“Mi piace pensare che i miei lavori siano delle favolette morali, un po’ come i fumetti. Ad ispirarmi in primis è stata l’opera straordinaria I racconti di Hoffmann di Michael Powell. A volte ascolto i critici e le presunte etichette che riservano al genere di cinema che faccio io. È come se vedessi un George che più lontano da me non potrebbe essere. Mi è sempre piaciuta la «paura» ma non per questo sono cresciuto col tarlo del regista horror. Al netto dei messaggi portati da film come La notte dei morti viventi, oggi dovrei sentirmi un antropologo del cinema. Non è così. Quando scrivo un nuovo film, non mi siedo a tavolino pensando «ora la prossima generazione la faccio crescere in questo modo». E tutto quel che accadde nel ’68 è pura casualità. Il fattore razziale? Il protagonista doveva essere un attore di pelle bianca, all’inizio. Ma un’amica mi convinse a provinare Duane Jones. E la metafora del nero a capo di una comunità nel caos è venuta spontanea. Duane era molto preoccupato: «George, sono io quello che deve uscire dal cinema dopo aver fatto a fettine quei dannati bianchi», diceva. Ho preso atto del possibile impatto cinematografico solo nei giorni dell’omicidio di Martin Luther King, tentando di vendere il mio film, costato 60mila dollari, alla Columbia. Oggi riguardo il finale nichilista de La notte dei morti viventi e comprendo perché gli zombi trasmettano quel forte senso di protezione. Sono i razzisti fascisti, quelli con il potere delle armi, i veri mostri. E non te ne liberi”.
Così parlò George Romero. Il resto dell’intervista su Il Manifesto.
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novembre 18, 2011 alle 9:38 am |
E’ stata una parte interessante quella della masterclass con george romero, al science+fiction di trieste.
Quella parte in cui i due giornalisti han fatto la parte di impreparati alle prime armi e lui ghignando spiegava a loro come sono andate veramente le cose.
Loro dietro ai mille significati reconditi delle opere del “maestro” e lui che spiegava che no, non c’erano state nei piani iniziali. Tutti quei significati socio politici, il negro, il centro commerciale, sono stati appiccicati dopo, da gente che voleva vedere qualcosa lì dove non c’era.
novembre 18, 2011 alle 12:33 pm |
Non c’ero e mi sarebbe piaciuto ascoltarlo. Le due righe finali, comunque, sono condivisibili
novembre 18, 2011 alle 1:51 pm |
Veramente le cose ci stanno eccome (che l’autore ne sia consapevole o meno in partenza non mi pare decisivo)…
novembre 18, 2011 alle 1:53 pm |
Comunque, quando si cita Michael Powell son sempre felice.
novembre 20, 2011 alle 3:58 am |
ciao, cerco di seguire spesso il tuo blog che trovo delizioso. se ti va fai anche un salto sul mio. tra l’altro da qualche giorno ho aggiunto anche la pagina fb:
https://www.facebook.com/pages/Letteratura-Cinema/274994392537642
ciao ciao
novembre 20, 2011 alle 11:48 am |
Grazie, Luigi, ci faccio un salto.