Archive for aprile 2010

Alabarde

aprile 30, 2010

Memorandum: infilarsi nelle polemiche significa quasi sempre arrivare al punto in cui qualcuno ti dà dell’imbecille, dell’utente compulsiva di Photoshop (che neanche so aprire, a momenti), della presuntuosa, di colei che ignora l’esistenza delle Città invisibili di Calvino (che semmai è stato il libro che mi ha fatto innamorare del fantastico). Del resto, cosa dovevo aspettarmi? Come mi ha scritto un amico, oltre a far parte della negletta schiera di scribacchini analfabeti, sono giovane e donna, “due cose malviste in Italia”.
Quindi, sto zitta e mi rimetto a scrivere: e a questo punto ci metto davvero un’alabarda, nella storia. Tiè.

La prima volta

aprile 28, 2010

Io credo nei presagi. Credo a un bel po’ di cose, veramente: fantasmi, vampiri, demoni, mondi che scorrono nelle pareti delle case, mostri che dormono sotto il letto dei fiumi, morti che ritornano.
Cose così, da futile scribacchina.
Dunque, ieri mattina, chiacchierando con un’amica, esce fuori l’argomento “prima o terza”. Croce e delizia di chi si siede davanti a una tastiera, come sapete già. Perchè avevo già discusso con lei di questo argomento in relazione al romanzo nuovo, e avevo concluso che, no, alla terza persona proprio non posso rinunciare. Ma ieri lei, a sopresa, mi ripropone la questione: pensaci, mi dice.
E io, dentro di me, continuo a dire che no, non sono capace.
Nel pomeriggio incontro un altro amico che fa lo psicologo, e dal momento che la faccenda continuava a ronzarmi dentro, gliene parlo. Il commento? Si usa la terza persona quando si vuole mettere una distanza fra se stessi e quel che si racconta.
Questo è ovviamente un punto di vista non letterario. Però. Però stamattina mi sono svegliata con un incipit. E l’incipit è in prima. E, con mia enorme sorpresa, tutto quel che pensavo non potesse “tenere” con questa scelta tiene benissimo. Anche meglio, anzi.
Signore e signori, la mia prima volta in prima persona comincia esattamente oggi.

I miei due cent su Internet (ma proprio due)

aprile 27, 2010

Ci sono due post che riguardano la Rete. Uno è di Gl. Anzi, sono in realtà due. L’altro è dei Wu Ming.
Io dico solo una cosa: riporto anzi un pezzetto del commentatore di Giap! che a sua volta cita un pensiero di Wu Ming 1: “la rete non è liberante di per sé, ma solo se agita da pratiche di liberazione”.
Non si tratta di essere Abele. Si tratta di fare qualche distinguo: è giusto segnalare le imbecillità altrui, ovunque si estrinsechino (web, carta stampata, televisione, piccione viaggiatore). A mio parere, confondere i piani è un’altra cosa.
Punto a capo.

Grazie. Grazie. Grazie.

aprile 26, 2010

All’amica che risolleva l’umore delle scribacchine pensierose. Grazie Avalon.

We can run up the wall

aprile 26, 2010

Sono andata a vedere Cats e già che ci sono mi sono riletta Eliot. Spettacolo bellissimo, con l’eccezion fatta dell’interprete di Grizabella, la vecchia gatta con un passato di splendore. Ci ho messo un poco a capire perchè non è piaciuta, dal momento che  la voce era bella, ma c’era qualcosa che non mi convinceva. Forse perchè la formazione dell’attrice è quella di Amici: e non per essere snob a tutti i costi, ma la sensazione che ho avuto è quella di una mancanza di profondità, dell’assenza di interiorizzazione del personaggio. E Grizabella è solo una canzone, ovvero la strafamosa Memory: ma in quella canzone c’è un’intera, sia pur gattesca, esistenza.
Cosa c’entra Cats con uno splendido romanzo che si chiama The Giver? C’entra, perchè The Giver, che nasce come libro per ragazzi, è un gioiello di semplicità apparente, ma nei fatti spalanca, l’una dopo l’altra, porte sugli abissi. Non dico nulla perchè mi ha davvero mozzato il fiato: ma l’abilità con cui si arriva a trattare temi profondissimi come la morte, la memoria, l’amore, il dolore sta anche nella linearità (apparente, sempre) con cui vengono narrati. Perchè sono stati introiettati. A differenza della Grizabella che ho visto.
Per il resto. Non scriverò il racconto mainstream. Non è la mia strada. Tanti saluti e ognuno per sè.

Smile baby, smile

aprile 23, 2010

Piove, fumo troppo e il racconto mainstream mi si aggroviglia fra le dita. Ogni tanto qualche amica o amico mi chiede perchè lo sto scrivendo, e invariabilmente rispondo che lo sto scrivendo per me, per testarmi, per creare un cuscinetto fra il prima e il dopo, e che prima di affrontare un romanzo nuovo e prospettive completamente diverse dal solito ci vuole uno spazio da riempire.
Finisce che mi avvito sulla visione del narrare e sulle differenze fra Italia e altri paesi. Finisce che comincio a riflettere su un concetto come l’ucronia, il nessun tempo, il cosa sarebbe successo se un evento storico fosse andato in un altro modo. Niente di nuovo. Chi ama il fantastico sa che Philip Dick e Robert Harris sono stati grandissimi narratori ucronici. Però poi mi viene in mente che anche l’Italia ha avuto il suo ucronico, Guido Morselli, e che se lo filano in cinque. Strano paese, sì.

Sopdet!

aprile 22, 2010

Save the date: febbraio-marzo 2011. Sopdet in libreria. Con un nuovo editore, e l’editore è Fazi. E io ne sono assolutamente, incondizionatamente felice. Al punto di concedermi ben due avverbi.
Qualche spiegazione, intanto. Quando riflettevo, nelle settimane e mesi scorsi, sull’editoria italiana e il fantastico, pensavo proprio alla difficoltà, nella stragrande maggioranza dei casi, di farsi capire. Il fantastico non si rivolge necessariamente ai bambini. Il fantastico non è necessariamente fantasy epico. Il fantastico include gotico, horror, urban fantasy, fantascienza, storie alternative, distopia. E mi fermo, anche perchè lo sapete già.
La cosa complicata è trovare una corrispondenza di intenti in ambito editoriale: ora l’ho trovata. Ed è entusiasmante.
Ringrazio comunque, e di cuore, lo staff di Feltrinelli con cui ho lavorato per Esbat: è stata un’esperienza bella, importante e formativa. Semplicemente, penso che non fossimo fatti l’una per gli altri, ed è giusto così. La tradizione editoriale di Feltrinelli non si è quasi mai rivolta al fantastico, e ancora una volta è giusto così.
Un’ultima precisazione. Sopdet è già diventato un’altra cosa. E’ un romanzo completamente autonomo, ora. E’ come – chiedo perdono per il paragone irriverente – Il silenzio degli innocenti nei confronti di Red Dragon.
E’ una nuova avventura. E come ad ogni inizio, la strada corre senza fine ed io non vedo l’ora di mettermi in cammino.
Grazie a tutti voi per la pazienza e i consigli. Pronti?
Via!

La parola a Balzac (via Calvino)

aprile 21, 2010

“Le chef-d’ceuvre inconnu”, a cui Balzac lavorò dal 1831 al 1837, all’inizio aveva come sottotitolo «conte fantastique» mentre nella versione definitiva figura come «étude philosophique». In mezzo era successo che — come lo stesso Balzac dichiara in un altro racconto — «la littérature a tue le fanta­stique». Il quadro perfetto del vecchio pittore Frenhofer nel quale solo un piede femminile emerge da un caos di colori, da una nebbia senza forma, nella prima versione del racconto (1813 in rivista) viene compreso e ammirato dai due colleghi Lo scrittore — parlo dello scrittore d’ambizioni infinite, come Balzac — compie operazioni che coinvolgono l’infinito della sua immaginazione o l’infinito della contingenza espe­ribile, o entrambi, con l’infinito delle possibilità linguistiche della scrittura. Qualcuno potrebbe obiettare che una singola vita, dalla nascita alla morte, può contenere solo una quanti­tà finita d’informazione: come possono l’immaginario indivi­duale e l’esperienza individuale estendersi al di là di quel li­mite? Ebbene credo che questi tentativi di sfuggire alla verti­gine dell’innumerevole siano vani. Giordano Bruno ci ha spiegato come lo «spiritus phantasticus» dal quale la fantasia dello scrittore attinge forme e figure è un pozzo senza fondo; e quanto alla realtà esterna, la “Commedia umana” di Balzac parte dal presupposto che il mondo scritto possa costituirsi in omologia del mondo vivente, di quello di oggi come di quello di ieri e di domani.

Il Balzac fantastico aveva cercato di catturare l’anima del mondo in una singola figura tra le infinite immaginabili; ma per far questo doveva caricare la parola scritta d’una tale in­tensità che essa avrebbe finito per non rimandare più a un mondo al di fuor di essa, come i colori e le linee del quadro di Frenhofer. Affacciatosi a questa soglia, Balzac s’arresta, e cambia il suo programma. Non più la scrittura intensiva ma la scrittura estensiva. Il Balzac realista cercherà di coprire di scrittura la distesa infinita dello spazio e del tempo brulicanti di multitudini, di vite, di storie.

Qui sopra parla Italo Calvino. Quello che viene definito “l’ultimo Calvino”, quello delle lezioni americane. Ho scelto questo brano perchè forse può aiutarci a capire quale sia stato lo snodo che porta a “minimizzare” il fantastico. La letteratura ha ucciso il fantastico, sosteneva Balzac.  Anche qui, sono passati secoli. Ma quella “omologia” è considerata ancora una via maestra della scrittura? E come? E quanto?
Fermiamoci qui, per ora.

Il buio non esiste

aprile 20, 2010

Il fantastico non è altro che la scelta del lettore – che si identifica con l’autore – fra la spiegazione naturale e sovrannaturale di un fatto insolito.

E’ sempre lui. Sempre Todorov. Ci ritorno perchè la faccenda non è secondaria. Cosa sostiene, in parole molto semplici, il Nostro? Sostiene, guardando però alla produzione dell’Ottocento (Ottocento, ci siete? Due secoli fa), che una storia fantastica deve far oscillare chi legge fra una spiegazione che rientra nelle leggi naturali conosciute e una che si tuffa in quelle ignote. E fin qui ci siamo.
Il problema è quando le leggi ignote vengono date per scontate. Quando, insomma, il fantastico si pone come realtà altra. C’è, esiste, stiamo parlando di quella, è il nostro compito. Ovvero, il fantastico non è un espediente per arrivare alla psicologia dei personaggi, ma è qualcosa che coesiste con il reale conosciuto e, per dirla con King, ci cola dentro.
Perchè insisto su questo punto?
Perchè ho la sensazione che un po’ di  mondo editoriale italiano, incluso quello che fin qui ha guardato al genere con la puzza sotto il naso, lo stia scoprendo. Ma a due condizioni: o è destinato ai ragazzi (leggasi questo post di Gl. E, a proposito, ho il W2 in lettura) , che, poveri cari, credono ancora ai prodigi.
O deve addomesticarsi.
Ovvero, trovare una spiegazione razionale al fantastico medesimo. Renderlo intimo, renderlo equivoco, e non sia mai si ponga sfacciatamente in primo piano come la cupola che cala dal cielo in The Dome.
In poche parole, il fantastico italiano sta correndo un rischio: giallo e noir, quando sono divenuti “d’autore”, sono stati comunque accettati in quanto non spezzavano il vincolo – tutto italiano – del realismo. Ma come la mettiamo con un horror o con un fantasy? Per rientrare nei ranghi, devono essere innocui come gattini. I morti non tornano dalle tombe, è un delirio del personaggio. I mostri non esistono, basta prendere Freud e troviamo una spiegazione.
Pericoloso, e ci tornerò ancora.
Per fortuna, esistono le eccezioni: e tornerò anche su quelle. Presto.

Cercasi semiologo

aprile 19, 2010

La funzione del fantastico stesso è quella di suscitare una reazione, di comunicare oltre il normale modo di comunicare. La letteratura,  per comunicare oltre il normale ed il reale, doveva introdurre l’irreale nel reale per sottolineare questo superamento.

Posso dire che desidero con tutto il cuore qualcuno che faccia polpettine del signor Todorov? Che ha i suoi indubbi ed enormi meriti. Ma il suo saggio sulla letteratura fantastica è del 1970. Sono passati quarant’anni. Quaranta. E io ho la sensazione che chi non conosce la narrativa fantastica si rivolga a quel testo come a un’icona inattaccabile e che prescinde da quel che sta accadendo davvero, in Italia e fuori.
Urge nuovo semiologo. Anche non barthesiano. Grazie.


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