Ho letto un bell’articolone su Repubblica dove scrittori famosi elargiscono consigli. Lo fa, per cominciare, Elmore Leonard nel libro Rules of writing. Facciamo il test:
-Usare avverbi è un peccato mortale. Ovvero: “Mai scrivere cose come: ammonì “gravemente”, è un modo di interrompere il ritmo, distrarre il lettore e riconoscere che il personaggio non riesce a trasmettere efficacemente quello che vuole dire. Lo scrittore si intromette, e ammette di avere fallito”.
Più uno. Nel senso: lo faccio, sono d’accordo, evviva.
- Mai usare un verbo diverso dal passato remoto di dire in un dialogo. «Il dialogo appartiene ai personaggi, deve parlare da solo. Disse è perciò meno intrusivo di mormorò, avvertì, confidò, mentì eccetera».
Uso, in genere, il presente. Però a volte uso i sinonimi: riconosco che mormorare è fra le mie pecche. Stallo.
- Mai cominciare un romanzo con una descrizione del tempo atmosferico, a meno di non conoscere più espressioni di un eschimese per descrivere il freddo.
Punto. Non comincerei mai una storia parlando di pioggia. A meno che non piovano meteoriti.
- Mai usare la parola “improvvisamente”.
Porca miseria. A volte ho usato “all’improvviso”. Un punto in meno.
- Evitare i prologhi.
Lo faccio in Sopdet. Altro punto in meno.
- Limitare al minimo i punti esclamativi.
Tre vanno bene? Su duecento cartelle? Stallo, comunque.
- Evitare le dettagliate descrizioni dei personaggi: in Colline come elefanti bianchi, l’unica descrizione fisica che Hemingway fa della protagonista è «si tolse il cappello e lo posò sul tavolo». A parte dirci che la donna ha una testa, Hemingway preferisce che immaginiamo tutto il resto di lei da soli, attraverso quello che la donna fa e dice.
Concordo. Un punto.
Parità, dunque.
Ma ecco che giunge a tramortirmi, nello stesso articolo, il consiglio di un altro scrittore, Richard Ford: per scrivere bene, dice, “sposa la persona che ami e che pensa che il fatto che tu sia uno scrittore sia una bella cosa”.
Non ci siamo: una come me, la cui situazione sentimentale è talmente catastrofica che Amnesty International vuole lanciare la campagna “Save Lara”, come caspita deve comportarsi?
Meno venti.
Etichette: Elmore Leonard, Richard Ford, Sopdet
febbraio 22, 2010 alle 9:29 am |
Potresti sposare un altro scrittore?:-)
febbraio 22, 2010 alle 9:31 am |
Aislinn, con la mia fortuna (e la mia malcelata propensione al masochismo) finirei con lo sposare uno scrittore sadico che nasconde l’inchiostro della stampante e mi cancella i file…:(
febbraio 22, 2010 alle 9:44 am |
Ma no, il consiglio è per gli scrittori maschi…
febbraio 22, 2010 alle 9:51 am |
La singletudine è un buon modus vivendi!
febbraio 22, 2010 alle 10:03 am |
Libreria, mi sa che hai ragione.
Val, nel senso che per le femmine si consiglia lo zitellaggio perpetuo, vero?
febbraio 22, 2010 alle 10:17 am |
Sarà la trecentesima volta che leggo i soliti consigli di scrittura (a partire da On writing, che tu Lara conosci bene, no?).
A mio avviso, queste regolette di scrittura aiutano fino a un certo punto. Magari fossero sufficienti.
Sull’usare solo il “disse” la trovo una boiata assurda, rischi di cadere nel talking heads e non vedo perché non si possano usare i tanti verbi della nostra lingua italiana che danno colore e dinamicità al dialogo.
Evitare i prologhi. Perché? provocano allergia?
Concordo sul resto, punti esclamativi e avverbi. Anche se non credo affatto sia peccato mortale. Basta non abusare e capire quando dobbiamo puntare sul ritmo.
Insomma, che palle
febbraio 22, 2010 alle 10:18 am |
Ummm…occorre un’ analisi anagrafica delle scrittrici passate e presenti.
Ad esempio la mia poetessa preferita, la Dickinson, non ha avuto nemmeno un fidanzato.
febbraio 22, 2010 alle 10:42 am |
A proposito del verbo dire.
L’uso di “disse” – o “dice” se si scrive al presente – è questione cruciale, e antica. La teorizzò per primo Hemingway, che nel suo romanzo d’esordio, Fiesta, usa solo il verbo dire nei dialoghi. Proprio per non sovrapporre il suo commento autoriale al testo.
Una lezione, quella hemingwayana, ripresa da Raymond Carver, il padre del minimalismo americano, che usa quasi esclusivamente il verbo dire nei suoi splendidi racconti. Guadagnandoci in nettezza e concisione.
Potrei continuare – l’elenco è lungo.
Le motivazioni – e la resa sulla pagina! – sono talmente convincenti che anch’io ho adottato, anche se non in via esclusiva, il verbo dire nei dialoghi della trilogia dei sopramorti. Evita orpelli inutili che possono sovrapporsi alla pulizia dei dialoghi, a mio parere.
febbraio 22, 2010 alle 10:51 am |
Chiara, fin qui non ci avevo davvero riflettuto. Ma pensandoci bene, e anche andando a riguardarmi velocemente la tua trilogia, è proprio vero. E’ inutile cercare un virtuosismo che produce l’effetto contrario.
Be’, Francesco: facendo la prova – e la sto facendo con Lavinia – in effetti il “dire” funziona, eccome.
Valberici: ma io non sono brava come la Dickinson…
febbraio 22, 2010 alle 11:03 am |
sulla tua situazione sentimentale Lara dicci come possiamo aiutarti, vuoi una lista di nominativi, creaiamo una newsletter, un blog apposito http://www.tacchinatelara.it?, chissà che salta fuori
sul verbo dire a me piace usarlo perché sta a indicare la mia passività, io narro, è il personaggio che fa tutto quindi mi trovo d’accordo sebbene ogni tanto qualche variazione mi pare sia anche rinfrescante, del resto se un personaggio sussurra, perché non… dirlo? Rende meglio la descrizione della scena. Est modus in rebus no?
febbraio 22, 2010 alle 11:05 am |
Ovvio, Lara. Nessuna è brava come la Dickinson… è la nostra dea, la nostra stella polare. Però. Zitella, fobica e sempre vestita di bianco. Sai com’è, meglio essere un po’ meno brave e un po’ più felici, che ne dici?
Ancora sul verbo dire: dipende dal tono generale, dallo stile voglio dire. Una scrittura secca, secondo me, ne abbisogna. Pur con qualche trasgressione, a segnare magari un momento clou. Il cambio di registro, in questo caso – ad esempio, “mormora” o “sibila” o perfino “esclama” – risulta molto efficace e ottiene un effetto più vibrante, a mio parere.
Modulare con moderazione, insomma, è il mio personale consiglio. Adoperando il verbo “dire” in funzione neutra e generalizzata, e lasciando un aggettivazione verbale, potrei dire, solo in determinati punti.
febbraio 22, 2010 alle 11:23 am |
“ma io non sono brava come la Dickinson…”
Quindi non ti crucciare, la tua situazione sentimentale migliorerà…o diventerai brava come Emily
Comunque, tornando per un attimo serio, riflettiamo sempre un po’ prima di prendere per buoni tutti i consigli di chi scrive in lingua inglese.
febbraio 22, 2010 alle 11:25 am |
Chiara. Perfettamente d’accordo sulla Dickinson (e poi il bianco ingrassa).
“Sibila” a me è sempre piaciuto molto, anche perchè l’ho usato e lo uso sempre in relazione a personaggi per i quali sibilare è quasi naturale. Ed è verissimo quello che dici: lo scarto risulta più evidente quanto più si riesce a mantenersi essenziali nella gran parte della scrittura. Consiglio ottimo!!
Eleas: macchè newsletter! Te l’ho detto: io attiro i sadici!
Val: ma è chiaro che i consigli vanno riportati su se stessi, no?
febbraio 22, 2010 alle 11:29 am |
Finora l’unico che ha iniziato parlando del tempo con termini eschimesi è Peter Hoeg…
Sì, non c’entra niente, ma volevo dirlo.
Quanto alle regole, bè, anche una profana “wannabe” come me inizia a pensare che iniziano a ripetersi… Io cerco di seguirle comunque, specie quella degli avverbi e del prologo (Francesco, io non sono allergica ai prologhi, ma preferisco esser catapultata nell’azione senza mediazioni… parere personale e fallace, ovviamente)
febbraio 22, 2010 alle 11:29 am |
lara il divertente stava proprio lì
magari era uno spunto per un nuovo romanzo chissà…
febbraio 22, 2010 alle 11:30 am |
vale sui prologhi non saprei, sarei meno categorico
febbraio 22, 2010 alle 11:30 am |
Un tempo, infatti, non si parlava di “consigli di scrittura”, ma più propriamente di “elementi di poetica”.
Ma adesso viviamo nell’epoca dei manuali fai-da-te, e quindi tutto ne risente…
febbraio 22, 2010 alle 11:49 am |
Manca un consiglio a mio parere fondamentale, che è il seguente: dopo aver seguito attentamente i consigli degli altri, arrivare a un punto in cui la propria pratica di scrittura sia superiore alle opinioni teoriche degli altri, fossero pure premi Nobel.
febbraio 22, 2010 alle 12:03 pm |
Giovanni, arrivarci, però. Il rischio è quello di sentirsi sempre più bravi, più forti e meno criticabili degli altri: e questo non fa crescere uno scrittore, ma lo ammazza.

Chiara: infatti, non so se leggerei il libro di Leonard. On writing è una bibbia, ma nasce come un’autobiografia
Vale: a volte il prologo può servire, in effetti. A me serviva, in quell’unico caso. Più avanti vi dirò perchè
Eleas, già ho mooolti spunti per il romanzo nuovo.
febbraio 22, 2010 alle 12:09 pm |
Giovanni: però un po’ di umiltà non guasta mai, non credi?
febbraio 22, 2010 alle 12:26 pm |
Eh, infatti non sono così categorica, le regole ci sono (anche) per infrangerle.
(c’è Marion Zimmer Bradley che è la regina dei prologhi)
febbraio 22, 2010 alle 12:31 pm |
Sì l’umiltà non guasta, ma deve essere autoreferenziale.
Ovvero: si fanno delle scelte coerenti con quello che si è scoperto nella scrittura e durante l’atto di scrivere. Altrimenti i consigli altrui diventano ‘ricette’. Allora posso dirti che a me piacciono scrittori che fanno il contrario di quello che dice King, o Leonard o la Dickinson, eppure sono geniali. Il punto è che non c’è la buona scrittura ‘in generale’; c’è solo in particolare, e non intendo nemmeno da autore ad autore, ma da storia a storia.
Sapere cosa scegliere dei consigli altrui e cosa scartare è fondamentale: altrimenti si rischia di diventare ‘bravi in generale’; cioè: mediocri.
In fondo l’unica cosa che si può davvero prendere da un grande autore è il coraggio che ha avuto di essere se stesso, di aver fatto le sue scoperte, e di averle applicate in modo impeccabile per perfezionarsi.
Non è un caso che On Writing sia una autobiografia: perchè la vita di uno scrittore è in effetti la sua scrittura. Ben vengano dunque i consigli e i paragoni e i raffronti, ma vanno sempre messi alla prova e vissuti in prima persona.
febbraio 22, 2010 alle 12:40 pm |
vale come sempre mi inchino al sentire nominare la mia regina MZB
febbraio 22, 2010 alle 12:50 pm |
Can anybody find me Somebody to Love?
Tutti sulla stessa barca…
Kiss
febbraio 22, 2010 alle 12:52 pm |
Giovanni, parliamoci fuori dai denti: il talento, o la voce, ci sono o non ci sono. E comunque le regole sono utili: se ci sono, aiutano a migliorare. Anche arrivando al punto di trasgredire e di riempire due pagine solo di avverbi. SE si è davvero bravi. Se non ci sono, almeno si scrive decentemente.
febbraio 22, 2010 alle 12:54 pm |
Ah, ecco, Fabio. No, sto per andarmi a comprare un vestitino bianco e votarmi alla zitellità sempiterna.
febbraio 22, 2010 alle 1:07 pm |
Lara ti ricordo che hai promesso di sposarmi (Stephen KIng agli studenti? ero io)
febbraio 22, 2010 alle 2:36 pm |
Mah. Mah.
Mah!
(E comunque, Larù, colla tua masnada di spasimanti…)
febbraio 22, 2010 alle 2:42 pm |
qualcuno ha detto mah?
febbraio 22, 2010 alle 3:20 pm |
Sì, e lo ribadisco. MAH!
(Lara, hai una crudeltà da regina. Non puoi farmi un post del genere quando sono in convalescenza.)
febbraio 22, 2010 alle 4:27 pm |
A proposito del “disse – disse”. Ormai ho perso il conto degli editor con cui ho affrontato la discussione, sempre armato di coltelli affilati e pronto a combattere fino allo sfinimento.
La loro posizione è sempre stata non contrattabile, ed è la seguente:
“Gli americani possono usare il disse – disse perché la lingua inglese non fa caso alle ripetizioni. Invece nell’italiano scritto la ripetizione è un errore, e va evitata a ogni costo”.
Gli editor hanno quindi sfoderato le forbici e hanno sconfitto i miei coltelli… Ormai mi sono rassegnato a un fiorire di “esclamò”, “suggerì con arguzia”, “ironizzò allegramente”, “spiegò con sussiego impugnando un temperamatite”. E così via…
Devo dire che, dopo tanto tempo, queste traumatiche esperienze mi hanno convinto. Perciò su questo punto mi trovo più vicino alla posizione di Francesco che a quella di Leonard. Che resta comunque il maestro assoluto riconosciuto dei dialoghi. Un genio. Specie se la traduzione italiana è quella di Wu Ming 1.
febbraio 22, 2010 alle 4:35 pm |
Lara, vista la coda di spasimanti potresti fare come Porzia ne “Il mercante di Venezia”… Tre scrigni, scegli tu in quale stare…
Comunque se fossi di età adatta verrei a tentare la sorte 
Chissà, la regina del brivido, convolata a nozze con il Re…
Dai voglio un po’ incoraggiarti, fai un falò con la veste da zitella e indossa l’abito regale
febbraio 22, 2010 alle 6:50 pm |
Ma quale coda di spasimanti! E’ Mele che sparge voci tendenziose in giro (comunque Melmoth, è vero, dovevamo sposarci)
Ghost. Interessantissimo commento. Anche perchè pone il problema delle ripetizioni, che io insisto nel ritenere utili e che invece risentono ancora della visione scolastica dell’editing.
febbraio 22, 2010 alle 8:35 pm |
Lara, ho ordinato rules of writing. Mi hai incuriosito e non ho saputo resistere. Inoltre ora che ho preso a leggere libri in inglese è l’ideale
febbraio 23, 2010 alle 9:07 am |
Ma che bello Fabio! Poi ci fai sapere?
febbraio 23, 2010 alle 9:42 am |
Sulle ripetizioni il discorso è lungo… Secondo me spesso sono solo pigrizia linguistica. In mano a certi scrittori diventano un capolavoro: Ellroy senza ripetizioni non sarebbe Ellroy. Dipende da tante cose, dal contesto, da che effetto si vuole ottenere.
Io intendevo un’altra cosa: sono un fan dei manuali di narrativa, chiamiamoli così. Secondo me aiutano a formare la giusta sensibilità, apprendere tecniche, evitare errori che sono sempre dietro l’angolo.
Però, molti dei manuali “moderni” vengono dal mondo anglosassone, e quindi tutta la parte stilistica e grammaticale si fonda sulla lingua inglese e non sulla nostra.
L’italiano e l’inglese non sono intercambiabili e a volte ragionano in modo molto diverso. Leggendo in inglese gli avverbi sono pesanti, rallentano, colpiscono come un pugno nell’occhio. In italiano secondo me possono essere usati con meno parsimonia. La nostra lingua è ricca di sfumature, e ogni strumento ha il suo scopo e può e deve essere usato, nel modo giusto, per non impoverire la narrazione.
febbraio 23, 2010 alle 9:52 am |
Da questo punto di vista hai ragione: però. Gli avverbi in -mente, a mio parere, sono ugualmente pesanti: e nella maggior parte dei casi si usano per pigrizia. Ci sono altri modi per esprimere uno stato d’animo o, appunto, un “modo”: modi che, secondo me, sono più efficaci.
Quanto alle ripetizioni: dipende da come si usano. Io non sono affatto contraria a reiterare una parola, se la utilizzo consapevolmente. Sono contrarissima quando è evidentemente frutto, appunto, di pigrizia trovarsela davanti tre volte in cinque righe.
febbraio 23, 2010 alle 1:08 pm |
Da quel che ricordo, in molti lochi si ventila come regola generale quella che: non bisogna VERGOGNARSI di usare il “dire”. Che invece si debba usare solo quello, ecco, penso che sia una direttiva un po’ assolutistica. A orecchio mio personale, dipende dalla velocità della frase, dello scambio, del dialogo. Se procede a mitraglia, e soprattutto se ho proprio bisogno di assegnare la paternità della frase, “dire” e “fare” non hanno eguali. Se sto lentameeeente mescolaaaando il brodo della strega in un enooorme calderone di frasi, perché non bisbigliare e borbottare e sussurrare, nel buio o meno?
) lara quando dice “evidentemente”: evidenza di suono/ritmo, direi.
Per le ripetizioni… ecco, qui secondo me è sempre orecchio. Ci sta bene o ci sta male. Penso sia la stessa cosa che sottolinea (DICE!
febbraio 23, 2010 alle 2:22 pm |
slowly
=
lentamente
Non dico altro.
febbraio 23, 2010 alle 5:37 pm |
un buon consiglio riguardo alle ripetizioni: “Evitate di evitare delle ripetizioni utilizzando abbreviazioni del cazzo o sinonimi del cazzo. Es: “Lui si fece un tatuaggio sul braccio. Gli piaceva proprio il suo tattoo”. “Vide la sua macchina ed entrò nel veicolo. La sua quattro ruote era davvero veloce. Che bello viaggiare in automobile!”
tratto da: http://www.giornalettismo.com/archives/31862/prontuario-per-ggiovani-scrittore-in-erba-2/2/
febbraio 23, 2010 alle 8:08 pm |
Melmoth.
Non è solo una questione di suono (anche se King dichiara di detestare il -ly e io non amo il -mente).
E’ una questione di immagini. Posso rendere in venti altri modi possibili il concetto di lentezza: e con ogni probabilità sono modi migliori rispetto all’avverbio. Non dico che in alcuni casi non vada usato: in Esbat ne ho usati quattro, contati. Forse è una mia idiosincrasia, ma preferisco cercare una soluzione diversa.
Ema: dipende dal contesto, ogni volta. Se ripeto la E a inizio di frase per tre volte e lo faccio con consapevolezza, anzi, cercando l’effetto, è una cosa. Se lo faccio per distrazione, un’altra.
Giobix: