Archive for agosto 2010

Scrivere di Himeros

agosto 31, 2010

Nostalgia. Desiderio. Malinconia. Struggimento. Ancora desiderio, ma senza possibilità, senza speranze. Desiderare inutilmente. Desiderio del desiderio. Consumarsi. Vedere scorrere il tempo. Il tempo è breve e la giornata è lunga, come dice la mia amica del cuore.
La Sehnsucht ha un dio. Si chiama Himeros.  E’ uno dei figli di Afrodite e Ares, insieme a Eros, dio dell’amore e della carnalità e Anteros, dio dell’amore ricambiato. Himeros governa l’amore senza speranza o il desiderio non appagato. Nasce quando gli androgini vengono divisi in due e cercano, da quel momento, la loro metà. Eros li unisce, Himeros li consuma, dolcemente.
E’ questo che ho scelto di raccontare.
Domani è settembre: tutto torna com’era.

Scrivere come Pullman (magari)

agosto 30, 2010

Il nuovo libro di Philip Pullman si chiama Il buon Gesù e il cattivo Cristo e si occupa, appunto, di Cristo. In modo molto particolare: ovvero, l’Uno sono Due, due gemelli, quanto mai fra loro diversi. Mi colpisce il fatto che molti scrittori si accostino alla religione cattolica (penso a Saramago). Mi colpisce la risposta che Pullman ha dato oggi a Repubblica.

La religione è costantemente al centro dei suoi interessi. Questo non contraddice il suo ateismo dichiarato?
«No! Le grandi domande della vita sono religiose e scientifiche: perché siamo qui? Che c´è al di là di noi? Da dove vengono il bene e il male? In ogni cultura e religione gli interrogativi che si pongono gli esseri umani sono gli stessi, e anch´io, da ateo, non smetto di affrontarli».

Che c’è al di là di noi: il punto, sì, è questo.

Scrivere come un’autrice horror

agosto 27, 2010

Giustamente nei commenti qui sotto mi si dice: “ehi, fanciulla: ma anche tu hai parlato di argomenti consimili a quelli di cui il Terribile Gruppo Pratolino discuteva. Verissimo. Infatti, li ho citati esattamente per questo. Perchè la domanda che mi ponevo ieri, formulata fino in fondo, recita:
“Di questo vorreste che scrivessimo? Di questo, e rimanendo chiusi nelle quattro pareti sempre più basse della realtà, per cui la sindrome premestruale è cosa di cui si chiacchiera fra amiche e non, per esempio, il trampolino per scivolare in un’ossessione, e quell’ossessione, oh no, non diventerà il caso di stalking al femminile di cui gli esperti discutono in televisione, ma diventerà la molla che incrinerà un universo intero e farà vacillare gli dei?
Questo. Un’emozione così domestica che fa crollare il cielo. Così come Elena (la cagna  di cui ridacchiava il Terribile Uomo Pratolino) fu la donna per cui due mondi vennero in collisione, e uno dei due scomparve.
Perchè, e ancora una volta ha ragione G.L., la consapevolezza è ciò che dobbiamo perseguire.  Perchè se, sul Venerdì di oggi, il regista del film tratto da La solitudine dei numeri primi dichiara che l’ha virato in chiave horror perchè l’horror serve a capire e dilaniare e rendere più evidente la realtà, un motivo ci sarà. Perchè nel macrogenere del fantastico, se proprio è necessario dichiarare la propria appartenenza, non potrei dichiararne una diversa da questa.  Ebbene sì, mi sento una scrittrice horror, se l’horror è quello che sviscera le passioni, pone la mano del lettore sulla forma sotto il lenzuolo e ricorda che paura non è solo lo spavento della porta della cripta che ciiiigola. E’ paura di quel che siamo nel pozzo nero, paura dei nostri desideri, della mancanza d’amore, della morte. Questo è l’horror, per me, e non mi importa se corrisponde o meno alle definizioni canoniche.
Quindi, mi unisco alla rivendicazione. Anzi, mi ci appaio, in toto, e specie in questi tre punti:

“Rivendico il diritto a portare alla luce ciò che fa storcere il naso. Rivendico il diritto a scrivere ciò che vedo e ciò che vedo non sono doloretti da due soldi, è la Guerra che verrà. Rivendico il diritto a rovesciare lo status quo, in tutte le sue forme.”

Inoltre.
Rivendico di essere una donna che scrive horror, e di essere per ciò stesso un’anomalia. E di essere felice di esserlo.

Scrivere come il napalm la mattina

agosto 26, 2010

Pancia all’aria, occhi al cielo, mani dietro la nuca: manca solo il filo d’erba fra i denti e il canone è perfetto.
Sono in un prato a guardare le cime degli alberi e le nuvole e a riflettere su non poche faccende che mi riguardano. Per un po’ ci riesco. Poi, dalla porzione di prato alla mia destra, arrivano voci. Socchiudo un occhio e guardo. Sono due donne intorno ai cinquant’anni, una con treccia e calzoncini e canotta identici a Lara Croft, un’altra con occhialini neri. E un uomo che urla al telefonino. E un bambino che urla al cane.
Colgo frammenti di discorsi. In ordine sparso: la menopausa, la secchezza vaginale, la fine della creatività emotiva portata dalla sindrome premestruale, e poi quel libro anche premiato che si chiama La cagna, hai presente, parla di Elena di Troia, e l’uomo del gruppo smette di parlare al telefonino e dice eh eh ehhh cagna e pure troia, e le donne poi dicono che i maschi parlano in modo razionale e le donne parlano di se stesse e questo è importante, bisogna tenerne conto, e poi lui al telefonino dice che quello specchietto retrovisore fa fatto aggiustare, e dal meccanico vacci a nome mio e il bambino dice Mamma vaffanculo cretina hai fatto scappare il cane e la simil-Lara Croft sorride benevola e dice un tempo mi hanno fotografata a un corteo femminista con le mani a V e sono finita sul giornale, hanno ripubblicato la foto di recente e mio marito ha detto “aò, chi ho sposato”.

E dentro di me, stringendo i denti, la stessa domanda: “di questo, vorreste che scrivessimo? Di questo?”.

Scrivere di balene o di pulci

agosto 24, 2010

La serie di post intrapresa da G.L., con premesse che intuisco condivisibili (ma basta con la faccenda che in Italia non ci sono narratori! Ma basta col fatto che bisogna cominciare la propria vita di lettori con testi “educativi e istruttivi”), tocca oggi Moby Dick. Molto, molto bene.
Ho una frase di Herman Melville che tenevo in serbo per questa occasione. E mi piacerebbe farla masticare a chi sostiene che il vero artista si dedica (solo) alle squisitezze linguistiche, e non alla storia. Eccola:

“Per produrre un grande libro, bisogna scegliere un grande argomento. Nessun’opera grande e duratura potrà mai venire scritta sulla pulce, benché molti abbiano tentato”.

Applausi.

Scrivere come Daphne

agosto 23, 2010

Lei è stata scambiata per una scrittrice borghese e sentimentale. Una classica “scrittrice per signore”. Scrittrice da best- seller, da borsona della spiaggia. Consolatoria e rassicurante. Lei scriveva cose del genere:

“Una volta gli assassini venivano impiccati a Four Turnings. Ora non più. Ora un assassino paga il fio del suo delitto a Bodmin, dopo aver subito il suo bravo processo  alle Assise. Vale a dire che, se la legge lo dichiara colpevole, è la sua coscienza per prima a ucciderlo. Meglio così. È come un’operazione chirurgica. E il corpo, benché venga sepolto nella fossa comune, ha un funerale, modesto. Quando ero ragazzo le cose andavano diversamente. Ricordo di aver visto un impiccato all’incrocio delle quattro strade. Aveva tutto il corpo spalmato di catrame perché si conservasse. Penzolava dalla forca tra terra e cielo o, per usare un’espressione di mio cugino Ambrose, tra Paradiso e Inferno. Mi pare ancora di vederlo oscillare, come uno spaventapasseri appeso a un palo. La pioggia aveva fatto marcire i suoi calzoni e sfilacciature di stoffa gli pendevano alle gambe, gonfie come fossero di carta inzuppate”.

E’ l’inizio di “Mia cugina Rachele”, uno dei romanzi di Daphne Du Maurier, che mi è tornata alla mente e fra le mani dopo aver rintracciato – complice il mio spacciatore di vecchi libri – una raccolta di racconti che si chiama “Il punto di rottura”,  e che è decisamente impressionante per come riesce a individuare, a sviscerare e raccontare senza una parola di troppo il momento culminante di una crisi (esistenziale, sentimentale, altro).
Daphne Du Maurier ha scritto il racconto da cui Hitchcock ha tratto “Gli uccelli”. Ha scritto un grande romanzo gotico a tutti gli effetti che è “Rebecca, la prima moglie”. Ha intrattenuto controversi  rapporti con Barrie (sì, l’autore di “Peter Pan”).
E’ una scrittrice terribile: nel senso che finge di portare il lettore in una dimensione rassicurante e poi lo scaglia contro una parete. C’è un racconto, “Le lenti azzurre”,  dove una donna si sveglia da un’operazione agli occhi e vede tutti coloro che la circondano con una testa di animale: una gatta per l’infermiera gentile, un serpente per quella che dovrebbe venire ad assisterla a casa, in accordo col marito, un avvoltoio per l’amato consorte. Finale non rivelabile.
Mi chiedo, leggendo contemporaneamente “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger, quanto esercizio ci voglia per essere così affilati nella scelta delle parole -non una di troppo – e impeccabili nella narrazione.
Giornate di dubbi.

Scrivere come Brancati

agosto 20, 2010

E questa da dove spunta? Perchè Vitaliano Brancati, scrittore considerato minore, scrittore considerato realista e che nulla ha a che vedere con le digressioni precedenti sul fantastico?
Proprio sicuri? Avete letto Don Giovanni in Sicilia? O Il Bell’Antonio? Avete letto l’oscuro, cupissimo, Paolo il caldo? Lasciate perdere le trasposizioni cinematografiche, parlo dei romanzi. Sono romanzi sull’eros come immobilità. Come sguardo fisso e disincarnato. I personaggi di Brancati preferiscono creare il fantasma di una donna immaginando che riempia la propria vita, anzichè viverla. Anzichè amare davvero una donna. Sono disperati, sono  inchiodati a un’ossessione. Poco importa che il modo di raccontare l’ossessione medesima sia “realistico” o addirittura “comico”: personalmente, gli uomini di Brancati, prigionieri di una malìa che non spezzeranno, non mi hanno mai fatto ridere. Mi hanno inquietata, semmai, perchè l’ossessione – El Zahir - inquieta come tutto ciò che cristallizza la vita in uno stato di non-realtà.
Mischiare i piani (reale e apparentemente impossibile) è quel che rende una storia degna di essere raccontata. E l’ossessione è una delle chiavi. Perchè, come scrive Rick Moody nell’introduzione a Il velo nero (che voglio leggere), “Imbattersi in un’ossessione è come imbattersi in una persona nella sua interezza; l’ossessione ha i suoi punti bui, a volte è inesplicabile, inquietante, sorprendente, e in altri momenti affascinante, è sia ingannevole che leale”.

Scrivere come Ulisse

agosto 19, 2010

L’isola si chiama Eeana. In una vallata c’è un palazzo, e nel palazzo risuona una voce piena di incanti. Una voce di donna. Solo voce. La voce di Circe.
Ulisse passa un anno con lei. Le darà due figli e lei gli darà la conoscenza del mito. Di più: gli fornirà la chiave per aprire le porte del regno dei morti, e parlare con loro.
L’altra isola si chiama Ogigia e fra i suoi boschi c’è una grotta, e nella grotta c’è una creatura che canta. Una ninfa. Si chiama Calipso.  A differenza di Circe, non offre a Ulisse le storie ma l’immortalità. Ulisse rifiuta, mentre accoglie il dono della maga.
Come ha scritto ieri Giovanni Nucci su “L’Unità”, Circe inventa la letteratura: perchè per un anno la coppia di amanti ha “ricostruito il mito, sciogliendolo delle loro voci, ricostruendo ogni storia compresa tra la creazione del mondo, le vicende degli dei e la conquista di Ilio”.
E’ un dono velenoso. Da quel momento, Ulisse è diverso dagli altri. Nell’Odissea, Circe gli dice: “Sei solo, perchè sai ciò che loro non sanno”.
Non è del tutto vero: molti, nei poemi del ritorno, hanno diffuso la voce del mito dopo che Ulisse l’aveva raccolta dalle labbra di una donna. Circe è nota come maga pericolosa: eppure è come Dea Bianca che dovrebbe essere ricordata. Come colei che inizia il racconto, e da quel momento l’uomo che lo prosegue, e tutti gli altri, non saranno più gli stessi.
La strada del mito è, per chi non intende scrivere per una comunità ristretta e asfittica e autoreferenziale, l’unica possibile. Altrimenti, non resta che ascoltare le sirene, e gratificarsi della gloria che soffiano nelle orecchie dell’incauto, pochi istanti prima che la nave si infranga sugli scogli.

Scrivere come Borges

agosto 18, 2010

Sembra facile, vero? Ma certo che lo sembra. Non è lui il padre di noi “harmonyosi fantastici”, così come si suole chiamarci? Penso al Borges di El Aleph. Al Borges di El Zahir, che è uno dei racconti più belli che abbia mai letto. Lo Zahir, in arabo, è il chiodo fisso. Il pensiero da cui non ci si stacca. Il grumo nero piantato nel mezzo del nostro cervello, che mette radici sempre più nel profondo.  Lo Zahir è una spirale, una prigione, una condanna senza appello. Lo Zahir è uno dei nomi di Dio: e una volta scopertolo, non è più possibile pensare ad altro, che si presenti sotto forma di moneta o di tigre. Tutto scompare al suo cospetto. Il sonno è impossibile. La vita stessa non è più tale.  Per gli arabi, lo Zahir scompare quando si vede la Rosa. Ovvero “con il raggiungimento della pace ritrovata in seguito alla ricongiunzione, ovvero, allo stato di quiete, dato dalla condizione di perenne consapevolezza di impossibilità di raggiungere il proprio fine, la soluzione del problema”.
Scrivere, per me, è questo. Essere nello Zahir. Uscirne. Tornarci. Borges ha scritto sulla scrittura e sui milioni di modi in cui le storie vengono alla luce. Questa, credo, è la Rosa.

Scrivere come Cartesio

agosto 17, 2010

Una delle scrittrici che amo, Antonia Byatt, ha scritto un articolo per Times che Repubblica riporta parzialmente questa mattina. Parla di sogni. Di come chi scrive prenda ispirazione dai sogni o ne attribuisca ai propri personaggi (e di come si faccia a raccontare il sogno di un personaggio). Argomento che naturalmente mi è caro, dal momento che di sogno ho sempre parlato, che Lavinia nasce da un sogno e che stanotte ho sognato di dover morire e risorgere dopo tre giorni (non mi sto montando la testa, sto leggendo “Redenzione”).  Il passaggio più bello dell’articolo è questo:

“Freud è molto interessante per quelli che egli definisce Traüme von Oben, sogni dall´alto, “grandi sogni”. Si tratta di sogni che racchiudono un significato, in modalità non così lontane dalle visioni oniriche medievali inventate. Il 10 novembre 1619 Cartesio ebbe tre sogni che a suo dire cambiarono la sua vita. Nel primo, pur facendo di tutto per entrare in una chiesa, era respinto indietro da terribili e dolorose folate di vento. Nel secondo si trovava in una stanza piena di lampi e scintille luminose. Nel terzo gli era proposto di scegliere tra due libri: il primo era un succinto dizionario, l´altro – gli fu riferito – conteneva invece tutta la poesia e la scienza della conoscenza. Egli riconobbe due citazioni latine – Est et non (“È e non è”) e Quod vitae sequabor iter (“Quale vita intendo seguire”). Egli preferì il volume di scienza e poesia in luogo del dizionario e affermò che quella visione confermò la sua scelta di dedicare la propria vita alla ricerca filosofica e matematica. Nel 1929 Maxime Leroy, che studiava Cartesio, inviò la descrizione di questi sogni a Freud, chiedendogli di interpretarli. Freud rispose che si trattava di sogni dall´alto, sogni che pensavano, nei quali l´interpretazione stessa dell´individuo sognante era quella giusta”.

Eppure, c’è chi sceglierebbe il dizionario.


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