La peste colpisce Tebe per l’incolpevole peccato di Edipo. Captain Trips uccide la maggior parte dell’umanità, ne L’ombra dello scorpione, per l’ambizione di un gruppo di militari e scienziati. La pestilenza di Orano, raccontata da Camus, è qualcosa di diverso e non si lega a una colpa, ma alla condizione umana.
Nel racconto dell’epidemia, che è quello che mi interessa in Tanit, è questo punto a essere, per me, centrale.
Ecco cosa scrive Camus:
“So soltanto che bisogna fare quello che occorre per non essere più un appestato, e che questo soltanto ci può far sperare nella pace, o, al suo posto, in una buona morte. Questo può dar sollievo agli uomini e, se non salvarli, almeno fargli il minor male possibile e persino, talvolta, un po’ di bene. E per questo ho deciso di rifiutare tutto ciò che, da vicino o da lontano, per buone o cattive ragioni, faccia morire o giustifichi che si faccia morire. […] Di qui, so che io non valgo più nulla per questo mondo, e che dal momento in cui ho rinunciato ad uccidere mi sono condannato ad un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia. So, inoltre, che non posso giudicare questi altri. […] Di conseguenza, ho detto che ci sono flagelli e vittime, e nient’altro. Se, dicendo questo, divento flagello io stesso, almeno non lo è col mio consenso. Cerco di essere un assassino innocente; lei vede che non è una grande ambizione. “.
luglio 21, 2011 alle 10:28 am |
Bellissima pagina, mi procuro il libro. Attenzione però, che accettare la radicale malvagità degli uomini come dato di fatto è la più grande vittoria del liberalismo. Su questo, una bellissima paggina nel blog di Valter Binaghi
http://valterbinaghi.wordpress.com/
luglio 21, 2011 alle 10:28 am |
…e scusate la ripetizione. Oggi il neurone è un po’ stanco.
luglio 21, 2011 alle 10:58 am |
Non è proprio così. Camus ha una posizione particolare su individuo e collettività. Magari, oltre a La peste, procurati anche Lo straniero, che è uno dei romanzi più belli di tutto il Novecento