Archive for marzo 2012

Per Francesca Lia Block

marzo 16, 2012

Francesca Lia Block sta per perdere la casa. Chi è Francesca Lia Block? Una delle tante fregate dall’incubo americano. E dai suoi mutui. Casa svalutata, paghi il mutuo, sempre più alto, e se non ci riesci sono fatti tuoi. Francesca non si arrende. E lo dice sul web. E riesce a far tremare persino la BoA, la terribile Bank of America. Francesca non si è mai arresa. Come suo padre, che lasciò un lavoro caldo caldo come grafico al New Yorker per inseguire il sogno del cinema in California e il suo unico vero amore, una poetessa amica di Sylvia Plath. Che ha scritto la sceneggiatura di classici come Il pianeta proibito e creato la scenografia di centinaia di film di fantascienza anni Cinquanta. Che è stato stroncato da un brutto cancro, così come il suo amore, poi madre di Francesca. Francesca, che quando suo padre stava male ha iniziato a scrivere in una cantina tappezzata dai vecchi disegni del genitore per sfuggire al dolore (o forse, più probabilmente, per dargli un volto). Che è cresciuta per diventare la più amata e apprezzata e premiata autrice young adult americana (ha ricevuto il Margaret Edwards Award, di fatto l’Oscar della narativa per ragazzi), quando young adult non voleva soltanto dire romance  ma tutto quello che la fantasia poteva permetterti (e non ti garantiva un futuro sicuro). Punk. Dark. Magia. Libertà. Los Angeles. Fate cattive e cattivi stregati. La saga di Weetzie Bat, la ragazzina con un pollo di gomma per amico che vuole il suo principe azzurro in giubbotto di pelle alla James Dean, raccolta in Angeli pericolosi. Ed Echo, struggente e autobiogragico. E Pretty Dead, che insegna come dovrebbe essere una storia di vampiri. Tutti disponibili in Italia. E tanto altro per le sue centinaia di migliaia di fan e amici. Che la stanno aiutando, in tutto il mondo. “Non sono un simbolo. Da questo universo voglio solo i miei bambini, il rispetto degli altri e il mio faerie cottage”. La sua casa delle fate, un minuscolo bungalow tra le bouganville a Culver City, nella California che mai è riuscita ad abbandonare “perché qui è possibile il meglio e il peggio di tutto, ma il meglio forse è più potente”. E soprattutto la California la sta abbracciando, mobilitandosi, e il Los Angeles Times le ha appena dedicato un paginone. “Molte favole devono avere un lieto fine”, le ha scritto Neil Gaiman, l’autore di Death e di American Gods, che pretende come tanti altri che giustizia sia fatta. Per lei e per tutti quelli come lei. E non solo negli Stati Uniti.
Se volete aiutarla, firmate.

Mujo

marzo 14, 2012

Era quasi un anno fa. Per l’esattezza, il 18 marzo 2011. Autori per il Giappone è nato quasi per caso, da una conversazione con amici, dalla constatazione che altrove ci si riuniva per cercare di contribuire con quello che si aveva a disposizione (le parole, o le immagini) a una delle catastrofi peggiori dei nostri tempi. Il sito è ancora on line, con i racconti e i disegni che tanti scrittori e illustratori hanno inviato.
Però, vorrei ricordare quanto è avvenuto un anno fa con le parole di uno scrittore che amo. Murakami Haruki. Sono quelle che pronunciò in occasione della consegna di un premio a Barcellona. E credo che non ce ne siano di migliori:

“Come saprete, alle 14 e 46 dell’11 marzo un forte terremoto ha colpito l’area nordorientale del Giappone. La potenza di questo terremoto è stata tale che la Terra ha girato più velocemente sul suo asse e il giorno si è ridotto di 1.8 microsecondi.

Il danno causato dal terremoto in sé è stato notevole, ma lo tsunami scatenato dal terremoto ha provocato devastazioni ben maggiori. In alcuni posti l’onda dello tsunami ha raggiunto un’altezza di 39 metri. Di fronte a un’ondata così enorme nemmeno il decimo piano degli edifici era in grado offrire rifugio a chi si trovava sulla sua traiettoria. Chi viveva vicino alla costa non aveva modo di sfuggirle e quasi 24.000 persone sono morte e circa 9.000 di esse sono ancora dichiarate disperse. La grande ondata le ha portate via e non siamo ancora riusciti a ritrovare i loro corpi. Molti sono scomparsi nel mare ghiacciato. Quando mi fermo a riflettere su questo e cerco di immaginare che cosa si provi a subire un destino così tragico, mi si stringe il petto. Molti sopravvissuti hanno perso la famiglia, gli amici, la casa, le proprietà, le comunità e le basi stesse della loro vita. Interi villaggi sono stati completamente distrutti. Molti hanno perso ogni speranza di vita.

Essere giapponesi significa convivere con le calamità naturali. I tifoni attraversano gran parte del Giappone dall’estate all’autunno. Ogni anno provocano enormi danni e molte persone perdono la vita. Ci sono molti vulcani attivi in ogni regione. E ovviamente ci sono molti terremoti. Il Giappone poggia pericolosamente sulle quattro enormi placche tettoniche nell’estremità orientale del continente asiatico. Si dice che viviamo proprio sul nido dei terremoti.

Possiamo predire in una certa misura l’ora e la traiettoria dei tifoni, ma non possiamo predire quando avrà luogo un terremoto. Tutto ciò che sappiamo è che questo non è stato l’ultimo grande terremoto e che ce ne sarà un altro nel prossimo futuro. Molti esperti predicono che un terremoto di magnitudo 8 colpirà l’area di Tokyo entro i prossimi venti o trenta anni. Potrebbe accadere tra dieci anni o domani pomeriggio. Nessuno può dire con certezza quale sarà l’entità del danno se un terremoto interno dovesse colpire una città così densamente popolata come Tokyo.

Nonostante ciò soltanto nell’area di Tokyo ci sono 13 milioni di persone che conducono vite “normali”. Prendono affollati treni per pendolari per recarsi in ufficio e lavorano all’interno di grattacieli. Persino dopo questo terremoto non mi è mai giunta voce che la popolazione di Tokyo sia diminuita.

Perché? Potreste domandarmi. Com’è possibile che così tante persone vivano la propria esistenza quotidiana in un posto così terribile? Non impazziscono dalla paura?

In giapponese abbiamo la parola “mujō” (無常). Significa che tutto è effimero. Tutto ciò che nasce in questo mondo cambia e alla fine scomparirà. Non vi è nulla di eterno o di immutabile su cui possiamo fare affidamento. Questa visione del mondo proviene dal buddismo, ma l’idea di “mujo” è stata impressa a fuoco nello spirito del popolo giapponese e ha messo radici nella coscienza etnica comune.

L’idea che “tutto se n’è semplicemente andato” esprime rassegnazione. Crediamo che non serva a nulla opporsi alla natura, ma il popolo giapponese ha scoperto positive espressioni di bellezza in questa rassegnazione.

Se per esempio pensiamo alla natura, noi adoriamo i fiori di ciliegio a primavera, le lucciole in estate e le foglie rosse in autunno. Per noi è naturale osservare tutto questo appassionatamente, collettivamente e per tradizione. Può risultare difficile fare una prenotazione alberghiera vicino ai celebri luoghi dei boccioli di ciliegio, delle farfalle e delle foglie rosse nelle rispettive stagioni, poiché sono posti invariabilmente gremiti di visitatori.

Perché?

I fiori di ciliegio, le lucciole e le foglie rosse perdono la loro bellezza in un tempo molto breve. Ci spingiamo molto lontano per assistere al momento glorioso. E siamo alquanto sollevati quando possiamo confermare che non sono semplicemente splendidi, ma cominciano già a cadere, a perdere le loro piccole luci e la loro bellezza vivida. Il fatto che la loro bellezza ha raggiunto l’apice e comincia già a svanire ci assicura la pace dell’animo.

Non so se le calamità naturali abbiano influenzato una tale mentalità, ma sono sicuro che in un certo senso in virtù di questa mentalità abbiamo superato collettivamente calamità naturali consecutive e accettato cose che non potevamo evitare. Forse queste esperienze plasmano la nostra estetica naturale.

La grande maggioranza dei giapponesi è stato profondamente traumatizzata da questo terremoto. Per quanto possiamo essere abituati ai terremoti, ancora non siamo riusciti a farci una ragione delle dimensioni del danno. Ci sentiamo impotenti e siamo in ansia per il futuro di questo Paese.

Alla fine rivitalizzeremo la nostra mente, ci alzeremo e ricostruiremo. Non ho vere paure in questo senso.

È così che siamo sopravvissuti nel corso di tutta la nostra lunga storia. Non possiamo essere di alcun aiuto se restiamo immobili e sopraffatti dallo choc. Le case demolite possono essere ricostruite e le strade distrutte possono essere riparate.

In breve, abbiamo in affitto una camera sul pianeta Terra senza alcun permesso. Il pianeta Terra non ci chiede mai di vivere su di esso. Se trema un po’ non possiamo lamentarcene, poiché tremare di tanto in tanto è una delle caratteristiche della terra. Che ci piaccia o no dobbiamo convivere con la natura.

Ciò di cui voglio parlare qui non è qualcosa come edifici o strade, che possono essere ricostruiti, ma piuttosto cose che non possono essere ricostruite facilmente, cose come etica o valori. Sono cose che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali.

Ciò di cui sto parlando in concreto sono gli impianti nucleari di Fukushima.

Come saprete, almeno tre dei sei impianti nucleari danneggiati dal terremoto e dallo tsunami non sono ancora stati riparati e continuano a perdere radioattività intorno a loro. È avvenuta la fusione e il terreno circostante è stato contaminato. L’acqua contaminata dalla radioattività è stata riversata nel vicino oceano. Il vento diffonde la radioattività in aree più estese.

Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa. Fattorie, aziende agricole, fabbriche e porti sono stati abbandonati da tutti. Chi viveva lì potrebbe non essere più in grado di farvi ritorno. Mi addolora affermare che il danno prodotto da questo incidente non interessa soltanto il Giappone ma va diffondendosi nei Paesi vicini.

Il motivo per cui un incidente così tragico ha avuto luogo è più o meno chiaro. Le persone che hanno costruito questi impianti nucleari non avevano immaginato che uno tsumani di tali dimensioni li avrebbe colpiti. Alcuni esperti avevano fatto notare che tsunami di dimensioni simili avevano già colpito queste regioni e avevano fatto pressione affinché i parametri di sicurezza venissero rivisti, ma le compagnie elettriche li avevano ignorati, poiché le compagnie elettriche, in quanto imprese commerciali, non avevano alcuna intenzione di investire in modo significativo in vista di uno tsunami che potrebbe abbattersi una volta ogni cento anni.

Il governo, che dovrebbe garantire la sicurezza degli impianti nucleari con rigide regolamentazioni, pare che abbia abbassato i parametri di sicurezza per promuovere lo sviluppo dell’energia nucleare.

Dovremmo indagare queste motivazioni e se vi troviamo degli errori dobbiamo correggerli. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare la propria terra ritrovandosi con la propria vita sconvolta. È giusto indignarsi al riguardo.

Non so perché i giapponesi si indignino così di rado. Sono bravi a essere pazienti, ma non lo sono altrettanto a indignarsi. Sotto questo aspetto siamo sicuramente differenti dai cittadini di Barcellona. Ma questa volta persino i giapponesi si sono indignati sul serio.

Allo stesso tempo dobbiamo essere critici verso noi stessi, noi che abbiamo permesso o tollerato questi sistemi alterati.

Questo incidente è in relazione con la nostra etica e i nostri valori.

Come saprete, noi, il popolo giapponese, abbiamo vissuto l’esperienza degli attacchi nucleari. Nell’agosto del 1945 bombardieri statunitensi hanno sganciato bombe sulle due principali città di Hiroshima e Nagasaki, provocando la morte di oltre 200.000 persone. Le vittime erano in massima parte persone inermi, gente comune. Tuttavia non è questo per me il momento di stabilire i torti o le ragioni di ciò che accadde.

Ciò che qui voglio sottolineare è non soltanto che 200.000 persone morirono per le conseguenze immediate del bombardamento atomico, ma anche che molti sopravvissuti sarebbero morti successivamente in seguito agli effetti delle radiazioni in un periodo di tempo prolungato. Dalle vittime delle bombe nucleari abbiamo imparato quale terribile distruzione la radioattività ha causato al mondo e alla gente comune.

Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo seguito due politiche fondamentali. Una era la ripresa economica, l’altra la rinuncia alla guerra. Avremmo rinunciato all’uso delle forze armate, saremmo diventati più prosperi e avremmo perseguito la pace. Queste idee divennero le nuove politiche del Giappone del dopoguerra.

Le parole che seguono sono scolpite sul monumento alle vittime della bomba atomica di Hiroshima.

“Riposate in pace. Non faremo mai più lo stesso errore”.

Sono parole altisonanti. Queste parole significano che siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Di fronte all’energia nucleare siamo vittime e assalitori. Poiché siamo minacciati dalla potenza dell’energia nucleare, siamo tutti vittime. Poiché la usiamo e non riusciremmo a evitare di usarla, siamo anche tutti assalitori.

Sessantasei anni dopo il bombardamento atomico gli impianti nucleari di Fukushima Dai-ichi diffondono radioattività da tre mesi, contaminando il suolo, l’oceano e l’aria intorno a loro. Nessuno sa come e quando riusciremo a fermarli. È la seconda fonte di devastazione operata dall’energia nucleare in Giappone, ma questa volta nessuno ha sganciato una bomba atomica. Noi, il popolo giapponese, abbiamo commesso i nostri propri errori, abbiamo contribuito a distruggere le nostre terre e le nostre vite.

Perché è accaduto? Che cosa ne è stato del nostro rifiuto dell’energia nucleare dopo la seconda guerra mondiale? Che cosa ha guastato la nostra società pacifica e benestante, che con tale costanza abbiamo perseguito?

Il motivo è semplice. La ragione è l’“efficienza”.

Le compagnie elettriche hanno insistito che gli impianti nucleari offrivano un sistema di sviluppo energetico efficiente. Era il sistema dal quale potevano trarre profitto. E soprattutto in seguito alla crisi petrolifera il governo giapponese dubitò della stabilità dei rifornimenti di petrolio e promosse lo sviluppo dell’energia nucleare come politica nazionale. Le compagnie elettriche avevano speso enormi somme di denaro in pubblicità per indurre i media a dare al popolo giapponese l’illusione che lo sviluppo dell’energia nucleare fosse completamente sicuro.

E così scoprimmo che il 30% dell’elettricità proveniva dall’energia nucleare. Il Giappone, che è una piccola nazione insulare colpita di frequente da terremoti, divenne il terzo dei principali produttori di energia nucleare, senza che il popolo giapponese nemmeno lo notasse.

Avevamo superato il punto di non ritorno. Ormai era fatta. A coloro che avevano paura dell’energia nucleare veniva posta la domanda intimidatoria: “Saresti favorevole alla penuria di energia?” Il popolo giapponese cominciò a pensare che fosse inevitabile fare affidamento sull’energia nucleare. È quasi una tortura vivere senza aria condizionata nella torrida e umida estate giapponese. Coloro che avevano dubbi riguardo all’energia nucleare furono etichettati come “sognatori irrealistici”.

E così arrivammo dove siamo oggi. Impianti nucleari che dovrebbero essere efficienti ci offrono una visione dell’inferno. Questa è la realtà.

La cosiddetta “realtà”, su cui insistevano coloro che promuovevano lo sviluppo dell’energia nucleare, non è per nulla la realtà, ma soltanto “comodità” superficiale. Hanno sostituito la realtà con la loro “realtà” e la loro logica difettosa.

Questo è il crollo del mito della “tecnologia”, di cui il popolo giapponese era orgoglioso, e la disfatta dell’etica e dei valori di noi giapponesi, che abbiamo permesso un tale inganno. Accusiamo le compagnie elettriche e il governo giapponese. Questo è giusto e necessario, ma allo stesso tempo dovremmo accusare noi stessi. Siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Dobbiamo considerare seriamente il fatto. Se non lo facciamo commetteremo di nuovo il medesimo errore.

“Riposate in pace. Non commetteremo mai più lo stesso errore”.

Dobbiamo prendere a cuore queste parole.

Il Dr Robert Oppenheimer, uno dei principali artefici dello sviluppo della bomba atomica, fu tremendamente colpito dalla spaventosa situazione di Hiroshima e di Nagasaki dopo gli attacchi atomici. Disse al presidente Truman: “Abbiamo le mani insanguinate”.

Truman prese un fazzoletto immacolato dalla sua tasca e disse: “Si pulisca le mani con questo fazzoletto”.

Ma ovviamente non c’è al mondo fazzoletto pulito grande abbastanza da ripulire così tanto sangue.

Noi, i giapponesi, avremmo dovuto dire: “No” all’energia nucleare. È questa la mia opinione.

Avremmo dovuto sviluppare fonti di energia alternative per sostituire l’energia nucleare a livello nazionale, mettendo insieme tutte le tecnologie, le conoscenze e il capitale sociale. Anche se tutto il mondo ci avesse riso in faccia dicendo: “L’energia nucleare è il sistema di produzione di energia più efficace e i giapponesi sono così sciocchi da non usarlo”, avremmo dovuto conservare l’allergia nei confronti dell’energia nucleare che la nostra esperienza delle armi nucleari aveva prodotto in noi. Dopo la seconda guerra mondiale avremmo dovuto dare la massima priorità a una politica di sviluppo delle energie non nucleari.

Avremmo dovuto fare dello sviluppo della produzione di energia non nucleare il fondamento della nostra politica dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe dovuto essere questo il modo di assumerci la nostra responsabilità collettiva per le vittime di Hiroshima e Nagasaki. In Giappone avevamo bisogno di un’etica forte, di valori forti e di inviare un messaggio forte che per i giapponesi sarebbe stato una possibilità di dare un autentico contributo al mondo. Ma abbiamo trascurato di imboccare questa strada importante, preferendole quella facile dell’“efficienza” a sostegno del nostro rapido sviluppo economico.

Come ho affermato, possiamo superare il danno causato dalle calamità naturali, per quanto spaventoso e esteso esso possa essere. E a volte il processo del superamento rende le nostre menti più forti e più profonde. Questo possiamo ottenerlo.

È compito degli esperti ricostruire strade e edifici distrutti, ma è dovere di tutti noi ristabilire etica e principi danneggiati. Cominciamo piangendo coloro che sono morti, prendendoci cura delle vittime del disastro e con il desiderio naturale di non permettere che la loro sofferenza e le loro ferite siano vane. Ciò assumerà la forma di un’opera ingegnosa e silenziosa che richiederà notevole pazienza. A questo scopo dobbiamo unire le nostre forze, così come l’intera popolazione di un villaggio va fuori insieme a coltivare i campi e a seminare in un’assolata mattina di primavera. Ognuno facendo quello che può, tutti insieme.

Noi, scrittori professionisti, versati nell’uso delle parole, possiamo contribuire positivamente a questa missione collettiva su larga scala. Dovremmo connettere etica e principi nuovi a parole nuove e creare e costruire storie nuove e stimolanti. Saremo in grado di condividere queste storie. Avranno un ritmo che incoraggerà le persone, proprio come le canzoni che gli agricoltori intonano quando seminano. Abbiamo ricostruito il Giappone che era stato completamente distrutto dalla seconda guerra mondiale. Dobbiamo ritornare a questo punto di partenza.

Come ho affermato all’inizio di questo discorso, viviamo in un mondo mutevole e transitorio, “mujo”. Ogni vita cambia e alla fine svanirà. Gli esseri umani non hanno potere di fronte alle più grandi forze della natura. Riconoscere l’effimero è uno dei concetti di base della cultura giapponese. Sebbene rispettiamo il fatto che tutte le cose sono transitorie e sappiamo di vivere in un mondo fragile e pieno di pericoli, a un certo punto siamo permeati di una tacita volontà di vivere e di menti positive.

Sono orgoglioso della grande considerazione che le mie opere riscuotono presso il popolo catalano e di essere stato insignito di un premio così grande. Abitiamo a notevole distanza tra di noi e parliamo lingue differenti. Abbiamo culture differenti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini del mondo che condividono gli stessi problemi, la stessa gioia e la stessa tristezza. Storie scritte da autori giapponesi sono state tradotte in lingua catalana e il popolo catalano le ha fatte sue. Sono contento di poter condividere le stesse storie con voi. Sognare è il compito quotidiano dei romanzieri, ma condividere i sogni è un lavoro ancora più importante per noi. Non possiamo essere romanzieri senza la sensazione di condividere qualcosa.

So che il popolo catalano ha superato molte difficoltà, ha vissuto la vita pienamente e ha conservato una ricca cultura nella propria storia. Sono sicuramente tante le cose che condividiamo.

Sarebbe davvero meraviglioso se noi e voi potessimo diventare “sognatori irrealistici” in Giappone e in Catalogna e plasmare una “comunità morale”, aperta ad ogni Paese e cultura. Penso che sia il punto di inizio della nostra rinascita, poichè in tempi recenti abbiamo sperimentato molte calamità naturali e crudeli atti di terrorismo. Non dobbiamo aver paura di sognare. Non dobbiamo mai permettere ai cani impazziti chiamati “efficienza” o “comodità” di raggiungerci. Dobbiamo essere “sognatori irrealistici” che procedono con vigore. Gli esseri umani moriranno e svaniranno, ma l’umanità trionferà e si rigenererà per sempre. Al di sopra di tutto dobbiamo credere in questa potenza.

Farò dono dell’ammontare del premio alle vittime del terremoto e dell’incidente all’impianto nucleare. Sono profondamente grato al popolo catalano e alla Generalitat de Cataluña per avermi offerto questo premio e questa opportunità. Permettetemi anche di esprimere la mia più profonda solidarietà alle vittime del recente terremoto a Lorca”.

Fan-f*cktion

marzo 13, 2012

Non finisce qui, ovvio.
Il giorno dopo vede, come riporta Repubblica oggi, la smentita dell’editore di Fifty Shades of Grey, l’insistenza sul fatto che romanzo e fan fiction sono due testi separati e il silenzio dell’agente di Stephenie Meyer alle domande dei giornalisti americani, che si sono evidentemente fatte insistenti.  Con una dichiarazione sibillina della  senior publisher di Vintage: “before acquiring the title, several tangentially involved parties had to be economically satisfied”, che potrebbe persino far pensare a un accordo economico con l’autrice di Twilight, ma qui siamo sul piano delle congetture.
E forse non è neppure interessante. Perchè questa vicenda va a toccare un punto importantissimo per le fan fiction e per chi le scrive. Non tanto per quanto riguarda la questione dell’originalità:  non penso che il problema si ponga più di tanto. Quando si scrive una fan fiction elaborata, al punto tale da divenire, a tutti gli effetti, un romanzo autonomo, gli spunti originali diventano sempre più lontani. Diventano, semplicemente, sfondo.  Ho sempre detto, e lo ripeto, che la prima versione di Esbat poteva essere considerata fan fiction fino al quinto capitolo (di allora). Da quel momento in poi, era un’altra cosa.
Dunque, fermi tutti, perché si scrivono fan fiction?
Azzardo tre risposte, che possono sfumare una nell’altra: per omaggiare una storia che si è amata; per condividere l’amore per quella storia con altri; per esercitarsi nella scrittura.
Se ne aggiunge una quarta. Per farsi notare. E’ la domanda che mi è stata rivolta più spesso negli ultimi tre anni. Il fandom può essere un trampolino di lancio?
La risposta è sì certo, se guardiamo a quel che accade ora in America.
La risposta è sì, aiuto, se pensiamo anche alle conseguenze.
E qui interviene lo sguardo del socio Giovanni Arduino, perché questo è quasi un post del marte-merco-giovedì. Giovanni ha dato un’occhiata al catalogo dell’editore di Fifty shades e della Omnific.  Ebbene, mi scrive, sono quasi tutte fan fiction imbellettate  (in genere con il pedale dell’acceleratore spinto sul romance zozzo). Molto possibile che, se il caso Meyer-Fifty non causi problemi legali, si scateni la corsa al fan writer.
“Il  sogno dell’industria editoriale –  scrive Giovanni – Dopo il mash-up, il remix appena appena remixato. Uguale all’originale più dell’originale, solo meglio, secondo le tendenze del momento (romance? erotico? distopico?  angeli o senza? young adult o adult?) . Non hai più autori, ma fornitori di contenuti riposizionati. Come succede con il novanta per cento dei siti internet, ormai. Che differenza c’è tra l’autrice di 50 Shades e chi, per 3 euro a pezzo, prende un articolo -che so- dell’Huffington Post e lo rimpasta, rimixa e modifica per renderlo appetibile per il pubblico di JackTech? Nessuna. Non sono riscritture. Non è fanfic dettata dall’entusiasmo. Non è citazione ammirata. E’ riposizionamento dei contenuti e (quando ci si riesce) rebranding (NB: “Il riposizionamento del brand, ossia di un marchio, e di tutto quello che vi è annesso e connesso, è un processo attraverso il quale un prodotto/servizio viene immesso nuovamente nel mercato con una apparente diversa identità a seconda delle esigenze del mercato stesso”). Però, attenzione a spingere la New Coke, perché il passato insegna che la gente sempre alla Coca Cola tornerà”.

E allora?
Allora, cari colleghi di fanwriting, un piccolo consiglio. Finché potete, considerate le fan fiction come quello che dovrebbero essere: una palestra, non un trampolino di lancio. Fatevi i muscoli, fatevene tanti. Siate consapevoli del vostro lavoro, siate i vostri giudici. State attente ai lupi. E usateli voi, prima di esserne usati.

Il best-seller? E’ una fan fiction (da Twilight)

marzo 12, 2012

Da dove cominciamo?
Direi dalla classifica del New York Times, che vede al primo posto Fifty Shades Of Grey, libro di E.L.James (primo di tre) su studentessa di college più partner vagamente sadomaso. Il libro, secondo non pochi giornalisti, inaugura il filone soft-porno destinato a trionfare in ogni dove.
Però.
Il romanzo nasce come fan fiction. E fin qui nessun problema: alzo la mano e dico che partire da una fan fiction per una prima stesura è cosa buona, bella e giusta. L’ho fatto!
Però.
Lo negano in parecchi. Perchè, chissà come, sembra brutto che il romanzo rivelatore dell’anno e capostipite del filone Mommie Porn sia stata una fan fiction di Twilight, che si chiamava MOTU. Master of Universe: I Fuck Hard!  E’ stato riscritto? Se date un’occhiata qui, sembra proprio di no. E potreste anche guardare qui, e qui,  e qui, qui e anche la petizione italiana.
Ancora una volta, qual è il problema? Perchè minimizzare (“ho iniziato con alcune fanfic”) dopo aver scritto la più celebre fan fiction BDSM del fandom meyeriano? In alcuni forum di Amazon si dice che a far paura è la pratica di alcuni editori virtuali (Omnific, per dire)  che acchiappano fan fiction e le trasformano con pochi tocchi in romance. Plausibile? Parliamone.
Insomma, se una fan fiction diviene best-seller, nulla di male: a meno che l’improvvisa sparizione di tanti link non vada a dimostrare che il fandom viene visto come serie zeta. Soprattutto dalla serissima Vintage/Knopf, che si è aggiudicata i diritti della riproposta della trilogia in ebook e trade paperback per quasi un milione di dollari. Oppure che la signora Meyer potrebbe chiedere un pacco di soldi alla regina del Mommie Porn.

Ps. La miniera di link si deve al mitico, attentissimo socio Giovanni Arduino, che la dea lo accudisca sempre.

I vecchi amici del fantastico

marzo 9, 2012

Ho scoperto un nuovo sito, e ho scoperto una serie di interventi (due, fin qui) sul fantastico, che si chiamano Non è un paese per fantastici? Il primo, di taglio storico, è di Massimo Citi, affronta la questione della tradizione italiana nel genere e si conclude così:

“Una narrativa dove il fantastico, genere che richiede comunque l’uso e la conoscenza di strumenti e tecniche narrative raffinate, attraversa un momento decisamente oscuro. Divenuto rarissimo il testo metaforico, venuta meno la narrativa «psicologica» – definizione vaga e orripilante per indicare quel genere di narrazione che si inoltra tra flussi di coscienza e riflessioni non narcisistiche –, il grottesco degradato a commedia all’italiana, tuttora carsica la fantascienza, l’horror ricalcato a piacere sul modello di Stephen King, non resta al lettore che accontentarsi del testo giovanile – autobiografico, sia pure reinterpretato secondo molteplici sottostili, birignao e innovazioni puramente formali, o fantasy, declinato secondo i modelli più ortodossi – o di un certo testo «femminile» (biografico / autobiografico / scherzoso / autoparodistico / disincantato / deluso o appassionato) del quale non si deve parlar male per political correctness, del polpettone storico Echiano o, ancora, del testo d’Autore con recensione prefissata, ricco dell’acuta e dolorosa coscienza della crisi definitiva del narrare”.

Il secondo è di Franco Pezzini. e confuta l’affermazione precedente (ringrazio per la meravigliosa citazione della trilogia, intanto). Mi interessa molto questa sua conclusione:

“Certo sotto l’ombrello del fantastico (in senso ampio) stanno cose diverse, Harry Potter e Twilight compresi; e per contro alcuni filoni – come la fantascienza – sono in Italia oggettivamente meno frequentati. Ma in un paese dove stravendono i testi di comici televisivi e opere ben più fondamentali muffiscono sugli scaffali di librerie sempre più disertate occorre leggere il rapporto col libro in ottica più ampia – in crisi non è insomma il fantastico in quanto tale ma un più vasto modello di cultura. Anche se proprio il fantastico, linguaggio della crisi – nel senso di riuscire a esplorarne endoscopicamente i viluppi, dentro e fuori di noi, grazie all’arma della provocazione-laboratorio – resta uno degli strumenti importanti di cui possiamo valerci per affrontare questa realtà.

Vedrei piuttosto un altro fronte critico, non so quanto esclusivo della situazione italiana ma certo qui ben radicato. Ed è quello che noi che di tali temi ci occupiamo diventiamo «i vecchi amici del fantastico», con ciò che di senescente, ripetitivo e onanistico ristagni implicito nel concetto. Nel mondo italiano del fantastico, della sua presentazione e del suo studio, si respira a volte un’aria un po’ asfittica, tra piccoli feudi editoriali o mediatici, derive ideologiche quantomeno equivoche (penso per esempio alle travisanti lottizzazioni evoliane di Lovecraft e Tolkien, non solo storicamente insostenibili ma usate come collante per visioni francamente nefaste della realtà), approcci vecchi. Studiare il genere senza esplorare i suoi interscambi col mainstream e più in generale con l’intero panorama culturale di un certo momento storico rischia di confinare anche un sano fandom (termine in sé da considerarsi positivo) in un ghetto. Isolare alcuni temi da filoni più ampi e dalle loro espressioni (in apparenza) non fantastiche costringe a riproporre stancamente sempre le stesse notizie. Parlare di mostri senza considerare quanta teratologia sottotesto possa emergere da opere in apparenza insospettabili significa perdere moltissimo su simboli e miti d’epoca – quelli, per inciso, che impattano come arieti sulle nostre categorie condivise, a rammentare quanto il fantastico non sia linguaggio di fuga o alienazione demiurgica ma d’immersione nella realtà”.

Posso dire che queste sono le discussioni, con pareri opposti ma documentati e clima sereno, che piacciono a me?

Qualcosa da ricordare oggi e non solo oggi

marzo 8, 2012

Care. Care lettrici, care autrici, care passanti. Forse oggi, da qualche parte, leggerete questi dati:

“Le donne leggono molto più degli uomini con un divario che, dal 1988 al 2011, è triplicato. Secondo una indagine dell´Associazione italiana editori l´anno scorso il 51,6% delle donne ha dichiarato la sua abitudine a leggere contro il 38,5% degli uomini mentre nel 1988 era il 39,3% rispetto al 33,7%. In poco più di trent´anni la forbice si è allargata da sei a diciotto punti, ancora di più se si restringe il campo ai ragazzi: tra i 18-19enni la distanza è di 19 punti percentuali. Le donne, inoltre, frequentano più spesso le librerie: il 54% di chi acquista libri in Italia è donna e compra il 57% dei volumi. Anche la presenza femminile nell´editoria è in costante crescita: nel 1991 le donne coprivano il 27% degli incarichi, vent´anni dopo sono il 40,2%.”

Sono veri, e non dimenticateli. Non dimenticateli quando qualcuno vi dirà che le donne leggono e scrivono solo di passioni, amori, singhiozzi e matrimoni. Ricordate, a chi ve la citerà, di non confondere l’ironia e l’intelligenza di Jane Austen con coloro che hanno voluto rappresentarla come una creaturina fragile e  romantica. Ricordate tutto questo e siate contagiose. Leggete, scrivete, e ridete: l’8 marzo, e in tutti gli altri 365 giorni (anno bisestile) che avete a disposizione.
Ps. Cosa leggete oggi, per esempio? Domanda valida per donne, uomini e tutti.

Some kind of writer

marzo 7, 2012

Dalla sceneggiatura di Diablo Cody per il film “Young adult”. Ogni riferimento a persone, fatti e fenomeni realmente esistenti è, immagino, puramente voluta.

MATT
Aren’t you some kind of writer
now? I read about it in the Sun.
MAVIS
Yes, I’m an author.
MATT
Children’s books, right?
Mavis is offended yet again.
MAVIS
No. Y.A. That’s industry speak for
“young adult.” I write a very
successful teen series. You’ve
probably seen it everywhere.
MATT
Vampires?
Mavis looks at him: Are you serious? She laughs heartily
and takes another drink.
MUSIC UP as TIME PASSES.

Le mille bolle self

marzo 6, 2012

Apro il computer (in ritardo, perché litigo da due giorni col medesimo) e trovo una nuova puntata dell’inchiesta di Affari Italiani sul self-publishing. Marcello Vena (Rizzoli) dice un paio di cose interessanti. Intanto:

“Il self-publishing è il tormentone del momento. Fa notizia e quindi se ne parla. Il buzz ricorda per certi verso il fenomeno della bolla delle dotcom alla fine degli anni ’90 dove il paradigma della new economy delle dotcom su internet imperava e la old economy delle imprese brick-and-mortar era condannata a morte. Poi la bolla è scoppiata e si è scoperto che la old economy non era da buttare via, senza nulla togliere alla new economy…”.

E poi:

“Il self-publishing visto come opportunità di mettere in commercio, senza coinvolgimento attivo dell’editore, un libro in formato digitale non è che una rivisitazione in chiave moderna del vecchio vanity press cartaceo. Ecco forse sarebbe meglio chiamarlo vanity press digitale”.

E infine:

Una vanity press digitale non garantisce affatto una maggiore qualità, anzi rischia, salvo eccezioni, proprio di abbassare la qualità media dei prodotti. La capacità di consumo dei libri da parte dei lettori è molto limitata per ragioni di tempo. Infatti il costo maggiore per un lettore è generalmente il tempo che è necessario per leggere. Il tempo del lettore è la risorsa scarsa che dobbiamo servire al meglio. Nel mondo digitale il ruolo dell’editore di qualità dovrà essere ancora più forte per contrastare il rischio ‘spamming di contenuti’ che è naturalmente molto più alto rispetto al mondo cartaceo. Crediamo pertanto che si possa e debba affiancare all’editoria tradizionale un nuovo paradigma per far crescere nuovi autori, far crescere i prodotti e far crescere la cultura del Paese. E’ in questa direzione che stiamo guardando”.

Domandina: ma quale sarà “il nuovo paradigma”? Perchè mi sembra che sia questa l’araba fenice del momento.

 

Sachiko e Keiko

marzo 5, 2012

Sono sempre stata convinta che un narratore non inventi mai nulla. In questi giorni ripensavo ad Autori per il Giappone, il progetto nato in questo blog, e venuto alla luce e cresciuto grazie a voi che avete letto e scritto. Quando ho contribuito con il mio racconto, non conoscevo questa storia:

“Venerdì 11 marzo 2011 la maestra Sachiko Chiba, ormai vecchia, iniziò a correre. Sotto l´asilo di Ishinomaki scappava via anche la terra e alle 14.46 la sirena lanciò l´allarme tsunami. Qui un anno fa c´era una città. Migliaia di persone, come sempre, aspettavano il sabato. L´oceano Pacifico, per uscire dal mare, impiegò 28 minuti. Sembrano sufficienti per mettersi in salvo. Alle 15.14 invece un´onda alta 37 metri fece in tempo a mangiarsi tutto. Sachiko Chiba, con tre bambini tra le mani, riuscì a salire sulla collina dietro l´ospedale, mentre l´acqua le montava sulle spalle. Quel pomeriggio a scuola c´erano cinquanta alunni. Poche centinaia di metri e tutti ce l´avrebbero fatta, un´altra volta. «Mi sono girata – dice – il mondo era scomparso e noi eravamo rimasti soli».
Un anno dopo lei è ancora in classe. L´asilo, come il quartiere, si intuisce dal perimetro: migliaia di muri rasati che dividono un deserto, come risaie pronte per essere seminate. La maestra di Ishinomaki viene qui tutti i giorni, come ogni sopravvissuto. Non sa cos´altro fare per andare avanti”.

Ugualmente, quando, in questi giorni, pensavo al dolore di Cecilia per uno dei racconti-premio, non conoscevo la storia di Keiko:

“Keiko Sato, sopravvissuta di Miyako. Da un anno conserva in frezeer la torta al cioccolato donatale dal figlio e dal marito per il settantesimo compleanno. La pasticceria di Yamagata gliela consegnò puntualmente in tenda, due giorni dopo che lo tsunami le aveva inghiottito la famiglia. Due dispersi, non recuperati. «Ne mangio un boccone alla volta – dice – per essere sicura che un tempo ho avuto una vita reale. Per finirla aspetto che ritornino i miei cari».

Le storie inventate non sono mai forti e vive come quelle reali, tutto qui.

Sentimental

marzo 2, 2012

Qualche mese fa ha fatto il giro del mondo un’intervista al Nobel per la letteratura V.S.Naipaul in cui il medesimo sosteneva che le scrittrici non erano alla sua altezza: “Io leggo un brano in prosa e nel giro di uno o due paragrafi capisco subito se è di una donna o no. Non è alla mia altezza”. Motivo? Sentimentalismo (specie quello di Jane Austen) e  “visione ristretta” del mondo.
Cafone, d’accordo. Però ogni tanto questo argomento torna da parte di molti scrittori che sostengono che le donne pubblichino più facilmente, per esempio e che tendano a una scrittura “sentimentale” (quante volte si è discusso, qui, su questo punto, specie nel genere fantastico? Non le conto più).
Ora, però, Giovanni Arduino ha scovato questa ricerca relativa a riviste e inserti letterari americani. Divertitevi.

Ps. A proposito di ragione, sentimenti e scrittura: ho completato anche il secondo racconto per i vincitori del contest legato a Tanit.  Trovate tutti e due nella solita colonnina di destra. Mi ha messo a dura prova, ma ho seguito una strada per me non troppo consueta. E mi è piaciuto farlo.


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