1977/8

Le cose finiscono. Finisce anche quella giornata tremenda. Il cronista del Corriere della Sera, Andrea Purgatori, resta a Ponte Garibaldi fino alle 21.45, prende nota dei tantissimi agenti in borghese presenti nella piazza. Poco dopo le 21, si sparge la notizia della morte di una ragazza. Insieme ad altri colleghi, Purgatori chiede conferma al dirigente dell’ufficio politico Umberto Improta, che dichiara: “Non mi risulta nulla. La radio non ha comunicato niente. L’ospedale non ha detto nulla. La polizia non ha sparato”.
Questa frase, “La polizia non ha sparato”, verrà ripetuta a lungo, nei giorni successivi.  Ascoltatela. E guardate.

Nella controperizia di parte civile, depositata il 6 dicembre 1978, si determinerà che Giorgiana Masi venne uccisa “da un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico, trapassante, con traiettoria pressoché ortogonale al dorso della ragazza (e cioé parallela al terreno) sparatole alle spalle”. Il calibro era di 6 millimetri. Si trattava di un “proiettile blindato e dotato di grande energia vulnerante”. Secondo i controperiti, un proiettile calibro 22 Magnum blindato, compatibile con l’assenza di tracce di piombo nel corpo di Giorgiana, e sparato da 40/60 metri.
La causa della morte, si legge nell’autopsia, fu “emorragia interna massiva conseguita a dilacerazione dell’aorta in prossimità della sua biforcazione”.
Non ci fu quasi tempo, per Giorgiana, per capire davvero.
A trentatre anni di distanza, non è stato dato modo, a chi è sopravvissuto e a chi non era ancora nato, di sapere chi l’ha uccisa.
Anzi.

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