Archive for maggio 2010

La cosa là fuori che sta arrivando

maggio 31, 2010

Quanti post ho dedicato alla paura? Non li conto, ma sono sicura che siano tanti. Anche perchè, credo, fare paura al lettore è la cosa più difficile del mondo.
Lo stesso zio Stevie non ci riesce spesso: per me, una delle sue pagine più terrorizzanti è in Shining. E’ quando Danny è nel corridoio, ed è sicuro che, alle sue spalle, l’estintore si stia staccando dalla parete e stia strisciando verso di lui per poi ergersi come un serpente e…
Bene, ho appena finito di leggere Il porto degli spiriti di Lindqvist: magnifico, e diverso dai due precedenti. Persino più bello di Lasciami entrare, direi.  Immagino che farà storcere il naso ai numi tutelari del pov unico, perchè qui la narrazione è frammentata, procede per flash back, attua un cambio vertiginoso dei punti di vista, abbonda di  fermo-immagine. E  contiene una scena di puro, delizioso terrore che mi ha ricordato l’estintore di Shining: proprio perchè il personaggio in questione regredisce all’infanzia (o viene posseduto da un infante, altro non dico) e i colpi alla porta, e i passi che si avvicinano portano chi legge all’indietro e nel buio.
Da manuale. Da mille manuali. Da imparare a memoria.

Qualche volta Internet mi fa paura

maggio 28, 2010

Dopo aver sbirciato di nuovo la discussione anobiana sulla traduzione di Full Dark, No Stars, dopo essere incappata di nuovo nelle esibizioni muscolari delle commentatrici Alfa, trovo necessario tornare (di nuovo) sul post di Sciallis che ho citato ieri. In particolare, su questo punto:

“Siamo più o meno nella fine di un’epoca.
Ancora poco tempo e il parere dei critici non varrà più nulla, sostituito da commenti, sponsor-thread su anobii e post pieni di wink-wink, pollici alzati e “minchia quanto è fiko quello scrittore” o, per contro, affollati di “che libro di mmmerda” “tizio è proprio un misero incapace deve andare a coltivare”.
Con tutto il rispetto che ho per alcuni commenti e post letti in giro per la Rete nel corso degli anni, raramente ho trovato un blogger fai da te che possedesse le capacità di analisi e scrittura di un Wood.
Molto, molto raramente.”

Chi ha letto il post per intero (fatelo) sa anche che Sciallis fa i necessari distinguo sulla funzione della critica. So bene che non è giusto estrapolare e decontestualizzare: ma questo passaggio mi interessa moltissimo. Perchè ho la sensazione che se una ragazzina (o una donna, o un uomo, o un ermafrodito) presuntuosa si arroga il diritto di “cantarle chiare” allo scrittore solo perchè il suo parere DEVE valere più di quello dello scrittore medesimo (il quale è sicuramente raccomandato, e sicuramente le ruba aria o spazio per il solo fatto di essere pubblicato e famoso), le cose stanno andando male. Malissimo. Pensiamoci.

Pubblicità acchiappapolli

maggio 27, 2010

In giro per Roma ci sono tabelloni invitanti:  soprattutto in metropolitana. Sono di un famoso Editore A Pagamento che invita ad inviargli i propri testi, perchè, va da sè, se hai scritto devi pubblicare e bisogna approfittare dei Gran Concorsi.

Pensavo a questo leggendo il nuovo post di Anonimo Informato, che riguarda proprio gli EAP. Ora, Anonimo ha molta ragione a strapazzare gli autori e il loro narcisismo, spesso ingiustificato. Prudono le mani anche a me quando leggo commenti tipo “bisogna comprarsi i critici per avere successo” (sì, certo: come se le critiche fossero determinanti nella vendita di un libro, ah ah).

Però: non so di quale città sia Anonimo, ma se è romano e dà uno sguardo alle pubblicità di cui sopra forse capirà perchè mi puzzano di imbroglio. Perchè in nessun punto è scritto che ai selezionati verrà richiesto un contributo economico. Non si chiama pubblicità ingannevole?

Ps. In ritardo: articolo imprescindibile di Elvezio Sciallis. Qui.

FAMA, FAME

maggio 26, 2010

Sono diventata una Fedele Lettrice del blog La Vera Editoria. Dateci un’occhiata se non lo avete già fatto: non solo per quello che il proprietario, Anonimo Informato, racconta del mondo editoriale. Alcune cose mi erano note, altre erano intuibili, altre le ignoravo. Poi, Anonimo ha un tono che mi piace molto: non strepita, non lancia anatemi, ma racconta.
Ogni tanto, però, pesco nei commenti qualcosa che mi lascia interdetta. Tipo questa affermazione di visitatore più o meno anonimo:

“Non sono un ipocrita e sarò chiaro: in quanto scrittore io desidero la fama, voglio che la mia scrittura sia cresciuta ed apprezzata, a prescindere dalle mie effettive capacità. La realtà invece mi dice che per un romanzo di serie A mi servono principalmente raccomandazioni mentre per proporre qualcosa di “attraente” devo  essere già una penna rinomata.
Cosa posso fare allora per raggiungere la fama? Il mio impegno, la mia continua ricerca per un’opera perfetta, che incanti tutti, ha senso? Esiste un modo per cambiare questo sistema? Facciamo il possibile affinchè la situazione cambi o preferiamo buttarci in un mare di frasi fatte e luoghi comuni sull’editoria?”

La fama. E siamo sempre là. Due giorni fa un amico mi ha guardato dritta negli occhi e mi ha detto: “Tu hai bisogno di scrivere un romanzo di successo”. E non mi ha creduto quando gli ho detto che, no, io ho bisogno di scrivere un romanzo buono, che soddisfi fino in fondo me per prima.
Cazzo, ma siamo messi così male?

I sogni son desideri

maggio 25, 2010

Sono decisamente presa. Anzi, intrappolata. Funziono così: la mattina faccio ricerche in vista dell’editing di Sopdet (voglio revisionare ancora, prima che se ne vada per il mondo). Il pomeriggio, sono sull’isola di Lavinia, e non ne esco. Quanto tiro su la testa, mi succede di imbattermi anche in cose molto, molto divertenti. Questa la condivido.

King e Leonard e …

maggio 24, 2010

“Gli aspiranti scrittori che desiderano capire che cosa significhi quella vecchissima regola che si ripete ai seminari di scrittura – “Mostra, non dire” – farebbero bene a risparmiare i loro soldi e, invece di iscriversi a corsi vari, a leggersi i libri di Leonard: è più economico e indubbiamente più divertente.”

Uncle Stevie dixit, su Repubblica di oggi, a proposito di Road Dogs di Elmore Leonard.
Al di là del concetto (meglio leggere buoni libri che iscriversi a pessimi corsi: sacrosanto), vorrei solo sottolineare che, in Italia, un articolo elogiativo di questo genere sarebbe stato chiamato marchetta. O peggio.

C’era una volta: una modesta questione

maggio 21, 2010

Once upon a time.
La questione della lingua era faccenda che coinvolgeva tutti gli scrittori. Diciamo dai tempi di Dante ad oggi. Ma forse anche prima.
Once upon a time.
Non posso mica raccontarvela tutta. Diciamo che, nel secolo scorso, c’erano quelli del Gruppo 63 che dicevano: no trama, no personaggi (no future, mi verrebbe da aggiungere). Solo lingua. Un certo tipo di lingua. Che poi se la cantassero e suonassero fra loro, almeno molto spesso, era un fatto. Che poi nel gruppo 63 ci fosse anche Umberto Eco, che scrisse Il nome della rosa (e partì, molto probabilmente, dalla lingua), è un  altro fatto ancora.
Once upon a time.
C’è una frase di Tolkien che giustamente Wu Ming 4 pone in rilievo nei commenti (al post di ieri). E la frase è questa.

“Per me il Signore degli Anelli è essenzialmente un saggio di estetica linguistica”.

Torniamo a noi. Al fantastico di casa nostra, assai attento a mappe, razze, cornici, trame. Giustamente. Cosa manca? Cosa “ci” manca? Forse proprio quel punto di partenza: in quale lingua racconto? Quale voce parlerà nella mia storia?
Per me, vale la pena di pensarci.

Un altro Wu Ming, e Tolkien

maggio 20, 2010

E a proposito di Wu Ming…il numero 4 rilascia un’intervista a Repubblica che trovate qui.  L’ultima risposta va proprio riportata.

“Il fantasy ha un problema edipico – dice Wu Ming 4 – Gli autori contemporanei imitano Tolkien in modo pedissequo o cercano di negarlo radicalmente. E’ una questione che i narratori dovranno affrontare e risolvere. Meno interessante è continuare a dibattere su generi e sottogeneri: la letteratura andrebbe letta e valutata per quel che è, senza preoccuparsi della casella in cui collocarla. Si rischia di fare, altrimenti, la stessa operazione che Tolkien contestava ai critici di Beowulf, tesi a vivisezionare il testo dimenticandone la poesia. Invece di tastare il polso al genere, occorrerebbe discutere di più di qualità delle opere. Questo, penso, avrebbe fatto Tolkien”.

Wu Ming 1 traduce Stephen King

maggio 19, 2010

Stephen King ha un nuovo traduttore in italiano, e quel traduttore è Wu Ming 1, che sta lavorando ora a Full Dark, No Stars. L’ho appreso gironzolando su aNobii e imbattendomi in questo thread, che vi consiglio di visitare subito. Interviene, con comprensibile amarezza, anche Tullio Dobner, traduttore kinghiano storico, cui Sperling & Kupfer ha deciso di non rinnovare l’incarico.
Ho amato Dobner da vecchia kinghiana. Amo Wu Ming da lettrice e ho letto non pochi suoi interventi su King che mi hanno mandato in sollucchero. Dunque, sono felicissima. E di Wu Ming1  invidio la pazienza da monaco zen con cui ha risposto ad alcuni improponibili e astiosi interventi. Io non riuscirò mai ad essere così compassata (chiamasi, immagino, serenità e sicurezza nel proprio lavoro, e amore per il medesimo).  Non solo: Wu Ming 1 ha annunciato di voler rendere pubbliche alcune note di traduzione. Mi pare un’iniziativa splendida. Vi copio e incollo qui l’intervento che apre il thread. Poi, vado a stappare lo champagne.

“Car* tutt*,

questo è l’account Anobii del collettivo Wu Ming, ma vi sta scrivendo un singolo membro della band, Wu Ming 1 (Roberto Bui).

Per chi non sapesse nulla di me: sono uno scrittore e un traduttore dall’americano, e sono un lettore accanito di King fin dai primi anni Ottanta. Non solo sono cresciuto coi suoi libri, ma negli ultimi anni ho scritto di lui diffusamente. Ho dedicato lunghe e dettagliate recensioni ai suoi libri più recenti, da Colorado Kid in avanti, e ho scritto anche un articolo “panoramico” sulla sua influenza nella cultura pop di oggi. In calce a questo post troverete dei link.

Ho dedicato particolare attenzione alla lingua di King, a come si sta evolvendo il suo stile. Ne ho scritto con passione e cura. Sono a tal punto intrippato con King che quand’ero a Boston per lavoro sono andato a vedere Fenway Park anche se provo supremo disinteresse per il baseball. Volevo visitare un luogo “topico” dell’immaginario kinghiano. Influenze dello scrittore di Bangor si possono vedere anche nella sottotrama sovrannaturale del mio romanzo “solista”, New Thing (Einaudi, 2004).

Ragion per cui, penso di potervi parlare da fan a fans, da lettore a lettori.

La casa editrice Sperling & Kupfer mi ha chiesto di cimentarmi in una traduzione kinghiana. Mi ha offerto un contratto per tradurre Full Dark, No Stars.
Per me è al contempo una sfida intellettuale, un atto d’amore e un’occasione d’oro. Poter tradurre un’opera del mio scrittore preferito!

Per questo intendo accettare la proposta.

So bene che, come un salmone, dovrò risalire la corrente di una diffidenza (se non di un’ostilità) del tutto legittima. Per molti anni la “voce” italiana di King è stata quella di Tullio Dobner. Dobner è un traduttore esperto e ha compiuto imprese a dir poco epiche, sputando sangue su tomi enormi. Inoltre è una persona generosa, si è più volte confrontato “senza rete” con la comunità dei lettori. E’ normale che un “esperimento” (perché di questo si tratta) faccia sollevare le sopracciglia. E infatti vedo che parlate di proteste, di petizioni etc.

Io dico questo: giudicatemi dal risultato.

Voglio tradurre queste novelle cercando di esaltare la continuity con tutto il “multiverso” kinghiano e i suoi vari livelli di realtà. Lavorerò tenendo a portata di mano i libri precedenti (molti li ho in doppia versione, inglese e “dobneriana”), la mia copia di The Complete Stephen King Universe e, sempre aperto nel browser, il portale Stephen King sulla Wikipedia inglese.
Intendo anche lavorare con la massima trasparenza possibile. Mi piacerebbe pubblicare sul nostro blog
http://www.wumingfoundation.com/giap
(sempre evitando gli spoiler) degli “Appunti di traduzione” con curiosità, scogli da superare etc.

E’ ovvio che le mie scelte di resa saranno diverse da quelle del nostro von Wittelsbach, perché ogni traduttore è diverso dall’altro. Ma siatene certi: tutto quello che farò, lo farò con grande rispetto nei confronti della voce di “Uncle Stevie”. O meglio, delle voci, perché la lingua di King (soprattutto dell’ultimo King) è dinamica, polifonica, piena di effetti e rovesciamenti quasi carnevaleschi. E avrò rispetto anche per il lavoro fatto da Dobner, cercando di “armonizzare” i riferimenti provenienti dai libri già tradotti.

Ed eccoci ai link annunciati sopra.

Per quanto riguarda il mio approccio alla traduzione, parla per me il lavoro che ho fatto sui romanzi di Elmore Leonard (uno degli scrittori più ammirati da King), lavoro riassunto nel mio saggio “Se suona scritto lo riscrivo: la sfida di Elmore Leonard ai traduttori italiani”:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropau…

Invece, per quanto riguarda il mio CV di lettore e commentatore kinghiano, segnalo:

Recensione di Colorado Kid:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropau…

Articolo sulla complessità della cultura pop con recensione di La storia di Lisey:
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002089.h…

Articolo “Stephen King, king of pop”, uscito sul mensile XL:
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/20…

Recensione di Duma Key:
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropau…

Ecco, questo è ciò che tenevo a dirvi. Voglio concedermi questa “follia”. Al mio posto, ve la concedereste anche voi! :-)

Per qualunque cosa, a vostra disposizione. E comunque vada,

I WILL HOLLER YOU HOME.

Ciao,

Wu Ming 1″

Permette una domanda?

maggio 18, 2010

Ricevo una mail da un gruppo di studenti di Milano ( master in editoria) che stanno conducendo un sondaggio sulle fan fiction. Cosa molto buona e molto giusta, direi. Però mi sono resa conto di quanto sia difficile fornire risposte precise.
Sesso ed età dei fanwriter? Nel primo caso – e qui se ne è discusso – direi che la maggioranza degli autori è femmina. Nel secondo:  c’è davvero un’età media per scrivere fan fiction? Cosa si dovrebbe dunque dire di questo o di quest’altro?
Poi, c’è un’altra domanda che mi inquieta: il genere e il libro “dominanti”. Il fandom non si rivolge solo ai libri. Anzi. Un’occhiata all’indice di Efp dimostra con chiarezza che anime e manga raccolgono i consensi maggiori (grosso modo, siamo sulle 37.000 fan fiction se si somma anche la sezione su Naruto, che è stata resa autonoma proprio per la mole di storie). Ed è giusto così.
Infine, la questione sul “ti piacerebbe”: pubblicare o lavorare in editoria, per intendersi. Qui si aprirebbe (si è già aperto) un discorso enorme che si può sintetizzare in tre parole: non è detto. Conosco fan writer che non hanno alcuna intenzione di pubblicare e altre che si incazzano se altri pubblicano e altre ancora che si esercitano grazie al feedback con i lettori.
Ma, davvero, il fandom non è un talent show. E’ narrazione. Non credo che sia, necessariamente, il metro utilizzato in editoria quello che vada applicato.
Ps. La mattina si legge, il pomeriggio si scrive. Sto leggendo belle cose. Ve ne parlerò.


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