Archive for febbraio 2011

About a girl who gets turned into a swan

febbraio 28, 2011

Ho una gran voglia di andare a vedere Black Swan.  In parte, perché ho sempre amato Il lago dei cigni e la tremenda contrapposizione fra Odette e Odile (e perché vi si dimostra che si può raccontare una storia grandiosa anche senza lieto fine: scusate, ma è un mio pallino). Poi, perché, se non capisco male, il film racconta una discesa nel lato oscuro del femminile: come potete intuire, è esattamente quel che mi interessa.
Link del giorno: una bella intervista di Andrea Cattaneo su Medeaonline.
Poi, uno strepitoso articolo di Avalon che scopre come mai i titoli della trilogia finiscano tutti con la lettera T.
Infine, tre video che mi hanno commossa: sono omaggi ai miei libri, trovati su YouTube. Uno, due e tre.

Alte temperature

febbraio 25, 2011

Mi è ritornata la febbre, per la cinquecentesima volta in questo inverno. Appaio solo per segnalarvi la bellissima recensione di Atelier dei Libri e mi rimetto sotto le coperte con un po’ di libri. A dopo.

Il cuore in mano

febbraio 24, 2011

Di Joyce Carol Oates ho adorato l’orrore e la grazia de La femmina della specie, per esempio. E oggi trovo su Repubblica un’intervista dove Oates dice un paio di cose sulla scrittura che mi sono piaciute molto.
Per esempio:
“L´arte è un mezzo per aumentare la compassione umana, ed è spesso una avventura all´interno della pura bellezza e della stranezza. Bisogna scrivere sempre per il proprio tempo, non per la posterità, che non esiste. E si fa tenendo il cuore il mano.”
Credo che abbia perfettamente  ragione nell’accostare bellezza e stranezza, e nel ridimensionare, anche, la scrittura stessa: perché si scrive sempre per il proprio tempo, non per la gloria. Poi, più avanti, parlando del proprio lavoro di insegnante di scrittura:
“Non insegniamo a scrivere, anche perché i giovani autori che seguono i nostri corsi sono pieni di qualità, e sono spesso già pubblicati. Il nostro lavoro è più simile a quello degli editor e dei mentori. Bisogna far capire che scrivere non è una gara, perché nessuno vince davvero. E comunque: anche in una maratona spesso tanti sono felici solo per avercela fatta, per essere arrivati al traguardo. Inoltre il linguaggio è un mezzo freddo sulla pagina, per questo, al contrario degli atleti, dobbiamo re-inventare e re-immaginare costantemente il nostro lavoro per tenerlo in pugno. Riscrivere finché non arriva quel che vogliamo”.
Chi mi conosce sa quanto io sia appassionata della riscrittura più che della prima stesura: per me, è il momento in cui si possono trovare strade che all’inizio sembravano nascoste.
Lunga marcia. E’ la parte più bella, il cammino.

Cose belle e cose tristi

febbraio 23, 2011

Glinda di Atelier dei libri ha postato ieri un bellissimo speciale su Sopdet, con intervista…tripla. Lo trovate qui.
Poi, sto rispondendo a un’altra intervista dove c’è una domanda che mi manda in crisi. Vi racconterò.
Infine, ho appreso una notizia piuttosto sconvolgente.  Ho sempre stimato moltissimo Gargoyle, la casa editrice che ha pubblicato e pubblica horror italiani e stranieri di qualità. L’ho sempre trovata coraggiosa, competente, importante. Scoprire che è diventata una doppio binario e che chieda quattromila euro (!) per pubblicare è un trauma. Brutta, triste storia.

Aggiornamento: l’intervista con Affari Italiani.

Et in pulverem reverteris

febbraio 22, 2011

Pier Damiani era un teologo dell’anno Mille che molto si dedicò alla morte dei papi, all’epoca assai frequente: Non supererai gli anni di Pietro fu il suo monito e la sua constatazione, verificando che un Pontefice rimaneva in carica, e dunque in vita, per quattro-cinque anni, contro i venticinque di Pietro. Ma perchè tanta angoscia presso il popolo, si chiese Pier? E rispose: quando muore un re resta vacante solo l’amministrazione di un paese, ma se muore il papa l’universo intero è privato del padre comune. Al contrario dei decessi di re di piccoli regni sperduti, la notizia del decesso papale subito travalica i regni poichè egli è Episcopus Universalis di tutte le chiese. E ancora: la gente non è tanto spaventata dalla morte di un re perchè questo è quasi scontato muoia di spada, e ciò ci fa sentire (noi che non siamo re) al sicuro. Ma la morte di un papa “avviene sempre secondo legge di natura”, ed è proprio questo che genera il panico nell’orbe: una morte simile dovrebbe toccare ai più.

Leggevo ieri alcuni di questi scritti perchè mi sono fatta la stessa domanda. In Lavinia c’è la morte di un papa, così come c’è nell’ottimo horror di Andrea G. Colombo, Il diacono. E c’è in moltissimi romanzi, di genere e no. Evidentemente, la morte di un papa tocca la stesse corde, la stessa “forma sotto il lenzuolo” che è alla base del nostro scontento, e del nostro orrore.

Miccia corta

febbraio 21, 2011

Pensando e ripensando alla citazione di Giobix su Sergio Leone, mi sono resa conto che non solo è vero, ma è inevitabile che i suoi film mi abbiano influenzata enormemente.
Quando ero bambina, la mia educazione alle storie è venuta da mio padre, e mio padre era un fan accanito di western. Inizialmente ha provato con i classici, tipo “Mezzogiorno di fuoco”, ma la mia reazione era stata molto tiepida. Infine (avevo fra i sette e gli otto anni) mi ha iniziata a Sergio Leone. E’ stato amore a prima vista.
“Per qualche dollaro in più” aprì la serie.  Raggomitolata sul divano, facevo il tifo per il colonnello Mortimer, mi coprivo gli occhi quando El Indio cerca di stuprare la ragazza e lei si uccide mentre lui le è sopra (la ferita rossa sulla pelle bianca mi è rimasta impressa per centinaia di notti). E saltavo di esultanza quando il Monco (insomma: Clint Eastwood) fa partire la musica del secondo carillon nel duello finale (certo che ci doveva essere un secondo carillon! Che idea! Che trama!).
Non ho più abbandonato Leone. I miei giochi infantili erano scanditi da “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”. da complicate rielaborazioni del padre di tutti i duelli di “C’era una volta il West”, e dalla musica di “Giù la testa”.
Vi faccio una confessione: in fondo, avrei sempre desiderato scrivere un western.

Cattiveria e disperazione

febbraio 18, 2011

Ho appena finito di leggere un’intervista a Umberto Eco su Il cimitero di Praga (che, invece, non ho ancora letto: il fatto è che ho una marea di libri da terminare e altrettanti da cominciare). Il Professore dice due cose interessanti.
La prima, quando l’intervistatore gli chiede come mai nel libro ci siano solo personaggi negativi, e i pochi perbene non sono esattamente baciati dalla buona sorte, Eco risponde: “Perché volevo scrivere un libro cattivo e disperato”.
Allora, mi sono chiesta come mai susciti stupore il fatto che un romanzo possa essere “cattivo”. Per riferirsi solo alle mie letture recenti, “Notte buia, niente stelle” di King è quanto di più “cattivo e disperato” mi sia capitato fra le mani. E sono quattro racconti splendidi:  dove però, come da titolo, le stelle non ci sono, e la notte è nerissima. There is no future. Inoltre, l’elenco dei libri “no future” sarebbe lunghissimo. Lo stesso Tolkien non concede molte speranze, a mio modo di vedere, ne “Il signore degli anelli”. Per non parlare di Mister Lovecraft, solo per restare nel genere. Dunque, la domanda mi ha stupito non poco: i libri “cattivi e disperati” non hanno una funzione importante, per chi legge? Anche restando al solo intrattenimento, senza scivolare in altri territori, io penso di sì.
La seconda cosa che mi ha colpita è questa. L’intervistatore fa notare a Eco che “i personaggi impresentabili” del libro sono “piccoli personaggi, non sono i grandi personaggi”. E il Professore dà una bellissima risposta, secondo me: “Questa è la funzione del romanzo storico. Anche Renzo e Lucia sono piccoli personaggi; il romanzo storico si fa attraverso piccoli personaggi, e cerca di rappresentare i grandi eventi”.
Io sono affascinata proprio da questo aspetto del romanzo storico, o della storia nei romanzi: occuparsi dei piccoli e lasciare i grandi sullo sfondo. In realtà, è quello che mi affascina anche nel racconto della storia che si va facendo, o della storia recente. Per dire, se dovessi inserire lo scandalo Parmalat in un romanzo, non ci sarebbe Calisto Tanzi.
E questo era un indizio.

Titolare

febbraio 17, 2011

La questione del titolo è interessante e controversa. Per esempio, quando ho pensato a Esbat per il primo romanzo,  mi sono anche messa in testa di proseguire  una sorta di gioco: trovare titoli che finissero tutti con la lettera T.
A dire la verità, si sono fatti trovare abbastanza facilmente.
A volte il titolo nasce per puro divertimento linguistico, come in questo caso. Altri hanno idee folgoranti, che vengono magari da una canzone, o da un’atmosfera. Sono i titoli che amo di più. Mi piacciono meno i titoli lunghi, tipo “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, anche se ha indubbiamente funzionato moltissimo.
Quando mi arrovello, per esempio, su Lavinia, è perchè ho paura dei fraintendimenti. Inizialmente ho pensato a “Il gioco di Lavinia”. Continua a piacermi, ma ci sono due negatività: somiglia troppo a “Il gioco di Gerald” di Stephen King, per prima cosa. In secondo luogo, sembra alludere a un romanzo sentimental-sessuale. Il sesso, nel romanzo, c’è. Però non è centrale. C’è come c’è nella vita.
“Mietitura” pone altri problemi. Evoca, come avete detto giustamente, atmosfere gotico-rurali. Che non ci sono. Allora, più correttamente, dovrebbe essere “La mietitrice”. Che però non mi convince del tutto. Sembra andare sulla scia suggeritore-ipnotista, e questo non è un noir.
Sogno un lampo di genio.

Ricordare, ricordare

febbraio 16, 2011

“Perché gli scrittori ricordano tutto.  Specialmente quello che fa male. Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E dalle più grandi avrai romanzi, non amnesie. Un briciolo di talento è un buon sostegno, se si vuol diventare scrittori, ma l’unico autentico requisito è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice2.

So di aver già citato questo passo di Misery, ma ogni volta che riprendo in mano Lavinia, o Mietitura che dir si voglia, mi si riaffaccia alla mente. Specie nelle giornate di pioggia, come queste.

Crescere insieme ai libri

febbraio 15, 2011

Sì, sono cambiata.
Due anni fa, quando uscì Esbat, mi facevo il giro delle librerie, spiando: guardavo come era posizionato il romanzo, quanto scendevano le pile, puntavo i passanti e facevo voti perchè lo prendessero in mano, lo sfogliassero, lo portassero con sè.
Oggi non sono ancora andata in libreria. Ma non per paura o per snobismo, o altro: non sono andata perchè ho questa strana idea che mi porta a pensare che la strada di Sopdet debba essere autonoma. Io ho fatto tutto quel che potevo: ora, appartiene ai lettori.
Naturalmente il distacco filosofico non mi appartiene: e dunque tremo e fremo e gioisco quando ricevo un messaggio di una lettrice che ha amato la storia (e la mia adorata Adelina). Però sto cercando di crescere: e l’unico modo che ho è quello di stare qui, a rispondervi se avete curiosità, o critiche, o dubbi.  Ma, soprattutto, di continuare a scrivere. C’è Tanit da rivedere da capo a fondo. E Lavinia, che forse ha trovato un titolo (“Mietitura”, pensavo), da riscrivere.
E’ più di quanto osassi sperare.


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