La parabola dell’usignolo

Scartabellando vecchi libri, visionando sceneggiati e film degli anni che furono, mi pongo domande. Non particolarmente originali. Per esempio, mi chiedo se i bravi artigiani fantastici di allora fossero fra loro coesi, ragionassero insieme sulle proprie storie, condividessero l’euforia di un buon lavoro amato dai destinatari del medesimo.
La risposta soffia nel vento, e la domanda è probabilmente priva di senso. Fatto sta che ogni tanto, se penso alla situazione attuale – con eccezioni, e belle, e neanche così scarse – mi viene in mente la vecchia parabola dell’usignolo.
La conoscete?
C’è uno scrittore, non particolarmente fortunato, ma costante. Questo scrittore costante siede ogni giorno alla propria scrivania e scrive, cancella, riscrive, ogni volta sperando che il romanzo a cui sta lavorando sarà quello giusto, quello che gli permetterà di vivere soltanto di scrittura. Sogna, lo scrittore, giornate di lavoro e di piccoli, deliziosi lussi. Svegliarsi presto, ma senza la necessità di uscire di casa, sorseggiare caffè passeggiando nel proprio giardino (perchè a questo punto avrà un giardino: anzi un parco, anzi una discreta proprietà boschiva), godere del profumo delle rose (bianche). Quindi, potrà sedersi alla propria scrivania, che sarà più grande e spaziosa di quella attuale, e affrontare la sua giornata di parole, che peraltro gli sgorgheranno copiose e già perfette dalle dita.
Un bel giorno, mentre lo scrittore è perso nel suo sogno, dalla finestra aperta entra un usignolo. Non si bene perchè, ma gli usignoli sono pericolosi quanto saggi: nelle fiabe, arrivano sempre a offrire doni che nascondono un inganno. “Buongiorno”, cinguetta l’uccellino. Lo scrittore, che non è sciocco, non si turba davanti al prodigio ma diffida. E fa bene.
“Sono lo spirito della scrittura”, dice l’usignolo, “e sono venuto a darti la notizia più bella della tua vita. Esaudirò un tuo desiderio”.
Un desiderio? Lo scrittore esulterebbe, se non ci fosse quella vocina nella testa che gli dice di fare attenzione.
“Un desiderio?”, chiede dunque.
“Certo, o servitore della Musa. Scegli pure”.
“Non c’è un ma?”, chiede lo scrittore.
L’usignolo, un po’ seccato, ammette che, sì, esiste un trascurabile dettaglio. Qualunque sia il suo desiderio, un altro scrittore – anzi, il rivale numero uno del prescelto – riceverà lo stesso dono. Ma raddoppiato.
“Raddoppiato?”, chiede lo scrittore.
“Raddoppiato”, conferma lo spazientito usignolo. “Se vendi centomila copie del tuo romanzo, il tuo rivale ne venderà duecentomila. Se vinci il premio Nobel, lui ne vincerà due. Qualcosa di male? Su, avanti, formula questo benedetto desiderio e chiudiamola qui, che ho parecchie visite da fare”.
Lo scrittore guarda fuori dalla finestra. Il cielo è grigio e non si vedono rose e giardini, ma brutti palazzi di periferia. Pensa e ripensa. Poi, sorride, e dice all’usignolo:
“Cavami un occhio”.

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14 Risposte a “La parabola dell’usignolo”

  1. :A: Dice:

    Non credo che il discorso sia così estremo come nella parabola.

    Semplicemente non c’è omogeneità di intenti tra abbastanza scrittori per fare gruppo.

    E molti scrittori, dato che hanno “agende” davvero personalissime, non sono interessati a fare gruppo a prescindere.

  2. Lara Manni Dice:

    Ma è una parabola, non prenderla alla lettera. E non intendevo “fare gruppo”. Essere coesi non significa fondare un manifesto. Significa perseguire obiettivi affini. :)

  3. sonounuovo Dice:

    Ah! questo è fico!

  4. In_mezzo_alla_segale Dice:

    Col fantastico c’entra poco, se non per una vaga aura mistica del fratello cattivo, ma “Il signore di Ballantrae” (http://www.imdb.it/title/tt0475479/) sarebbe un altro sceneggiato Rai da recuperare. Lo conosci?

  5. Lara Manni Dice:

    No! Lo voglio!

  6. In_mezzo_alla_segale Dice:

    Era proprio bello. Vabbè, è tratto da Stevenson, ma significa poco. Personaggi costruiti bene, complessi, non manichei; la storia che procede in un crescendo di dubbi e tensione; attori meravigliosamente in parte; bei costumi, che non è roba da poco.
    Un dignitosissimo prodotto di quegli artigiani di cui parlavi poco fa. Non capisco perché la Rai non li riproponga, invece di certe nefandezze.

  7. Lara Manni Dice:

    Non capisco neanche io. Ho guardato parecchie puntate de Il segno del comando, di cui vorrei parlare, e penso che avrebbe, oggi, un ottimo seguito. Per dire.

  8. Alessandro Forlani Dice:

    Col “perseguire obiettivi affini”, non temi poi l’insorgenza di veri e propri canoni viepiù rigidi che finirebbero per distinguere con maggior violenza scrittori e scrittori? Insomma non si giungerebbe comunque al manifesto (o ad assumere atteggiamenti da manifesto) per cui la morale finirebbe sempre per essere “i buoni vincono, i cattivi perdono e qualcuno domina”?

    Penso, per esempio, a ciò che accaduto con l’esperimento Dogma nel cinema scandinavo…

  9. Melmoth Dice:

    mmmm l’apologo lo conoscevo, ma non erano scrittori nella versione che ho sentito. E’ più pregnante il fatto che lo siano? O mutos deloi oti … ?

  10. Paolo E. Dice:

    I passeri volano di nuovo.

  11. Lara Manni Dice:

    Melmoth, ci si riappropria sempre delle storie :) In origine, non c’era neanche un usignolo se è per questo.
    Alessandro. Provo a chiarirmi. Per obiettivi affini non intendo una stessa poetica o un canone, per carità.
    Penso, semplicemente, a persone che:
    - non facciano di se stessi e dei propri testi un’operazione di marketing fine a se stessa
    - che siano interessati ai testi, e non al super-ultra-mega-best-seller a tutti i costi o a fare la star qua e là
    - che siano onesti
    - che non si sentano Cristo in terra
    Questa, per me, e parlo per me, è una base su cui costruire un’affinità. Questa dovrebbe essere una base su cui costruire le affinità, per meglio dire. Le poetiche debbono necessariamente essere diverse.
    Ma sto parlando del mio personale modo di vedere il mondo. Mooolto obsoleto, come si vede. Non un manifesto: un desiderio. Ingenuo.
    Paolo :D

  12. Melmoth Dice:

    …mah, io sarò un alieno, ma se avessi visto quell’usignolo gli avrei chiesto di poter scrivere di più e meglio. Poi il mio rivale scriva pure più-più e ‘più meglio’, non cambia nulla. Il punto che al dio della scrittura si può chiedere solo della scrittura nella scrittura e per la scrittura, non del mondo.
    Il mondo ha ben altri dei.

  13. Lara Manni Dice:

    Il dio della scrittura conosce i suoi polli. Evidentemente anche io gli avrei chiesto la stessa cosa. Ma non metto la mano sul fuoco che tutti gli avrebbero chiesto la stessa cosa.

  14. G.L. Dice:

    Io gli avrei chiesto di poter dire la verita’ almeno al cinquanta per cento. Cosi’ il mio nemico sarebbe costretto a dirla sempre. (Mi sono trattenuto due giorni Laru’, poi pero’…)

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