Archive for giugno 2011

Fire, walk with me

giugno 30, 2011

Twin Peaks non esiste: è stata inventata da David Lynch e Mark Frost e  si suppone nello stato di Washington, ai confini con il Canada. Ma ha una mappa e ha avuto un censimento che le ha assegnato 51.201 abitanti.
Anche il Dark Score (che appare anche ne Il gioco di Gerald)  su cui affaccia la casa di Mucchio d’ossa non esiste, ma ha una mappa e una mitologia ben precisa, perché fa parte della geografia kinghiana  che ruota attorno a Castle Rock, luogo dove decine di storie sono state ambientate e ormai più reale del reale.  Al punto che persino in Battle Royale di Koushun Takami uno dei personaggi ne reca il nome tradotto nel giapponese Shiroiwa.
Nulla di nuovo: la creazione di un universo geografico, mappabile, collocabile nello spazio, ritornante nelle narrazioni successive, è una caratteristica ben precisa di King. Al punto che il TR-90 appare  in altri romanzi (The cell, Under the Dome, il sesto libro della Torre Nera).
E’ però  interessante  una caratteristica  a cui accennavo due giorni fa: il male come segreto condiviso di una comunità. Mike Noonan, il protagonista di Mucchio d’ossa, vive a Derry, la cittadina di It. E Derry prospera e cresce sull’orrore. Conosce la propria maledizione e sceglie di ignorarla.
Esattamente come in Twin Peaks. “Non si deve mai rispondere nel momento sbagliato”, dice la Signora Ceppo, uno dei personaggi visionari e profetici (quanto enigmatici) della serie.  C’è dunque una consapevolezza che unisce chi è a parte del segreto nel silenzio, sapendo che fino al momento in cui quella comunità maledetta non verrà violata l’equilibrio sarà mantenuto, e non importa se questo costerà la perdita di singole vite.
Si chiama indifferenza, o anche individualismo, o disinteresse: naturalmente, esiste davvero, e ha prosperato proprio negli ultimi due decenni, in America come in Europa. Non so se Lynch avesse in mente questo obiettivo o se intendesse semplicemente spaccare il cristallo dei generi – come ha fatto, infine – con una serie che mischiava ogni possibile elemento. Sono quasi certa, invece,  che fosse almeno una delle motivazioni di King: Under the Dome non è che il punto di arrivo di una riflessione che dura da anni. La cupola aveva già coperto il suo Maine immaginario, più e più volte.
E, dentro la cupola, c’è un varco. Un luogo dove vivi e morti si incontrano. Anche a Twin Peaks.

L’addio di Asengard

giugno 29, 2011

Per un giorno, sospendo l’esplorazione di Twin Peaks e Mucchio d’ossa, lascio le piccole città ai loro misteri e partecipo al rammarico di molte persone che leggono e scrivono fantastico.
Asengard, piccola ma valorosa casa editrice, chiude. Il motivo dell’abbandono è spiegato con dignità e realismo sul blog. In poche parole: i lettori sono troppo pochi per consentire un ritorno economico. Né i responsabili di Asengard hanno intenzione di seguire la strada del doppio binario come ha fatto, per esempio, Armando Curcio: di quest’ultimo episodio trovate notizia su Writer’s Dream e sul blog di Francesco Falconi.
Del resto, di un significativo calo delle vendite in libreria (intorno al 5%, pare) si è parlato qua e là, nei giorni scorsi. La speranza, certo, è nell’acquisto in rete e, in un futuro che suppongo vicino o già iniziato, anche nella pubblicazione in rete.
Resta il fatto che quello italiano è un mercato molto piccolo, temo, rispetto agli altri paesi. E resta la tristezza per la scelta – corretta e pulita – di Asengard.

One chance out between two worlds

giugno 28, 2011

E’ nato tutto da una frase, “I gufi non sono quello che sembrano”. La pronuncia il Gigante nel primo episodio della seconda stagione de I segreti di Twin Peaks. I gufi sono una delle presenze più importanti in Mucchio d’ossa di Stephen King. Senza rivelare troppo, “gufi sotto studio” è l’indizio che condurrà Mike Noonan a risolvere il mistero di Sarah Laughs, la  casa che affaccia sul lago (ci sono laghi in tutte e due le storie) dove si rifugia a qualche anno dalla morte della moglie.
Ci sono parallelismi fra Lynch e King: in particolare fra quel Lynch e quel King. Sono anche spiegabili: Twin Peaks andò in onda tra il 1990 e il 1991 e Mucchio d’ossa è del 1998. Difficile però dire chi sia debitore verso chi: perchè nel serial televisivo si ritrovano parecchie costanti kinghiane (la piccola città-bastardo posto, una concezione del Male non come caratteristica individuale bensì come entità in grado di possedere e influenzare un’intera comunità, la presenza di varchi-porte-accessi fra una dimensione e l’altra).
Quello che mi incuriosisce, anche alla luce del post di ieri, è ragionare a ruota libera sul “meticciato” e sull’incrocio di generi e situazioni. Twin peaks sembra un thriller e si rivela un horror (che se ne infischia ampiamente delle situazioni canoniche dell’horror). Mucchio d’ossa sembra un horror ed è un’amara riflessione sulla perdita (non solo della persona amata: bensì dell’amore per la scrittura. Mike Noonan si ritrova “bloccato” e non riesce più a scrivere dopo la morte improvvisa della moglie e soprattutto perchè non conosce la verità su se stesso e su quanto compiuto in passato da chi aveva il suo stesso sangue).
Nelle due storie, c’è un altro tema ricorrente: l’arrivo dell’estraneo in una comunità chiusa. Più estranei, a dir la verità, che hanno la stessa funzione scatenante di chiunque varchi le porte di una città, da straniero, come Dioniso a Tebe.
Dice lo sceriffo Harry Truman in Twin Peaks: “Twin Peaks è diversa. Lontana dal resto del mondo, l’avrai notato. [...] Ed è proprio per questo che ci piace. Ma c’è anche il rovescio della medaglia, come in tutte le cose. Forse è il prezzo che paghiamo per vivere qui. [...] C’è una specie di malattia nell’aria. Qualcosa di molto, molto strano tra questi vecchi boschi. Puoi chiamarla come vuoi. Una maledizione. Una presenza. Assume forme diverse, ma è stata tenuta lontana da qui da tempo immemorabile. E noi siamo sempre pronti a combatterla. [...] Come i nostri padri. E non finirà con noi. Poi toccherà ai nostri figli.”
Dice Bill, l’abitante della città senza nome (TR-90) a Mike Noonan in Mucchio d’ossa: “Vivere al TR è come si soleva fare noialtri quando era gennaio e faceva un freddo cane e si dormiva in quattro o anche cinque nello stesso letto. Se tutti se ne stavano buoni, non c’era problema. Ma se solo uno era irrequieto e cominciava ad agitarsi e rigirarsi, non dormiva più nessuno. In questo preciso istante l’irrequieto sei tu. E’ così che ti vede la gente”.
Piccole città, posti bastardi. C’è un motivo.

Through the darkness of future past

giugno 24, 2011

La suonatrice Jones

giugno 21, 2011

C’era una volta Babsi Jones. L’ho appena sfiorata, quando sono arrivata in rete, perchè, dopo poco, ha chiuso per sempre il suo blog. Era, se non ricordo male, il 2007, l’anno in cui uscì il suo primo e unico libro, Sappiano le mie parole di sangue.
Un libro bellissimo, strano, non assimilabile ad altri. In quell’anno, lo stesso in cui cominciavo a scrivere piccole storie per Efp, ho assistito al linciaggio in rete di Babsi Jones. Per gioco. Chiuse il blog, e sparì.
Inadatta alla rete, forse, anche lei. Eppure scriveva post molto belli, intelligenti, scomodi. Certo non compiacenti.
Se trovate quel romanzo, leggetelo. Lei, però, non la trovate più. E, per me, è un gran peccato.
Con il post di ieri intendevo dire questo: che dovrebbe, su Internet, esserci spazio per tutti, anche quelli spigolosi, anche quelli che non stanno al gioco, non sono autoironici, non sanno, magari, avere la meglio in una discussione per logica, pacatezza, abilità retorica. Forse mi sono espressa male.
Allora, trovo sia giusto fermarmi a pensare, per qualche tempo. Non mi tiro indietro: continuo a credere al web e ad amarlo. Mi dispiace se alcune mie lettrici, come mi è stato scritto in privato, si sono sentite deluse dalla mia presa di posizione.  Mi dispiace aver generato un putiferio anziché una discussione.
Quando tornerò, parlerò di quel che conosco: i libri. Grazie a tutti e, per piacere, non trascendete nei toni, nel corso dei commenti. Non controllerò frequentemente e conto su di voi. A presto.

P.S. Mi si consiglia di rettificare pubblicamente di aver frainteso l’ironia di Massacri Fantasy nei miei confronti per quanto riguarda la querela: lo faccio. Era ironia e non l’ho capito. Adesso spero di poter sparire.

Cambiai il mio nome in Coda di lupo

giugno 20, 2011

Avevo quattordici anni e avevo scoperto Hell’s House. Con due amiche,  fresche di lettura di Richard Matheson, avevamo eletto a luogo di incontro, chiacchiera e avventura una casa diroccata che si trovava in un pratone di periferia, secco e giallo in ogni stagione dell’anno. Più che diroccata, la nostra Casa d’Inferno era abbandonata: per qualche ignoto motivo, la costruzione non era stata mai portata a termine. La Casa era dunque un cubo grigio di  pavimenti grezzi e aperture sgangherate dove avrebbero dovuto esserci porte e finestre. Perfetta per un trio di adolescenti affamate di mistero a buon mercato: ogni sabato, ci riunivamo in una delle stanze del primo piano con Coca-cola, pizzette e libri horror da leggere ad alta voce, o da abbandonare se qualche gustoso pettegolezzo amoroso si rivelava più urgente.
Andò avanti per qualche mese: finché, un pomeriggio, sentii – o credetti di sentire – l’ansimare di un cane nell’erba gialla del prato. Un cane che si avvicinava correndo per mordermi, pensavo, terrorizzata, mentre scattavo in piedi, rovesciando la Coca-cola sui nuovissimi pantaloni bianchi della mia amica.
Fu la fine del trio e il fallimento del mio rito d’iniziazione: la goffa, spaventata Lara non ebbe più accesso alla Casa.
Molti anni dopo, esattamente in questi giorni, ho riportato quell’episodio nel romanzo che sto terminando. Pratica, se volete, banale: gli scrittori si nutrono delle proprie ferite. Anzi, come dice Stephen King, “se quelle ferite si asciugano, le parole muoiono con loro”.
Ma ho ripensato alla Casa anche in questi due giorni, dopo una serie di avvenimenti che hanno portato a una decisione che mi addolora da amica, da scrittrice, da lettrice, da persona che frequenta il web e crede nel medesimo. GL D’Andrea ha chiuso il suo blog, cancellando tutti i post: potete leggere direttamente la motivazione. Potete anche leggere come si è sviluppata la discussione sul forum di Massacri Fantasy, a proposito di contesti, di web, di critica, di rapporto fra lettore e scrittore. Ho postato in quella sede alcune  considerazioni in questo senso. Qui ne aggiungo un’altra, che spiega il riferimento iniziale alla Hell’s House della mia adolescenza.
Più volte mi sono sentita ripetere che bisogna essere “adatti” alla rete. Che, per essere su Internet, occorre superare quella sorta di rito di iniziazione che ti porta a rispondere in modo brillante (“maturo”, pare essere l’aggettivo più usato) ad ogni tipo di critica. Ogni tipo, ripeto: inclusa questa pagina di Nonciclopedia che, nelle intenzioni, dovrebbe essere ironica (qui la discussione sulla stessa).
Come se, per stare in rete in modo accettabile, fosse necessario l’equivalente telematico dello strappare a morsi il cuore di un grizzly. Dialogo, scambio di arguzie, il pubblico si dispone in circolo, uno dei due cede, l’altro esulta: “owned!”. Applausi.
“Non sei adatta a sopravvivere su Internet”, mi è stato detto, tempo fa, da un blogger e utente di Facebook. Possibile. Eppure, io credo alla rete e credo al dialogo fra scrittori e lettori. Io ho mosso i primi passi su Internet, in una comunità di persone che scrivono e leggono come Efp, e ne vado fiera. Non sono la sola a nutrire una simile utopia. Molto tempo fa, Wu Ming 1 scrisse : ” La “cultura del sospetto” che vede in ogni autore un potenziale truffatore da smascherare va nella direzione diametralmente opposta a quella che interessa a me, cioè la lenta e faticosa costruzione di comunità basate su “circoli virtuosi” e rapporti reversibili tra autori e lettori.”
Io a quei circoli virtuosi credo, e credo anche che possano esistere, o che esistano già. Il fanwriting, in un certo senso, è “virtuoso”: perchè stabilisce una connessione fra scrittore e lettore, lasciando al secondo la libertà di intervenire su un’opera. Mi auguro che ne sorgano sempre di più, questo è quanto posso dire.
Posso aggiungere qualche riga, però.
Scrivo questo post per amore: dei lettori e degli scrittori che immaginano un altro modo di rapportarsi. Scrivo questo post sperando che quei lettori e quegli scrittori abbiano voglia di discuterne, qualunque sia la loro posizione, nei commenti qui sotto. Scrivo questo post perchè penso che quando si perde una voce, con cui si può essere anche in assoluto disaccordo, si perda un’opportunità. Scrivo questo post perchè non mi interessa strappare a morsi il cuore di un orso. E perchè anche la ragazzina goffa che sono stata ha il diritto di sopravvivere, e di credere in qualcosa di diverso.

Voglia di abisso

giugno 17, 2011

Dunque, qui si aprirebbe un lungo discorso so  come sia difficile “tenere il passo” in una saga. Discorso rischioso, perchè riguarda anche me, peraltro (la mia soluzione, se di soluzione si può parlare, è banalmente cercare di scrivere “episodi” e non “capitoli”, ma bisogna vedere se funziona). Però la farò breve: per quanto mi era piaciuto La progenie di Guillermo Del Toro e Chuck Hogan, come testimonianza della possibilità di narrare di vampiri in modo barbarico e potente, tanto sono perplessa sul numero due, La caduta. Che contiene alcune scene indimenticabili, ma che non riesce a prendermi.
Colpa mia, credo. In questo momento ho bisogno di storie che scendano negli abissi dei singoli personaggi, più che in quelli dell’umano genere.

Nondum matura est

giugno 16, 2011

Come immaginate uno scrittore? Ci pensate chiusi nella stanzetta, magari alla luce, se non di una candela, di una lampada liberty? Ci pensate mentre ci facciamo quasi investire dalle automobili mentre pensiamo alle nostre storie? Ci pensate un po’ pallidi, un po’ miopi, un po’ sofferenti, pronti a mangiarci le mani se un collega riceve più attenzioni di noi?
Per quel che mi riguarda, è vera solo la numero due (evito l’investimento almeno  tre  volte a settimana) e ho voglio di parlarvi di invidia. La faccenda mi è tornata in mente questa mattina, chiacchierando su Facebook con un amico che era giustamente entusiasta de Nel bosco di Aus di Chiara Palazzolo (a proposito, guardate che gioiello di recensione ha scritto Giulie).
Che c’entra? C’entra, perché mi sono venute in mente almeno una decina di persone che sarebbero diventate blu leggendo quel romanzo (verdi, anzi: l’invidia è verde) e che avrebbero vigorosamente negato di provare sentimenti, ohibò, riprovevoli. L’invidia è il grande rimosso del mondo della scrittura. Trovatemi un solo scrittore disposto a confessarla. E trovatemi uno scrittore che non sia invidioso, e vi invito a cena da Checco er carettiere, che costa anche caro.
Certo, ci sono i distinguo. C’è una forma di invidia distruttiva (che avrà quello o quella più di me? Perchè costruisce personaggi in quel modo? A chi l’ha data? Quale perfida cricca l’ha sostenuto o sostenuta? Perchè il mondo editoriale congiura contro me che son tanto brava o bravo?), e rigorosamente negata. E c’è una forma di invidia che ti porta a maledire ogni divinità mai concepita perchè riconosci nell’invidiato un talento che sai di non poter uguagliare. Ma che ti fa amare appassionatamente l’invidiato medesimo.
Quando la sensazione di impotenza nei confronti del proprio lavoro prevale su quell’amore, scatta l’effetto Salieri. Almeno, l’effetto Antonio Salieri secondo Peter Schaffer, l’autore di Amadeus (poi film), uno dei testi più belli mai scritti sull’invidia.  Nel film di Forman, c’è una scena indimenticabile: quella in cui Salieri, schiantato dalla bellezza della musica del rivale, brucia il crocifisso promettendo a Dio la distruzione per il suo pupillo:

“D’ora in poi noi saremo nemici, Tu ed io. Perché Tu hai scelto quale tuo strumento un vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile ragazzo, e a me hai donato soltanto la capacità di riconoscere la tua incarnazione. Perché Tu sei ingiusto! Sleale! Crudele! Io ti bloccherò, lo giuro! Io ostacolerò e danneggerò la tua creatura terrena, e per quanto starà in me io rovinerò la tua incarnazione”.

Perchè questo excursus di prima mattina? Semplicemente per dire che non va sempre così, che conosco scrittori che non si fanno investire dalle automobili, non sono pallidi, scrivono anche sotto luci al neon e si rallegrano per il successo dei colleghi: e che dunque dovrò invitare a cena da Checco er carettiere, ma non finirò sul lastrico perchè il numero è limitato.  E avevo voglia di scriverlo. E leggetelo, Nel bosco di Aus. E amatelo, perchè il romanzo fantastico ha bisogno di storie così belle.

Lara incontra Rosencrantz

giugno 15, 2011

Quando ho cominciato a scrivere in rete, ho scelto uno pseudonimo: Rosencrantz (da Amleto). Uno di questi giorni,  scriverò un post su pseudonimi, eteronimi e personalità che diventano personaggi. Oggi no. Perchè ho ricevuto un regalo bellissimo. Andrea Cattaneo, che già mi aveva trasformato appunto nel personaggio di un racconto (lo trovate qui), me ne ha regalato un altro. Dove Lara incontra Rosencrantz, e si ritrova nella stessa vicenda raccontata in Esbat. Secondo voi, una scrittrice può desiderare qualcosa di più dalla vita e dai lettori? La risposta è no! Ed ecco il racconto.

Rosencrantz

Un salto sgraziato, le gambe strette al petto e poi giù nelle acque dense del lago. L’ossigeno, risalendo verso la superficie, le faceva il solletico e aveva uno strano suono, da vecchio telefilm di fantascienza.

Che strano sogno, le bollicine parlano…

E le bollicine dicevano: «Sblr-sblr-sblregliati, blrlara-blr. Sblregliati…»

«No», protestò Lara. «Voglio fare il delfino».

«E svegliati!» strillò Eliška.

Lei sgranò gli occhi e urlò fino a esaurire tutto l’ossigeno che aveva nei polmoni.

«Basta! Ricominciamo da capo? Ti pare il momento? Un momento prima sei in piedi scattante, un momento dopo svieni e quasi ci fai ammazzare entrambe!»

Lara si guardò attorno. Era confusa. Era notte. Era su un tetto e le tegole sotto di lei erano lucide e scivolose. Guardò Eliška con un’espressione sofferente e disse solo: «Aaah».

«Pesi, non riesco a tenerti!» Eliška la reggeva per le braccia, e le tremavano le mani. «Ti vuoi alzare o no?»

Lara si aggrappò alla vita della ragazza. «Aaah», mugugnò di nuovo.

«Mi. Stai. Stritolando. Mollami».

«No-o-o. No», ribatté Lara scuotendo la testa.

«Attaccati. Lì», farfugliò Eliška paonazza: le stava indicando un comignolo.

Lara guardò il comignolo, Eliška, poi ancora il comignolo: non era vicinissimo, ma di sicuro sembrava più solido del suo attuale appiglio. Si fece coraggio e si gettò a peso morto contro il comignolo abbracciandolo stretto.

«Ah!» strillò una volta sicura della presa.

«Che hai adesso?» domandò Eliška boccheggiando. «Dobbiamo spicciarci».

«Chiama aiuto! Chiama i pompieri!»

«Smettila di urlare! Sveglierai tutto il palazzo!»

Lara lanciò un’occhiata al tetto del edificio di fronte e agli altri tetti vicini; in lontananza il campanile di una chiesa spuntava di qualche metro da quella distesa di tegole. Una luna enorme e luminosa occhieggiava alta nel cielo.

«Chiama i vigili del fuoco!»

«Smettila di urlare!» strillò Eliška e Lara urlò ancora più forte. Dei cani si misero ad abbaiare e, negli appartamenti del palazzo di fronte, si accesero diverse luci.

«Dove siamo? Chi sei? Cosa vuoi da me?»

«Calmati», disse Eliška avvicinandosi e accarezzandole una spalla. «Siamo sempre a Praga. Io sono Eliška, mi conosci. Ti ricordi? Sì? Brava. Lo vedi quel lucernaio aperto? Sì? L’ha aperto lei, è scappata di là. Vedi che è vicino a te? Basta un passo. Io vado per prima e salto dentro, poi tu mi segui. Siamo d’accordo?»

«No», protestò Lara. «Non mi lascare qui da sola».

«Vuoi andare avanti tu?»

«No».

«Allora facciamo come ho detto», concluse Eliška. «Non avere paura, va bene? Non succederà niente di brutto, va bene?»

Non era per nulla convinta che le cose andassero bene, ma Lara annuì lo stesso; fissava Eliška con due occhi enormi e le tremava il mento. Eliška si mise gattoni e raggiunse il lucernaio, si sporse e saltò dentro. Dal tetto si sentirono solo un tonfo e un lamento, Lara cominciò a pensare preoccupata al salto che separava il lucernaio dal pavimento sottostante: poteva pure rompersi una gamba con un giochetto simile.

«Sto bene», urlò Eliška. «Salta dentro, c’è un letto qui sotto».

«Chiama la polizia!»

«Salta dentro, non mi far perdere la pazienza. Sbrigati o, quanto è vero iddio, ti lascio dove sei! È tutta colpa tua, ricordatelo!»

«No-o», si lamentò Lara, ma alla fine – per quanto le sembrasse assurdo – si ritrovò a gattonare verso il lucernaio; il telaio era abbastanza largo da permettere a una persona di passare. Lara guardò in basso e non vide nulla: era buio pesto là sotto.

«Spicciati», sibilò Eliška.

Chiuse gli occhi e si gettò di sotto rimbalzando su un materasso che sembrava fatto di marmo. L’impatto non fu per nulla piacevole.

«Siamo fortunate», disse Eliška.

«Non direi proprio!»

«Pensavo ci aspettasse qui, sarebbe stato facile farci fuori».

«Mi sono rotta la schiena».

«Non è vero», Eliška la aiutò ad alzarsi dal letto. «Dobbiamo ritrovarla».

«Ma chi?»

«La iena, quella che tenevi nascosta in cantina».

«Senti, io non voglio più fare questa cosa, voglio tornare al mio dannato lago».

«Sì, sì, il tuo “lago immaginario”, non mi ripetere ancora quella storia. Dovevi pensarci prima di metterti a trafficare con i cadaveri. La vipera l’hai creata tu, è una tua responsabilità».

«Io non c’entro niente», Lara picchiò i piedi per terra.

«Se la scoprono perderemo il posto, ti rendi conto? Tu non avevi il diritto di crearla, hai fatto tutto di testa tua come al solito e adesso siamo nei guai. E toccherebbe a te risolvere il problema; io a quest’ora dovrei essere seduta in una birreria con il mio fidanzato».

«Si può sapere di cosa stai parlando?» Lara rifletté un istante. «Hai un fidanzato?»

«No, sto sempre appresso a te. Dannazione!» Eliška accese un fiammifero: «Tienimelo».

Prese dal cappotto una rivoltella, la aprì e controllò che fosse carica. Si guardò attorno come se stesse cercando qualcosa, ma era così buio che a Lara sembrava un’impresa impossibile già uscire dalla stanza.

Il fiammifero si spense.

«Che vuoi fare con quella?» bisbigliò Lara preoccupata.

«Bisogna eliminarla».

«Ma chi?»

«Rosencrantz. Il tuo dannato doppelgänger», Eliška accese un altro fiammifero e glielo passò, la prese a braccetto e, insieme, uscirono dalla camera da letto. «Ti ricordi almeno del caffè Arco?»

«No».

«Ha scatenato una rissa leggendaria tra gli scrittori che lo frequentano, ne sono finiti quindici all’ospedale», Eliška diede un’occhiata al fiammifero quasi spento che aveva in mano Lara, ne prese un altro e glielo accese. «Un amico medico mi ha avvisato, gli scrittori non sapevano chi fosse, avevano solo l’indirizzo di questo palazzo. Rosencrantz si è sistemata bene, guadagna più di me e di te messi assieme e passa da una festa all’altra».

«Come siamo finite sul tetto?»

«Non lo vuoi sapere».

«Perché?»

«Fidati».

«Dimmelo».

«No».

«Dimmelo, dai».

«Quando siamo arrivate era nuda sul tetto e diceva… niente di importante, credimi. Ad ogni modo dobbiamo fare attenzione».

«Attenzione?»

«Sì», rispose Eliška «Molta attenzione, non ti bastava un clone, hai voluto a tutti i costi creare un mostro. Quella, grazie a te, ha gli artigli».

Il fiammifero si spense.

Eliška ne sfregò un altro e lo passò a Lara. Erano in un lungo corridoio su cui si affacciavano diverse porte, un tappeto attutiva i loro passi. Eliška aprì le porte una a una puntando davanti a sé la pistola: le stanze erano tutte deserte. Arrivarono a una scala che scendeva di un piano e la percorsero gradino per gradino come delle ladre.

Arrivate alla fine della scala fecero appena in tempo a vedere il salotto ingombro di mobili eleganti. C’era qualcuno seduto al buio sul divano biedermaier, qualcuno con lunghi capelli bianchi.

Il fiammifero si spense.

Eliška imprecò, fece fuoco tre volte e i lampi illuminarono tre scene surreali: Rosencrantz che correva chinata, Rosencrantz che dava una spallata allo stomaco di Eliška, Rosencrantz che stringeva gli artigli sul volto di Eliška.

Lara si mise a urlare senza una ragione precisa, solo perché non poteva proprio evitarlo. E non accadde proprio nulla.

Eliška e Rosencrantz stavano ancora lottando: si capiva dal fracasso che facevano. Quello era il momento giusto per nascondersi da qualche parte. Ma dove? Lara si mise carponi e si mosse verso il nulla nella speranza di incontrare un buon nascondiglio. Trovò solo un muro e lo seguì tastando con le mani fino a dare una testata a un mobile. Allungò la mano destra e strinse la gamba di un comò.

«Fai qualcosa», strillò Eliška.

«Cosa?»

«Accendi la luce».

«Come faccio? È buio!»

«Porca put…», disse Eliška poi si sentì un tonfo tremendo, lo sfregare contro il pavimento di mobili spostati di peso e una porta che sbatteva. Silenzio.

«Pst», bisbigliò Lara. «Pst, ragazza… come si chiama… pst».

Eliška accese la lampada a gas che era sul comò accanto a lei. «Mi chiamo Eliška».

Lara si alzò in piedi e si guardò attorno alla ricerca di Rosencrantz: «Dov’è andata?»

Eliška si massaggiò le tempie, sembrava intontita. Un rumore attirò la sua attenzione: «L’ascensore! Alzati, dai, forse siamo ancora in tempo!»

Prese per mano Lara e la trascinò sul pianerottolo. L’ascensore, incastrato nel vano scale, stava scendendo rapidamente. Rosencrantz guardava in alto e sorrideva: tolti i capelli bianchi e gli artigli, la somiglianza era impressionante.

Eliška imboccò le scale e Lara fu costretta a seguirla.

«Dove sta andando?»

«Che ne so io?!» strillò Lara che si aspettava un infarto da un momento all’altro.

«Sbrigati!»

L’ascensore era già a pianterreno, Rosencrantz era sparita nel seminterrato. Dopo qualche secondo anche Eliška e Lara arrivarono all’androne.

«È scesa lì sotto, perché?»

«Non lo so», rispose Lara con il fiatone.

«Andiamo».

Scesero nelle cantine illuminate come sepolcri da piccole lampade a gas. Per terra Lara notò dei nastri, spiccavano sul grigio del pavimento perché erano di colori accesi.

«Oh, mio dio non vorrà mica…»

«È entrata là», annunciò Eliška indicando una cantina. Raggiunsero la porta chiusa dall’interno.

«Apri», disse Eliška. «Non ti facciamo niente, dobbiamo solo “aggiustarti”».

«Aggiustarti? Non credo la convincerai così…» osservò Lara.

«Cerca di collaborare, non mi distrarre. Fai la brava, apri, guarda che è meglio anche per te».

Rosencrantz stava dicendo qualcosa d’incomprensibile, Lara si avvicinò alla porta per captare le sue parole.

«Khabs Am Pekht. Luce in estensione…»

«Spara alla serratura, presto!» ordinò Lara.

Eliška prese la rivoltella, allontanò Lara e fece fuoco. Il primo colpo si conficcò nel legno senza scalfire la serratura. Sparò di nuovo e, questa volta, fece centro. Diede un calcio alla porta e la aprì, ma l’interno della cantina era vuoto. A terra, su un tappeto blu pavone, qualcuno aveva tracciato tre cerchi concentrici.

«Il tetto, il soggiorno… era tutto un piano… voleva che io vedessi», disse Lara. Si chinò e vide il piccolo sacrificio che, lentamente, perdeva sangue e colore. «Oh, mio dio».

 

Rosencrantz si strinse la mano sinistra che pulsava e, a giudicare dal dolore, sembrava sul punto di esplodere; l’emorragia andava tamponata in fretta e la ferita disinfettata. Era notte e faceva freddo e lei era finita su un balcone al quarto piano di un palazzo. Si alzò in piedi per dare un’occhiata al paesaggio: una città, un ospedale con le sue lucine rosse e spettrali, e una pista d’atterraggio per elicotteri, traffico, pochi passanti e una luna enorme alta in cielo.

L’esbat era riuscito alla perfezione, ora avrebbe potuto sistemare le cose.

Un uomo aprì la portafinestra e uscì a piedi nudi sul balcone, Rosencrantz si fece piccina addossandosi alla ringhiera. L’uomo si grattò la nuca, non sembrava per niente stupito di vederla. Aveva la faccia stanca e la barba di due giorni; sulla sua t-shirt bianca c’erano schizzi di sangue. Rosencrantz guardò in basso e vide la fasciatura stretta alla mano sinistra dell’uomo.

La giugulare è scoperta, basta uno scatto.

«Non ci pensare nemmeno», disse lui. «Medichiamo quella e andiamo a mangiare, sto morendo dalla fame».

 

 


Non so dirlo, ma so che è mio

giugno 14, 2011

“Credo che in ultima analisi tutti siamo soli e che ogni contatto umano, sia pure profondo e duraturo, non sia niente più di una necessaria illusione; ma almeno i sentimenti che definiamo “positivi” e “costruttivi” li considero un tentativo, uno sforzo per realizzare un contatto e stabilire una sorta di comunicazione. I sentimenti di amore e gentilezza, l’inclinazione al prendersi cura e all’empatizzare, sono ciò che conosciamo del mondo della luce. Sono sforzi di collegare e integrare; sono le emozioni che ci uniscono, se non nei fatti, almeno in una confortante illusione che rende il fardello della mortalità un po’ più agevole da portare.
Orrore, terrore, paura, panico: sono le emozioni che fanno nascere la discordia tra di noi, ci escludono dalla folla e ci rendono soli. E’ paradossale che a far questo siano sentimenti ed emozioni che associamo con “l’istinto della folla”, ma nella folla si è soli, ci dicono, è una fratellanza senza amore. Le melodie del racconto dell’orrore sono semplici e rieptitive e sono melodie di spiazzamento e disintegrazione…ma un altro paradosso è che il rituale sbocco di queste emozioni sembra uno stato d’animo più stabile e costruttivo. Chiedete a ogni psicoanalista cosa fanno i suoi pazienti quando sono sdraiati sul divano e gli parlano dei loro sogni e di ciò che li tiene svegli la notte. Cosa vedi quando spegni la luce? chiesero i Beatles; e risposero: non so dirlo, ma so che è mio”.

Stephen King, Danse Macabre
(visto che me lo avete fatto tornare in mente)


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 86 follower