The magician longs to see

Il video di Twin Peaks non è casuale. Ci arriverò per gradi. Prima, una premessa. In questi giorni ho chiacchierato su Facebook con Antonio Caronia, a proposito di generi.  Due anni fa, Caronia ha scritto un intervento sulla “morte” della fantascienza. Oggi, il suo pensiero sui generi si sintetizza così (riporto, con il suo permesso, la sua riflessione su Facebook:

“I generi della “narrativa popolare” sono nati da una ibridazione della narrativa colta con i “dime novels“  all’inizio del Novecento, in una situazione della società e dell’immaginario che si riassume nella formula “società industriale sviluppata”. Non solo i generi “fantastici”, tutti i generi, anche il giallo (che forse ha qualche componente in senso lato “fantastica”, ma che era abbastanza rigorosamente realista, per esempio  nella detective story e nel sottogenere “hard-boiled”).
Ora, la società industriale sviluppata, a partire almeno dagli anni 1980, si è trasformata per dinamiche endogene, in qualcosa di diverso, che ha assunto molti nomi (economia postfordista, capitalismo cognitivo, economia della conoscenza – non entro nella diatriba).
Sembra così strano che la fine dell società industriale classica porti con sé anche la fine del sistema dei generi che sono nati da essa? Poi, per carità, l’editoria è conservatrice, il pubblico anche etc. etc., quindi per un certo tempo (decenni) possono rimanere le collane specializzate e la percezione di qualcosa come “fantascienza”, “fantasy” , eccetera.
Anche dopo Ariosto, Tasso e Spenser qualcuno continuò a scrivere “poesia epica”, però non ce ne ricordiamo più (per fortuna): tranne (poco) Tassoni e Pope, che fecero parodie.”

Questo è uno dei punti di partenza.

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13 Risposte a “The magician longs to see”

  1. Ale Dice:

    Per esempio, il pubblico di Hong Kong non è che gliene cali molto, delle etichette di genere. Un film di Stephen Chow o Jeff Lau, per dire, può essere per cinque minuti un grande action, poi una parodia delirante, poi comico puro, poi mélo fiammeggiante e poi fantastico (im)puro, e così via. A volte anche nella stessa scena, nei casi più vertiginosi nella stessa inquadratura. Sulle montagne russe dell’aspettativa spettatoriale.

  2. Giobix Dice:

    vero, e da noi molto cinema asiatico nemmeno arriva, perchè viene considerato troppo ibrido ed eccessivo dai distributori italiani

  3. Lara Manni Dice:

    A me sembra che quelli che per comodità possiamo chiamare “ibridi” stiano cominciando, se non a prevalere, ad aumentare di numero. Parlare di “fine” del genere non significa sostenere che non si scriverà più, che so, fantascienza. Ma, forse, che si comincerà a scriverne in modo diverso, uscendo dai paletti. E questo potrebbe essere decisamente interessante.

  4. Paolo E Dice:

    Secondo em il genere deve essere, ed in parte sta diventando, non uno schematismo di fondo, una sequenza di MUST cche caratterizza l’opera, ma uno strumento espressivo.

    Utilizzare il genere come strumento per parlare di qualcosa, per far arrivare qualcosa. Magari pertinente al mondo reale.

  5. Lara Manni Dice:

    Qui, Paolo, entriamo davvero nelle strade personali di chi scrive. Per me è impossibile tenere separata narrazione fantastica e narrazione del reale, perchè l’una dà senso e profondità all’altra. Ovviamente ognuno ha sentieri su cui camminare, non è detto che debbano valere per tutti. :)

  6. Ale Dice:

    Come diceva Joss Whedon: parlare di cose che non esistono per parlare di quelle che esistono (più o meno, cito a memoria).

  7. Lara Manni Dice:

    Più o meno sì. Ma come si stava dicendo or ora su Facebook, la questione è che molti autori, e King in primis, di fatto non hanno mai scritto genere “puro”, e hanno sempre fatto “narrazione meticcia”. Difficile parlarne “da dentro”, in effetti.

  8. Giovanni Arduino Dice:

    Per continuare il discorso iniziato su Facebook, e se si stilasse un breve elenco informativo di autori che “pasticciano” (bel termine!), soprattutto *adesso*, soprattutto oltreoceano? Se poi tu vuoi, Lara, potresti integrare con gli italiani (alcuni dei quali, mea culpa, non sopporto o proprio non capisco). Giusto per alimentare e proseguire la discussione.

  9. Lara Manni Dice:

    E’ una bella sfida, Giovanni! Proviamo con gli stranieri, intanto. A parte i citatissimi McCarthy e Murakami, che per pasticciare pasticciano parecchio, e il caro vecchio Saramago, di nati “nel” genere (o apparentemente tali) non ho molti nomi sulla punta delle dita. Tu?
    (gli italiani, per ora lasciamoli tranquilli)

  10. Giovanni Arduino Dice:

    Christopher Barzak.
    Kelly Link.
    Francesca Lia Block.
    Karen Russell.
    Christopher Moore.
    China Mieville.
    Jonathan Lethem.
    Kathe Koja.
    Cory Doctorow.
    Katherine Dunn.

    I primi che mi vengono in mente e disponibili in Italia (foss’anche dai remainders) e tutti dal mondo anglosassone. Ce ne sono tanti altri ma gli elenchi servono a poco – soprattutto se incompleti come il mio ;) Googlate e fatevi un’idea. Sempre pronto a proseguire il discorso.

  11. Lara Manni Dice:

    A me vengoo in mente anche, sull’altro versante (se esiste):
    Bret Easton Ellis (Lunar Park, soprattutto)
    Chuck Palahniuk (Ninna nanna, soprattutto)
    Poi, vediamo cosa esce fuori dall’intreccio King-Lynch: non so dove mi porterà ma, come diceva il Re, l’importante è il viaggio.

  12. Giovanni Arduino Dice:

    A proposito di Palahniuk, Diary è una ri-lettura neanche troppo nascosta di Rosemary’s Baby.
    I versanti non sono così opposti. Secondo me lo saranno sempre di meno. Se non altro per certi autori.

  13. Lara Manni Dice:

    Concordo in pieno. Ragionare per opposti non è utile a chi legge nè a chi scrive (ammesso che scrive abbia consapevolezza del dove si sta andando a infilare). Sai che non avevo pensato al debito di Diary verso Ira Levin? Questo meriterebbe altri post incrociati…:)

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