Archivio per giugno 2011

Non aprite la porta se non vi piacciono le porte

giugno 13, 2011

Sono, in genere, piuttosto titubante nel discutere su cosa sia l’horror e cosa no. Però questa mattina ho letto un post su un blog letterario, Sul Romanzo, che mi ha dato parecchio da pensare. Nel post si parla dell’horror “sociale”, ovvero di come il genere può raccontare il mondo che ci circonda. E sul piano generale, naturalmente, concordo. Purchè avvenga con un altro obiettivo:  perchè narrando  il punto d’impatto fra due piani di realtà è alla reazione emotiva di chi legge che la storia si rivolge.  Pensate solo alla – famosissima – frase contenuta nell’intervista di Stephen King a Keith Blackmore:

“Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi – e per far questo uso tutti gli strumenti disponibili. Forse sarà per spaventarvi a morte, ma potrebbe anche essere per prendervi in modo più subdolo, per farvi sentire tristi. Riuscire a farvi sentire tristi è positivo. Riuscire a farvi ridere è positivo. Farvi urlare, ridere, piangere, non mi importa, ma coinvolgervi, farvi fare qualcosa di più che mettere il libro nello scaffale dicendo: “Ne ho finito un altro”, senza nessuna reazione. Questa è una cosa che odio. Voglio che sappiate che io c’ero”. “

Il buon horror, credo, funziona così: e per aggredire il lettore usa il mondo conosciuto. King narra la middle-class americana, con aggiunta di mostri. A chi legge non arriva l’intenzione primaria, ma la storia (una splendida storia) nella sua interezza. Questo per dire che difficilmente, immagino, chi scrive horror decida, a freddo, di inserirvi una visione sociale: parlando pro domo mea, non ho pensato di farlo in Sopdet, anche se  l’ho fatto. Ho usato un fondale storico e sociale, e ho cercato di farlo nel modo migliore: ma il mio obiettivo primario era sempre la ricerca dell’emozione di chi legge.
Fin qui, non ho scritto nulla che non sapeste già. Però c’è un punto in cui il post in questione mi ha fatto trasalire. Questo:

“L’orrore grottesco sublima, deformandole, le paure che tutti noi ci portiamo dentro. È questo il caso de L’Esorcista, romanzo shock scritto da William Peter Blatty nel 1928. Nel romanzo, una mamma vede sottrarsi la bellezza, la freschezza, l’anima e, quindi, la vita della figlia Regan nientedimeno che dal Diavolo. Certo il paragone potrebbe essere forte, ma è la stessa paura che tanti genitori di oggi provano pensando alla possibile rovina che potrebbero subire i figli incappando in alcol e droga o, magari, in percorsi sbagliati”.

Ehm, no. Non funziona così. E’ vero che Blatty (e molti autori di genere) fanno leva sul terrore della perdita. Le pagine di Pet Sematary che rimangono più impresse (almeno a me) non sono quelle dove il bambino torna dalla morte, ma il momento in cui il padre, prima che tutto avvenga, ha un immotivato presagio, e rabbrividisce di orrore come se nuotasse in una zona d’acqua fredda. Ma è sul sentimento, non sullo scenario “morale”, che la scrittura agisce. Raccontare il mondo non è una faccenda didascalica: quando lo diventa, significa che non si è raccontato bene.
Per parlare chiaro: dal mio punto di vista, la scrittura è sociale, sempre.  L’horror riesce meglio nell’intento non perchè piazza gli zombie nel supermercato (cattivo capitalismo, cattivo!): ma perchè parla della e alla paura della morte. Ovvero, dell’insensatezza dei nostri comportamenti sociali. Senza questa emozione, diventerebbe  vuoto, banale, noioso.
Per dire che, a volte, preferisco un attacco al genere a un abbraccio soffocante.

Ps. Per la cronaca, L’esorcista è del 1970.

L’estate che mi schiaccia

giugno 10, 2011

Mi trascino per il sonno, la stanchezza, la svogliatezza. Va così.
Qui, la recensione di Irene Vanni per Horror Magazine, su Sopdet.

Avolediana

giugno 9, 2011

C’è una bella intervista a Tullio Avoledo su FantasyMagazine. Due le cose che mi hanno colpita fra le altre. Ovvero, il fantastico come narrazione del mondo reale:

“Molte volte si parla del fantastico come sistema escapista, finalizzato a una fuga, ma non è così. Prendiamo per esempio il tema dei mondi alternativi: nel momento in cui immagino un mondo ”altro” devo fare un’analisi di quello vero, altrimenti come faccio a demolirlo e ricostruirlo?”

E il famigerato discorso sulle etichette.  Che ad Avoledo non piacciono:

“Vorrei che un domani parlassero di romanzi “alla Avoledo”. Nelle mie storie posso servirmi del giallo o di altro”.

Infine, ma tratta da una vecchia intervista, c’è questa frase:

“Scrivo in modo istintivo. Sono più un passero che costruisce il nido con materiali diversi, presi qui e là, che un cuculo che si insedia in un nido già pronto”.

Sottoscrivo in pieno, soprattutto sulla faccenda del passero (a me piace becchettare, come forse è evidente). Sul becchettìo di Avoledo e Boosta: ho finito Un buon posto per morire. Ribadisco quanto ho scritto giorni fa. In più, però, stavolta ho avvertito un senso di eccesso: quando è entrato in scena il Titanic, mi è scappato da ridere. Comunque, scritto con maestria (inchino).

Nelle spire di Pessoa

giugno 8, 2011

Ricordate il signor Soapes? Appare nel Pendolo di Foucault di Umberto Eco, è l’ex templare che scrive libri sotto falso nome e, ovviamente, Soapes è l’anagramma di Fernando Pessoa,  poeta degli eteronimi: i quali, per la cronaca,  differiscono dagli pseudonimi in quanto presuppongono una personalità completa associata al nome medesimo (come Bachmann per King, insomma). E dunque Álvaro de Campos e Alberto Caeiro hanno una data di nascita e di morte, Ricardo Reis e Bernardo Soares no, ma fa niente.
Perchè Pessoa si disintegrò in altre personalità? Letteralmente, per questo motivo:

“Con una tale mancanza di gente coesistibile come c’è oggi, cosa può fare un uomo di sensibilità, se non inventare i suoi amici, o quanto meno, i suoi compagni di spirito?”.

Ma anche, come scrisse in Tabacana:

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

Della vicenda occultista   di Pessoa lascio naturalmente parlare chi ha i titoli per farlo. Lo cito perché  in questi giorni ho sulla scrivania le sue Poesie esoteriche, uscite per Guanda. Le sto leggendo, amando e me ne sto anche servendo per Lavinia (che avrà un altro titolo, ma me lo tengo stretto, per ora).

Mi sto incantando, soprattutto, per i versi scritti  “sulla tomba di Christian Rosencreutz”:

“Quando svegli dal sonno della vita Sapremo ciò che siamo, e ciò che fu La caduta nel Corpo, la discesa Alla notte che l’ anima ci chiude, / Conosceremo forse la nascosta Verità di cosa sia quello che è O fluisce, né l’ Anima libera lo sa, Né Dio, che ci ha creati, in sé la include. / Dio è l’ Uomo di un altro Dio maggiore: Supremo Adamo, anch’ egli ebbe Caduta…”.

La malinconia di Avoledo

giugno 7, 2011

Ho fatto un po’ di cose.
Per esempio ho letto questo post, e lo consiglio.
Poi, ho provato un Kindle e devo dire che mi ha entusiasmata (lo so, arrivo sempre in ritardo su tutto).
Infine, sto leggendo Un buon posto per morire di Tullio Avoledo e Davide Boosta Di Leo. Mi sta facendo pensare:  primo, perchè è diverso dagli altri romanzi di Avoledo. E’ strutturato come un mystery, molto più secco, molto più costruito su nomi-date-città-avvenimenti. E, sì, è scritto molto meglio di quanto facciano Dan Brown o Glenn Cooper. Secondo. Potrebbe essere un best-seller: anzi, è probabile che lo diventi. Terzo. Però a me, avolediana di ferro, manca qualcosa che probabilmente per altri non conta. La malinconia di Avoledo: quella che anche nel turbine degli avvenimenti ti ricorda che hai a che fare con personaggi che parlano alle tue corde segrete, per esempio.
Ma vi saprò dire.

Domeniche di pioggia

giugno 6, 2011

Nell’ultimo week end Sopdet è stato terzo nella classifica horror di Amazon.it, 26mo in quella gialli e thriller, 84mo in quella di narrativa, 147mo nella classifica generale.  Questo è un grazie.

La notte di San Lorenzo e il fantastico

giugno 3, 2011

Il 22 luglio 1944 il Comando tedesco riunisce la popolazione di San Miniato nel Duomo. Sono le dieci del mattino. Il portone della chiesa viene serrato. Si apre il fuoco. Poi, il Duomo esplode. Muoiono in 55.
L’Italia della Seconda guerra mondiale è un’Italia fatta di tante stragi. In Sopdet ne ho raccontata una, quella di Meina. Ma quando scrivevo il libro ho cercato di documentarmi il più possibile sulle altre. Anche attraverso film. Ecco, uno dei film più belli che ho visto in rete è La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani. Racconta proprio quella strage.  Ma lo fa con il linguaggio delle fiabe. A suo modo, è un film “fantastico”: perchè i fatti reali sfumano nella visione. Cito solo una scena: una bambina di sei anni in un campo di grano assiste al reciproco massacro tra fascisti e partigiani. Un vecchio, lo stesso che le recitava i versi di Omero, viene ucciso da una camicia nera. La bambina, nel terrore, “vede” un antico esercito sorgere dal grano e vendicarlo. Per me, questo è raccontare.

 

Storie di fantasmi

giugno 2, 2011

Da ieri è di nuovo on line un bel blog sui fantasmi, che si chiama Spiritodelsilenzio. E’ stata anche l’occasione per chiedermi quale sia la storia di spettri che ho amato di più. Una classifica è difficilissima. Però, se devo basarmi sulle emozioni che mi ha suscitato, voto per Willa, in Al Crepuscolo di Stephen King. Struggente, piena di malinconia. E anche d’amore.
Voi?

Non leggete questo post

giugno 1, 2011

Sono Lara Manni e sono una fumatrice.
Fumo da quando avevo quattordici anni e non ho mai smesso. Sono consapevole dei danni che apporto alla mia salute, ma rispetto quella degli altri. Non fumo nelle stanze dove ci sono non fumatori, mi prendo dieci bronchiti a stagione andando a consumare la mia sigaretta in balconi ventosi,  ricaccio indietro il desiderio finché non ho la possibilità di fumare dove ci sono soltanto io, o altri esiliati come me.
Scrivo questo post sull’onda  di una discussione che si è svolta ieri su Facebook. Punto di partenza: un manifesto.

Inizialmente mi ha infastidito quella parola, libera.  Era come se lo slogan facesse il verso alla vecchia idea che associa l’emancipazione femminile al fumo. Giustamente Elvezio Sciallis mi ha fatto notare che quell’equivalenza ha un senso, ricordando come il nipote di Freud, Edward Bernays, abbia ideato, su richiesta delle multinazionali del tabacco, una campagna di persuasione occulta rivolta alle donne. Se libere e moderne, dovevano fumare.
A pensarci molto bene, quell’idea è ancora più vecchia di Bernays. Basti pensare a Carmen, che non solo lavora in una fabbrica di sigari, ma fa uso dei medesimi in quasi tutte le immagini che conosciamo: e Carmen è una delle pochissime donne libere della letteratura (e dell’opera lirica). Forse la sola che osi sfidare la morte cantando: Libre elle est née et libre elle mourra!
Fumavano le eroine di Fitzgerald, bellissime e dannatissime, e fumavano le dark ladies dei noir, le dalie nere destinate a una fine pessima.  Poi, certamente con la complicità dei produttori di sigarette, hanno cominciato a fumare un po’ tutte, e tutti.
Guardate questa pubblicità.

Il fumo è sexy, maschio, induce dipendenza erotica. E guardate quest’altra pubblicità, molto più recente.

Al contrario, il fumo rende impotenti, e nella migliore delle ipotesi fa puzzare l’alito, altro che indurre al bacio.
Stessa procedura per quanto riguarda le donne. Ai tempi, teneri bebé invitavano la mamma a fumare tranquillamente.

Oggi, si disperano perchè la mamma muore di cancro.

Cosa voglio dire? Non sto dicendo che fumare faccia bene. Niente affatto. Fa male, così come fanno male le patatine fritte (pare che aumentino, fra le altre cose, il rischio di cancro al seno), i cellulari (notizia di oggi), il consumo compulsivo di televisione, di Internet, di videogiochi, di sesso, di vino. Per non parlare delle cose mortali che ci circondano senza che vengano affissi manifesti terroristici:  poche settimane fa  c’è stata – quasi in silenzio – la giornata mondiale dell’amianto. Undici morti al giorno, 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Quanti edifici, anche scolastici, sono oggi a rischio? Molti più di quello che immaginate. Su questo, nessun cartello terrorizzante?
Non difendo il fumo.  Ma sono sgomenta dall’aggressività con cui, spesso, i fumatori si sentono apostrofare: una commentatrice di Facebook, ieri, sembrava quasi voler venire alle mani perchè sostenevo che in un luogo aperto è possibile fumare. Ecco, perchè scatta questa reazione violenta? Perchè non si verifica su tante altre consuetudini che sono persino più dannose del fumo?
Perchè il fumo puzza! Fa schifo! Dà la nausea! Non sempre. Uno dei ricordi più belli della mia infanzia è l’odore di sigaretta e di dopobarba che aveva l’abbraccio di mio padre. A volte, occorrerebbe riflettere su quanto l’intolleranza verso i fumatori abbia radici più complesse, e radici culturali anche, di quello che immaginiamo. E riflettere anche – ma questo è un altro discorso – sul perchè i nostri corpi stiano diventando l’unico bene da difendere. Con il coltello fra i denti, anche.
Sono Lara Manni, sono una fumatrice, fumo perchè mi piace,  ho scritto un post politicamente scorretto. Non vogliatemene.
(Però letto il post medesimo, leggete quello di GL)


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