Archive for maggio 2011

Dedicato a Roberta

maggio 31, 2011

Roberta non la conosco. So che dovrebbe avere intorno ai tredici-quattordici anni. E so che questa mattina, quando il suo insegnante di italiano le ha chiesto di parlare del libro che le è piaciuto di più, ha scelto Esbat. So che le è dispiaciuto quando Hyoutsuki ha ucciso il gatto della Sensei (perdonami, Roberta: posso dirti che ho sofferto anche io quando ho scritto quella scena, e che ognuno, diceva il saggio, uccide la cosa che ama). So che ha riconosciuto Esbat come un horror, ma un horror che non fa così tanta paura da impedirne la lettura a chi è troppo sensibile. So che considera Esbat un libro che le è caro.
Ecco, quando il suo insegnante mi ha telefonato, poco fa, mi ha illuminato la giornata. Perché chi scrive – io, nel caso – è sempre un po’ arrabbiato con il mondo, e pensa sempre di fare qualcosa che infine non serve poi a tanto, e – io, almeno – tende più a sentirsi sulla strada sbagliata che su quella luminosa dell’ego soddisfatto.
Per questo, Roberta, ho deciso di dedicarti un post. Per dirti grazie. E per dirti che senza di te, e quelle e quelli come te, scrivere non avrebbe senso.
E’ una bella giornata.

La donna del bosco

maggio 30, 2011

“Quando la storia degli uomini tocca picchi di follia, allora è il tempo dei demoni”.
Chiara Palazzolo è una donna meravigliosa, oltre che una grandissima scrittrice e io non so come ringraziarla. Guardatevi l’intervista di Germana Maciocci: la citazione di Sopdet è un dettaglio, il bello è ascoltare Chiara Palazzolo mentre parla di come è nato Nel bosco di Aus e cosa c’è dietro la storia, e nella storia. E’ esattamente quel che intendo quando penso a una scrittura pregiata: attentissima nella lingua, impeccabile nella trama, profonda nel delineare i personaggi. E senza che in nessun momento, nessuno, chi scrive si prenda il primo piano per sussurrare a chi legge: “ehi, non vedi quanto sono bravo?”.

Le streghe, e poi gli hobbit

maggio 27, 2011

Basta guardare la trama (ma io vi consiglio di guardarvi i video, che sono tutti disponibili): in A come Andromeda, sceneggiato Rai del 1972 (parliamo di quasi quarant’anni fa), da un messaggio ricevuto da un potente radiotelescopio si arriva alla nascita di una “creatura” venuta da una galassia lontana. Ne Il segno del comando (1971) fantasmi e maledizioni si inseguono nelle strade di Roma, complice Byron. In Ritratto di donna velata (1975) entrano in scena gli etruschi.
Dovevano essere anni molto fecondi per il genere: due anni dopo sarebbe arrivato Suspiria al cinema con le sue Madri crudeli e le sue streghe.
Ma in quello stesso anno in provincia di Benevento, si tiene il primo Campo Hobbit, e il nome di Tolkien comincia a essere associato alla “cultura di destra”. Nel 1976 il Movimento Sociale Italiano pubblica una rivista per le donne e la chiama Eowyn, per dire.
Le due cose sono collegate? La fine di una stagione di narrativa popolare di genere, sia pure televisiva, e l’appropriazione di un capolavoro del fantastico come Il signore degli anelli da parte della destra? Non lo so. Ci sto pensando su. Perchè deve essere pur accaduto qualcosa se il fantastico è divenuto faccenda per nicchie, per un non breve periodo della nostra storia.

La parabola dell’usignolo

maggio 26, 2011

Scartabellando vecchi libri, visionando sceneggiati e film degli anni che furono, mi pongo domande. Non particolarmente originali. Per esempio, mi chiedo se i bravi artigiani fantastici di allora fossero fra loro coesi, ragionassero insieme sulle proprie storie, condividessero l’euforia di un buon lavoro amato dai destinatari del medesimo.
La risposta soffia nel vento, e la domanda è probabilmente priva di senso. Fatto sta che ogni tanto, se penso alla situazione attuale – con eccezioni, e belle, e neanche così scarse – mi viene in mente la vecchia parabola dell’usignolo.
La conoscete?
C’è uno scrittore, non particolarmente fortunato, ma costante. Questo scrittore costante siede ogni giorno alla propria scrivania e scrive, cancella, riscrive, ogni volta sperando che il romanzo a cui sta lavorando sarà quello giusto, quello che gli permetterà di vivere soltanto di scrittura. Sogna, lo scrittore, giornate di lavoro e di piccoli, deliziosi lussi. Svegliarsi presto, ma senza la necessità di uscire di casa, sorseggiare caffè passeggiando nel proprio giardino (perchè a questo punto avrà un giardino: anzi un parco, anzi una discreta proprietà boschiva), godere del profumo delle rose (bianche). Quindi, potrà sedersi alla propria scrivania, che sarà più grande e spaziosa di quella attuale, e affrontare la sua giornata di parole, che peraltro gli sgorgheranno copiose e già perfette dalle dita.
Un bel giorno, mentre lo scrittore è perso nel suo sogno, dalla finestra aperta entra un usignolo. Non si bene perchè, ma gli usignoli sono pericolosi quanto saggi: nelle fiabe, arrivano sempre a offrire doni che nascondono un inganno. “Buongiorno”, cinguetta l’uccellino. Lo scrittore, che non è sciocco, non si turba davanti al prodigio ma diffida. E fa bene.
“Sono lo spirito della scrittura”, dice l’usignolo, “e sono venuto a darti la notizia più bella della tua vita. Esaudirò un tuo desiderio”.
Un desiderio? Lo scrittore esulterebbe, se non ci fosse quella vocina nella testa che gli dice di fare attenzione.
“Un desiderio?”, chiede dunque.
“Certo, o servitore della Musa. Scegli pure”.
“Non c’è un ma?”, chiede lo scrittore.
L’usignolo, un po’ seccato, ammette che, sì, esiste un trascurabile dettaglio. Qualunque sia il suo desiderio, un altro scrittore – anzi, il rivale numero uno del prescelto – riceverà lo stesso dono. Ma raddoppiato.
“Raddoppiato?”, chiede lo scrittore.
“Raddoppiato”, conferma lo spazientito usignolo. “Se vendi centomila copie del tuo romanzo, il tuo rivale ne venderà duecentomila. Se vinci il premio Nobel, lui ne vincerà due. Qualcosa di male? Su, avanti, formula questo benedetto desiderio e chiudiamola qui, che ho parecchie visite da fare”.
Lo scrittore guarda fuori dalla finestra. Il cielo è grigio e non si vedono rose e giardini, ma brutti palazzi di periferia. Pensa e ripensa. Poi, sorride, e dice all’usignolo:
“Cavami un occhio”.

Le tenebre di Jean

maggio 25, 2011

Come prosegue Gamma? Molto semplice (o quasi). Il cognato del condannato a morte, di professione pilota, ha un grave incidente. Quando arriva in ospedale la sua attività cerebrale è inesistente. L’equipe medica decide che è il soggetto ideale per tentare il primo trapianto di cervello. Segue breve discussione fra i medici su cosa avverrà dopo. Si procede. Il computer (un gigantesco elaboratore appena un po’ meno imponente di Hal) sceglie il cervello contrassegnato dalla lettera Gamma. L’intervento riesce. Ma l’uomo è psichicamente vuoto. E’ la parte più interessante, per me. Jean il pilota vaga nelle tenebre di un azzeramento. Voci incise su nastro e collegate (non si sa bene come) con il suo nuovo cervello ripetono il suo nome, la sua età, il suo peso. I familiari gli raccontano la sua vita. Per giorni. Finchè Jean si risveglia e i suoi occhi sono come quelli di un neonato: deve imparare a vedere. Deve imparare a parlare. Lo farà dopo molti giorni. La sua prima parola sarà “Paura”.
Motivi di fascino, per me: il salto in avanti , peraltro già tentato dalla narrativa, ma proposto a un pubblico che si presume in molta parte ignaro di quella narrativa, sui dilemmi bioetici e sui  vecchi interrogativi filosofici. Dove risiede la nostra coscienza, davvero?
Motivi di interesse generale: Gamma, con tutti i suoi limiti, parla di questioni generali, ampie, alte. Non risponde a domande individuali. Cosa niente affatto secondaria. Mi ci ha fatto riflettere – sceneggiato a parte – un’amica su Facebook, in una discussione sulla lettura. Che molto spesso, oggi,  porta a riportare le vicende narrate sulla propria vita, e a pretendere che quel che avviene sulla pagina debba rispecchiare quello che tu, lettore, faresti.  Ma in questo modo, dice la mia amica, arrivi al paradosso di criticare Pirandello “perché diamine, io non mi fingerei mai morta cambiando identità per sfuggire alla mia vita”.
Questo, però, è ancora un altro argomento: ma ci arrivo.

La distopia di ieri: Gamma

maggio 24, 2011

Dunque,  sono andata in caccia di storie. Cominciando da un luogo che non avevo affatto preso in considerazione, come la televisione (perchè allo stato attuale è un po’ difficile associare la medesima allo story-telling).
Con la complicità di alcuni amici e molti siti Internet, ho incontrato Gamma. Bene, Gamma è uno sceneggiato del 1975, visibile sul sito della Rai (la prima puntata è qui, a seguire trovate anche le altre). E’ una storia distopica, ancora una volta: siamo in Francia, in una ipotetica società del futuro, dove tutti usano i videotelefoni (ma come mai nessuna storia di fantascienza è riuscita a prevedere i cellulari?) e dove gli anziani vengono obbligatoriamente ricoverati in case di riposo. Un uomo viene condannato a morte per decapitazione. E questa non è fantascienza, perchè nel 1975 la ghigliottina era ancora attivissima e lo sarebbe stata ancora per sei anni.
La scena dell’esecuzione è tremenda, considerando anche i tempi (una prima serata televisiva di trentasei anni fa): l’uomo procede lentamente dall’ascensore alla stanza dove morirà, fa i conti con la manciata di minuti che gli rimane, fuma la rituale ultima sigaretta, viene stordito da una droga, sdraiato su una lettiga a faccia in su, con la lama che scintilla sopra i suoi occhi e un conto alla rovescia che scandisce i secondi residui della sua vita. Dal nove allo zero.
La lama cala.
L’ultima immagine è quella di una donna. La stessa che lo ha portato alla rovina.
Mi fermo anche io, perchè questo non è che l’inizio.
Guardatevi questa specie di trailer, intanto.

I morti corrono

maggio 23, 2011

Ho passato il sabato a fare ricerche sugli antenati del fantastico italiano. Non quello fiabesco, settore dove intelligenze molto più pregevoli della mia si sono già esercitate: parlo delle narrazioni, non necessariamente in forma di romanzo, che si sono rivolte al gotico, al fantascientifico, all’horror, al soprannaturale.
Così, su suggerimento di un paio di amici, ho cercato anche fra gli sceneggiati televisivi degli anni Settanta, scoprendo un piccolo tesoro di cui parlerò nei prossimi post. Se volete, è una personale Danse macabre dove entrerà anche la letteratura, ma non solo. Il motivo? Capire se c’è vita oltre al canone.
Mi spiego subito. Non da oggi discuto con molti scrittori e lettori sui fraintendimenti (ne ho già parlato più volte: il pregiudizio che vuole l’urban fantasy esclusivamente “rosa” e l’horror esclusivamente “rosso”) e su un identikit del genere che è difficilissimo tracciare. Comunque, non sono io la persona adatta a farlo.
Però ho trovato l’esempio giusto per spiegare, soprattutto a me stessa, quale sia il tipo di narrazione che mi coinvolge, e dunque quella verso cui tendo.
E’ Riding the bullet, di Stephen King. Come i kinghiani sanno, Riding the bullet ha una strana storia, raccontata dallo stesso King nell’introduzione alla raccolta Tutto è fatidico, dove venne ripubblicato nel 2002, dopo la pubblicazione in rete (che fruttò a King copertine e interviste di cui il medesimo fu il primo a stupirsi). Non è la sua destinazione a interessarmi, ma il racconto stesso.  Perché il canone è molto semplice, è anzi persino uno stereotipo dell’horror: l’autostop con il fantasma. In questo caso il fantasma guida e non è quello che alza il pollice, ma la griglia è quella.
Cosa fa di Riding the bullet l’esempio virtuoso? Semplice: il fatto che il vero tema della storia sia l’elaborazione di un lutto. Un figlio che deve accettare l’idea che sua madre morirà, e che dunque lui stesso sia mortale.  La parte del racconto in cui il protagonista ricorda la propria infanzia con quella madre sovrappeso e fumatrice, spesso brusca, ma così presente e amorosa da essere la metà di una coppia che si fa forza per affrontare il mondo, è quella più bella. Certo, ci sono gli effetti speciali, c’è il fumo della sigaretta che esce dalle suture sul collo del fantasma. Ma quelli sono dettagli: il cuore è nella perdita, e nel dolore indicibile per quella perdita.
Questo è quel che fa la differenza. Nessuno di noi, probabilmente, viaggerà in automobile con un morto. Tutti abbiamo sofferto o abbiamo immaginato di soffrire per la mancanza della persona che amiamo.
Questo, per me, è il buon genere. Quello che parla al nostro dolore, con il pretesto di uno spettro.

Il cucchiaio non esiste

maggio 20, 2011

“Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello. Questo è il mondo che tu conosci. Il mondo com’era alla fine del XX secolo. E che ora esiste solo in quanto parte di una neuro-simulazione interattiva che noi chiamiamo Matrix. Sei vissuto in un mondo fittizio, Neo”.

Ricordate, vero? E’ una delle frasi-chiave pronunciate da Morpheus in Matrix. A proposito di distopia, quella della trilogia dei Wachowski è stata, per me, determinante. E non per il vecchio tema uomo contro macchina, l’altro dei grandi incubi distopici dopo quello del corpo artificiale o sorvegliato o manipolato. Ma perchè riprende temi ancora più antichi, arraffa i primordi del pensiero filosofico e li trasforma in una storia.  Una bella storia, secondo me: e non perché pone le possibili irrealtà del computer al suo centro, ma perchè tenta di riprendere interrogativi irrisolti. Guardo l’ombra sul fondo della caverna o guardo il mondo reale? Ammetto di star lavorando esattamente su questo: non sono la prima, non sarò certo l’ultima. In fondo tutti i narratori creano ombre.
Lo disse un filosofo, Jean Baudrillard, cui Matrix rese omaggio inquadrando la copertina del suo  Simulacres et simulation.
Baudrillard se la prese moltissimo, per inciso. Vi riporto parte dell’intervista che rilasciò dopo l’uscita del film:

” Ci sono già stati altri film che trattavano questa crescente indistinzione fra reale e virtuale. Truman Show, Minority Report o anche Mulholland Drive, il capolavoro di David Lynch. Matrix vale soprattutto come sintesi parossistica di tutto questo. Ma il dispositivo qui è più rozzo e non suscita veramente il turbamento. O i personaggi sono nella Matrice, cioè nella digitalizzazione delle cose. O sono radicalmente al di fuori, cioè a Zion, la città di coloro che resistono. In effetti, sarebbe interessante mostrare ciò che accade sul punto di giuntura dei due mondi. Ma quello che è soprattutto imbarazzante in questo film, è che il nuovo problema posto dalla simulazione qui è confuso con quello, molto classico, dell’illusione, che si trovava già in Platone. Il vero equivoco è qui. Il mondo visto come illusione radicale è un problema che si è posto a tutte le grandi culture e che da esse è stato risolto con l’arte e la simbolizzazione. Quello che noialtri abbiamo inventato per sopportare questa sofferenza, è un reale simulato, un universo virtuale da dove è espurgato tutto ciò che c’è di pericoloso, di negativo, e che soppianta ormai il reale, fino a diventarne la soluzione finale. Ora, Matrix è assolutamente all’interno di questo meccanismo! Tutto quanto appartiene all’ordine del sogno, dell’utopia, della fantasia, qui è dato vedere, “realizzato”. Siamo nella trasparenza integrale. Matrix, è un po’ il film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice.”

Leggo perchè respiro

maggio 19, 2011

Ho intenzione di tornare a parlare di distopia, nei prossimi giorni. Prima, però, stavo facendo una riflessione sulle campagne pro-lettura. Come è noto, l’Italia è un paese dove si legge pochissimo, escludendo alcune fasce d’età (le ragazze e le giovani donne soprattutto), si pubblica tantissimo e dove ci si chiede sempre perchè accade tutto questo.
Bene. Il 23 maggio c’è la Festa del libro. Slogan, “Se mi vuoi bene regalami un libro”. Campagna pubblicitaria: tanti scrittori famosi spiegano che leggere è bello. Potete vedere gli spot in questa pagina. Invogliano? Mah. Invogliavano le campagne pubblicitarie dello scorso anno che mostravano bimbe e nonne e signore tutte di bianco vestite sotto lo slogan “Leggere è il cibo della mente”?
Giudicate voi.

E mettete a confronto l’immagine qui sopra con questa:

O questa:

Non so cosa ne pensiate. Ma a me la prima suggerisce il sottotesto: leggere rende presentabili e chic. Le seconde: leggere è vita.
(per altro, chi sostiene la campagna della Library Foundation dice: l’immaginazione è più importante del sapere. interessante)

I controllori

maggio 18, 2011

A proposito di distopia, ancora. Una delle riflessioni in cui sono impigliata in questi giorni riguarda i modi in cui si esercita il controllo nelle storie.  Perchè le narrazioni distopiche, come detto,  riguardano  in molta parte la scelta e dunque  non possono che implicare un controllo schiacciante da parte della ventura e totalitaria e ipotetica (ma non troppo) Società.
Dove si esercita il controllo? In alcuni casi, come quello di Matched citato ieri, sulle emozioni e sulla conoscenza. In altri, sul corpo. Battle Royale indirizzava gli studenti all’annientamento reciproco attraverso il controllo fisico (i collarini esplosivi).
Bene, c’è un meraviglioso testo di Margaret Atwood che consiglio caldamente: perchè raccoglie molto bene lo scopo principale della distopia, il racconto amplificato del reale (essì, gli androidi sognano pecore elettriche, per rispondere alla domanda di un altro grande testo distopico di Philip Dick). E’ Il racconto dell’ancella. Siamo a Galaad. C’è una polizia segreta, gli Occhi, che controlla i cittadini. Ci sono  dissidenti, che vengono uccisi anche per reati commessi in precedenza. E c’è un mondo che ha restaurato i valori antichi: le donne non hanno più alcun diritto ed è il loro corpo che va controllato.
Perchè serve.
La maggioranza delle donne, dopo tragedie nucleari svariate, è sterile e si divide in caste: Mogli, Marte (lavori domestici), Zie (istitutrici), Nondonne (ribelli e contaminate).  Solo le Ancelle di rosso vestite possono procreare e lo fanno in quanto schiave del mondo nuovo. Non hanno nome. L’io narrante si chiama Difred, perchè appartiene a Fred, l’uomo con cui deve accoppiarsi a cadenza mensile e in presenza della Moglie,  che durante l’atto sessuale le tiene le mani.  Le Ancelle non possono fare altro se non procreare.
Un incubo, come quasi tutte le distopie. Cui ci si ribella, come in quasi tutte le distopie. Credo che il motivo per cui vengano scritte e lette sia davvero il tentativo di trovare una risposta all’antico enigma che riguarda il Libero Arbitrio. Chi ci controlla? E da quel controllo possiamo liberarci?
Non c’è risposta. Ho ritrovato oggi, sul giornale, una frase di Borges che riassume bene l’interrogativo che è, a ben vedere, è alla base di tutti i nostri incubi. Ma anche di tutti i nostri sogni.
Dio muove il giocatore, e questi il pezzo. Quale dio dietro Dio la trama ordisce di tempo e polvere, sogno e agonia?


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