Archive for luglio 2010

Dalla terra alla luna

luglio 30, 2010

Ieri G.L. ha scritto un post bellissimo. Ci ho riflettuto parecchio e lo sto facendo anche ora, mentre rimando il momento della valigia (me ne vado al lago per un po’:  se la linea regge, mi affaccerò sul blog, è una promessa). Leggetelo tutto. Io riflettevo su questa frase:

“Ogni donna che ha attraversato la mia vita mi ha cambiato. Ha cambiato persino il mio modo di scrivere. Ogni donna che ha attraversato la mia vita mi ha tolto colori e aggiunto sfumature. Non posso scrivere di donne senza eliminare da me il maschile. Ma posso scrivere degli sguardi che cambiano la vita degli uomini. Sì, questo posso farlo. Sperando che, prima o poi, il gatto arrotolato sulla Luna si trasformi in tigre”.

Io non so se il tempo delle donne sia diverso. Davvero, G.L. mi ha spiazzato con questo concetto.  Sicuramente è un tempo scandito. Sicuramente è un tempo che non ti permette di fingere che il tempo stesso non ci sia (oh, gli uomini a volte ci riescono, ed è una benedizione e insieme una condanna). Sicuramente, ti insegna a convivere con i tuoi lati d’ombra:  e, a volte, a scivolare dentro l’ombra e a farne parte.

Ma mi piace rovesciare lo sguardo. Dal maschile al femminile. E devo dire che, sì,  anche gli uomini della mia vita mi hanno cambiata e hanno influito profondamente sulla mia scrittura. Hanno  infuso allegria, dolore, rabbia, rimpianto, coraggio, desiderio. E vale lo stesso discorso di G.L.: è difficile per me scrivere il maschile senza che dentro ci sia il femminile. E il femminile sta nel mutamento:  i miei uomini fatti di parole sono raccontati mentre mutano. Le mie storie sono fatte di questo, tutte.  E, forse, guardare dalla luna alla terra significa sperare che il pastore si svegli, sapendo che non lo farà mai.

Magic moments

luglio 29, 2010

Dal momento che sono una brava ragazza – anche se molto stanca: stamattina ho ringraziato la tazzina di caffè dopo aver bevuto – vi copio pazientemente un pezzo di intervista uscita oggi su La Repubblica. L’intervistato è Antonio Franchini ed è l’editor di Mondadori.

“Oggi in che consiste il suo lavoro di editor?
«La professione si è complicata rispetto al passato. Se non altro perché è aumentata enormemente la quantità di dattiloscritti che ci arrivano. Un tempo la cura veniva affidata soprattutto a tre lettori esterni, diciamo tre giudizi, dopo i quali se il romanzo era ritenuto buono, passava a una lettura interna. È un sistema oggi insufficiente. Per questo mi servo anche di un gruppo di lavoro fatto di giovani che ha competenze redazionali e letterarie mostruose».
Basta per soddisfare la marea di romanzi che vi arrivano?
«Naturalmente no. E non si può leggere tutto. Tra le poche cose che nell´editoria non sono cambiate c´è l´elemento rabdomantico. È fondamentale».
Le è successo di rifiutare romanzi che poi si sono rivelati libri di successo?
«È normale che accada. Il mio lavoro provoca un alto tasso di dubbio e di sofferenza. Se sbaglio nella valutazione mi porto appresso il cruccio, mi chiedo dove ho commesso l´errore, dove non ho capito, dove non ha funzionato il giudizio».
Più che il tormento mi interessa capire cosa fa nel caso del dubbio.
«In alcuni casi me lo trascino a lungo. Ho un grosso romanzo che tengo da anni sulla scrivania. Quando cominciai a leggerlo rimasi sbalordito. Aveva una delle aperture più belle che io abbia mai letto. Sembrava Melville. Senonché, dopo queste pagine iniziali, il romanzo si afflosciava, diventando insopportabile. Poi aveva un´altra impennata per ricadere immediatamente dopo in una prosa terrificante. Dovrei buttarlo, ma non ho il coraggio».
C´è sempre il lavoro di editing.
«Sono tra quelli che ritengono che l´editing non può cambiare il destino di un libro. Lo può migliorare o, in taluni casi, perfino peggiorarlo. Ma non può dargli quello che il libro non ha».
Eppure ci sono casi di editing drastici: Susannah Clapp, editor di Chatwin, riduce quasi della metà In Patagonia e il libro a suo modo è perfetto.
«Ma se è per questo anche il lavoro di Pound su Eliot – anche se Alcide Paolini disse che quello di Pound fu un atto criminale – oppure il lavoro di tagli di Gordon Lish su Carver si possono considerare importanti. Ma sono dei casi che nascono dai rari momenti di magia che si stabiliscono tra l´editor e l´autore. Generalmente un editing radicale rischia di sconfinare nella manipolazione».”

Edgar e Beppe

luglio 28, 2010

“Se è vero, barcaiolo, – dissi poi – ditemi chi è stato a pugnalarvi”.
“Una ragazza è stata, – rispose lui, una kovalcina del quartiere Bel – Tchikonnex”
Allora io gridai: “Il vostro nome è Hans!”
“Il mio nome è Hans, signore” rispose lui senza meraviglia e con assoluta calma.
Ed io: “A che ora vi siete sentito pugnalare? Forse verso le otto?”
“Esatto, signore. Suonavano le otto a santa Mundula ed io sentii il primo pugnale affondarmi nel cuore. Pochi minuti dopo sentii la seconda trafittura”.
Credetti di capire. Il primo pugnale era la frase “Gli voglio bene come un fratello”,
il secondo era “Non m’importa che viva o che muoia”

(Beppe Fenoglio, Una crociera agli antipodi).

Preme invece qui sottolineare quella sorta di fedeltà di Fenoglio ad un exemplum che ha attraversato quasi tutta la sua attività letteraria, senza particolari evidenze se non qualche affioramento sporadico, puntualmente segnalato nell’Introduzione, e che in questiracconti trova invece lo spunto per palesarsi inequivocabilmente: Edgard Allan Poe.

(Luigi Preziosi)

Ps. Lo sapevate, sì?

Cornell e l’abbraccio nero

luglio 27, 2010

Gli scrittori possono essere preveggenti? La domanda è retorica e la risposta is blowing in the wind.
Ci ripensavo a proposito del mio inseguimento dei padri letterari. Cos’è un padre letterario, peraltro? E quanti figli ha?
Seconda domanda (non retorica) in poche righe, ma abbiate pazienza. I padri letterari, dunque, sono quelli che dobbiamo cercare, per quel che riguarda il fantastico italiano. Il che non significa guardare necessariamente nella letteratura del nostro paese.  Anche, senza dubbio, per forza. Però, per cercare di capire se esiste un territorio comune a chi, oggi, scrive fantastico, occorre intanto inseguire i propri: e condividerli, come sto facendo ora. Confessando una bugia.
Ho sempre detto che il primo fu Poe.  La lettura determinante, la tappezzeria della casa di Ligeia che si sdoppia e fiammeggia e fa trasparire il varco.

Anche.

Ma c’è stato ancora un prima, ed è il racconto preveggente dello scrittore che mi ha fatto sentire la forza dei varchi di cui sopra. Non la stanza di una morta che vuole tornare, ma un cancello.
Il cancello di un cimitero che si chiude. Che si sta chiudendo, anzi. E dentro c’è una ragazza. Una ragazza che sente all’ultimo momento il richiamo del custode, e corre con il fiato in gola lungo i sentieri ricavati fra le lapidi, e la ghiaia si infila nelle sue scarpette, e il vestito la impaccia. Perchè era elegante, la ragazza. Si era fatta bella per incontrare il fidanzato, in gran segreto, fingendo di andare  a pregare sulla tomba di suo padre. Ma, ecco, era arrivata in ritardo all’appuntamento, e si era persa, ed era così lontana dall’uscita e così assorta nei pensieri da non accorgersi dell’ora, e l’avvertimento è arrivato tardi, e il crepuscolo è già sceso, e le lapidi stanno confondendosi l’una con l’altra, non sono che uno scintillio cupo nel grigio scuro dell’aria.
E il cancello è chiuso.
Quando la notte scende, comincia l’orrore. Quello che si immagina doveroso per una ragazza intrappolata fra i morti. E quello vero. Che striscia, respira, insegue. E uccide, proprio mentre la salvezza sembra a portata di mano. Quello stesso orrore che, strisciando dall’oscurità di un tunnel, ha straziato un’altra ragazza che la madre aveva mandato a comprare carbone. Quello che si nasconderà nelle zone d’ombra di un giardino, spiando due amiche che cenano in allegria, per farne a pezzi una.
Avviene nella città di Ciudad Real, che non esiste. Ma, molto più tardi, a Ciudad Juarez, altre ragazze moriranno davvero, massacrate da un orrore senza nome. Allora, non lo sapevo. Ma quando ho avuto fra le mani L’alibi nero di Cornell Woolrich (dopo anni di letture adolescenziali che ruotavano attorno ad Agatha Christie), ho scoperto cosa significasse la paura. Anzi, cosa significasse letteratura nera.
Woolrich non scrive, semplicemente, noir. Capita – e capita nella maggior parte dei casi, anzi – che le sue storie abbiano una spiegazione tutt’altro che sovrannaturale. Eppure, squarcia il confine. Perchè l’oscurità che riesce a evocare si agita dentro il cuore di chi ne sarà vittima: è la forma sotto il lenzuolo di cui parla King. Non sei tu a toccarla, è lei che si alza e ti imprigiona in un abbraccio freddo.
Quello è stato il mio primo passo nel cono d’ombra, fuori della geometrica, appagante razionalità del giallo. Quello è stato il mio primo padre.
Amatelo.

A volte ritornano davvero

luglio 26, 2010

Una delle reazioni dei fan che mi ha sempre colpito (e si vede) è la protesta in caso di morte dei protagonisti.  E’ successo non poche volte: nel caso di Sherlock Holmes citato da Wu Ming 4, ma anche in Dallas (Bobby Ewing viene ucciso dagli sceneggiatori, ma dopo le proteste del pubblico, ritorna perchè la sua morte era stata semplicemente sognata dalla moglie). E’ successo con Superman. E’ successo, e forse è il caso recente che mi ha turbato di più, con Kakashi Hatake in Naruto. Morto eroicamente, Kakashi viene richiamato in vita tramite pentimento di uno dei cattivi e conseguente resurrezione collettiva: motivo reale, l’ira dei fan che hanno convinto il mangaka Masashi Kishimoto a rivedere le sue decisioni.
Considerazione ovvia: tutto questo può avvenire solo con una storia seriale, perchè in nessun modo un lettore può convincere l’autore di un romanzo concluso a modificarne il finale. Salvo riappropriarsi della storia, scrivere una fan fiction e buttare sotto il treno il signor Karenin invece di Anna.
Considerazione meno ovvia: quello che mi ha sempre interessato è il come se ne esce. Che è la chiave di Misery: Paul Sheldon deve resuscitare la sua eroina ma non si abbasserebbe mai a utilizzare l’espediente del sogno come hanno fatto gli autori di Dallas. Questo, durante la sua prigionia, è il tormento che risulta peggiore delle mutilazioni che gli infligge la fan numero uno. Infine, come ricorderete, Paul ricorre a uno dei padri della narrativa fantastica, sia pure mai espressamente citato. Misery, dunque, è stata vittima di morte apparente e sepolta ancora viva: come avviene più volte nei racconti di Edgar Allan Poe.
Non è un caso che il primo scritto (autoprodotto e stampato in 40 copie) del giovanissimo King fosse la trasposizione de Il Pozzo e il pendolo. Trasposizione narrativa dal film, attenzione.
Il che porterebbe a ragionare sulle paternità letterarie. Cosa che andrà fatta, e anche presto.

Wu Ming 4 su Esbat, e molto altro

luglio 24, 2010

Era nei commenti, ma mi permetto di farne un post. Soprattutto perchè quanto scrive Wu Ming 4 non riguarda solo Esbat ma apre il discorso a una miriade di possibili riflessioni. Un grazie è poco. Davvero poco. Ma non posso non dirlo. GRAZIE.

“La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho finito di leggere Esbat è che si tratta di una profonda riflessione narrativa sulla narrazione stessa.
Poi mi è venuto in mente Arthur Conan Doyle e il primo caso conosciuto in cui un personaggio letterario ha messo in discussione l’autorità del proprio autore.
Sherlock Holmes iniziò abbastanza presto a vivere di vita propria. Come si sa, il 221B di Baker Street non esisteva alla fine del XIX secolo. Ciononostante parecchia gente iniziò a scrivere a quell’indirizzo lettere che chiedevano l’ingaggio del celebre investigatore privato per risolvere casi reali. Oggi il numero civico esiste davvero, dal momento che ci hanno costruito una casa museo piuttosto trash, e la fermata della metropolitana di Baker Street è piastrellata con il profilo inconfondibile di Holmes.
Anche Conan Doyle, come la Sensei di Esbat, a un certo punto decise di fare finire in gloria il proprio personaggio, ovvero di farlo precipitare giù da una cascata nell’abbraccio mortale con il suo acerrimo nemico, il professor James Moriarty. Anche lui non immaginava che ne sarebbe seguita una rivolta dei fan. Il giornale su cui venivano pubblicate le avventure di Holmes, lo “Strand Magazine”, venne sommerso di lettere di protesta. Tanto scrissero e tanto fecero che Conan Doyle fu costretto a far resuscitare il proprio eroe e a motivarne l’assenza triennale con un espediente improbabile. Conan Doyle immaginò che Holmes, salvatosi dall’affogamento, avesse intrapreso un viaggio verso Oriente (fino in Tibet!) e fosse poi tornato in Inghilterra per condurre vita ritirata. Quando poi, ormai in là con gli anni, scrisse le ultime avventure di Holmes (questa volta davvero), decise di collocarlo in un buen retiro nel sud dell’Inghilterra, ad allevare api.
Ecco, il primo tema che Esbat affronta e sviscera (letteralmente, in certi casi…) è la relazione tra autore e personaggio. Un personaggio seriale può diventare un’ossessione per il proprio autore, una specie di condanna, senz’altro il fulcro di una relazione di amore e odio. Solo che spesso non si tratta di una relazione a due, bensì multipla, perché coinvolge anche i fan.
Il secondo tema del romanzo infatti è senz’altro il fandom. Al centro di questo rapporto complesso c’è la passione, che a volte può trasformarsi in ossessione insana, altre volte può servire a fare delle cose utili per la propria vita. Ci sono due personaggi speculari nel romanzo: il webmaster Sasaki, autorecluso nel mondo virtuale della rete, e l’adolescente in crisi d’identità Ivy. Uno soccombe alla propria ossessione, compiendo la vendetta contro il tradimento della comunità da parte dell’autrice e realizzando così il contrappasso dovuto; l’altra reagisce alla cattiveria del mondo circostante proprio attraverso la messa in discussione dell’autorità autoriale e rivendicandone una parte per sé, cioè proseguendo la storia con altri mezzi. Dio (anzi la Dea) salvi la fan fiction che salva gli autori da se stessi.
Divagazione. Ieri sera ho visto la puntata di CSI in cui la scientifica di Las Vegas indagava sul fandom di Star Trek (trasformato in “Astro Quest” per ovvie ragioni di copyright). Il caso verteva sull’omicidio di un giovane regista indipendente che aveva provato a resuscitare la serie aggiornandola alla sensibilità contemporanea. I fan si ribellavano all’inserimento nella serie di scene ultra-violente ed eroi piagnucolosi. Indagando sul caso, due poliziotti della squadra, entrambi fan di Astro Quest, proprio grazie al medium della passione comune riuscivano a portare alla luce l’attrazione reciproca rimasta latente per anni. Fine della divagazione (che però avrà una ripresa alla fine).
Il rapporto tra vita reale e fiction ricalca quello tra storia umana e mito (racconto), antico quanto il mondo. Esbat ce lo racconta agganciando il tema al dipanarsi serrato della trama. Ed è qui che entra in campo la Dea, evocata a più riprese, ma mai presente, ancorché incarnata dai personaggi femminili che dominano il racconto. Al centro della trama c’è la lotta/accoppiamento del demone maschile Hyoutsuki, bello e terribile come Apollo, con la Signora della Storia, l’Autrice, la Sensei, che finirà per assumere il terzo volto della Dea, quello mortifero e sanguinario.
Da “gravesiano” non posso non apprezzare la scelta di mettere in scena non già l’idealizzata Gilania (pure evocata da alcuni personaggi), ma la crudezza inesorabile del divino femminile, portatore di vita e di morte, cioè custode della ciclicità e del divenire, che poco o nulla ha a che fare con il mito di un fantomatico egualitarismo femmineo delle origini. La forza di Esbat è quella di far incontrare questo femminile arcaico con le dinamiche contemporanee che coinvolgono le donne di ogni età: in menopausa e non, nostalgiche dell’amplesso o spaventate dal primo rapporto sessuale, senza sangue lunare e imenaico o alle prese con lo stesso (l’intera narrazione, infatti, è scandita dai cicli lunari/mestruali). La Dea quindi c’è ma non si vede, perché agisce attraverso i personaggi stessi. Belli, tra l’altro, nient’affatto scontati (eccetto forse uno, non irrealistico ma senz’altro un po’ stereotipato: la madre di Ivy, “puttanesca” e in guerra contro il tempo).
Proprio il sangue – l’elemento chiave di Esbat, insieme alla luce della Luna che continua a rifrangersi sui capelli candidi del demone – mi riporta all’episodio di C.S.I. visto ieri sera. Alla fine si scopre che le cause dell’omicidio non andavano cercate nella delusione e nella sete di vendetta dei fan di Astro Quest, ma nell’avidità, cioè nelle dinamiche di profitto (e di copyright) capitalistiche. Qualcosa su cui meditare, credo. Così come dà da pensare il dialogo tra i due agenti della scientifica a proposito del “genere”. A un certo punto uno dei due sostiene che “Francis il mulo parlante” è una serie di fantascienza, perché si svolge in un piano temporale parallelo in cui gli equini hanno sviluppato una laringe e un cervello in grado di farli ragionare e parlare. Il collega ribatte che al massimo si potrebbe definire un serial “fantastico”. Non necessariamente, replica l’altro: Asimov aveva ipotizzato un futuro in cui altre specie animali avrebbero potuto sviluppare le stesse abilità umane in forme diverse. Quindi “Francis” può rientrare nel genere ucronico-fantascientifico.
Ecco, forse Esbat potrebbe essere definito un romanzo fantastico, cioè un romanzo di attraversamento tra due mondi, due piani di realtà. Ma è poi così importante scegliere come etichettarlo? Ed è poi così “irrealistico” che l’altro mondo, quello delle narrazioni, viva un tempo proprio, parallelo e saltuariamente intersecato al nostro? Andatelo a dire alla buon’anima di Sir Arthur Conan Doyle (che – per inciso – trascorse gli ultimi anni della propria vita occupandosi di spiritismo, cioè di comunicazioni intra-mondi…). Dov’è stato Holmes in quei tre anni durante i quali il suo autore lo ha perso di vista? Cos’ha fatto il celebre detective dopo che il suo autore lo ha pensionato?
Per saperlo basta rivolgersi alla fan fiction e leggere due romanzi: il geniale “Il Mandala di Sherlock Holmes” di Jamyang Norbu (Instar Libri, 2002) e il meno bello, ma altrettanto interessante per la collisione creativa tra il misogino Holmes e una protagonista femminile, “L’allieva e l’apicultore” di Laurie K. King (Neri Pozza, 2006).
Be’, tutto questo divagare per dire: complimenti Lara”.

La letteratura è sempre fantastica

luglio 23, 2010

Guarda guarda cosa ho trovato, inserendo due parole chiave come “realismo” e “fantastico” (ci sto ragionando parecchio, ultimamente). Un’intervista a Giuseppe Genna, che risale a un anno fa (Genna è un autore bravissimo: Assalto a un tempo devastato e vile è un libro che consiglio di cuore).  Leggetela tutta, ma questo è il punto che mi ha suscitato il maggiore entusiasmo:

“Non conosco una scrittura che sia realistica. Faccio un esempio: la vulgata per cui il naturalismo di Zola sarebbe realismo è esilarante – ci troviamo di fronte a un costruttore di miti, che utilizza protocolli desunti dalla sorgente pittura impressionistica, impegna una lingua che permette l’avvento di Céline, e ancora si pensa a una scrittura realistica. Perfino il romanzo primonovecentesco, col suo psicologismo apparentemente mimetico, non desume la propria psicologia da una psicologia reale: la forgia e costruisce l’interiore del mondo borghese. Il realismo oggi sarebbe incarnato da chi? Dal cinismo di Roth che fa ricordare a un morto post-mortem in Everyman? Da Houllebecq che sembra mostrare la possibilità di un’identificazione per mimesi e che termina il suo ultimo romanzo, Piattaforma, con uno strepitoso viaggio di un futuro clone tra umani ridotti a branchi di primati? La letteratura è sempre fantastica”.

Molto, molto bene.

Manganellate

luglio 22, 2010

Parliamone, di Manganelli. Manganelli Giorgio. Coltissimo. Visionario. Viaggiatore. Riscrittore.  Acciuffato e sventolato  come simbolo da chi rivendica la letteratura elitaria. Eppure, Manganelli  scrisse racconti per Playboy (e per gli eredi è stato difficile recuperarli, perchè le biblioteche si vergognavano a conservarne una copia). Eppure,  ci ha lasciato  le parole più belle che mi sia trovata davanti agli occhi a proposito di Pinocchio (Pinocchio: un libro parallelo, trovatelo e leggetelo). E poi, ma guarda, romanzi fantastici, e persino quella che noi sciocchine chiameremmo fan fiction, perchè in Agli dei ulteriori si trova, per esempio, questo brano:

“Ve ne sarete accorti, ormai, e non sarà una rivelazione da lasciarvi senza fiato. Qualcosa è entrato in crisi, questo vostro universo si sfascia, altri stemmi si sovrappongono ai vostri, alle spade si sostituiscono ordini capziosamente catastrofici e tutto sommato vigliacchi. Sotto il peso di una inveterata pinguedine gli dèi muoiono, si spiumano gli angeli goffamente librati sulla ruota della fortuna, l’acqua si rompe, si riempie di fessure, nemmeno Ofelia riesce più ad annegarvi il viso a fondo. Le nostre sorti ci dividono: a voi, che avete un destino, tocca consumare affatto i vostri colori, il rosso, il verde, il nero, i leoni rampanti e i re di quadri, alfieri e torri. Per noi è diverso: giacché vacilla la scacchiera cui ci eravamo appollaiati; si ripiegano le bandiere del castello; e i corvi si fanno disappetenti; io debbo lasciarvi e mettermi alla ricerca di un altro destino cui farmi parassita. E non è detto sia cosa agevole: finché non troviamo un aggetto, una stalattite, un dito ignoto cui appenderci, svolazziamo alla periferia dell’esistenza, alate talpe. Ti stupisci che, nelle more della catastrofe, io stia cercando di insinuarmi in altri giuochi? Mi hai sorpreso mentre parlavo, alla nostra maniera, con chi nel nostro mondo ha qualche autorità; che, supponiamo, ha notizia, forse spiata, di un mondo a venire; costui sta attentando ad un febbrile censimento di noi sotterranei, e tenta di apprestare il nostro cosmico trasloco; ma pare che per sistemare gente della mia estrazione si dia qualche difficoltà. Dicono che sono un po’ troppo specializzato, e d’altro canto che il gioco di recitare defunti recenti stia per finire. Capisci?”

E’ una lettera di Amleto alla principessa di Clèves, e alla faccia del crossover.

Alleluja

luglio 21, 2010

I lettori e i critici sono finalmente d’accordo.
Dal forum di Writer’s Dream, topic su Stephen King:

“King è uno scrittore di cose “terra terra” facilmente digeribili dai lettori odierni”

Da Lipperatura, intervento di Gilda Policastro:

“Un libro-vasetto può far figura in dispensa, cioè nella libreria di casa: manca un passaggio, perché si muti in libro «longevo», ovvero entri in un discorso estetico e non già (solo) economico. Bisogna intanto che sia superfluo guardargli la data di scadenza, ma, prima ancora, che possa arrivare a essere 1) scritto (il che non è banale, se l’influenza del mercato vale anche in termini prospettici; 2) pubblicato; 3) presente in libreria 4) resistente al quotidiano afflusso in essa di vampiri o romanzi criminali.”

Da Wikipedia:

“Si definisce miracolo un evento a volte attestato, a volte asserito, difficilmente spiegabile secondo cause conosciute”.

Ps. Tanto per chiarirci: non sto esultando. Sto tirando le pantofole contro il muro. Primo, per l’equazione che fa Policastro fra narrativa popolare e immondizia (vecchia storia). Secondo, per l’arroganza del lettore che non sa e pretende di giudicare. Riporto, su King, questa frase: “voglio sapere dove c’è scritto che King è apprezzato dai colti. No perché deve essermi sfuggito… Bret Easton Ellis? E’ colto?”.
Ellis. Appunto. Ellis. American Psycho. Il libro più importante di fine Novecento. Appunto.

Euridice e le storie

luglio 20, 2010

L’unica alternativa per non subire una storia è raccontare mille storie alternative.

Sì, lo so, mea culpa. Mai citare solo una frase di un intervento,  specie se è la frase conclusiva. La colpa è di J.. Colpa benefica, naturalmente. Perchè J. è intervenuto a gamba tesa nel famoso thread su aNobii, rovesciando il tavolo (e le liste di autori) e dimostrando cosa dovrebbe essere la discussione sul fantastico. In più, ha linkato un saggio di Wu Ming 2, La salvezza di Euridice. Che è una vera, importante scoperta. A voi.


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