Archive for novembre 2011

In numero di tre

novembre 30, 2011

Oggi segnalo due post e un articolo, che per strade diverse toccano, secondo me, lo stesso punto.
Il primo post è di Mirya, e riguarda i generi, specie il fantastico, e la classificazione dei medesimi come diversi dalla literary fiction.

“È che il canone è qualcosa di dinamico e non di stantio; perfino il canone religioso, il riconoscimento dei quattro Vangeli sinottici al posto di quelli apocrifi, perfino la stesura completa della Bibbia come la ritroviamo oggi è passata sotto un lungo setaccio fatto da menti umane e non certo divine e nulla ci assicura che un domani non muterà ancora: d’altronde uno dei fattori vincenti del cattolicesimo è la capacità di adattamento garantita da una presenza forte come quella del Papa che può ancora decidere di cambiare le cose.”

Il secondo è di Stefania Auci. E’ su Diario di pensieri persi e stronca la nuova versione di Carmilla a cura dell’astuto discendente di Le Fanu.

“Brutto. Non ci sono se e ma. E’ un’operazione commerciale, condotta in maniera spregiudicata e a dir poco discutibile, che non merita alcun tipo di assoluzione, specie se si va a massacrare un capolavoro della letteratura gotica che ha influenzato schiere di VERI scrittori e che rappresenta altresì una critica della condizione di infelicità delle donne in un secolo assai crudele per la loro libertà.

L’ultima segnalazione è un’intervista all’amministratore delegato Mondadori,  Maurizio Costa. Dove, incredibile ma vero, si parla di crisi editoriale, in mezzo a tanti “va tutto benissimo, il resto sono bla bla degli sfigati”:

“Serve un salto culturale autentico da parte di chiunque lavori nell’editoria. La sfida è rifuggire da atteggiamenti autoreferenziali e capire che tutto ciò sta già avvenendo, che non cambiano solo i processi distributivi e i modelli di business: variano la natura e la produzione dei contenuti e il rapporto con il lettore-cliente. Guardi i grandi player del digitale. Non a caso con Google, Amazon, Apple ci scontriamo su questo, sul fatto che da noi vogliono i contenuti però, da monopolisti, i dati di chi ci compra nei loro “negozi” se li tengono stretti. Non ci pensano proprio, a condividerli”.

Ora, dove porta il salto culturale, però? Quale sarà il rapporto con il lettore-cliente? Che tipo di “prodotti-libro” gli verranno sottoposti? Quelli che si presume il lettore voglia, tutti uguali con piccole varianti, o possibilità di altre esplorazioni? La vampira sporcacciona e la saga liceale oppure si andrà nella direzione che,  dopo e insieme a Murakami, altri stanno percorrendo?
Non ho risposte.

Il post del mercovedì (proprio mercovedì)

novembre 29, 2011

Anche questa settimana il post a blog unificati con Giovanni Arduino arriva di giovedì, ma è sempre il post del mercoledì. Siate vigili.

La narrazione della narrazione di un mondo

novembre 29, 2011

Qualche giorno fa ho dato notizia del Tolkien Seminar che si è svolto a Modena il 25 e 26 novembre, con la partecipazione di Verlyn Flieger. Wu Ming 4 fa ai lettori del blog un regalo: una sintesi dell’intervento di Flieger, con premessa. Mi sembra importantissimo per cercare di approfondire cosa sia e come venga interpretata l’opera di Tolkien. Ecco:

E’ necessario che io faccia una non breve premessa “storica”, senza la quale chi ha una conoscenza appena basilare dell’opera di Tolkien farebbe un po’ fatica a seguire il discorso. E’ questa:
In Italia sono stati pubblicati soltanto i primi due volumi della “History of Middle-Earth”, la quale è composta in tutto da undici volumi (+ uno di indici) pubblicati dal figlio di Tolkien nell’arco di tredici anni (1983-1996).
Christopher Tolkien decise di pubblicare tutto il materiale inedito, compiuto e incompiuto, di suo padre, perché si era reso conto di aver fatto un errore. Vale a dire che dopo la morte del padre, interpretando la sua volontà, Christopher cercò di redigere l’opera a cui Tolkien aveva lavorato tutta la vita senza riuscire a pubblicarla: “Il Silmarillion” (cioè la raccolta della mitologia e delle antiche leggende della Terra di Mezzo).
Si mise di buona lena a far quadrare i conti partendo dall’ultima versione a disposizione, risalente agli anni Trenta. Di fatto, quello che nel 1977 venne pubblicato postumo come “Il Silmarillion” è un’opera a quattro mani, redatta dal figlio sistematizzando i materiali del padre. Negli anni successivi Christopher si mise a studiare lo sterminato archivio paterno e si rese conto di avere commesso appunto uno sbaglio. Non solo il padre aveva continuato a rimuginare e a riscrivere brani del legendarium, ma era chiaro che su molti racconti non aveva ancora trovato un punto fermo, e aveva continuato a interrogarsi fino all’ultimo. Di conseguenza era impossibile sapere quale delle varie versioni di un racconto avrebbe scelto di inserire nel legendarium. Non solo: Christopher si rese anche conto che tutto quel materiale incompiuto costituiva una sorta di opera nell’opera, cioè il racconto dell’invenzione della Terra di Mezzo, con tanto di vicoli ciechi e piste scartate. Quindi prima pubblicò i “Racconti Incompiuti” (che tali rimangono), e poi iniziò a redigere la “History Of Middle-Earth” (in gergo tolkieniano: la HOME).
E’ chiaro che un’operazione editoriale del genere comporta enormi problemi di critica letteraria, dato che nessuno dei testi lì contenuti è stato definitivamente liquidato dall’autore per la pubblicazione. Occorre rassegnarsi al fatto che “Il Silmarillion” come poteva averlo immaginato Tolkien non lo leggeremo mai. Abbiamo da un lato una sorta di riduzione/redazione fatta dal figlio; dall’altra una raccolta critica (fatta sempre dal figlio) di tutto il materiale spurio. Diciamo quindi che quello che sarebbe stato “Il Silmarillion” di J.R.R.Tolkien si trova nel punto ideale tra questi due estremi, e a esso ci si può soltanto approssimare attraverso le ipotesi.
Fine della premessa (col fiatone, e chiedo scusa ma più stretto di così non riuscivo a stare…).

Le osservazioni di Verlyn Flieger si concentrano su tre aspetti dell’opera di Tolkien:

1) Per quasi tutte le storie che compongono la sua opera letteraria Tolkien utilizza l’espediente del racconto nel racconto e addirittura del libro nel libro (alla fine i libri che teniamo in mano hanno un corrispettivo nel mondo immaginato da Tolkien).
C’è quindi un predominare e un moltiplicarsi dei narratori insieme ai racconti. Si comincia con narratori elfici e si arriva a quelli umani e poi agli hobbit. Con il mutare dei narratori, muta il tono delle storie e in certi casi anche il loro contenuto. Comunque c’è un progressivo discendere da una dimensione del racconto mitico a quello epico-eroico, fino al romanzo, più prossimo al gusto moderno. Ogni narratore quindi ha un suo stile e punto di vista sulla medesima storia: la eredita e la riallinea con ciò che poi lui stesso va ad aggiungere. Questo significa che – come ogni apparato leggendario “reale” – l’epopea di Arda e della Terra di Mezzo non ha un narratore privilegiato, è il prodotto di una coralità che muta nel tempo. Ecco perché “nothing in the legendarium should be taken as absolute. All the stories are tied to point of view”.

2) Questo vale anche per i miti cosmogonici del mondo fantastico in questione. Quando Christopher Tolkien pubblicò il suo “Silmarillion” nel 1977 lo presentò come se fosse un testo a se stante, senza alcuna cornice. In quella veste appare come una sorta di Vecchio Testamento, che comincia con il nome del Creatore, etc. Fu una scelta deliberata: “nel lavoro più recente non c’era traccia o allusione ad alcun ‘espediente’ o a una ‘cornice’ nella quale l’opera avrebbe dovuto essere inserita. Secondo il mio parere, egli [Tolkien senior] decise infine che nulla di tutto ciò sarebbe stato necessario, e che si sarebbe limitato alla sola spiegazione di come (nel mondo immaginario) i fatti si fossero tramandati.” (Ch. Tolkien, Introduzione a “Racconti Ritrovati”).
Al netto della scelta fatta da Christopher, nulla ci dice che Tolkien la vedesse così. Se non altro perché le precedenti versioni della cosmogonia di Arda – poi raccolte nel primo volume della HOME – avevano invece una cornice, vale a dire erano anch’esse racconti nel racconto, narrati a un protagonista, quindi legati a un determinato contesto e a un determinato narratore. Non avevano cioè l’aspetto del Verbo rivelato, ma del mito tramandato, in una dimensione pseudo-storica. Nella concezione originaria erano dunque anch’essi relativi. Ai lettori cattolici che lo rintuzzavano per la scarsa aderenza del suo racconto con la teologia cristiana, Tolkien rispondeva: “Un racconto è in ultima analisi un racconto, un pezzo di letteratura, concepito per avere un effetto letterario, e non una storia reale”.

3) Lo stesso vale per le teorie sulla morte e sul destino post-mortem delle varie razze presenti nei suoi racconti. Esiste un intero filone di studi tolkieniani che si basa sulla compatibilità, complementarietà e coincidenza tra la cosmogonia, teologia e soteriologia di Arda e quella cristiano-cattolica. Eppure Tolkien aveva enunciato nelle sue lettere una regola aurea: mai introdurre riferimenti espliciti alla religione cristiana nella propria creazione letteraria. Questo ovviamente non esclude – come Tolkien stesso riconosce – che il simbolismo contenuto nella sua opera possa evocare elementi religiosi, ma è la citazione esplicita che va evitata, ovvero l’allegoria a chiave, la corrispondenza diretta tra figure del mondo secondario (fantastico) e quelle del mondo primario (reale). Per un motivo molto semplice: nel momento in cui l’allegoria è palese, il racconto parla di una cosa per parlare di un’altra, strizza l’occhio al lettore, rimanda immediatamente al nostro mondo, e così crea distacco dalla narrazione. In questo modo diventa ironico, quando non addirittura parodistico.
Non solo Tolkien prendeva troppo sul serio la propria fede religiosa per correre un rischio del genere – e lo dice esplicitamente -, ma soprattutto era consapevole che una scelta di quel tipo avrebbe fatto decadere il fascino del racconto. E’ la scelta che compì invece il suo amico C.S. Lewis, le cui opere narrative infatti non sono riuscite a essere così pregnanti e affascinanti come quelle di Tolkien (e hanno retto molto meno all’usura del tempo). Ecco perché “il mito e la fiaba devono, come tutte le forme artistiche, riflettere e contenere fusi insieme elementi di verità morale e religiosa (o di errore), ma non esplicitamente, non nella forma conosciuta del mondo ‘reale’ primario” (Lettera 131).

In conclusione, alla luce dell’osservazione della Flieger l’intero filone interpretativo confessionalista verrebbe a cadere, perché il mito di Arda sarebbe in divenire, cioè mito storico, mito per qualcuno (sia esso elfo, uomo, nano, hobbit… o perfino orco), quindi un mito relativo. Un mito che può certo contenere sfaccettature di verità, perché racconta qualcosa sulla condizione e sulla natura umana, ma non già di una verità rivelata o trascendente.
Quella di Tolkien sarebbe quindi la narrazione della narrazione di un mondo; la ricostruzione del percorso storico-narrativo che ha portato una mitologia a diventare letteratura.
Dice Flieger: “In quei dodici volumi [della HOME] possiamo vedere Tolkien non già mentre crea una mitologia per l’Inghilterra, ma mentre sperimenta una varietà di cornici, di voci narranti, e di congegni narrativi per compiere il passaggio dal racconto orale al libro stampato, per mostrare attraverso quali mediazioni e quali espedienti esso arriva nelle nostre mani”.
Va da sé, che anche la lettura tradizionalista, cioè quella di matrice destrorsa, ne esce a pezzi, giacché se le leggende vengono messe in una prospettiva storica e quindi mutano, anche la luce sotto la quale cadono certe figure archetipiche e simboliche muta con esse. La Storia ha il sopravvento sulla Tradizione. Ciò che trionfa è appunto il racconto stesso, che ti trascina dentro e si fa prendere sul serio, pur rimanendo sempre il racconto di qualcuno a qualcun altro. Non è affatto da escludere che proprio in questa relatività, in questa magmatica continua riscrizione, risieda parte del suo realismo.

Quando hai la sensazione che i tempi si oscurino

novembre 28, 2011

E’ un lunedì così così, ma si va avanti: nonostante la sensazione che le parole servano poco rispetto a quel che ognuno vuol credere, e nonostante la sensazione che a pagare, semmai, siano gli slogan. Vecchia storia, pazienza.
Sto editando Tanit e ho cominciato a leggere quello che si presenta come un bel romanzo, Strega d’aprile di Majgull Axelsson, appena uscito per Elliot. Sono davvero all’inizio, ma fin qui ha tutti gli elementi che mi piacciono: un bell’intreccio psicologico fra i personaggi e il presagio di non pochi colpi d’ala. Vi farò sapere.
Nel frattempo, per chi volesse, ho parlato di 22/11/63 di Stephen King su Horror.it.

Come Margaret Atwood

novembre 25, 2011

Un giorno, Margaret Atwood  chiese a un gruppo di uomini perché trovassero le donne minacciose. “Abbiamo paura che ridano di noi”, risposero.
Quando chiese a un gruppo di donne perché avevano paura degli uomini, quelle risposero: “Perché abbiamo paura di essere uccise”.

Oggi è la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.  Per una volta, sarebbe bello che le mie colleghe e lettrici parlassero di questo. I libri possono aspettare: anche se vengono sbattuti contro un muro, non si fanno male.

 

Almanacchi americani

novembre 24, 2011

Il post a blog unificati con Giovanni Arduino va in trasferta!

Fantastico, si diceva e si dice…

… e gli autori (ma anche gli editor e gli agenti), che cosa ne pensano?

Come cambia il fantastico, se sta cambiando davvero? Che cosa sta succedendo? Young adult, crossover, paranormal, urban…? Vampiri, licantropi, zombi e compagnia e adesso i fantasmi, come si raccontava qui?  Il genere esiste e resiste o non ha più senso parlarne in senso stretto? E la scrittura?
Da qui l’idea di pareri e opinioni e divagazioni da una serie di scrittori d’oltreoceano (se partiamo in questo modo, è solo perché le più recenti tendenze –termine orribile, perdonateci, qui e altrove- volenti o nolenti spesso da lì sono originate). Anche in questo caso, nel nostro piccolo, per fare un po’ di chiarezza. Magari pure per noi stessi, al di là di facili hype e degli autori molto “spinti” del momento. Questa settimana, Francesca Lia Block. La prossima, Christopher Barzak (La voce segreta dei corvi, Elliot). E poi si vedrà: la sorpresa in parte sarà anche nostra. Ah, per chiudere l’introduzione: naturalmente gli autori sono tra i nostri preferiti. Altrimenti, che gusto ci sarebbe?

“Se quella dei fantasmi sarà la prossima tendenza nel fantastico sotto qualsiasi forma? Onestamente non… non saprei. Io ne ho sempre scritto e non ragiono molto per mode o per generi. Comunque, più di un anno e mezzo fa ho cominciato a lavorare a Teen Spirit, che uscirà negli Stati Uniti nel 2012. Tratta di un triangolo molto particolare, e non solo perché uno dei tre è uno spettro. E ho da poco finito un lungo racconto su una donna perseguitata dal fantasma di un tipo incontrato su internet e che le impedisce di trovare il vero amore nella vita reale (anche se il vero amore non è cosa da libri, probabilmente). Casualità, credo.

Gli spettri però possono essere protagonisti interessanti. Sono misteriosi, pericolosi; mettono paura e talora sono lugubri o molto tristi e sofferenti. Attraenti, perché no. Forse è comprensibile che adesso si arrivi ai fantasmi perché gli zombi, a differenza dei vampiri (ma non tutti), a livello erotico fanno abbastanza ridere (anche se, come sfida e gioco, ho scritto una love story tra zombi molto atipica, Revenants Anonymous, per l’antologia Hungry for Your Love). I morti viventi sono spesso ammassi di carne putrida,  e questo non è molto eccitante o stimolante, sotto vari aspetti, almeno non per me. Sono personaggi di cui non mi interessa poi così tanto scrivere. Se avete letto qualche mio romanzo, sapete che sono da sempre affezionata alle fate, ma non le fatine buone  e svenevoli: in particolar modo quelle oscure, molto oscure, tormentate, e per questo più umane, più terribilmente umane.”

Francesca Lia Block è nata e vive a Los Angeles. Conosciuta soprattutto per il personaggio di Weetzie Bat, è stata tra le autrici (se non l’autrice) che ha “sdoganato” il genere young adult di matrice fantastica presso un pubblico più vasto, trattando a fine anni Ottanta temi come omosessualità, famiglie allargate e AIDS . Definita “la maestra postmoderna del realismo magico per adolescenti, e non solo” (The New York Times Book Review), è pubblicata in molti paesi del mondo. In Italia è nota soprattutto per Angeli pericolosi (che comprende tutte le avventure di Weetzie Bat), Echo e Pretty Dead. Una chiacchierata più lunga con l’autrice comparirà presto su UrbanFantasy.it.

 

 

 

 

Presenze

novembre 23, 2011

George Romero due. Intervistato da Repubblica, risponde così all’ultima domanda, ovvero “quale futuro prevede per il genere?”:

«Previsione difficile. Non si capisce troppo bene dove l´industria cinematografica stia andando e dove possa arrivare. Secondo me è possibile che tornino in auge le storie di spettri. Io stesso ci sto pensando, con un film che si dovrebbe intitolare “Before I wake”. Per ora si è aperta un varco la serie Paranormal Activity, che però mi piace poco».

Bingo.  Il fatto è che ci stavo pensando da qualche tempo: perchè, esaurite causa filoni compulsivi tutte le possibilità (vampiri, angeli, demoni – porca miseria – , divinità greche e latine, licantropi, fate,  zombie, distopici di varia natura) non restano che gli spettri. E qui ci voglio. Perchè scrivere storie di fantasmi è difficilissimo.
Lo so perché ci ho provato: ho scritto un racconto lungo, ancora inedito, ed è stata la storia su cui ho sudato di più. Perchè non ci sono santi: in una narrazione con spettro a contare è l’atmosfera. Se la sbagli, sei finito. Anzi, è finita la storia.
Ciò detto, penso anche io che un ritorno alle origini (non si parte, in epoche lontanissime, proprio dai fantasmi?) sarebbe interessante.  Cosa piacerebbe a me?  Rifarmi al modello Ju-on. Ma ce ne vuole.

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola (Shirley Jackson, L’incubo di Hill House)

Si avvertono i gentili utenti

novembre 22, 2011

…che il post del mercoledì a blog unificati con Giovanni Arduino slitta a giovedì. Ma vale la pena aspettare: stavolta più che mai!

Perchè imitare Tolkien non ha senso

novembre 22, 2011

Verlyn Flieger è una delle massime studiose di Tolkien e sarà a Modena il 25 e 26 novembre, per chi fosse di quelle parti. Sul sito dell’Associazione Romana di Studi Tolkieniani c’è una sua intervista. Sottraggo due punti della stessa.

Nel suo saggio Tolkien On Fairy-Stories lei e l’altro autore Douglas A. Anderson scrivete che l’analisi che Tolkien fa dei racconti di fate «anticipa il pensiero modernista e post-modernista della sua epoca e quello successivo» (pag. 20). Può spiegarci cosa intendete?
«Posso comparare Il Signore degli Anelli alla Terra Desolata di T.S. Eliot, un classico della letteratura modernista, in quanto entrambi descrivono un mondo frammentato, un mondo in decadenza, afflitto dalla guerra e incerto sulle sue verità. Quando Aragorn dice a Éomer: “Bene e male non sono cambiate rispetto al passato”, Tolkien sta parlando del e al suo secolo travagliato, che non era per nulla sicuro di esser nel giusto. È proprio quel che stava facendo Eliot. Tolkien è uno scrittore post-modernista in quanto il suo testo interroga sé stesso, parla di sé, è conscio di sé stesso come testo. Nella scena tra Sam e Frodo sulle scale di Cirith Ungol, Sam si domanda in che tipo di storia si trovano, e come la gente in una storia reagisce diversamente dalla gente che la ascolta. Egli vuole essere in “un grande librone con lettere rosse e nere”. Quando Frodo dice, “Perché Sam, ascoltarti mi rende allegro come se la storia fosse già scritta”, il lettore realizza che il racconto è già scritto, lo sta tenendo in mano in quel momento e che Sam non lo sa. Questa è la quintessenza del post-moderno. Non ci può avere più meta-narrazione di questa».

Quale è stata, secondo lei, l’influenza di Tolkien sulla letteratura fantastica nel suo complesso?
«Tolkien ha permesso di far considerare seriamente la fantasy. Se Tolkien non avesse scritto Il Signore degli Anelli, George Lucas non avrebbe potuto produrre Guerre Stellari. Il suo impatto è stato enorme, e non ha generato il genere Fantasy più di quanto non ne sia un’espressione. Gli scrittori che si sono ispirati a lui, sono per lo più semplici imitatori, che hanno replicato gli elementi superficiali delle sue opere – un piccolo eroe o un anti-eroe, una quest, un oggetto magico, una mappa con luoghi esotici, alcune parole in corsivo per rappresentare un’altra lingua. Ciò che non hanno saputo riprodurre è l’umanità di Tolkien, il suo senso profondo che ci si trova in un mondo caduto, con le gioie e dolori che segnano le caratteristiche della sua Terra-di-mezzo».

King e l’ebook

novembre 21, 2011

Questo l’articolo uscito sul Corriere della Sera. Non commento. Per ora.

Un mercato piccolo ma in crescita. Che per decollare non ha bisogno solo di una maggiore diffusione dei dispositivi di lettura (tablet ed ereader) ma anche di più contenuti. E di qualità. È lo scenario dell’editoria digitale in Italia, in cui si inserisce – come un segnale di sviluppo – l’uscita di Miglio 81 (Sperling & Kupfer, 4,99) il racconto di Stephen King creato solo come ebook e unico testo digitale dell’autore disponibile (finora) nella nostra lingua.

«Più in generale, è la prima opera di un grande scrittore a uscire in Italia solo in versione elettronica» spiega Eugenio Trombetta Panigadi, direttore generale di Sperling & Kupfer. L’ebook Miglio 81 è già da settembre negli Stati Uniti, dove ha venduto 200 mila «copie». In Italia arriva domani 22 novembre, a due settimane da 22/11/’63 , il nuovo romanzo di King. «C’è una coincidenza di data per realizzare una promozione incrociata tra le due opere – chiarisce Trombetta Panigadi – ma Miglio 81 è un testo letterario a sé, una chicca per i fan di King che lanciamo con entusiasmo, convinti che non bastino nuovi supporti senza buoni contenuti».

Lo dimostrano i numeri. Secondo uno studio di A. T. Kearney-BookRepublic del mese scorso, sono 20 mila i titoli digitali disponibili in Italia nella lingua nazionale. Contro il milione negli Usa, ma anche gli 80 mila in Francia e Germania. «È l’ora per gli editori italiani di produrre più ebook» incita Giovanni Bonfanti, curatore della ricerca. Secondo le stime, la fetta di mercato destinata al digitale salirà a gennaio, per effetto del Natale, dallo 0,5% ad almeno lo 0,7%. «Giocherà a favore l’aumento dei tablet e degli ereader in circolazione (da 900 mila a oltre un milione) – spiega Bonfanti – ma gli ebook venduti potrebbero essere di più se ci fossero più titoli». Un’occasione da non perdere, aggiunge il consulente, «soprattutto se si considera che, dopo Apple, anche il gigante Amazon aprirà presto il suo store italiano agli ebook dei nostri editori». E che, complice la Rete, se i contenuti non ci sono, i lettori si organizzano da soli: «Poche settimane fa – avverte Bonfanti – nella classifica Amazon dei cento ebook più venduti negli Usa, ventiquattro erano opere di self-publishing»


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