Archive for agosto 2011

Il fantasma che viene dal freddo

agosto 31, 2011

Un libro che è insieme claustrofobico e troppo vasto. Una storia completamente maschile scritta da una donna. Una ghost story classica con un’ambientazione non usuale. Insomma, “La materia oscura” di Michelle Paver mi è proprio piaciuto.
E pensare che, sulle prime, non mi attirava il contesto. 1937, gruppo di gentiluomini inglesi che reclutano un giovane fisico spiantato per una spedizione nell’Artico. Mi sono ricreduta in poche pagine: Paver è magnifica (e documentatissima) nel raccontare il freddo e il buio. E’ un romanzo che gela, che riporta indietro nelle paure più antiche: tre uomini accerchiati dal ghiaccio, dal mare, dall’assenza di luce della lunga notte polare. E da una presenza non umana, che inizia a manifestarsi lentamente, per poi rivelare tutto il proprio orrore. La seconda parte del libro, con l’autore del diario rimasto solo nel capanno con l’unica compagnia di un cane e con l’avvicinamento progressivo del fantasma, incolla alle pagine.
Non è un horror abituale, non c’è nulla dell’armamentario gotico degli ultimi anni. Solo uno spettro che trabocca di risentimento. Ma, accidenti, procuratevelo.

Riempire gli spazi vuoti (come diceva Beckett)

agosto 30, 2011

Corsi, ricorsi, discussioni cicliche. Aprendo Facebook,  mi imbatto in uno status interessante di una bravissima scrittrice: non cito il nome perchè una bacheca  è comunque un luogo semi-privato. Ad ogni modo, si parla di letteratura e impegno civile, argomento ultradibattuto e di recente, dopo il caso TQ, di nuovo alla ribalta.
Serve che lo sia? Ho già scritto più volte che, per me, scrivere è comunque un gesto politico, nel senso più vasto del termine. Il che non significa, naturalmente, assolvere i testi vacillanti: scrivere un buon testo è sempre il requisito numero uno. In altre parole, se dichiararsi impegnati non salva un romanzo non valido, dichiararsi estranei da quanto accade attorno a noi è però una piccola bugia. E’, comunque, impossibile.
Come si sviluppa la discussione? Sostanzialmente, seguendo due ramificazioni. Da una parte, il gruppo del vituperio complottista, che sostiene che dichiararsi impegnati sia un modo per compiacere la cricca editoriale. Dall’altra, la schiera – più vasta – di chi sostiene che la letteratura sia astrazione dalla vita, e che l’artista sia libero di fare qualunque cosa desideri, perchè la letteratura è “altra cosa” (cosa, esattamente, non si sa).
Cosa mi colpisce nel dibattito? L’uso reiterato del termine artista (o, peggio: “sacerdote dell’arte”, e scritto senza il minimo umorismo), come se il solo gesto di posare le dita su una tastiera elevasse nel cielo delle muse il proprietario delle dita medesime. Segue professione di disprezzo per il volgo ignorante e per le ragazzine che non leggono Cioran ma chick lit (sempre colpa delle ragazze: interessante, no?).
Ora, se questa è la concezione della scrittura che va per la maggiore, si capisce perchè, in Italia, le narrazioni siano asfittiche, lo snobismo altissimo e l’influenza dei testi sul mondo reale minima.
E, no, altrove non è così.
Torno a leggere Ellison.

Silver, vai!

agosto 29, 2011

Un gruppo di bambini da una parte, un altro gruppo di bambini dall’altra. Nei due casi, una piccola città (il solito bastardo posto dove tutti si conoscono e dove l’orrore può annidarsi a proprio piacimento). Nei due casi, un’Entità che viene dal Male più antico e che è in grado di controllare gli abitanti: se non fisicamente, mentalmente. Nei due casi,  cose di forma incerta strisciano sotto il suolo. Nei due casi, le biciclette giocano un ruolo fondamentale, un bambino del gruppo vuole diventare scrittore, ci sarà una morte da vendicare.
Ora, cosa rende così diverso It di Stephen King da L’estate della paura di Dan Simmons?
A caldo, il fatto che i bambini di King sono molto verosimili, e quelli di Simmons sembrano piccoli adulti: ho ritrovato la noia, l’insicurezza e l’onnipotenza dell’infanzia solo nelle parti più “letterarie” (e molto belle, anche) del romanzo di Simmons. Al momento di passare all’azione finale, diventava difficile credere che i ragazzini avessero dodici anni, e non venticinque.
Questo per dire che raccontare l’infanzia è impresa durissima, per dire che ho finito, o quasi, le mie letture estive insieme con le mie vacanze (o quasi) e la seconda stesura di Tanit (o quasi).
E, questo è il senso ultimo del post, c’è sempre qualcosa che sfugge a chi scrive, anche quando si ha la brevissima illusione di poter controllare tutto.

King, i Tea Party, la politica e il disprezzo degli intellettuali

agosto 27, 2011

Non sono nuove le discussioni in rete sull’impegno politico di Stephen King. C’è chi ne è profondamente irritato, chi si accalora nel negarlo, chi lo trova ininfluente rispetto all’opera, chi ritiene che i suoi libri, tutti, siano sempre stati libri politici.
Comunque la pensiate, King si è fatto sempre più esplicito, negli ultimi tempi. A marzo di quest’anno, a Sarasota, è intervenuto duramente contro i Tea Party (e non solo), così:

“I’m from Maine, but I pay taxes in Florida, too. Let me tell you something: in Maine last November, three candidates ran, the Tea Party guy won by one percent. He’s a minority governor. And you know what? The guy’s a stone brain. And I thought to myself, “Well, that’s alright. I’m a snow bird. I’m gonna go to Florida. Things will be better in Florida.”

And on the way down here I drove and I heard about this guy in Wisconsin, his name was [Republican Governor Scott] Walker and apparently he wanted to stop collective bargaining. That’s supposed to balance the budget. That’s the magic bullet. So you’ve got [Republican Governor Paul] LePage in Maine, Walker in Wisconsin, you got [Republican Governor Rick] Scott in Florida. It’s Larry, Curly and Moe. That’s what we got right here.

Now you might say, “What are you doing up there? Aren’t you rich?” The answer is: thank God, yes. Because I grew up poor. I lived in a family where my mother asked donated commodities from a Republican administration and got turned down. That’s where I came from. And you know what? As a rich person I pay 28 percent tax. What I want to ask you is why am I not paying 50? Why isn’t anybody in my bracket not paying 50?”

Non solo. King ha annunciato di voler realizzare un programma radiofonico su Zone Radio. Un programma “politico” e anti Tea Party, appunto.
Bene. Se ne accorge Angelo Aquaro su Repubblica. E qual è il commento? Ve lo copio:
“E che poi proprio a lui, considerato il re della letteratura bassa, tocchi tenere alta la bandiera della cultura, non è che l’ennesimo esempio della mostruosità, appunto, dei tempi”.

Come si fa a commentare un’affermazione del genere? Prescindendo dal disprezzo relativo alla letteratura bassa, quale è mai il concetto di scrittore che aleggia dalle nostre parti? Solo a esangui letterati newyorkesi è concesso prendere posizione contro Sarah Palin, Glenn Beck e compagnia cantante? E, peraltro, non è già nei libri di King, specie negli ultimi, la narrazione dei nuovi poveri d’America, l’indignazione nei confronti del bigottismo di ritorno, la desolazione per il disastro economico e sociale che ci riguarda, peraltro, molto da vicino?
Sono, letteralmente, senza parole. O con poche parole adeguate.
Date, nel frattempo, un’occhiata a come ha dato la notizia The Guardian.
Qui, il video di Sarasota.

Innocenti evasioni

agosto 26, 2011

Non tutte le evasioni sono uguali.
Anne Marie Sterbner ha trentun anni, è impiegata in una compagnia discografica, secondo le definizioni di uno dei suoi amanti “è ordinaria, ma scopa come un coniglio”. Dopo che l’ultimo di quegli amanti è uscito di casa, abbandonando gli asciugamani bagnati sul pavimento, Anne Marie prende un rasoio e si taglia le vene. Si risveglia in ospedale perché, infine, qualcuno l’ha salvata. Il medico le fa un discorsetto. Ovvero: “Tutti vogliamo lasciare il mondo. Che sia la droga o l’alcol o la religione o il sesso facile o i romanzi spazzatura, ognuno vuole scappare via. Vogliamo divertirci tutto il tempo. E quando non funziona, quando non è abbastanza, cerchiamo di ucciderci per scappare”.
Parole banali? E’ quel che pensa Anne Marie, furiosa perché il medico non comprende la sua solitudine, e anzi continua nel sermone, dicendo che se si evitasse di passare il novanta per cento del proprio tempo a fuggire, se si affrontasse il mondo reale “veramente, sinceramente, completamente” (sì, lo so, sono tre avverbi consecutivi: eppure funzionano, in questo caso), le cose andrebbero in ben altro modo.
Anne Marie riesce a cacciare via il medico e sta per accendere il televisore, tanto per cambiare (o per fuggire?). Eppure, è in quel momento che il mondo reale la cattura. Con il duello fra un biplano e uno pterodattilo, fuori dalla finestra. Cui segue molto altro.
Il racconto si chiama Oppio ed è un “atto di guerriglia” di Harlan Ellison contro il divertimento fino all’oblio. Lo ha scritto, racconta, “per dire che l’Entropia cerca di mantenere lo status quo per sostenere il funzionamento del sistema. E questo permette ben poco banditismo”. Oppio è stato scritto per essere letto alla televisione, “come guerra della quinta colonna contro il medium televisivo”.
Dov’è il banditismo? Nel duello dello pterodattilo, che è assolutamente credibile e “reale”.  C’è un intento didattico in Ellison? Una preponderanza delle sue idee sulla narrazione? No. E’ una buona storia, a prescindere dalle intenzioni. Tocca il lettore portandolo a riconoscersi nella medesima? Sì.  Rispetta il canone del genere o del sottogenere? No. E’ un racconto fantastico? Hai voglia.
Buon week end.

Ha gli occhi di suo padre

agosto 25, 2011

Ira Levin è uno scrittore a doppio taglio: sembra un ottimo artigiano dell’horror e del sovrannaturale, ed è sopratutto uno fra i più acuti osservatori delle paranoie sociali. Se fosse vissuto in Italia negli ultimi anni avrebbe scritto, probabilmente, un romanzo straordinario sulla rabbia. In compenso, ha scritto due  magnifiche storie sul matrimonio. Nastro rosso a New York (meglio noto come Rosemary’s Baby) e La fabbrica delle mogli, meglio noto come La donna perfetta nell’ultima versione cinematografica del 2004.
Perchè sul matrimonio? Perchè, nel primo libro, l’ingenua Rosemary Reilly che proviene da Omaha sognando l’uomo della sua vita, lo trova in Guy: attore di scarse fortune, di splendido aspetto e di soddisfacenti prestazioni sessuali. Peccato che, mentre Rosemary non sogna altro che arredare una casa secondo i dettami delle riviste femminili e allevare bambini, Guy – come si conviene a un maschio – sogni il successo. Peccato che, per ottenere il medesimo, sia più che disponibile a offrire Rosemary ai propri vicini, i Castevet, affinchè possa concepire l’anticristo con Satana in persona.
Nel secondo libro lo sguardo di Levin è ancora più impietoso: nella cittadina di Stepford le donne vengono trasformate, attraverso un chip, in mogli perfette. Belle, docili, innamorate, sempre attraenti, secondo il più bieco canone della casalinghitudine anni Cinquanta.
Ora, Levin non è uno scrittore horror, ma gestisce a meraviglia tutto l’armamentario del genere. Se, come dice – ancora una volta – King, “l’orrore è la ricerca dei punti di pressione”, Levin li trova e li preme tutti, a meraviglia.
E torniamo alla coppia, di cui al post di ieri. Parlo di coppia e non di amore: perchè l’amore è una faccenda estremamente complessa e variata. I due vecchi poeti del racconto kinghiano pubblicato su Internazionale sono uniti da qualcosa che si può chiamare amore e, nel momento in cui assistono allo strazio del pulmino rosso, sono “anche” una coppia, perchè condividono pietà e impotenza.
Ma non è l’essere coppia il loro fine.
Quel che turba me nel cannibalismo di un genere, il romance, nei confronti degli altri, è esattamente questo punto. Torno a ribadire il massimo rispetto che nutro verso il rosa come filone a sè stante. Torno anche a ribadire, però,  la mia preoccupazione verso le tinte pastello che stanno inglobando la narrativa: non solo l’horror, non solo il fantasy, ma anche il giallo, il noir, il mainstream. L’amica di un amico, che fa la libraia, raccontava qualche giorno fa di clienti che vengono a chiedere “romanzi positivi”. Romanzi dove si sogna quel che non avviene nel mondo reale. Che esattamente il contrario di quel che avviene nel buon romanzo fantastico, dove si parla del mondo reale.
Molto bene. Possibile che il sogno sia uno? Possibile che il sogno, per le lettrici, sia quello di convolare a giuste nozze con un tenebroso da redimere?
Perchè il problema è questo: sotto gli armamentari, tutti gli armamentari, ci sono archetipi. L’horror ha le sue cripte e le sue catene, il fantasy le sue orecchie a punta, il noir gli impermeabili spiegazzati, il rosa i pantaloni attillati e le camicie sbottonate dei suoi eroi maschili.  Ma se gli archetipi degli altri generi riguardano la paura, la mancanza, l’assenza, l’impotenza, il disordine, l’archetipo del rosa è quello, eterno, del principe azzurro che risolve un destino femminile.
Se questo è quel che predomina ora, abbiamo un problema. Se questo è il nostro punto di pressione (il ritorno alla coppia), dobbiamo lavorare su questo. Perchè ogni microcosmo corrisponde a un macrocosmo. Il punto uno è capire quale macrocosmo lavori per renderci, lettori e scrittori, consolatori, e non problematici.

Lezioni di coppia

agosto 24, 2011

Secondo punto. Veloce, ma prometto per domani un post lungo e ragionato, e non soltanto appunti di ritorno da una giornata a mollo.
Come mai, fra tutti i generi letterari, quello che non solo resiste ma dilaga e dilaga fino a fagocitare tutti gli altri è il romance, o rosa, o romanzo sentimentale? So di essermi già posta la domanda, ma a questo punto diventa centrale, vista l’avidità con cui chi legge vuole storie di questo tipo.
Perchè le nostre paure prendono altre forme e la coppia (non l’amore) diventa l’unico elemento di cui non possiamo fare a meno, di cui vogliamo leggere, di cui vogliamo sognare?

Lezioni di tenebra

agosto 23, 2011

Questo è un post in divenire. Perchè ho intenzione di tornare spesso sull’argomento, come in passato ho già fatto, specie nel passato recente.
Credo che occorra sbarazzarsi di qualche equivoco quando parliamo di fantastico: qualunque sia la declinazione scelta, fantasy, fantascienza, horror e qualche centinaio di sottogeneri a piacere.
Ci sono molti automatismi che scattano quando si pronuncia il nome di ognuna di queste definizioni. Il fantasy contiene magia, la fantascienza contiene futuro , l’horror contiene mostri.
Molto bene, molto giusto.
Il signore degli anelli contiene pochissima magia. La fantascienza ha mandato in crisi l’idea stessa di futuro con il cyberpunk. L’horror può essere tale anche quando non c’è un solo elemento soprannaturale. E la discussione sul racconto di King lo conferma, credo (e prima ancora lo conferma il racconto, e quelli contenuti in “Notte buia niente stelle”, dove il soprannaturale è quasi assente).
Non voglio neanche riaprire la discussione sul fantasy elfico che è seguito a Tolkien. Nè addentrarmi in un terreno minato come quello fantascientifico. Non subito. Parto, dunque, dall’horror.
Questa mattina, in un articolo per Repubblica, Pierdomenico Baccalario sosteneva che il medesimo non fa più paura, o ne fa molto poca.
Ma cosa è, oggi, horror? Perchè ho l’impressione che occorra ridefinire i canoni che vengono usati ancora oggi. Perchè forse non valgono più. Certo che i vampiri attuali non fanno paura: in vacanza mi è capitato di leggere un’antologia paranormal dove i medesimi sono formidabili compagni di letto (è, a quanto pare, la loro virtù principale), ma dove è assente qualsiasi coinvolgimento emotivo che non sia quello erotico (e anche qui avrei qualcosa da dire: perchè scrivere narrativa erotica non significa scrivere di mirabili penetrazioni e basta, credo).
Per coinvolgimento emotivo intendo quello che scriveva Ellison e che ho riportato diversi post fa: quell’empatia che ti fa scendere negli abissi insieme allo scrittore, e possibilmente risalire, con lui. Il racconto di King FA PAURA. Fa molta più paura di qualsiasi cripta cigolante e di qualsiasi mano scheletrica che ti si posi sulla spalla. Nel bosco di Aus di Chiara Palazzolo FA PAURA. Perchè va a toccare corde terribili per qualsiasi donna (perdere se stesse, ma anche veder scorrere la vita senza che nulla accada).
Non è che l’horror non faccia più paura. E’ che stanno mutando i termini. E’ che le nostre paure sono altre, e risuonano su altri toni.
Almeno, io ho questa sensazione. E penso che sarebbe bene ragionarci insieme.

 

Questioni di granturco

agosto 22, 2011

Alla fine di una lunga giornata di mare e letture, una segnalazione: la bellissima recensione di Laura Costantini su Sopdet, che trovate qui:

http://lauraetlory.blogspot.com/2011/08/sopdet-di-lara-manni.html

Poi, una domanda. Cosa c’è di così malvagio nel granturco e nei furgoni rossi? Un parallelo fra i canoni kinghiani e L’estate della paura di Dan Simmons si impone.  Con qualche divagazione sui concetti di “horror” e “magia”, anche alla luce della discussione su Odifreddi.
Domani, però.

La poesia non muta nulla

agosto 19, 2011

Per esempio, mi piacerebbe molto che Piergiorgio Odifreddi dedicasse una mezz’ora del proprio tempo a leggere lo straordinario racconto di Stephen King che appare, nella traduzione di Wu Ming 1, sul numero di Internazionale in edicola oggi.
Si intitola Herman Wouk è ancora vivo. E, no, non è un racconto fantastico, e insieme lo è. E’ un racconto sulla forza e insieme sull’inutilità della scrittura e su come la medesima non possa salvare nessuno (forse). E’ un racconto sul lato oscuro e segreto dell’amore materno. E’ un racconto sulla povertà e sulla mancanza di speranza dei poveri di oggi. Ma non è un racconto disperato.
Qualche giorno fa un amico di Facebook, Alex Jap, ha postato sulla mia bacheca queste parole di Fortini che costituiscono forse la sintesi migliore del racconto:

“Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.”

La storia è quella di due coppie. Da una parte, ci sono due madri, due amiche, due disperazioni. Donne grasse con troppi figli, nessun uomo che ne condivida la solitudine, nessuna prospettiva: ma con una piccola vincita da dissipare subito, in un pulmino nuovo di zecca appena affittato e una gita da programmare. La seconda coppia è composta da un uomo e una donna: due anziani poeti che invece condividono le parole e parte del passato, e con dolcezza leggono reciprocamente i propri componimenti durante una sosta, mentre sono in viaggio per un reading.
La poesia da una parte, la vita reale dall’altra. Si incroceranno, drammaticamente. I vecchi poeti non potranno fare nulla per lenire il dolore e l’orrore di un destino così triste che è meglio affrettarlo. Solo, è concesso loro un gesto di pietà, e il riconoscimento della bellezza pur nella tragedia.
Dov’è l’elemento fantastico? Non nei sussurri e nelle visioni che appaiono alla madre infelice, nè in quella che stringe il cuore all’anziana poetessa. Bensì, nel restituire a chi legge la potenza di uno sguardo che abbraccia l’intero corso delle esistenze umane, e ne prova una tristezza amara eppure consolatoria. Non è fantastico? Vero, è un racconto che si potrebbe definire persino realistico. Ma che, in poche pagine, ripercorre tutte le sfumature del destino umano.
Se Odifreddi non dovesse leggerlo, pazienza. Leggetelo voi. E’ una grande, preziosa, lezione di scrittura (e di umanità, senza la quale, temo, la scrittura è ancora più impotente).


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