Archive for dicembre 2011

Visioni del 2012

dicembre 30, 2011

Questi sono i miei auguri di buon anno. Grazie, davvero grazie, per tutto quello che mi avete dato in questo 2011. Le parole non sono mie, i sentimenti sono identici.

“Per quanto riguarda le visioni del futuro, credo sia meglio che ci si cominci a preoccupare del giorno di domani, quando, si suppone, saremo ancora quasi tutti vivi. In realtà, se nel lontano anno 999, da qualche parte in Europa, i pochi saggi e i molti teologi che c’erano allora avessero provato a prevedere come sarebbe stato il mondo da lì a mille anni, credo che avrebbero sbagliato su tutto.
Nonostante ciò, credo che una cosa l’avrebbero più o meno indovinata: che non c’era nessuna differenza fondamentale tra il confuso essere umano di oggi, che non sa e non vuol chiedere dove lo portano, e la terrorizzata gente che, in quei giorni, temeva di essere vicina alla fine del mondo. In confronto, ci sarà un numero maggiore di differenze di tutti i tipi tra le persone che siamo oggi e quelle che ci succederanno, non tra mile, ma cento anni. In altre parole: è probabile che noi abbiamo, oggi, molto più in comune con quelli che hanno vissuto un millennio fa rispetto a quello che avremo con quelli che da qui a un secolo vivranno il pianeta… Il mondo sta finendo adesso, siamo al tramonto di ciò che mille anni fa stava appena sorgendo.

Adesso, mentre finisce o non finisce il mondo, mentre cala o non cala il sole,  perché non dedichiamo il nostro tempo a pensare un po’ al giorno di domani, in cui quasi tutti noi saremo ancora felicemente vivi? Invece di queste proposte forzate e gratuite sul e per l’uso del terzo millennio, che, da subito, lui stesso si occuperà di trasformerare in nulla,  perché non decidiamo di proporre alcune idee semplici e qualche progetto alla portata di qualsiasi comprensione? Queste, per esempio, nel caso in cui non ci venga in mente niente di meglio: a) Avanzare dalla retroguardia, ossia, avvicinare alle prime linee del benessere le crescenti masse di gente lasciate indietro dai modelli di sviluppo in uso; b) Creare un nuovo senso dei doveri umani, rendendolo correlato al pieno esercizio dei proprio diritti; c) Vivere come sopravvissuti, perché i beni, le ricchezze e i prodotti del pianeta non sono inesauribili; d) Risolvere la contraddizione  tra l’affermazione che siamo sempre più vicini gli uni agli altri e l’evidenza che ci troviamo sempre più isolati; e) Ridurre la differenza, che aumenta ogni giorno, tra quelli che sanno molto e quelli che sanno poco.
Credo sia dalle risposte che daremo a questioni come queste che dipenderà il nostro domani e il nostro dopodomani. Che dipenderà il prossimo secolo. E il millennio intero. A questo proposito, si torni alla Filosofia”.

José Saramago, Quaderno, 25 marzo 2009

Uomini che scrivono di donne (e viceversa)

dicembre 29, 2011

Ho conosciuto “sonounuovo” fra i commenti di questo blog e ci siamo scritti qualche mail. Ora, mi ha inviato un link a un suo blog, Donnadimmi. Lo ha aperto perché si trova di fronte a un problema che, credo, è capitato a ogni creatura scrivente su questa terra: cimentarsi con un personaggio che non appartiene al proprio genere sessuale, e aver paura di semplificare o di sbagliare.
Mi sono posta anche io non poche domande dovendo affrontare il maschile: sia il maschile accudente di molti miei personaggi  (Masada, Max) sia quello svincolato dall’umanità, ma pur sempre tale, di quelli che appartengono all’Altrove (Hyoutsuki, Yobai, Johann), sia quello che si pone, in Tanit, ancora su un altro piano, e che riguarda Hyoutsuki, Yobai e soprattutto un nuovo personaggio, Brizio.
E’ difficile essere credibili, e non sono molti gli scrittori che riescono a uscire dagli stereotipi. Per questo, anche per questo, provo simpatia per sonounuovo. Pronta a rispondere, per prima, alle domande che vorrà pormi.

Manni Top Nine

dicembre 28, 2011

Repubblica propone oggi la top ten dei libri più venduti nel 2011: in testa Fabio Volo con Le prime luci del mattino, poi Il profumo delle foglie di limone di Clara Sanchez, Nessuno si salva da solo di Margaret Mazzantini, Il gioco degli specchi di Andrea Camilleri, Vieni via con me di Roberto Saviano, e via a seguire con Il linguaggio segreto dei fiori, Un regalo da Tiffany, Gesù di Nazareth (di Benedetto XVI), La dieta Dukan e la biografia di Steve Jobs.
Coraggio.
Repubblica propone anche una controclassifica: Troppa felicità di Alice Munro (dovrò parlarvene, prima o poi), 1Q84 di Murakami Haruiki, Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (che non ho letto), Nemesi di Philip Roth (che ho letto e che ho molto gradito), la biografia di Steve Jobs (che non leggerò  neanche sotto tortura), Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrére (consigliatissimo), e quattro libri che non ho aperto, ma non escludo di leggere prima o poi, ovvero Due storie sporche di Alan Bennett, Anatomia dell’influenza di Harold Bloom, Conversazione del vento volatore di Gianni Celati, Vite che non ci possiamo permettere di Zygmunt Bauman.

Così, ho pensato di proporvi la mia Top Nine. Nove, perché un decimo non mi è venuto in mente. Liberi di aggiungerlo voi, naturalmente: anzi, siete pregati di farlo.

22/11/63 di Stephen King
1Q84 di Murakami Haruki
Nel bosco di Aus di Chiara Palazzolo
Strega d’aprile di Majgull Axelsson
Troppa felicità di Alice Munro
Nemesi di Philip Roth
Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrére
Le belve di Don Winslow
L’uomo nero e la bicicletta blu di Eraldo Baldini

King, Murakami, i passaggi

dicembre 27, 2011

Ho scritto un intervento per Carmilla che trovate qui. Riguarda il fantastico e quella che, secondo me, è una strada che si va delineando negli ultimi anni.
Non una strada che per forza occorre percorrere, come spero sia ovvio, ma una strada che si sta rendendo visibile con chiarezza. Complice anche la saturazione del fantastico malinteso, quello per giovanissimi o commisto, spesso a forza, con il paranormal. Vi riporto comunque il testo qui sotto.

C’è sempre un passaggio grazie al quale il mondo si sdoppia e diventa altro. In secoli di narrativa fantastica, è stato di volta in volta un portale, un tunnel, una caverna, e poi un anello, un’automobile, un computer. In due romanzi usciti contemporaneamente in Italia a novembre, il passaggio è molto simile: si apre verso il basso, si trova in un luogo accessibile a tutti ma che non è semplice individuare. Nel primo caso, è una scala di emergenza nei pressi di un distributore di benzina, accanto al traffico di una tangenziale di Tokyo. Nel secondo, è una scala invisibile ma tangibile che si apre fra barattoli e verdure nella dispensa di un fast food di Lisbon Falls.
Le similitudini non si fermano qui. Posando il piede su un gradino in Giappone o cercandolo a tentoni nel Maine, si giunge non solo in un luogo, ma in un tempo diverso. In un caso corre parallelamente a quello effettivo, ed è sufficiente, per definirlo, sostituire un numero con una cifra. Nell’altro, il tempo è arretrato e allo stesso tempo immobilizzato in una data (le 11:58 del 9 settembre 1958).
Il tempo è centrale, a ogni modo: passare, come sempre avviene, comporta il perturbare.

Non è quello che fanno gli eroi, da sempre? Passano e sconvolgono. E pur essendo colpevoli di qualcosa, serbano cuore puro e mente sgombra: sono ignari, come Perceval, di quel che si trova “al di là”. Coloro che nei due romanzi attraversano il passaggio sono assassini intorno ai trent’anni. Aomame è addirittura una serial killer: conficca un rompighiaccio custodito come un gioiello nella nuca di uomini che si sono resi colpevoli di violenza contro le donne. Jake Epping spara a uno sconosciuto inginocchiato su una tomba per impedire che diventi a sua volta lo sterminatore della propria famiglia.

Accade molto altro, nelle due storie, che ovviamente differiscono: anche se serbano un’ulteriore continuità, non troppo secondaria, relativa alle componenti che fondano l’esistenza stessa. L’amore e la finitezza: è attraverso una storia d’amore che i protagonisti comprendono quanto gli umani siano accidentali e fragili, e quanto la realtà stessa sia piena di crepe e scricchiolii. Perché infine questo raccontano i due romanzi: lo smarrimento in un reale che cambia e sfuma al passaggio degli uomini.
A dividere i libri in questione, invece, è una percezione critica che non corrisponde a quel che sono davvero: “1Q84″ di Murakami Haruki (pubblicato da Einaudi nella traduzione di Giorgio Amitrano) si avvale della definizione di literary fiction. “22/11/63″ di Stephen King (uscito per Sperling&Kupfer nella traduzione di Wu Ming 1) di quella, falsata quanto mai, di horror (al massimo, di fantascienza).
Eppure, a farli convergere, è la premessa (o già l’attuazione) di una strada nuova per il fantastico: che viene, per quel che riguarda Murakami Haruki, dopo anni di frequentazione non esplicita del medesimo, almeno fino a un romanzo fa. Infatti, “Kafka sulla spiaggia”, ignorato o quasi da chi in Italia si occupa di fantastico, vince nel 2006 il World Fantasy Award.
Né poteva essere altrimenti: e non solo perché vi sono disseminate foreste stregate e maledizioni arcaiche, spettri e uomini che parlano con i gatti, ma perché entra ed esce dal mito (quello di Edipo in primo luogo). Anzi, narra il reale come Mito. Lo stesso, e di più, in “1Q84″: la realtà, dice il tassista a Aomame nelle prime pagine del libro, è una sola. Dunque, occorre raccontarne la mistificazione.
Stephen King, dal canto suo, arriva a “22/11/63″ dopo la durissima metafora politica di “The Dome”, dopo i racconti di “Notte buia, niente stelle”, dove l’elemento soprannaturale non è presente (se non, e in modo ambiguo, in una sola storia) e dopo uno dei racconti più belli che abbia mai scritto, pubblicato la scorsa estate su Internazionale: “Herman Wouk è ancora vivo”, dove il fantastico c’era e non c’era (c’erano molte cose insieme a dire il vero: le tenebre dell’amore materno e la disperazione dei poveri, la forza e l’inutilità della scrittura, e come grazie alla poesia un cristallo insanguinato possa essere un arcobaleno, senza riuscire però a evitare la tragedia).

Questa tematica (quale realtà raccontano i romanzi? E possono cambiarla? E fino a che punto?) è presente sia in “1Q84″ sia in “22/11/63″. Murakami lo dice esplicitamente: “Credo che uno dei compiti più importanti di uno scrittore sia attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione On alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza. Se si riesce, quei territori di solito addormentati lentamente si risvegliano. I romanzi – cioè i buoni romanzi – hanno questo potere. E se tutto va bene, attraverso quel passaggio segreto che siamo riusciti ad aprire, possiamo mettere piede in un mondo che non siamo abituati a vedere. I miei romanzi mostrano il percorso per arrivare a quel mondo interiore, un percorso che è una metafora che provoca una reazione. Insomma, strutturalmente, ciò che viene narrato dentro il racconto è la sua funzione stessa”.
Anche King lo ribadisce da anni e lo ha confermato in una celebre intervista a “The Paris Review”: “la vera rottura (fra popular e literary fiction, ndr) viene quando ti chiedi se un libro ti coinvolge a livello emotivo. E una volta che quelle leve iniziano ad abbassarsi, molti critici scuotono la testa e dicono No”.

Ma non è solo un problema critico, anche se, soprattutto in Italia, molta critica non solo scuote la testa ma arretra, con disgusto, davanti al fantastico. E non è solo un problema di editori, che oggi al fantastico chiedono soprattutto una cosa: vendere, e tanto, e subito, e che sia “young adult”, per carità. E’ anche un problema di fandom, laddove la separazione fra literary fiction e fantastico viene invocata e ribadita da molti lettori.
Da due strade diverse, si mostra che così non è. E che se c’è una via per sfuggire alla nicchia, alle costrizioni editoriali, al malinteso post-tolkieniano, è proprio quella di sfumare i confini, o di contaminare, dall’interno, il mainstream. Facendo colare un mondo nell’altro, ricordava King: come liquido dal fondo di un sacchetto di carta.

Quando suona una campana…

dicembre 22, 2011

 

… un angelo mette le ali, come nel film di Frank Capra La vita è meravigliosa. Però può succedere anche altro. E poi: per chi suona la campana? E ancora: dipende da come suona. Orsù,orsù, sono le feste (o ci stanno per fare la festa?) e bisogna essere gioiosi e saltellanti, e così abbiamo pensato di indicare i nostri desideri per il 2012, per l’anno nuovo.
Uno a testa, a blog congiunti con Giovanni Arduino come ogni mercogiovedì. Limitatamente a scrittura, libri, editoria, generi, gli ambienti che bazzichiamo, ma solo perché in altro modo l’elenco rischierebbe di essere infinito.
Cominciamo noi, naturalmente. Vi unite nei commenti? Ah, e buon qualsiasicosa. Non necessariamente Natale. Può essere anche un Halloween di fine dicembre. Basta che sia sereno e divertente. Come un non-compleanno. Dai vostri affezionatissimi, tanti non-auguri.

“Che i libri siano onesti, scritti da gente onesta, pubblicati da gente onesta. Che i galantuomini resistano all’estinzione.” (G.A.)

“Che le storie siano tali a prescindere da chi le racconta e dal target cui si vorrebbe destinarle”  (L.M.)

 

Ginzburg, per cominciare

dicembre 21, 2011

Andate in libreria. Blandite il libraio. Imploratelo di trovarvi, anche al mercato nero, due libri di Carlo Ginzburg: I benandanti  e Storia notturna. Sono due testi chiave per capire uno dei filoni in cui si muove il fantastico, non solo in Italia. E’ noto che Chiara Palazzolo ha intrapreso per prima, nella trilogia di “Non mi uccidere”, quella direzione. Lo fa anche, a sorpresa, Axelsson Majgull nello straordinario “Strega d’aprile”. Un signor romanzo fantastico, dove, però, tutto si miscela: reale, soprannaturale, visione, psicologia.
Credo che si cominci a tracciare una strada. Potrebbe portarci fuori da quella prigione ben analizzata da Wu Ming 4 qui. Se riusciamo a vederla.

Ancora su Tolkien, De Turris, Casseri: parla Roberto Arduini

dicembre 20, 2011

Quando Antonio D’Orrico si compiace di carezzare gatti mannari e quando Umberto Eco, durante l’Infedele di ieri, sembrava confondere il fantastico con l’occultismo,  sembra logico sentirsi scoraggiati. Ma dal momento che la strada corre senza fine e ho tutta l’intenzione di percorrerla, passo agli interventi importanti. Per esempio, quello di Roberto Arduini, presidente dell’Associazione romana studi tolkieniani, su L’Unità di oggi, e che ha seguito con attenzione, come leggerete, la discussione che si è svolta in rete.

Si fa un gran parlare in rete e fuori delle coperture politiche e culturali che hanno portato alla tragedia di martedì a Firenze, quando il folle Gianluca Casseri ha ucciso a colpi di arma da fuoco due ambulanti senegalesi, ferendone gravemente altri tre prima di suicidarsi.
Ma il killer xenofobo non era un soggetto isolato. Frequentava CasaPound e soprattutto godeva della stima di autorevoli intellettuali della destra italiana. Su cui ora in molti puntano l’attenzione: sul forum del collettivo di scrittori Wu Ming, sui blog dedicati alla letteratura fantastica e ieri sera a “L’Infedele” di Gad Lerner, sono emersi i legami stretti che legavano Casseri a Gianfranco De Turris, vicecaporedattore dei servizi culturali al Giornale Radio della Rai, andato in pensione nel febbraio del 2009, in quota a Alleanza Nazionale e poi al Pdl.
In sua difesa è sceso in campo Gianluca Iannone, presidente di CasaPound Italia, mentre si sta stilando un’interrogazione alla commissione di Vigilanza Rai. «Casseri e de Turris avrebbero partecipato a comuni iniziative con tanto di filmati», scrivono il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita: «Non ci interessano gli aspetti giudiziari, ma la Rai ha nulla da dire? I fatti a quando risalgono? Il De Turris in questione è forse lo stesso che continua a curare una rubrica su Radiouno Rai ogni domenica sera?». L’azienda si è vista costretta ad ammettere che il giornalista ora conduce il programma “L’Argonauta” assicurando subito che «valuterà la sua posizione».

De Turris ha firmato ben due prefazioni encomiastiche ai libri di Casseri. L’ultimo, “I Protocolli del Savio di Alessandria”, pubblicato a maggio per l’editore Solfanelli, è un’invettiva contro “Il cimitero di Praga” di Umberto Eco e conferma l’esistenza del complotto pluto-giudaico sul mondo. Nella prefazione, De Turris loda Casseri e spiega (come già fece il suo maestro Evola) che i Protocolli dei Savi di Sion, pur essendo un documento falsificato, nondimeno dicono cose vere. I saggi di Casseri su Lovecraft sono sempre stati annunciati sui siti web più noti nell’ambito del fantastico italiano, così come il romanzo scritto con Enrico Rulli, “La Chiave del Caos”, sempre con prefazione di De Turris e definito bonariamente un «romanzo esoterico». De Turris è fondatore e segretario della Fondazione «Julius Evola», dedicata al «pensatore» d’estrema destra, con trascorsi fascisti e nazisti, teorico della gerarchia tra le razze. Quel che ha compiuto Casseri non è in alcun modo un «atto di follia», ma una coerente messa in pratica di queste idee.

Ma non è solo la Rai a essere investita dalle polemiche. Di scrittori come J.R.R. Tolkien e H.P. Lovecraft la destra si è appropriata a lungo, impropriamente. Ed è proprio la casa editrice che pubblica le opere di Tolkien in Italia a esser chiamata in causa. Grazie a De Turris, Casseri ha partecipato ad “Albero di Tolkien” (Bompiani, 2007), raccolta di saggi che raduna il gotha della pseudo-tolkienologia di estrema destra. Il testo di Casseri in dodicesimo cerca di usare la tecnica dell’«adattabilità» dell’opera di Tolkien, più volte utilizzata da De Turris. Così, anche quando si parla di letteratura, mito o si racconta di mondi fantastici, viene trasmessa una cultura reazionaria. La lettura evoliana di Tolkien chiama in causa il suo cattolicesimo per rivendicare l’essere «di destra», come accade nella Postfazione a “La Leggenda di Sigurd e Gudrùn” (Bompiani, p. 436). La mera strumentalità di quest’assunzione trova conferma anche nella poca accortezza con cui viene trattato l’argomento, a volte con affermazioni ridicolmente false. Come quando De Turris scrive che Tolkien avrebbe convertito l’amico C.S. Lewis, che da protestante si fece cattolico (in “Il Medioevo e il fantastico”, Bompiani, p. 213).

L’esempio più eclatante dell’insipienza della casa editrice rispetto all’autore del “Signore degli Anelli” è però la recente pubblicazione del “Maestro della Terra di Mezzo” di Paul H. Kocher. Il volume è del 1972, cinque anni prima della pubblicazione del “Silmarillion” e soprattutto molto prima della pubblicazione dei 12 volumi della “History of Middle-earth”. De Turris nell’introduzione dimentica proprio questa prospettiva storica, liquidando in poche parole i 40 anni che lo separano da noi e ignorando completamente quanto è stato pubblicato in questi anni anche in Italia. I limiti di De Turris come critico tolkieniano sono poi confermati dal testo, come la nota 21 (p. 64), in cui confonde il capo dei Nazgul col Negromante, oppure la nota 98 (p. 334) in cui pone nella Seconda Era (e non nella Prima), l’incontro tra Túrin e Mim. Ma la più clamorosa è la nota 60 (p. 244) in cui, parlando di Minas Tirith, De Turris spiega, travisando completamente il testo, che la Montagna Bianca sarebbe il Taniquetil di Valinor, un po’ come mettere l’Everest sulle Ande. Viene da pensare che la sua conoscenza della critica tolkieniana si limiti alla “Biografia” di Michael White (p. 41), opera ben più scarsa di quella ufficiale di Carpenter. Ma si cita sempre l’introduzione al “Signore degli Anelli” di Elémire Zolla, scritta dall’intellettuale di destra nel lontano 1969 e smentita, nel medesimo libro, dalla Prefazione scritta da Tolkien stesso. Perché preoccuparsi di tutto questo? Tanto Tolkien vende lo stesso…

Sul fantastico, e su molto altro

dicembre 19, 2011

Credo che la discussione di questi ultimi giorni meriti approfondimenti. Andiamo per tappe. Questa è la prima.

Se lei fosse un personaggio di Fahrenheit 451 e dovesse quindi imparare a memoria un libro per sottrarlo alla distruzione, quale sceglierebbe?
Non ho dubbi: Canto di Natale di Charles Dickens. È un libro che ha svolto un ruolo importantissimo nella mia vita, a partire da quando avevo 10 anni. L’ho letto, l’ho riletto, l’ho ascoltato alla radio. Mi ha influenzato profondamente perché in questo racconto c’è tutto ciò che bisogna sapere sulla vita, sulla morte, sull’amore per il prossimo. Ma spiega anche come si possa perdere l’amore degli altri e nello stesso tempo come le persone riescano a cambiare, ad avere una possibilità di tornare indietro nella vita. Molti miei libri parlano di vita e di morte, di trasformazioni, e di questa possibilità di cambiare.
(intervista a Ray Bradbury, Corriere della Sera)

INTERVIEWER

Is there really much of a difference, then, between serious popular fiction and literary fiction?

KING

The real breaking point comes when you ask whether a book engages you on an emotional level. And once those levers start to get pushed, many of the serious critics start to shake their heads and say, No. To me, it all goes back to this idea held by a lot of people who analyze literature for a living, who say, If we let the rabble in, then they’ll see that anybody can do this, that it’s accessible to anyone. And then what are we doing here?

(Intervista a Stephen King, Paris Review)

Codici a barre

dicembre 16, 2011

Me lo sono copiato tutto, ma ne valeva la pena. Richard Russo su Repubblica di oggi:

“Sono venuto a conoscenza per la prima volta della nuova “promozione” di Amazon da mia figlia Emily, che fa la libraia, attraverso un´e-mail che aveva per oggetto: “Riesci a sentire come urlo a Brooklyn?”.
Nel link che Emily mi mandava, leggevo che Amazon sta incoraggiando i suoi clienti ad andare nelle librerie il sabato e a usare la sua applicazione per controllare i prezzi online (che consente a un acquirente di vedere, in un negozio, tramite la lettura del codice a barre, se può ottenere un prezzo migliore online) per ottenere un credito del 5% sugli acquisti fatti su Amazon (fino a 5 dollari per articolo, e fino a un massimo di tre articoli). I libri, la cosa è piuttosto interessante, sono esclusi, ma uno può usare il proprio credito Amazon online per comprare altre cose che le librerie vendono in questi giorni, come la musica e i dvd. Se controllate il codice a barre, per esempio, della biografia di Steve Jobs recentemente uscita, sarete indubbiamente informati che rischiate di pagarla troppo.
Mi sono chiesto che cosa i miei amici scrittori pensino di tutto questo, così ho subito spedito un´e-mail a Scott Turow, presidente del sindacato scrittori e, per conoscenza, a Stephen King, Dennis Lehane, Andre Dubus III, Anita Shreve, Tom Perrotta e Ann Patchett.
Tutti questi scrittori incassano considerevoli rendite dalla vendita dei loro libri su Amazon, ma quando hanno cominciato ad arrivare le risposte alla mia domanda è stato chiaro che il programma di Amazon non troverà dei paladini tra i nostri ranghi. «Un capitalismo che fa terra bruciata», lo ha definito Dennis. «Non sono contenti se non distruggono la concorrenza infierendo poi su di essa». Andre è indignato dal tentativo di Amazon di trasformare i suoi clienti in robot che spiano le etichette. Come Dennis, interpreta questa mossa come un rozzo tentativo di monopolizzare il mercato, il cui effetto, alla fine, sarà quello di «svalutare ulteriormente, come necessità umana e culturale, il libro stesso». Stephen mi ha scritto: «Amo il mio Kindle». E ha aggiunto che Amazon ha lavorato bene per lui, in quanto a vendite di libri. Anche lui, tuttavia, ritiene che la nuova strategia sia «invasiva e scorretta» al tempo stesso. Secondo lui, molti vedranno la nuova promozione come un semplice confronto di prezzi tra confezioni di steroidi ma, in effetti, «è un po´ troppo».
Scott vede le cose sotto un profilo legale: «La legge ha chiarito da tempo che i negozi non invitano il pubblico ad entrare per fare qualsiasi cosa. Non è previsto che un rivenditore funga da luogo per riscaldarsi per i senzatetto o diventi un luogo dove fare le prove con la tua band. È giusto, quindi, chiedersi se sia legale, da parte di Amazon, incoraggiare la gente ad entrare in un negozio con l´intenzione di raccogliere informazioni sui prezzi per Amazon, per poi comprare attraverso il gigante di Internet invece che presso il rivenditore. Legale o no, questo è un esempio dell´approccio “senza guantoni” di Amazon».
Dichiarazioni come questa dovrebbero indubbiamente far apparire tutti noi, ai devoti di Amazon, come un mucchio di privilegiati, spocchiosi ed ingrati. Privilegiati, glielo concedo. Ma mentre ci scambiavamo le e-mail, è subito diventato chiaro che la vera fonte del nostro sgomento collettivo era in realtà la gratitudine, non l´ingratitudine. Durante la promozione del mio primo libro, fui invitato alla libreria Barbara´s Bookstore di Chicago. Gli impiegati avevano ottimisticamente preparato sette sedie pieghevoli, e poi ci si erano seduti loro stessi non essendosi presentato nessuno alla lettura.
Forti di queste esperienze, i miei amici scrittori ed io abbiamo preso come un fatto personale l´assalto di Amazon nei confronti dei negozi che vendono direttamente i nostri libri da prima che qualcuno ci conoscesse, addirittura da prima che Amazon o lo stesso Internet esistessero. Come ha detto Anita, perdere le librerie indipendenti sarebbe come «tagliare dalla vita americana una parte critica della nostra cultura».
In quanto proprietaria di una nuova libreria indipendente a Nashville, forse Ann aveva più da perdere di tutti noi, e per questo ho trovato particolarmente interessante la sua risposta calma e rassegnata. «È inutile lottare contro di loro o spiegargli che dovremmo essere capaci di coesistere civilmente sul mercato», mi ha scritto. «Non credo che gliene importi niente. Penso, invece, che valga la pena di spiegare ai clienti che un prezzo più basso non sempre equivale al miglior affare. Se vi piace andare in una libreria, tocca a voi sostenerla. Se vi piace vedere che le persone della vostra comunità hanno un posto di lavoro, se pensate che la vostra città ha bisogno di incassare delle tasse, se volete comprare i libri da una persona che legge, non usate Amazon».
A qualche miglio dalla strada dove abito, sulla costa del Maine, una giovane libraia, Lacy Simons, ha aperto una piccola libreria che ha chiamato Hello Hello e, nel suo blog, ha scritto del suo rapporto con «chiunque entri nel mio negozio. Se me lo consentirete, imparerò a conoscervi attraverso le vostre letture e mi sforzerò di trovare dei libri in consonanza con voi. Amazon vi chiede di approfittare delle mie conoscenze e dei miei studi e di trattare lo spazio che affitto, il luogo di incontro che offro, i libri e la cultura libraria in cui credo così tanto da averci scommesso tutto» come se fosse «un luogo dove si espongono dei beni che potete trovare a miglior prezzo da loro».
Scott mi ricorda che cosa avvenne l´ultima volta che qualcuno affrontò Amazon. Poco meno di due anni fa, il gruppo editoriale Macmillan adottò un nuovo modello di vendite che sarebbe costato alla Macmillan nel breve periodo, ma che avrebbe consentito ad altre imprese di entrare o di rimanere nel mercato dell´e-book senza perderci su ogni vendita. La risposta di Amazon a una maggiore concorrenza? Rifiutarono di vendere non solo gli e-book della Macmillan, ma tutti i libri anche cartacei pubblicati dalla Macmillan. Amazon alla fine ha ceduto, ma la sua risposta iniziale ci ha aiutato ad avere la netta sensazione che immagini un mondo in cui non ci saranno altri librai o editori, un mondo in cui, come suggerisce la storia, Amazon potrebbe non usare il suo potere in modo benigno o a vantaggio della cultura letteraria.
Secondo me, il problema con Amazon nasce dal fatto che, anche se è nata come una libreria, ormai non lo è più, non è più questo in realtà. Oggi vende di tutto e lo fa in modo aggressivo. Forse ad Amazon non importa niente del più ampio universo dei librai semplicemente perché è troppo ampio per preoccuparsene. Come tutti quelli con cui ne ho parlato, in un primo momento ho attribuito l´applicazione di Amazon per paragonare i prezzi all´arroganza e alla malevolenza, ma c´è anche qualcosa di stranamente grossolano e inesatto in questo. Chi la critica può apparire debole, oggi, ma potrebbe non esserlo domani, e se il vento gira, la maldestra strategia di Amazon potrebbe dar vita a un massiccio movimento Occupy Amazon. E anche se la società sarà fortunata e questo non accadesse, che cosa ci avrà guadagnato, in fondo? L´incostante gratitudine di quelli che saranno tanto fedeli ad Amazon domani quanto lo sono oggi a Barnes & Noble, il prepotente dell´anno scorso? È un buon affare? Forse è una mia impressione, ma è come se i dirigenti di Amazon avessero deciso di trascorrere le vacanze ai Caraibi affidando l´azienda a un computer perdutamente innamorato dei suoi algoritmi. In altre parole, tieni duro, Lacy.

Quando lo scrittore ci ha il blocco

dicembre 15, 2011

Ed eccolo. Il post del mercogiovedì a blog unificati con Giovanni Arduino.

La tentazione ha sconvolto i nostri programmi, che riprenderanno non appena possibile. Non abbiamo saputo resistere. Abbiamo visto per voi Bag of Bones. BOB, per gli amici.
Il resto sotto. Dateci un premio. Ce lo meritiamo. Davvero.

 Bag of Bones, 234 minuti, A&E Television, USA, 11-12 dicembre 2011

(anche conosciuto come “padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” – Luca, 23, 34 o “da qualche parte, in qualche modo, qualcuno pagherà – Commando, 1985)

Bag of Bones (Mucchio d’ossa) è uno sceneggiato in due puntate (che ricorda vagamente un omonimo romanzo di Stephen King, ma probabilmente è solo un caso) su uno scrittore di best seller che ci ha il blocco e l’andropausa.

(Chiunque sostenga il contrario, o mente o è amico personale dello sceneggiatore e/o del regista).

Lo scrittore di best seller ci ha il blocco perché la moglie viene stirata per la strada.

Ci ha il blocco e allora beve.

Ci ha il blocco e allora fa luuunghe telefonate con chiunque.

Ci ha il blocco e allora fa sempre una faccia da Maalox (reflusso gastroesofageo da andropausa – o semplicemente noi tutti dobbiamo ringraziare Pierce Brosnan, che è lo scrittore di best seller bloccato/andropausico).

Ci ha il blocco e allora chiacchiera a luuungo con la defunta (fissazioni da andropausa).

Ci ha il blocco e allora si trasferisce al lago dove parla a luuungo anche col frigo e con una testa d’alce (vedi sopra).

Ci ha il blocco ma forse gli passa quando pensa a luuungo al sesso (fantasie da andropausa).

Ci ha il blocco ma forse gli passa quando si trova una tipa (l’andropausa però incombe).

Ci ha il blocco ma forse peggiora quando vede il fantasma di una cantante blues (però anche qui pensa al sesso, pure col blocco e l’andropausa).
Ci ha il blocco ma forse peggiora quando incontra il suocero cattivo della tipa, Zio Fester in sedia a rotelle, e la sua assistente parecchio canaglia,  Morticia Addams molto più cessa.

Ci ha il blocco ma forse peggiora quando gli ammazzano la tipa.

Ci ha il blocco ma forse migliora quando scopre che è colpa dei fantasmi che si vogliono vendicare e allora trova le ossa dei defunti e tutto finisce, ciao, dai  dai dai che si sfora il tempo massimo.

Insomma, lo scrittore di best seller ci ha il blocco perché è il protagonista di questo sceneggiato diretto da Mick Garris (che noi tutti dobbiamo ringraziare per L’ombra dello scorpione e Desperation) e scritto da Matt Venne (che noi tutti dobbiamo ringraziare per Pelts – Istinto animale e Mirrors 2) che può essere riassunto/discusso solo così e già gli facciamo un favore, perché se no il blocco viene a noi, soprattutto se tireranno fuori una miniserie visto che non pochi ebefrenici USA si sono sucati questi luuunghi duecentotrentaquattro minuti (probabilmente blocco e andropausa tra gli ebefrenici USA tirano, che volete farci).


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