Archivio per 17 settembre 2010

Perchè, perchè, perchè?

settembre 17, 2010

Ho trovato on line un’intervista a Charlaine Harris, l’autrice della serie True blood. Mi sembrano interessantissimi questi punti:

Cos’è per lei la narrativa dell’orrore?
«Questa è una definizione difficile da dare. In America il mio stile di scrittura non è classificato come horror mi inseriscono nel nuovo genere dell’urban fantasy. La letteratura horror deve catturare il lettore, deve spaventarlo e metterlo allo stesso tempo in uno stato di suspense. Io posso anche permettermi di farlo ridere».
Cosa differenzia il suo mondo fantastico da quello di altre autrici specializzate in vampiri come Stephenie Meyer?
«Secondo me i libri di Stephenie Meyer sono pensati per lettori giovani. Io ho scritto per gli adulti. Anche se conosco persone che si sono appassionate ad entrambe le serie».

Nella sua serie i vampiri sono psicologicamente complessi, non sono solo superuomini bellocci. Danno l’impressione di star compiendo un percorso di riumanizzazione. È così?

«Nel mio mondo, i vampiri mantengono ancora tutte le loro caratteristiche e il loro carattere umano, tuttavia come indurito e in molti sensi reso più crudele. In un certo senso semplicemente sono stati resi più “pratici” dalla lunghezza della loro, diciamo così, vita post mortem. Io non cerco di non descrivere mai alcuno dei miei personaggi come fosse completamente buono o completamente cattivo».
Perché i vampiri piacciono così tanto ai lettori giovani?

«Piacciono ai lettori di tutte le età. Io ho dei fan trigenerazionali: la nonna, la madre, la figlia… E adoro questo fatto. Però è vero che quando sono venuta in tour in Europa ho avuto l’impressione che i lettori fossero molto più giovani».

L’ultima frase, soprattutto. Non dico niente di nuovo, ovviamente: come mai negli altri paesi il fantastico e soprattutto l’horror sono inter-generazionali? Come mai sono svincolati da ogni filone? Come mai….vabbè, basta così.

Dove si nasconde il narratore?

settembre 17, 2010

Perchè, per esempio, anche Umberto Eco si è posto in diversi testi le sue brave domande sul lettore e sull’autore. Per esempio in una serie di lezioni alla Harvard University.  Ci sono alcuni passaggi che mi interessano molto. Per esempio.

“…con “C’ era una volta” si istruisce il lettore a reagire come un bambino, e a disporsi ad accettare un mondo molto diverso dal nostro, un mondo in cui esistano le fate, gli animali parlino, e una zucca possa trasformarsi in una carrozza. Molte volte questi segnali possono essere molto ambigui. Pinocchio di Carlo Collodi inizia con “C’ era una volta… Un Re!, diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’ era una volta un pezzo di legno”. Questo inizio è molto complesso.
A prima vista Collodi sembra avvertire che sta iniziando una favola. Non appena i lettori si sono convinti che si tratta di una storia per bambini, ecco che vengono messi in scena i bambini, come interlocutori dell’ autore, i quali, ragionando da bambini abituati alle favole, fanno una previsione sbagliata. Dunque la storia non è dedicata ai bambini? Ma Collodi si rivolge, per correggere la previsione sbagliata, proprio ai bambini e cioè ai suoi piccoli lettori. Per cui i bambini potranno continuare a leggere la favola come se fosse rivolta a loro, semplicemente assumendo che sia la favola non di un re ma di un burattino. E arrivati alla fine non saranno delusi.
Eppure quell’ inizio è una strizzata d’ occhi per lettori adulti. Possibile che la favola sia anche per loro? E che loro debbano leggerla in modo diverso, ma che per capire i significati allegorici della fiaba debbano fare finta di essere dei bambini? Un inizio di tal genere è bastato a scatenare una serie di letture psicoanalitiche, antropologiche, satiriche di Pinocchio, e non tutte inverosimili. Forse Collodi voleva giocare un doppio gioco, e su questo sospetto si basa gran parte del fascino di questo piccolo grande libro. Chi è che c’ impone queste regole del gioco, e queste costrizioni? In altre parole, chi è che costruisce il lettore modello in modo che sia colui che reagisce al testo che legge nel modo più ragionevole? Ovvero, chi è che disegna il bosco in modo che qualsiasi Cappuccetto Rosso lo percorra dovrebbe comportarsi come un viandante modello, il viandante adatto per quel bosco?
L’ Autore, diranno subito i miei piccoli lettori. Ma dopo che abbiamo fatto tanta fatica a distinguere il lettore empirico dal lettore modello, dovremmo pensare all’ autore come a un personaggio empirico che scrive la storia e decide, forse per ragioni inconfessabili e note solo al suo psicoanalista, quale lettore modello occorra costruire? “

Una delle risposte è in Edgar Allan Poe e in Gordon Pym. Sentite:

” Due puntate di quelle avventure erano state pubblicate nel 1837, sul Southern Literary Messenger, più o meno nella forma che conosciamo. Il testo iniziava con “Mi chiamo Arthur Gordon Pym” e metteva quindi in scena un Narratore in prima persona, ma quel testo appariva sotto il nome di Poe. Nel 1838, l’ intera storia appariva in volume, ma senza alcun nome dell’ autore in copertina. Al contrario appariva una Prefazione firmata A.G. Pym che presentava quelle avventure come storia vera, e avvertiva che sul Southern Literary Messenger esse erano state firmate con il nome di Mr. Poe perché la storia non sarebbe stata creduta da nessuno e dunque tanto valeva presentarla come finzione. Dunque abbiamo un Mr. Pym, autore empirico, che è il narratore di una storia vera, il quale scrive una Prefazione che fa parte non del testo narrativo ma del paratesto (con qusto nome Genette indica copertina, risvolti, introduzioni, pubblicità, recensioni, e tutto quello che ‘ circonda’ il testo vero e proprio) e Mr. Poe scompare nel fondo, diventando una sorta di personaggio del paratesto. Ma alla fine della storia, proprio dove essa si interrompe, interviene una nota finale che spiega come gli ultimi capitoli siano andati perduti in seguito alla ‘ subitanea e inquietante scomparsa di Mr. Pym’ , scomparsa che dovrebbe essere nota ai lettori grazie alle notizie fornite in proposito dalla stampa. Questa nota, non firmata (e non certamente scritta da Mr. Pym, della cui morte parla), non può essere attribuita a Poe, perché in essa si parla di Mr. Poe come di un primo curatore, che peraltro viene accusato di non aver saputo cogliere la natura crittografica delle figure che Pym aveva inserito nel testo.
A questo punto il lettore è indotto a ritenere che Pym fosse un personaggio fittizio, il quale come narratore parla non solo all’ inizio del primo capitolo, ma all’ inizio della Prefazione, la quale diventa parte della storia e non mero paratesto, e che il testo sia dovuto a un terzo, e anonimo, autore empirico; e per il lettore pù sospettoso rimane possibile il dubbio che anche Mr. Poe sia un personaggio inventato da questo terzo autore.
Chi è in tutto questo intrico testuale l’ autore modello? Chiunque sia, è la voce, o la strategia, che confonde i vari supposti autori empirici affinché il lettore modello, e l’ ho detto pochi minuti fa, da quel bosco narrativo non sappia e non voglia più uscire. Alcuni hanno deciso di restarci dentro, come Jules Verne, Charles Romyn Dake, H.P. Lovecraft, che hanno tentato di continuare la storia di Pym: o come molti critici contemporanei che sono affascinati da un narratore, Pym, che con l’ inizio del racconto (“My name is Arthur Gordon Pym”) non solo prelude al “Call me Ishmael” di Melville, il che sarebbe niente, ma sembra fare la parodia di un testo in cui Poe, prima di scrivere il Pym (o di entrarvi come personaggio) aveva fatto la parodia di un certo Morris Mattson che aveva iniziato un suo romanzo con “My name is Paul Ulric”.

Restarci dentro. Questo è un punto su cui riflettere.


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