteva stare in bocca a chiunque. In Omero per poter pronunziare un mythos bisognava essere maschi, adulti e forniti di autorità. Possibilmente anche belli. Viene infatti definito mythos il discorso tenuto dal nobile guerriero in assemblea o sul campo di battaglia, e perfino quello che esce dalle labbra di un dio: come quando Posidone, lanciando il suo mythos, respinge l´ordine di Zeus di abbandonare la lotta. Le donne (come Penelope), i giovani (come Diomede), perfino i brutti (come Tersite), non possono pronunziare mythoi”.

Sarà pure uno stereotipo, però…però continuiamo a usarlo. Magari finiremo per creare nuovi mythoi (chissà chi, chissà quando): ma intanto sono quelli del passato che continuano a scorrerci nelle vene.

Ultima cosa: oggi pomeriggio, dalle 16 e per un paio d’ore sono nel forum di Writer’s Dream, a rispondere a tutte le domande che vi vengono in mente. O a provarci, almeno.

Lara, il gatto fantasma e l’Ego

luglio 29, 2009

“Tu hai un problema”, dice il gatto fantasma, che non soffre il caldo e può bearsi del sole di luglio senza rischiare la liquefazione.
“Uno? Oggi sei generoso”, dico io, accendendo la quarta sigaretta della mattinata e chiudendo la pagina contenente un commento particolarmente feroce su Esbat.
“Quello principale è uno solo. Gli altri sono conseguenze”, insiste il gatto fantasma, girandosi sulla schiena e chiudendo gli occhi.
“Sentiamo”.
“Non sarai mai una scrittrice”.
“Fantastico. Grazie gatto, vado a fare due passi. Buona tintarella. Se non dovessi tornare non preoccuparti, tanto non hai bisogno di mangiare, giusto?”
“Come vedi, ho  ragione. Non sarai mai una scrittrice perchè ti manca una cosa”.
“Una sola? Grazie della generosità. E quale? Il Pov Perfetto? La coerenza? L’approfondimento dei personaggi? L’originalità? La…”
“L’ego”.
“Ah no. Non cominciare con questo discorso, perchè è detestabile. Scrivere non è una cosa nè migliore nè peggiore dell’impastare la pizza. E io non so neanche impastare la pizza”.
“Ci sono gradi e gradi. Una cosa è aver scritto un libro e pensare di aver conseguito l’immortalità per questo motivo. Una cosa è scoppiare a piangere quando qualcuno ti fa una critica”.
“Io sono fatta a modo mio”.
“Sei fatta male. Si impara a impastare la pizza. Si impara a credere in se stessi. Come dice la tua saggia amica, ogni lettore ha il diritto di esprimere il proprio parere anche nei toni più violenti di questo mondo”.
“E chi lo nega, scusa? Ho detto qualcosa? Ho protestato contro la crudeltà del mondo? Ho sostenuto che da quando c’è Internet la decadenza è avviata? Ho arricciato il naso mormorando “non capite una mazza, stolti”? Non l’ho fatto e non lo farei mai, perchè so benissimo che chi scrive, senza i lettori, non esiste: ma non puoi impedirmi di stare male”.
“Legittimo. E  utile, se impari a fare tesoro delle critiche e persino degli sberleffi. Ma il tuo problema è che prendi tutto alla lettera, e credi a tutto. E se qualcuno ti scrive che sei indegna di stare su uno scaffale, pensi che abbia ragione”.
“Come reagisco è un problema mio”.
“Anche mio. Ai croccantini sono affezionato. Dunque, ti serve un ego”.
“Ce l’ho, grazie”.
“No, cara: tu hai un eghino, una cosetta da niente a cui basta fare “bu” per spaventarlo. Invece, girano certi Ego possenti, fieri del proprio libro, anzi della Propria Opera, che solo per essere uscita da cotante mani è degna dello Strega, del Campiello, e di tutti i premi della galassia. E chi non lo capisce è solo un becero invidioso”.
“Se avessi un Ego di quel tipo mi prenderei a sberle da sola, gatto”.
“Tesoro, sono d’accordo. Ma una sana via di mezzo? Un ego normale, nè piccolo nè grande, che mantenga la fiducia sulle cose che fai senza disperarti se qualcuno ti dice…”
“…non ripeterlo”.
“No. Ma pensaci”.
“Sì. E mi iscrivo anche a un corso per pizzaioli. Non si sa mai”.

Lara fa un elenco

luglio 28, 2009

Ricapitolando.
Il mio computer si è preso un virus terrificante.
La serranda mi è scivolata tra le mani e ora sono prigioniera in una stanza caldissima.
Il frigorifero è vuoto.
Ho quasi finito Zeferina e non so cosa leggere.
Non riesco ad andare oltre la quarta pagina di appunti per le due “cose” a cui sto pensando (una ha una scadenza e una no, ma il problema resta).
Il mio oroscopo dice che ancora ha da passà ‘a  nuttata.
Certe anime belle continuano a insultarmi.
Lourdes? Loreto (è più vicina)? Altro?

That’s ammore?

luglio 27, 2009

Ho quasi finito Zeferina e prometto che ne parlerò. Intanto, però, mi interrogo sulla definizione di Med-Fantasy che ne è stata data. E ho qualche dubbio, forse perchè intendo in un altro modo la definizione: il termine “mediterraneo” mi fa venire in mente altro. Sole. Dei capricciosi e potenti e arcaici. Passioni brucianti. Riti. Acqua.

Zeferina si svolge nel buio di boschi e di caverne. Nella notte e nella neve. Vi confluiscono creature di ogni mitologia, del Nord e del Sud, intendo, eppure continuo a non essere convinta dell’aggettivo. Anche se, all’epoca, la spiegazione fu questa: mediterraneo e non italiano “perché non esiste “una” Italia, ma sussistono “le” Italie, soprattutto se analizziamo il nostro retaggio culturale. Noi siamo plurali e siamo belli così, scusate l’immodestia” (Francesco Muspeling Coppola su Fantasy Magazine).

Chiaro, la mia è solo una sensazione a pelle e non suffragata da analisi storiche e letterarie. O forse è che, come al solito, non mi piacciono le etichette.

A summer day’s dream

luglio 24, 2009

Quando sto male, cammino. Anche quando ci sono quasi quaranta gradi, come in questi giorni. Cammino e mi storco le caviglie per cercare un cerchio d’ombra, cammino e mi fermo a guardare vetrine con magliette color fucsia, e scarpe argentate, e costumi da bambina rosso ciliegia. Cammino e osservo, ascolto, rubo. Non penso quasi mai. Camminando nascono storie, o abbozzi delle medesime, o soltanto frammenti che  forse finiranno altrove, forse resteranno nel taccuino, o addirittura nella mia testa.

Quando sto male, mi compro qualcosa. Qualcosa da pochi centesimi, come un gelato. O da svariate decine di  euro, come lunedì, quando ho saccheggiato la libreria, trovando finalmente, fra gli altri, due libri che cercavo: Zeferina e Sanctuary. O da quindici, come questo vestito nero che ho addosso. Un vestito largo, di cotone, che fa passare l’aria e permette di sopportare il sudore. Un vestito senza ricami, senza disegni, solo una piccola balza in fondo.

Ma questo era l’altro ieri, anzi, tre giorni fa. Nel frattempo ho letto tutto Sanctuary, e sto pensandoci su. Mi è piaciuto? Sì, ma su  un’antologia è difficile dare un giudizio netto. Qualche racconto è molto bello, qualche altro molto meno, come è normale che sia. Quel che mi ha colpito è un’altra cosa. Il fatto che così tanti racconti ponessero la narrazione al centro della storia. Narrare ci salva. Forse. Questo è il tema, credo  (o forse, forse, in alcuni casi non era tema, ma messaggio).

E allora mi sono chiesta e mi chiedo: ma se poniamo il raccontare storie al centro della storia stessa, non rischiamo di far sentire troppo la voce di chi racconta? Perchè quando diciamo ” ecco, è una storia”, la mandiamo in frantumi. O ci andiamo vicini.

Come quando ho comprato il vestito nero: è una storia anche questa.
Era un negozietto di periferia, molto piccolo, e  la padrona sembrava messicana, o sudamericana. Era bellissima: capelli neri, occhi neri, rossetto scarlatto. “Prova vestito nero”, mi ha detto. “Hai camicetta e gonna. Troppa roba: devi essere un fuoco”.

Fuoco.
Le basta dirlo. E sulla punta delle dita bianche che mi porgono il vestito, una scintilla appare e saltella e sale, e molte altre fiammelle danzano all’improvviso sulle teste delle persone presenti. La ragazza bionda che al terzo paio di jeans provati sospira che deve mettersi a dieta. La signora sudata che ha in mano un paio di sandali col tacco. Fuoco. FUOCO!

Ma naturalmente no. Naturalmente ci sono i miei vestiti che finiscono in una busta e l’abito nero che mi resta addosso. E il sorriso della donna messicana (forse) che prende una collana di plastica trasparente che simula il cristallo, fatta di  tante piccole sfere e con un ciondolo a forma di foglia, e me la fa passare sopra la testa. “Questa te la regalo io”, dice.

E ci sarà un momento in cui quel ciondolo si illuminerà. E io lo guarderò. E.

Ecco. La storia cessa di essere tale, ora che l’ho raccontata così.

Credo.

Cambio di rotta

luglio 23, 2009

Non era proprio cominciata bene, eh.
Tipo, qualcuno che in pubblico  ti fa sottilmente capire che le fai schifo e che sei sicuramente la solita raccomandata e in privato ti scrive chiedendoti di leggere un suo testo.

Funziona così, mi dicono. Va bene, funziona così: prendo nota e vado avanti.

Poi però ho scoperto che c’è un progetto, che si chiama Xanadu e viene dalla Biblioteca Salaborsa di Bologna. L’ho scoperto da un documento che riporta l’elenco dei “libri più letti e votati dai ragazzi (14-16 anni) di varie scuole d’Italia iscritte al progetto”.  La parte dedicata al noir dice:

“Il noir ha il potere di rappresentare in chiave simbolica e narrativa lo smarrimento e il disagio degli adolescenti. Non più proiettato alla pura risoluzione di un enigma e al riconoscimento di un colpevole, il noir vive soprattutto della rappresentazione di un mondo in cui ci si trova spesso smarriti, di cui si sono perse le coordinate per un orientamento. Un mondo a contrasti forti, drammatico, ricco di suspense e azione ma anche estremamente romantico per lo slancio ideale che molto spesso guida il comportamento dei protagonisti. Un mondo che vive di passioni brucianti, di amori a volte contrastanti e impossibili”.

E…questo è l’elenco.

Blake N., Paranoid Park, Rizzoli, 2007

Chambers A., Quando eravamo in tre,Rizzoli, 2008

Cormier R., Eroi, Mondadori

Durrenmatt F., La promessa, Einaudi, 2006

Gaiman N., Nessun dove, Fanucci, 2006

Golding W., Il signore delle mosche, Mondatori, 2001

Grossman D., Qualcuno con cui correre,Mondatori, 2008

Haddon M., Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, Einaudi, 2005

King S., Carrie, Bompiani, 2000

Lansdale J, La sottile linea scura, Einaudi, 2004

Lee H., Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, 2002

Lucarelli C., Almost blue, Einaudi, 2007

Manni  L., Esbat , Feltrinelli (I canguri), 2009

Matheson R., Io sono leggenda, Fanucci, 2007

Maurensig P., La variante di Luneburg, RL Libri, 2006

Sebold A., Amabili resti, E/O, 2002

Chissenefrega del resto, no?

Grazie Grazia

luglio 22, 2009

La pagina delle recensioni su Grazia è curata dalla scrittrice Valeria Parrella: mi fa un enorme piacere trovare Esbat  nel numero in edicola! Ecco:

“Tra le pieghe del genere “fan fiction”,  che appassiona soprattutto i più giovani e gli amanti del mondo del fumetto, Esbat nasconde il delicato progetto di comporre un romanzo di formazione. Qui, infatti, si è alle prese con una serie di soglie. L’Esbat stesso è un rito che, nelle notti di luna piena, mette in contatto tra loro dimensioni parallele. E’ così che il sanguinario personaggio di un fumetto travalica nel mondo reale, e spetterà a una quindicenne affrontarlo per crescere, o crescere per affrontarlo. Libro “fantastico” e attuale, fresco e giovane, come giovane è l’autrice. Di lei non sianno immagini, solo il suo avatar (sotto), che “vive” in Internet”.

La recensione sul Domani

luglio 21, 2009

Ci voleva proprio, perchè ho il morale sotto le scarpe. Questa mattina Feltrinelli mi ha mandato il file di una recensione uscita domenica su Il Domani di Calabria, a firma Isabella Moroni, titolo “Tra ciliegi e tè il racconto dell’anima delle donne”. Me la sono copiata tutta e la metto qui, perchè, ecco, è proprio bella (noto che i miei attacchi di panico sono ormai famosi, eh).

“Da dove si comincia quando un libro spazza via ogni preconcetto e stereotipo sugli esordienti e sul “genere” in un colpo solo?

Proviamo dalla trama, anch’essa complessa e innovativa, nonostante utilizzi alcuni canoni della letteratura fantastica.

E’ la storia di una disegnatrice giapponese di manga: ha cinquant’anni, viene sempre chiamata Sensei, maestra, inventa storie ambientate in mondi fantastici ed è adorata ed onorata dai suoi fan.

Nella notte in cui decide di chiudere per sempre il suo manga più famoso, qualcuno arriva da un altrove sconosciuto. E’ un demone, o meglio, è il demone protagonista del manga che la Sensei sta completando, che in una notte di plenilunio, grazie al rituale dell’Esbat (il contatto fra i mondi), viene dalla sua stessa storia per reclamare un finale diverso.

Hyoutsuki, il demone, è bellissimo e spietato. Le fan di tutto il mondo lo adorano. E anche colei che è convinta di averlo creato cede a una passione mortale.
Ma nei riti di sangue che permettono al demone di passare da un mondo all’altro si intromette Ivy. Quindici anni, introversa, solitaria, lo zimbello di compagne e professori, a casa ha una madre che la ignora e l’unico luogo in cui si sente davvero al sicuro è la rete. Eppure Ivy ha dentro di sé la forza del cambiamento, perché come il demone anche lei è sulla soglia tra due mondi e sta per trasformarsi in una donna.

E’ questo  Esbat, edito da Feltrinelli, libro di esordio di Lara Manni, giovane scrittrice romana di 32 anni che .-dice- non avrebbe mai pensato di scrivere un libro.

Di Lara Manni si sa poco, resta nascosta in rete fra dichiarazioni di sociopatie e veri e propri attacchi di panico condivisi sul suo blog. Ha una scrittura chiara, limpida e attenta ai dettagli di un mondo che non le appartiene. Senza sbavature, come raramente si trova nei giovani e, soprattutto ,non parla di storie personali, di traumi psicologici o di drammi adolescenziali, anzi lo fa, ma sempre sciogliendoli in un racconto.

Cosa rara in questi anni in cui i lettori si sono abituati a credere che la frontiera della scrittura sia no le storie del proprio ombelico, un ombelico pieno di ombre ed emozioni, certo, ma un po’ troppo privo di narrazione.

Esbat invece racconta.  Immerso nelle sue lune nipponiche che sembrano gettare una luce azzurrina  sopra ogni pagina, racconta delle terre di passaggio dove l’incontro fra creature e mondi diversi è reale e non si può discutere, ma solo decidere se sperimentarlo.

Un incontro che non è gradevole; è sanguinario come tutti i duelli per la vita, per la conquista, per l’affermazione. Sanguinario e feroce, infido. Sa di frontiera, di baratro, di ultimo urlo. Di una volontà tesa come una corda d’arco e pronta a conficcarsi in quella dell’avversario.

Esbat è una storia gotica che abbandona le brughiere, i suoli sconsacrati ed i vampiri per trasferirsi fra le cerimonie dei ciliegi e del tè con risultati letterariamente più sorprendenti e per i più anche innovativi.

Il gioco, se un gioco c’è, è quello di sconvolgere le tecniche di narrazione impedendo al lettore l’identificazione con uno solo dei protagonisti; eliminando l’eroe buono e salvifico che a tutto rimedia e spargendo –i po’ su ogni personaggio-  specchi, capaci di riflettere le molteplici anime dei lettori.

Perdonino i manga fan e tutti gli otaku del mondo, ma il libro di Lara Manni in realtà è il racconto dell’anima delle donne  e della capacità di combattere strenuamente  per un desiderio, un sogno, un’idea fuori dal comune, una passione.
Di lottare per  la loro “creatura” sia questa generata, immaginata, scritta, disegnata, esistente, in divenire, lontana, presente, di questa o di un’altra vita.

E per questo capaci di cambiare il flusso delle cose, di agire ovunque, persino in quei  luoghi che, altrimenti, non esisterebbero”.

Lara arriva tardi

luglio 20, 2009

Non so come dirlo, ma ho una confessione da fare. Fra i manga che seguo non c’è Saint Seya, alias i Cavalieri dello Zodiaco. Che ha un fandom gigantesco, peraltro. Che ha ispirato maree di altri manga. Che è famosissimo, e via così.
Però, quando ho scoperto che dentro Saint Seya c’è mezza (facciamo tre quarti) mitologia occidentale, dai vikinghi ai greci, mi sto ricredendo. Soprattutto da quando mi sono imbattuta nel dio del sonno.

Ps. Domandina: questo teoricamente sarebbe med-fantasy, giusto? E sia detto senza intenti provocatori!


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