Archive for dicembre 2009

Fuochi di Capodanno

dicembre 31, 2009

Fuoco, pensa.
Pensa che il rumore è innocente: come carta arrotolata fra le dita, almeno all’inizio. Come quella volta che dormiva nella sua prima tenda,  e non si era accorta che i vicini avevano acceso il fornello a gas e che la loro canadese si era incendiata in un soffio, e lei aveva sentito solo un crepitio e si era svegliata a metà, perchè il rumore era così leggero.  Ma così sbagliato, si era detta poi,  ed era uscita strisciando sulle mani e le ginocchia, più veloce che poteva, e  la cenere si era posata sul suo viso,  come petali su una sposa.
Fuoco, dunque.
Ma non c’è bisogno di fiamme che consumino boschi, di capelli di streghe che risplendano della luce rossa dei roghi, dell’incendio finale che disintegra il Walhalla e riduce in polvere gli dei.
Basta questa piccola fiamma.
Prende l’accendino, le piacciono quelli usa e getta, i più piccoli, quelli che si perdono in fondo alle tasche e nelle pieghe delle borse. Fa scattare la rotella. La fiamma è azzurrina e nera e gialla, e il nero, allungandosi verso l’alto, sembra una nicchia vuota.
Cosa lascerà nella nicchia, conservandolo per sè?
Non molto.
Quello che è stato già scritto, quello che ha appena cominciato, quello che è ancora un’idea, qualche riga su un quaderno nero, neanche un file aperto, per ora, sul suo computer. I compagni di strada di ieri, quelli che sono rimasti, e quelli di oggi. I libri da leggere. Le sigarette di cui, no, non farà a meno. Il bicchiere di vino bianco, la sera, quando si affaccia alla finestra e ricorda, tutte le volte, che quando la luna forma una D è crescente, e se forma una C, invece, decresce, perchè la luna ragiona al contrario.
Brucerà il resto.
I falsi amici che hanno calcolato con cura il momento in cui ferirla e l’ansia in cui è stata costretta, o forse ci si è costretta da sola, chi lo sa, e tutte quelle volte in cui si è detta non sono capace e…
Posa l’accendino.
Invece no. Non brucerà nulla e porterà tutto con sè. Perchè ogni cosa ha un suo senso, e basta riporla nei cassetti come un maglione che non si ha più voglia di mettere, e prima o poi ci si accorge che è utile e persino decente. Magari, proverà a non farsi bruciare, anche se non è possibile, e forse neanche giusto.
Questa sera c’è la luna piena.
E’ un bel modo per salutare un anno, pensa.

Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso

Neanche io, in fondo, pensa. Davvero.

Ps. Buon anno a tutti, davvero tutti, e davvero di cuore.

Uomini che amano una donna morta

dicembre 30, 2009

L’idea di GL, ovvero raccontare e consigliare libri non di genere che col genere hanno qualcosa  in comune, mi piace  e aderisco subito: così vado anche a riempire la pagina aperta da Eleas.
C’è un testo a cui devo molto. Gli devo, in particolare, il racconto dell’ossessione che è sicuramente il cuore di Esbat, ma che torna in tutto quel che ho scritto. Un’ossessione sbagliata. Un’ossessione carnale, certo. Ma anche il non sapersi distogliere da un’idea, un’immagine, un rimpianto. Uno stato d’animo che  si ingigantisce e occupa tutto lo spazio disponibile. Come un’immensa farfalla con un volto di donna, dice l’autore del libro a cui mi riferisco.
Al centro del libro c’è una donna, in effetti.
Una donna morta.
Una donna che è stata potente, contraddittoria, crudele, capricciosa, pericolosa. Una donna che è stata un nemico da combattere. Una donna che, morendo, è diventata altro, ed è molto più difficile da allontanare. Anche fisicamente.
Muore giovane,  a trentatre anni, per un cancro che a lungo si è rifiutata di curare. Non è bella, anche se molti, moltissimi, la amano con la devozione che si riserva ai santi.
Dopo la morte, diventa meravigliosa. Diventa un angelo:  candida come un giglio, delicata come un cristallo, gelida come la neve. E’ vestita di bianco, e il suo corpo è incorruttibile. Perchè nelle sue vene scorre formaldeide, e attorno alle sue viscere si attorcigliano come rami d’edera fili di paraffina. E’ stata l’arte sublime di un imbalsamatore a renderla immortale: un uomo che gode di prestigio mondiale. E’ colui che ha fissato nel tempo le mani di Manuel De Falla mentre suona al pianoforte L’amore stregone, e che ha consegnato all’eternità il passo di danza di una ballerina diciottenne.
L’imbalsamatore si prende cura della donna e ne fa il suo capolavoro. Ma paga un prezzo. Se ne innamora perdutamente: e durante i bagni chimici a cui sottopone il cadavere accarezza la sua pelle, pettina con dolcezza i suoi capelli, rinuncia al mondo esterno e si consegna a lei. Per impedire che qualcuno la porti via, anzi, crea tre copie di cera, perfette: dormono sospese da fili invisibili su una lastra di vetro. Come se levitassero.

Eppure, la magia si spezzerà: altri si innamoranno del cadavere e lo rapiranno. Verrà nascosto in un appartamento, dove colui che dovrebbe bruciare la dea addormentata cercherà invece di possederla. Finirà in un cinema, coperta da un velo di pizzo: e una bambina orfana, credendola una bambola, giocherà con lei, truccandone le labbra con polveri colorate. Verrà sepolta, in piedi, in un giardino abbandonato. Finchè verrà ritrovata, e infine consegnata alla sua tomba.  Finchè uno scrittore non si ricorderà di lei, e racconterà la sua storia.

Che è una storia vera. La storia di Eva Perón: personaggio controverso e terribile in vita,  incredibile icona popolare post mortem. A raccontare la storia del suo cadavere è stato, molti anni fa, un giornalista e scrittore, Tomàs Eloy Martinez, in Santa Evita.
Un libro bellissimo. Doveva essere un saggio, è – nei fatti – un racconto gotico sulla morte e sull’ossessione del mito, e sulla follia amorosa realmente destata dal cadavere di Evita (qui, se ve la sentite, le fotografie che documentano una parte di quell’odissea, e la trasformazione di un corpo morto in angosciosa opera d’arte). Un libro che non ha nulla a che vedere nè con la santificazione via musical fatta da Andrew Lloyd Webber e, poi, da Madonna. E che forse va addirittura più a fondo nella follia popolare che accompagnò Evita, morta e viva, rispetto al racconto che Jorge Luis Borges dedicò al cadavere dell’odiatissima Prima Signora.

C’è un’altra cosa. Secondaria, forse, ma è anche l’occasione per rimandare a una delle poesie che amo di più. Le parole che aprono il libro di Martinez vengono da  Lady Lazarus, di Sylvia Plath. E di Sylvia Plath, se vi capita, leggete anche i Diari.

Raccontare i lupi

dicembre 29, 2009

Ci vuole, giusto, un esempio sul come evitare di ripetere vecchi schemi utilizzando una figura mitologica? Bene,  mi è venuto in mente questa notte, mentre contavo le pecore pensando al mio fantasma (che è diventato il protagonista di un racconto, nel frattempo, mentre il romanzo sta tornando alla vecchia struttura su sonno-veglia e molto altro).
Dietro le pecore, è spuntato un lupo.

Sì, proprio quello che appare anche in Twilight trepidante e innamorato, e più recentemente in svariati altri romanzi dove la Bestia ama la Bella, e prima ancora era in Underworld e prima…
Prima era in Cappuccetto rosso. Anzi, prima ancora era nel Satyricon, e intanto  faceva compagnia a Odino (GL? Dico bene?).
Comunque sia, veniamo ai giorni nostri. E immaginiamo di dover utilizzare un lupo. Si può fare in molti modi. Lo si lascia cattivo e lo si fa uccidere con la classica pallottola d’argento (lo ha fatto anche Stephen King, in Unico indizio la luna piena). O lo si trasforma in Romeo, come ho già detto.
Oppure, ed è l’esempio che a me piace di più, si fa come Angela Carter. Che era un personaggio molto particolare, che ha scritto anche molte storie fantastiche. Ma penso ad una sola raccolta di racconti, La camera di sangue e altre storie: in quel libro si trovano tre storie sui lupi. Queste sono le sinossi. Riduttive, come tutte le sinossi.

Il lupo mannaro
Una ragazza sta andando a fare visita alla nonna, ma sulla strada incontra un lupo mannaro, a cui recide una zampa con il suo coltello. Arrivata dalla nonna, che delira dalla febbre ed è senza una mano, la zampa diventa una mano con al dito l’anello della nonna. Scoperta come il lupo mannaro, la nonna viene lapidata a morte, e la ragazza eredita tutte le sue proprietà.

La compagnia di lupi
Una giovane incontra un ragazzo affascinante mentre cammina per il bosco verso la casa della nonna. A sua insaputa il giovane arriva prima di lei e uccide la nonna. Egli, che è un lupo travestito, le dice di togliersi e bruciare tutti i suoi vestiti uno a uno, mentre lei gli volge delle osservazioni simili a quelle della fiaba classica, come “Che denti grandi che hai!”, cui egli replica “È per mangiarti meglio!”. E lei ride senza esserne intimorita. La storia finisce così: “Guardate! Dolcemente e sonoramente ella dorme nel letto della nonna tra le zampe del tenero lupo”

Lupo-Alice
Una bambina, allevata dai lupi e che certe monache hanno tentato invano di civilizzare, viene lasciata nella casa di un mostruoso e vampirico duca. Ella si rende conto gradualmente della propria identità di donna e prova persino compassione per il duca.

Quelle storie sono diventate un film. Il film è In compagnia dei lupi, di Neil Jordan (almeno guardate il trailer, ma cercate di procurarvi l’integrale), che per me è una delle più belle narrazioni dell’adolescenza femminile. In forma fantastica.

Il lupo c’è, la mantella rossa anche. Ma non è più la stessa storia. Questo intendevo.

Ps. Su Lipperatura, una precisazione con testo di Valerio Evangelisti che spiega molto meglio di me quello che intendevo.

Diventare grandi, salutare i padri

dicembre 28, 2009

La discussione di Natale è stata quella sui cosiddetti monnezzoni: qui potete leggere, se avete pazienza, duecento commenti sul tema “fantastico sì, no, forse” e “fandom sì, no, forse”.

Le posizioni erano purtroppo prevedibili: da una parte alcuni critici che “riducono” la narrativa fantastica o a maghi-draghi-commercio o ai grandi padri italiani (Landolfi-Calvino), dopo i quali non esisterebbe più nulla. Dall’altra parte, chi di fantastico scrive, e sa che le cose vanno diversamente. Aggiungo solo che quel che mi ha lasciato davvero stupefatta è l’assoluta mancanza di curiosità nei confronti della produzione contemporanea e dei lettori della stessa: più volte si è ripetuto che “chi legge fantasy non legge altro”. Non si sa bene in base a quale fonte di informazione. Ma pazienza.

Perché  mi interessa fare un altro ragionamento.

E parto ancora una volta da King.
Io ho la bizzarra convinzione secondo la quale King, in moltissimi libri – se non proprio tutti – abbia parlato della scrittura fingendo di parlare d’altro. Ha parlato di crisi di ispirazione in Mucchio d’ossa e in Shining, per esempio. E ha parlato di rapporto con la critica. Soprattutto in  Misery.

Se ricordate, le cose vanno in questo modo: Paul Sheldon ha scritto un romanzo, al momento dell’incidente d’auto che lo consegna nelle mani della sua fan numero uno. Il suo primo romanzo mainstream dopo la serie di Misery che gli ha dato la fama. E’ fiero del suo lavoro. Si ripete, esultante, che ora la critica lo prenderà in considerazione. Però arriva Anne Wilkes. E Anne brucia il manoscritto, di cui non esiste copia. Non solo: lo costringe, a colpi di lama, a scrivere un nuovo romanzo su Misery. A resuscitarla. E quello sarà il romanzo più bello di Paul.

Dunque. Secondo me in ognuno di noi c’è un pochino di Paul Sheldon: in fondo abbiamo studiato sui banchi di scuola un’idea di letteratura che ha sempre posto il “genere”, e soprattutto il fantastico, in secondo piano.
Primo autosuggerimento: prenderne atto e dirsi che non è così. Dedicarsi a Misery e offrire una tazza di caffè ad Anne Wilkes ringraziandola per l’aiuto.

Però c’è una seconda questione, su cui sto riflettendo.

Una bella fetta della discussione era dedicata a Tolkien. A me è sembrato che addirittura si identificasse tutta la narrativa fantastica di oggi come una produzione che va PER INTERO nella scia tolkieniana. E dunque comprendesse elfi o qualcosa di simile, atmosfere medievali, cavalli in corsa, battaglie con orchi o derivati, foreste incantate.

E’ lo stesso principio per cui chi scrive horror, o dark fantasy, o gotico, non può che scrivere di vampiri. E non è così neanche in questo caso.

Ora, però, oltre ad esserci un problema di informazione, c’è anche una questione di modelli. Penso che chi scrive, oggi, anche chi comincia solo a formulare l’idea di un romanzo fantastico, dovrebbe disperatamente sforzarsi di evitare di camminare su sentieri già tracciati.

Dovrebbe armarsi di machete e aprire altri varchi.

La strada di Tolkien non è più percorribile: ancora una volta King, quando ha concepito la Torre Nera, lo ha detto a chiare lettere: sono un figlio del Signore degli anelli ma non posso percorrere la stessa strada.

Allo stesso modo, siamo figli e figlie di Stoker e di Anne Rice ma dobbiamo andare avanti. Salutare i genitori e incamminarci su luoghi che i genitori non conoscono.

Credo che sia importante.

Qui, GL su certi padri e certi figli: da leggere!

Esbat e il neogotico su Repubblica

dicembre 24, 2009

Io volevo scrivere un post natalizio e mi è arrivato un regalo di Natale da restare a bocca aperta. Avevo parlato con Leonetta Bentivoglio di Repubblica diverse settimane fa, ma poi non ci avevo quasi pensato più. E invece è USCITO! Un articolo bellissimo su Repubblica di oggi! Il titolo è LE SIGNORE DEL NEOGOTICO, il sottotitolo è IL LATO OSCURO DELLE SCRITTRICI. E, sì, ci sono anche io!!!! Grazie! Miglior augurio natalizio non potevo averlo!
Ecco, lo condivido con voi, e che il vostro Natale sia meraviglioso!

LE SIGNORE DEL NEOGOTICO

di Leonetta Bentivoglio

Per quali strane o lugubri contingenze tante scrittrici odierne si misurano con il romanzo gotico? Si può parlare di un neo-gotico declinato al femminile? Possono, i libri delle narratrici attuali, definirsi pronipoti del “Tale of Terror” settecentesco, coi suoi manieri tenebrosi, le apparizioni feroci, i mostri nati da perturbanti trasformismi? Forse è una matassa di domande troppo fitta per sbrogliarla tutta in una volta. Ma qualche spunto lo si può trovare. Magari partendo dalla cangiante identità culturale del filone, che è grosso modo divisibile in due gruppi: quello di autrici di lingua inglese, più sofisticato e classicista, e quello delle neo-gotiche mediterranee, d´impronta più sanguigna e passionale.
Appartiene alla prima tipologia Audrey Niffenegger, scrittrice lanciata nel 2003 da La moglie dell´uomo che viaggiava nel tempo, una love story colma di trascendenza che giunse a vendere cinque milioni di copie e che è divenuta un film uscito in Italia come Un amore all´improvviso. Diafana signora dall´aspetto preraffaelita, somigliante alle creature dei suoi romanzi, l´americana Niffenegger è tornata a far parlare di sé con Un´inquietante simmetria (Mondadori), vicenda cerebrale e dark incentrata su giochi enigmatici di spettri. Nel plot si muovono le gemelle Julia e Valentina, connesse l´un l´altra in modo così morboso da imprimere al racconto brividi d´incesto. Cresciute negli Stati Uniti, le due ragazze vanno ad abitare a Londra nella casa ereditata dalla zia mai conosciuta Elsbeth, morta a 44 anni e gemella di Edie, la loro mamma trasferitasi a Chicago vent´anni prima. La dimora londinese s´affaccia sul cimitero di Highgate, il fastoso “Victorian Valhalla” che tra le sue salme ospita quelle di Karl Marx e di George Eliot. Guida per i turisti in questo regno di lapidi dai nomi illustri è Robert, un personaggio che pare uscito dalle visioni di Edgar Allan Poe. Già amante di Elsbeth, il disperato Robert ne carezza la memoria piangendo spesso sulla sua tomba. Quanto alla defunta Elsbeth, ora è un fantasma che non rinuncia a curiosità terrene, infestando col suo non-essere fluttuante l´appartamento delle nipotine speculari. Così, in un clima pregno dell´Henry James di Giro di vite, si sviluppa un intreccio che affronta, con algida limpidezza neo-classica, i segreti oscuri della sorellanza e il tema dell´inguaribile duplicità della natura umana.
Decisamente più sanguinaria è la scrittrice siracusana Chiara Palazzolo, autrice di una trilogia pubblicata da Piemme: Non mi uccidere, Strappami il cuore e Ti porterò nel sangue. A sospingerla è l´esangue Mirta-Luna, che abita la sfera dei sovramorti e che per sopravvivere esige di pasteggiare con membra di persone. Chiara si sente gotica, «il che significa pensare la letteratura come esplorazione del lato oscuro dell´esistenza. È il mistero lunare e mai svelato. È il mondo avvolto da luci ingannevoli. È il fantastico nella versione nera. E si collega ai periodi di massima crisi: è quando la realtà diventa ostile che irrompe il sovrannaturale». Nota inoltre la Palazzolo che «l´intensificarsi frenetico della dimensione virtuale ci ha fatto precipitare nell´ignoto, il che ha stimolato lo sviluppo del neo-gotico».
C´è pure un´altra italiana, la romana Lara Manni, autrice di Esbat (Feltrinelli), alla quale piace dirsi neo-gotica: «Meglio che parlare di horror. Amo intrecciare il sovranormale al quotidiano e lavorare sulle trasformazioni dei personaggi prima che sul sangue. Preferisco le atmosfere allo splatter». Però è brutale il demone al centro del suo libro, la cui eroina, disegnatrice di manga, deve sacrificargli parti del proprio corpo in un sadico rituale. Neo-gotico è anche questo: miscelare ad antichi terrori segni nuovi, come lo sono i manga, fino a conquistare un cocktail post-moderno. Di tinta nordica (suo punto di partenza è il cimitero di Cambridge) s´ammanta invece Il seme del male, che fu l´opera prima di Joanne Harris, autrice del best-seller Chocolat. Sull´onda della frenesia neo-gotica che ha invaso il mercato, quel suo libro giovanile è stato ripescato e pubblicato nel 2009 da Garzanti. La trama, dove anime sospese tornano dall´aldilà per compiere atroci vendette, ricorda l´ottocentesco Carmilla dell´irlandese Joseph Sheridan Le Fanu, incluso nell´olimpo degli scrittori di culto della Palazzolo. Per dire che, pur nelle differenze, le neo-gotiche denunciano affinità nei modelli.
Per i successi dell´oltretomba ha optato in senso comico anche un´autrice che di successi se ne intende, Sophie Kinsella, artefice della saga di I love shopping e big lady della chick-lit britannica. Nel suo La ragazza fantasma (Mondadori) s´affianca alla ventenne protagonista Lara lo spettro esilarante di sua zia Sadie, che le rivolta la vita come un calzino. Un´altra inglese, Sarah Waters, già artefice di pastiche lesbo-erotici di ambientazione vittoriana, mostra d´aver cambiato registro con L´ospite (Ponte alle Grazie), che il New York Times ha accolto nella lista dei migliori cento libri del 2009. Qui la Waters tesse una ghost story anni Quaranta in una magione di campagna avvelenata dai peggiori malefici, e a proposito della sua scelta gotica segnala un´attrazione, più che per il sovrannaturale, «per la stranezza del reale: m´interessa il mistero di certi comportamenti e modi di sentire umani». Spiega che il genere gotico è fecondo per chi scrive, in quanto «offre la possibilità d´indagare tali sottigliezze». Non a caso il titolo originale del romanzo è The little stranger, «il piccolo ospite nato da un inconscio turbato fino alla follia».
La straordinarietà del reale, o la patologia che si nasconde nel normale, funziona da molla pure per la Niffenegger: «Non punto alla creazione di altri mondi, ma rifletto sul nostro. Immagino come le persone possano reagire a eventi così eccezionali da condurle a scavalcare i limiti del razionale». E afferma che è «la coscienza dell´ambiguità dei confini tra quel che s´intende come normale e ciò che non lo è» a fare di lei una gotica, «categoria oggi banalizzata spesso in senso estetico, per esempio applicando l´aggettivo a Marilyn Manson». Quanto alla prevalenza di scrittrici, «il gotico conta su una solida tradizione femminile: sono state le donne a cominciare», dichiara orgogliosa la Manni. «Frankestein è opera di Mary Shelley e Anne Rice ha dato linfa nuova ai vampiri». E se la Palazzolo cita tra i suoi maestri Anne Radcliffe, autrice del nerissimo I misteri di Udolfo (1794), la Waters, per ispirarsi, chiede aiuto agli incubi delle eterne sorelle Brönte.

Lara, il gatto fantasma e la conversione di Anne Rice

dicembre 23, 2009

Lara: Gatto? Cosa fai con quelle ali di cartone?
Gatto: Va bene che sei miope, ma dovrebbe essere chiaro.
Lara: Riformulo la domanda. Perchè un gatto fantasma si sta travestendo da angelo? Partecipi al presepe vivente dei felini?
Gatto: Dovresti sapere che le formalità mi disgustano. Faccio quello che dovresti fare tu.
Lara: Ma se io non mi travesto neanche ad Halloween. Non mi piaceva mascherarmi nemmeno da bambina. Anche perchè mia madre mi obbligava a mettermi il costume da olandesina e io volevo fare Grimilde.
Gatto: Adesso capisco.
Lara: Non fare psicologia da quattro soldi. Altro che angelo: dovresti vestirti da Crepet.
Gatto: E tu non insultare chi cerca di aiutarti.
Lara: Un gatto fantasma vestito da angelo sarebbe un aiuto? E, per favore, l’aureola con le lucine potresti risparmiarmela.
Gatto: Sciocca umana. Non hai letto l‘Avvenire?
Lara: Veramente no. Dovrei?
Gatto: Certo. Guarda, nella mia infinità saggezza e nella mia indiscutibile bontà…
Lara: Se rido troppo mi viene il singhiozzo. Su, fai il bravo e mangia i croccantini.
Gatto: …ti metto il link.
Lara: Vediamo. Ma è la recensione di Angel Time di Anne Rice!
Gatto: Ovviamente sì.
Lara: Ma sta lodando il suo talento posto al servizio del Bene!
Gatto: Ti stupisci?
Lara: Non troppo. Però non ho mai pensato che un talento debba essere messo al servizio di qualcosa, se non dei lettori.
Gatto: Detesto gli idealisti.
Lara: Detesto i seccatori. Niente croccantini fino a Capodanno.
Gatto: Aspetta! Almeno fammi spiegare quale strategia ho in mente.
Lara: Senti, gatto: perchè non ti trasferisci a casa di D’Alema? Sono sicurissima che apprezzerà i tuoi consigli.
Gatto: Faccio finta di non aver sentito. Dicevo: come tutti, tu stavi aspettando l’uscita dell’ultimo libro delle Cronache dei vampiri, giusto?
Lara: E direi. Sono passati anni da quando Blood Canticle è uscito in America. Comunque ci siamo: dovrebbero pubblicarlo a febbraio o marzo.
Gatto: E cosa ti fa nel frattempo la Rice? Passa agli angeli.
Lara: Primo, non è una novità. Secondo, saranno affari suoi o no? Se una scrittrice decide di dedicarsi ai serafini, non mi sembra carino che i suoi lettori la sbeffeggino. E poi è vero che la Rice ha sempre avuto una visione metafisica anche nei libri di vampiri e di streghe. Ha sempre cercato di raccontare colpa e redenzione. E’ la sua voce, evidentemente. Leggerò e ti dirò.
Gatto: Sono d’accordo.
Lara: Vuoi che ti misuri la febbre? E’ la prima volta da quando infesti la mia casa che sei d’accordo con me. Aspetta che prendo il termometro.
Gatto: Perchè mi sei toccata in sorte proprio tu, con tutti gli scribacchini disponibili? Intendevo dire: sono d’accordo, ma non intendevo parlare della Rice.
Lara: Ma come? Non hai fatto altro!
Gatto: Possibile che tu non riesca a fare due più due? Prima ancora che esca in italiano Angel time, sono già stati tradotti altri libri sugli angeli. Capito? E’ il primo caso di filone anticipato della storia. In genere, in Italia, prima arrivava Twilight e poi I diari del vampiro. Prima Harry Potter e poi…
Lara: Ho capito, ho capito. E allora?
Gatto: Allora, tu scriverai un libro sugli angeli.
Lara: Neanche se mi torturi leggendomi l’opera omnia di Susanna Tamaro.
Gatto: Ma come? Mi sono travestito per ispirarti.
Lara: Mi stai ispirando, in effetti. Non avevo mai pensato di scrivere di un serial killer di gatti.
Gatto: Ingrata.
Lara: Rompiscatole. E comunque la Rice è la Rice. E’ brava, o lo è stata fin qui. Se poi intende subordinare un messaggio precostituito alla scrittura, è una sua scelta. Lo hanno fatto in tanti, e qualcuno è anche riuscito a scrivere capolavori, in questo modo. Quanto agli altri libri angelici, sto leggendo Due candele per il diavolo. Lo finisco e ti dico cosa ne penso. E, anni fa, avevo letto Lo stagno di fuoco di Daniele Nadir, che non era malissimo.
Gatto: Dunque?
Lara: Dunque niente da fare. Non ho nulla da dire sugli angeli. In questo momento mi sto dedicando agli umani. A modo mio.
Gatto: Fatica sprecata.
Lara: La tua o la mia?
Gatto: La mia. Si vede che devo espiare i peccati commessi in una vita precedente.
Lara: E chi eri in una vita precedente?
Gatto: Un corvo. Ma questa è una lunga storia.
Lara: Croccantini?
Gatto: Croccantini. E buon Natale, umana testona.

Potevate dirlo prima

dicembre 22, 2009

Heroic fantasy? No.
High fantasy? No, sicuramente no.
Romantic fantasy? Macchè.
Dark fantasy? Oddio. Questo potrebbe essere.
Gotico? In effetti…
Horror? Per me sì, ma a pensarci bene, il canone non corrisponderebbe.

Ebbene, dopo mesi di dubbi, adesso so di quale etichetta posso fregiarmi.
Quella del monnezzone.

Ps. Il che non aumenta certo la mia stima nei confronti di alcuni Scrittori Letterati. Oltretutto io Benzina della Stancanelli l’ho anche letto. E quello, al paese mio, si chiama noir.

Sotto il lago

dicembre 21, 2009

I personaggi che mi piacciono sono personaggi feriti.
Sono personaggi che hanno subito un dolore, un trauma, un mutamento che li ha segnati.
Davvero, però.
I personaggi che mi piacciono hanno un prima e un dopo: qualunque sia la strada su cui cammineranno, nella storia, hanno un sentiero che hanno già percorso, e quel sentiero è buio.
I personaggi che mi piacciono cambiano.
Questa volta rilancio: quelli che sto affrontando ora non hanno ferite leggere. Per la prima volta, devo immergere il braccio in acque gelate e tirarli su per i capelli, strattonandoli per non lasciarli andare nel lago. Come vorrebbero.
Non so ancora cosa ne farò: ma mi piace.

Lara chiama base

dicembre 19, 2009

Ho due domande.
Primo:  ci si diverte con Twitter? Sono tentata.
Secondo: cosa leggo a Natale? Ho finito Undead (mah), ho finito Altai (bellissimo) e adesso sono in crisi.
Tanto per cambiare.

Dixit

dicembre 18, 2009

“Tendo a pensare che il male sia molto potente anche se alla lunga si rivela piuttosto stupido. Tendo a vedere il potere del bene in modo più sottile e in definitiva come la forza che ha più possibilità di trasformarsi, manifestarsi e dunque provocare un interesse più vero. L’interesse per il potere del male è più superficiale, ma sotto sotto è sciocco e alla lunga monotono – ed è questo il vero aspetto terrificante della questione. Come diceva Joseph Conrad «l’unico orrore è che non c’è orrore».”

Stephen King
(la citazione di Conrad andrebbe meditata a lungo)


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