Sono, in genere, piuttosto titubante nel discutere su cosa sia l’horror e cosa no. Però questa mattina ho letto un post su un blog letterario, Sul Romanzo, che mi ha dato parecchio da pensare. Nel post si parla dell’horror “sociale”, ovvero di come il genere può raccontare il mondo che ci circonda. E sul piano generale, naturalmente, concordo. Purchè avvenga con un altro obiettivo: perchè narrando il punto d’impatto fra due piani di realtà è alla reazione emotiva di chi legge che la storia si rivolge. Pensate solo alla – famosissima – frase contenuta nell’intervista di Stephen King a Keith Blackmore:
“Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e forse di aggredirvi – e per far questo uso tutti gli strumenti disponibili. Forse sarà per spaventarvi a morte, ma potrebbe anche essere per prendervi in modo più subdolo, per farvi sentire tristi. Riuscire a farvi sentire tristi è positivo. Riuscire a farvi ridere è positivo. Farvi urlare, ridere, piangere, non mi importa, ma coinvolgervi, farvi fare qualcosa di più che mettere il libro nello scaffale dicendo: “Ne ho finito un altro”, senza nessuna reazione. Questa è una cosa che odio. Voglio che sappiate che io c’ero”. “
Il buon horror, credo, funziona così: e per aggredire il lettore usa il mondo conosciuto. King narra la middle-class americana, con aggiunta di mostri. A chi legge non arriva l’intenzione primaria, ma la storia (una splendida storia) nella sua interezza. Questo per dire che difficilmente, immagino, chi scrive horror decida, a freddo, di inserirvi una visione sociale: parlando pro domo mea, non ho pensato di farlo in Sopdet, anche se l’ho fatto. Ho usato un fondale storico e sociale, e ho cercato di farlo nel modo migliore: ma il mio obiettivo primario era sempre la ricerca dell’emozione di chi legge.
Fin qui, non ho scritto nulla che non sapeste già. Però c’è un punto in cui il post in questione mi ha fatto trasalire. Questo:
“L’orrore grottesco sublima, deformandole, le paure che tutti noi ci portiamo dentro. È questo il caso de L’Esorcista, romanzo shock scritto da William Peter Blatty nel 1928. Nel romanzo, una mamma vede sottrarsi la bellezza, la freschezza, l’anima e, quindi, la vita della figlia Regan nientedimeno che dal Diavolo. Certo il paragone potrebbe essere forte, ma è la stessa paura che tanti genitori di oggi provano pensando alla possibile rovina che potrebbero subire i figli incappando in alcol e droga o, magari, in percorsi sbagliati”.
Ehm, no. Non funziona così. E’ vero che Blatty (e molti autori di genere) fanno leva sul terrore della perdita. Le pagine di Pet Sematary che rimangono più impresse (almeno a me) non sono quelle dove il bambino torna dalla morte, ma il momento in cui il padre, prima che tutto avvenga, ha un immotivato presagio, e rabbrividisce di orrore come se nuotasse in una zona d’acqua fredda. Ma è sul sentimento, non sullo scenario “morale”, che la scrittura agisce. Raccontare il mondo non è una faccenda didascalica: quando lo diventa, significa che non si è raccontato bene.
Per parlare chiaro: dal mio punto di vista, la scrittura è sociale, sempre. L’horror riesce meglio nell’intento non perchè piazza gli zombie nel supermercato (cattivo capitalismo, cattivo!): ma perchè parla della e alla paura della morte. Ovvero, dell’insensatezza dei nostri comportamenti sociali. Senza questa emozione, diventerebbe vuoto, banale, noioso.
Per dire che, a volte, preferisco un attacco al genere a un abbraccio soffocante.
Ps. Per la cronaca, L’esorcista è del 1970.




