Non parlerò di The Dome, lo giuro: perchè farei un torto a chi deve ancora leggerlo. Però parlo delle sensazioni che mi dà. Una, su tutte: la voglia di riprendere a scrivere. Subito. King, e in generale i bei libri, mi fanno questo effetto: perchè mi restituiscono il piacere delle storie e delle parole.
La seconda: King descrive una piccola comunità. Ma dentro quella minutaglia c’è l’universo intero così come gli esseri umani lo hanno immaginato e descritto fin qui.
Il Bene e il Male.
Ogni volta lo dico: a me sembra il suo libro più bello.
Il bene, il male e tutto il resto
Ottobre 26, 2009 di Lara ManniIl demone dei libri
Ottobre 23, 2009 di Lara ManniMi prudono le mani, e ho voglia di scrivere un post lunghissimo sull’uso dei punti di vista in The Dome. Ma è prematuro. Così, visto che passerò un week end immersa nei libri, approfitto per postare un cortometraggio meraviglioso che mi ha fatto scoprire Avalon, e che è il manifesto, per me, del lettore felice. Si chiama Kigeki.
Tre storie da Esbat
Ottobre 22, 2009 di Lara ManniVi ricordate il contest su Esbat? La gara di fan fiction? Quella indetta su Efp?
Bene, ci sono i risultati e li trovate qui.
Però per me la cosa importante non sono le classifiche, ma il fatto in sè: il fatto che da una storia ne nascano altre, e che quelle storie possano a loro volta generarne di ulteriori. Questa è la cosa più bella che possa accadere a chi scrive. Per questo ringrazio con tutto il cuore Niobe e Rohchan che hanno indetto il contest. E soprattutto ringrazio le tre autrici: Roro, Deerockt e Avalon. Le loro fan fiction sono bellissime e le posto qui sotto. Insieme ai magnifici banner che sono stati realizzati. Vi voglio bene, davvero!!!
MITSUKI
di Roro (Ro-chan)

[Luna piena]
Si ferma. Il pennello, ancora intriso d’inchiostro, cola leggermente. Dovrebbe lavarlo, il disegno potrebbe sporcarsi.
Dovrebbe.
Dovrei.
Chiude gli occhi, schiude le labbra, lascia che la voglia di dipingere ritorni. Posa la mano sul foglio, consente alle dita di sfiorare la superficie porosa. La sente sua, ora più che mai.
“Non ora”, mormora, eccitata: l’adrenalina le scorre nelle vene, e si sente potente, diversa. Sa che lui sta per arrivare, sa che lui sta per fare la sua comparsa. Ne è certa, ora lui le si paleserà innanzi, bello come non mai, e questa speranza le dà la forza di continuare a disegnare. E disegnare. E disegnare.
È per lui che dipinge, per lui che crea manga. Per lui, solo per lui.
“Non ora”.
Le si mozza il fiato in gola, e sbarra appena gli occhi – eccoti, si dice.
L’ha visto. Ora riesce a vederlo. È qui.
“Non ora”, vorrebbe ripetersi, ma non ce la fa. Sobbalza.
Eccoti, pensa di nuovo. Si lecca le labbra, gli occhi che osservano un volto illusorio – lo vorrebbe accanto a sé. Vorrebbe stringere tra le dita i suoi lunghi capelli, carezzare quella pelle diafana che tanto la fa smaniare. Vorrebbe baciarlo, sussurrargli parole d’amore prive di coerenza.
D’istinto fa per allungare una mano – eccoti, ripete ancora –, poi ci ripensa.
“Non ora”, si ammonisce, deglutendo. Non deve deconcentrarsi, non le è concesso. “Non ora”.
Devo restare attenta.
Le unghie sfregano l’inchiostro con maggiore veemenza, e la donna sospira: deve fare più attenzione, non deve distrarsi. “Non ora”, si ripete severa.
Sente un brusio – la radio si è inceppata? –, ma non smette. Può farcela, le mancano solo due tavole, poi il capitolo sarà completo e potrà chiamare il signor Mizu affinché le mandi in stampa. E avrà tanti, tanti complimenti.
Sospira. L’immagine inizia a svanire, lentamente.
No.
Non c’è nulla da fare, le viene da piangere.
“Oh, dannata ispirazione”, mugugna, tirando su col naso. Riapre gli occhi neri, li fa scorrere per la stanza. Si ferma.
Ricomincia.
“Mm”, biascica. “Mh?”.
Il tavolo è immobile. Come sempre.
Come un tavolo.
La quantità abnorme di libri che vi giace sopra la fa sospirare. “Dovrei riordinare”, osserva, perplessa. Si alza, raggiunge la pseudo scrivania, si china; guarda curiosa la copertina dell’ultimo manga della Sensei.
L’ha comprato per scrupolo, in realtà. Non per interesse, la sua era semplice curiosità.
Era in vetrina, in un piccolo negozio nel centro di Tokyo, e le era apparso irresistibile: conteneva tavole originali, e pagine e pagine e pagine di commenti extra. Conteneva un dvd speciale, e delle interviste alla defunta creatrice dell’opera.
La Sensei. Scuote il capo, nervosa.
Non sa chi l’ha uccisa, e non le importa. Sa che per anni ha letto le opere di quella vecchia, ed è stata tra le uniche persone a non restare delusa, quando l’ha vista progressivamente impazzire. Sa che Hyoutsuki le è sempre piaciuto molto, e sa che anche gli altri personaggi le piacciono: li ha ammirati sin dalla prima tavola. “Eh, già”, sussurra. “Erano adorabilmente carini”.
Sì, li amava. Li amava molto.
In ogni caso, non li ho mai disegnati, pensa. Non ho mai avuto il coraggio.
Si stiracchia. Prima o poi lo farà.
Prima o poi, però.
Si volta verso il foglio, osserva il disegno appena fatto. Grugnisce, mentre l’accozzaglia di linee nere si mescola ai tratti decisi dei pennarelli – non è quello che si aspettava. Non le piace, semplicemente non le piace. “Kami”. Lo solleva, le dita che tremano per il disgusto. “Questa stronzetta non può indossare quel kimono, è troppo brutta. Devo rifarlo”. Si siede di nuovo accanto al tavolino, riprende il pennello. Lo intinge mestamente nell’inchiostro, attendendo che la punta si sporchi per bene: predilige il nero, ed esso utilizza per i suoi capolavori.
Ha preso il posto della Sensei, nella casa editrice, e ora è un suo manga ad essere idolatrato nel mondo: anche per lei fanno gadget e telefonini, carte da gioco e serie televisive.
Conosce tutti i mangaka del Giappone, tutti i fumettisti del mondo, tutti, e da tutti è apprezzata. Nessuno ha mai osato contraddirla, e tutti i suoi fan la venerano come una dea.
Proprio come la Sensei, osserva con un minimo di fastidio.
“Spero di non fare la sua stessa fine”.
Scuote il capo: la sola idea è inconcepibile, lei non impazzirà mai. Il suo manga è uno shoujo, non c’è azione: non ucciderà mai la sua eroina, la adora troppo. Mai oserà che qualcuno la divida dal suo innamorato, mai farà sì che i due cedano ai sentimenti per una notte di sesso.
La Sensei era solo una vecchia. A cinquant’anni avrebbe dovuto ritirarsi.
Doveva lasciarlo a me, quel manga. L’avrei disegnato molto meglio.
Si rende conto del suo pensiero, arrossisce un po’. “Ho un tratto molto più fine”, afferma, asserendo col capo. “Un tratto dolce, piacevole. Lei era molto più fredda, Hyoutsuki era un pezzo di ghiaccio”. Poi sorride, più dolce. “Il mio Hiroshi è molto meglio”. E un lieve rossore le copre le gote, mentre carezza la figura slanciata che poco prima ha disegnato: Hiroshi ha i capelli rossi e gli occhi azzurri. Le sue labbra sono apparentemente morbide, la sua pelle dello stesso color del ghiaccio. Hiroshi è bello, spezza il cuore di tutte le sue fan. “Sì. Lui è splendido”.
Si complimenta con se stessa, alza gli occhi verso il cielo. La luna le illumina il volto perfetto.
Lei è ancora una ragazza. Lei è giovane.
Ha i capelli neri che la cadono lungo le spalle, creando delle belle onde: passa giorni e giorni dal parrucchiere al solo scopo di averli così. E poi, ha una bella pelle e delle labbra rosse e carnose. I lettori l’hanno eletta più volte la mangaka più bella del panorama nipponico e non. La amano, perché lei non rifiuta mai né un’intervista né un autografo.
Non come la Sensei.
Basta. Ha lavorato troppo, non riesce più ad applicarsi, e quella sciocca donna non fa che tornarle in mente. “Tanto è morta”, si ripete, sorridendo. “La migliore sono io, ora. I disegni nello studio del direttore sono miei. E sono io quella cui spediscono lettere entusiaste e regali”. Un ghigno le sforma il volto, mentre si alza. “Stanotte è luna piena”.
Sente un debole soffio di vento che le scuote i capelli, poi si posa una mano sul ventre. È magro. Perfetto. Vorrebbe tanto poter celebrare quel rituale. Esbat, si chiama.
L’ha già usato qualche volta, in passato. Uccidere le sue assistenti è stato semplice: la amavano, dopotutto. Non si sarebbero opposte neppure volendo. Del resto, aveva spiegato loro che tutto quel che faceva era per incontrare Hiroshi e finire il manga. I loro corpi li aveva bruciati tutti insieme sul monte Fuji, divertita dalla prospettiva di essere scoperta.
Dopotutto, l’Esbat l’aveva attratta sin dalla prima volta che aveva visto quel servizio in tv. Quello che parlava di quelle streghe – le wicca? – e che mostrava i loro rituali, ecco. Le era piaciuto subito, provarlo era stato doveroso.
E poi, che sorpresa sapere che usandolo avrebbe potuto richiamare Hiroshi!
Non l’avrei mai detto.
“Ma stasera, niente assistenti”, sospira, infastidita. Nessun metodo per farlo venire, e lui non si taglierebbe mai nulla per passare. “Mah”.
Si guarda intorno, irritata, alla ricerca di qualcosa. Lo vede. Un borsone da calcio.
Il borsone da calcio, precisa, ricordando le lotte di suo fratello per riceverlo. E ricordando che il moccioso era scappato di casa. E si è rifugiato da me.
Sogghigna, sfilando il coltello nascosto nel suo kimono bianco. Suo fratello dorme nella stanza accanto, no?
UNDER THE RAIN
di Deerockt94

La pioggia non era che un’illusione del cielo per gli stolti che ne avevano paura.
Lei non temeva la pioggia, né i fulmini. Conosceva le forze mistiche che creavano le tempeste, erano queste che l’avevano generata. Alseide era nata centinaia di anni prima, in una notte come quella. Era un demone delle tempeste. Le controllava, era in grado di evocarle o di richiamarle, se voleva.
Ora, anche dal folto della foresta poteva udire le urla degli umani, colti alla sprovvista da quel temporale estivo. Tentavano di mettersi al riparo, convinti che quella fosse la vera minaccia.
Stupidi. Non capivano. Mai nessun umano era stato in grado di comprendere la natura intorno a sé, per quanto si sforzasse. Pensò ai patetici tentativi di descrivere il mondo da parte dei bardi. Chi mai era riuscito a catturare la vera essenza di una goccia di rugiada posata su di una foglia, di una cascata al centro di una foresta, del canto melodioso di un passero su di un ramo? Chi di loro, elogiandone la bellezza, era riuscito ad evocarne l’immagine viva e pulsante nelle menti di chi stava ad ascoltare?
Lei odiava gli umani. Erano limitati, schiavi dei loro istinti, deboli. Erano anche meschini. Per un attimo, avvertì un moto di pietà per Hyoutsuki-sama.
Quell’umana lo aveva soggiogato, ridotto all’ombra di qualcuno che gli somigliava soltanto, a qualcosa che non sarebbe mai dovuto essere. Lei entrava nel loro mondo di soppiatto, rubando ciò che le appariva più attraente, e poi modellava la loro vita a suo piacimento. Lo faceva per infimi scopi: successo, soldi, potere.
Tuttavia non considerava quella donna peggiore di altri: era semplicemente umana, e quindi incapace di valutare quello che faceva. Ne aveva visti tanti, a migliaia. Sorrise, scoprendo i canini affilati. Sarebbe finita presto.
La mente di quella donna era fragile. Lo aveva capito anni fa, quando aveva cominciato ad osservarla. Aveva compreso il suo modo di essere, alla fine, e ne era rimasta sorpresa.
C’era una barriera attorno alle sue emozioni umane, un limite che la stava distruggendo, lentamente ma in maniera inesorabile. Quella donna stava cercando di fare ciò che altri umani, prima di lei, avevano sperimentato senza successo: stava cercando di mutare la sua vera natura. Tentava, disperatamente, di sopperire alla mancanza di relazioni con gli altri esseri umani godendo dei suoi successi. Pensava forse che la prima fosse la conseguenza dell’altro? O forse cercava di convincersene, ricordando come aveva perso le redini della sua vita nel momento in cui aveva cominciato il suo lavoro? Non era così, lei lo sapeva bene. Poteva guardare dentro chiunque.
Era semplice indagare negli umani, erano così banali e monocorde. Non vi era profondità in essi, nemmeno nella Sensei. L’aveva capita dopo qualche attimo. Era una donna arida, in caduta libera verso l’oblio.
**
Ivy rigirava la matita azzurra tra le dita, come fosse stata la bacchetta di un batterista.
L’aveva visto fare da un tizio, nella sua classe. Un tipo strano, con i capelli rasati a zero, sempre vestito di nero, con un collare pieno di borchie. Suonava in una band heavy metal e non studiava praticamente mai. Teneva sempre una coppia di bacchette nella tasca posteriore dei jeans e ci giocava sempre, in classe.
Lei l’aveva osservato rigirarsi quel sottile bastoncino di legno tra le dita con l’abilità di un prestigiatore. Era un’illusione: un movimento particolare del polso, delle dita, e sembrava che la bacchetta girasse su se stessa. Aveva impiegato qualche tempo per imitarlo alla perfezione, rigirando tra le dita tutto ciò che aveva a portata di mano: pennelli, matite, addirittura lo spazzolino da denti. Lo faceva sempre più spesso ora, mentre navigava in internet, o anche quando studiava. Era diventato una sorta di riflesso incondizionato.
Tornò a concentrarsi sul ritratto di Hyoutsuki che stava facendo: bello, glaciale. Come sempre.
Eppure, pensò, mentre l’aveva disegnato aveva aggiunto qualcosa di diverso. In effetti, non era come lo vedeva nei poster appesi nella sua stanza, o nelle tavole del manga che teneva nella libreria. Senza volerlo aveva tracciato la bocca contratta in una smorfia, il viso indurito dalla rabbia. Era straordinariamente bello e altrettanto furioso.
Diede gli ultimi ritocchi di azzurro allo sfondo.
Lo aveva disegnato immerso in una foschia che sarebbe potuta appartenere ad un alba invernale. Ritto in piedi, composto e in attesa. Forse di una vendetta, si disse.
Era questa la cosa fantastica, quando disegnava Hyoutsuki: lasciava vagare le mani, le matite. Improvvisamente non controllava più in modo razionale ciò che appariva sul foglio: apparivano, semplicemente. Si sentiva come una sorta di intermediario tra un mondo e un altro, uno strumento utilizzato da una forza misteriosa che le dettava cosa disegnare per raccontare. Era contenta che, ora che il manga era terminato, avesse ancora i suoi disegni per rivedere Hyoutsuki. La Sensei era stata veramente folle a lasciarlo morire. Aveva completamente perso la testa, si disse.
Poco male. C’erano ancora migliaia di disegni che poteva fare, milioni di fanfiction che poteva leggere. Le idee di una vecchia pazza non l’avrebbero certo fermata.
Quando ebbe terminato il suo disegno si mise a guardare fuori dalla finestra.
La pioggia continuava a scendere copiosamente da quella mattina senza dare cenni di voler smettere. Ivy si stiracchiò.
Non le era mai piaciuta la pioggia. Era noioso rimanere tappata in casa per ore, a fissare fuori con un lontano sentore di mal di testa in arrivo, senza un’idea precisa per ingannare il tempo in qualche modo. Erano momenti di buio, di oblio totale. Sospirò e andò a sdraiarsi sul letto.
Sentiva lo stress di una settimana piuttosto pesante e voleva proprio rilassarsi, anche solo per un paio d’ore.
Chiuse gli occhi, le dita ancora strette a quella matita azzurra, e scivolò velocemente in un sonno profondo.
**
Alseide si abbandonò a terra, sbattendo forte contro il terreno.
Il pesante mantello scuro la ricopriva interamente: i capelli sciolti le oscuravano il volto e la vista.
Hyoutsuki.
Era stata lei.
Lo aveva ingannato.
Non poteva essere.
Sentiva le membra rapite da un tremito incontrollabile. Non poteva essere. Non doveva finire così.
Era nata insieme a Hyoutsuki, nella stessa era. Lo aveva visto nascere, maturare, diventare quello che era stato fino a poco tempo prima. Poi lo aveva visto schiavo di quella donna crudele. E ora…
Ora l’aveva visto morire a causa sua. Non doveva finire così!
Si rialzò e capì cosa fare nello stesso momento in cui vide un’immagine balenare nella sua mente.
La ragazzina. Era lei, tutto il destino di Hyoutsuki era racchiuso nelle sue mani.
Alseide lasciò che i suoi sensi vagassero nella foresta che la circondava. Possibile che fosse già lì?
Un forte odore le aggredì le narici. Era proprio così, non era lontana.
Si lasciò guidare dalla forza della disperazione.
Eccola!
Le si gettò addosso senza darle il tempo di reagire.
-Tu!- Urlò, abbandonando la compostezza regale che le era solita.
-Tu, umana! Tu mi aiuterai, e subito!- Le ordinò, afferrandola per il collo. Era così morbida e fragile. Avrebbe potuto stringere solo poco più gli artigli su quella pelle candida e ucciderla in un attimo. Ma non poteva. Non doveva riversare tutta la sua rabbia su di lei, le serviva.
La ragazza emise un suono strozzato, terrorizzata.
Alseide la lasciò subito andare.
-Cosa vuoi da me?- Chiese in un sussurro l’umana. C’era un che di reverenziale nei suoi modi, pensò Alseide. Era impaurita, ma allo stesso tempo affascinata da lei. Capì che avvertiva la grandiosità del suo potere.
-Hyoutsuki-sama è morto ingiustamente. Aiutami. Aiutalo a tornare.- Disse. Si rese conto che la sua richiesta somigliava troppo ad una supplica.
-Te lo ordino. Altrimenti puoi ritenerti già morta. Hai capito, ningen?!- La ragazzina non si mosse.
Alseide le si avvicinò, sfiorandole la guancia con uno degli artigli. Un rivolo di sangue sgorgò immediatamente dalla sua pelle sottile.
Voleva vederne ancora. Voleva vedere fiumi di sangue imbrattarle le vesti.
-La tua…- affondò uno degli artigli ancora un po’, lacerando altri tessuti.
Voleva uccidere, distruggere, provocare dolore.
-…stupida mente umana…- La ragazzina urlò di dolore.
Avrebbe ucciso anche la piccola umana.
-…non può nemmeno…- Si fermò.
Doveva sfogare la sua frustrazione.
-…concepire il mio dolore…- Si allontanò, cercando di dominarsi. Strinse forte i pugni immacolati, digrignando i denti.
-Dovrai farlo perché sono io che te lo ordino, hai capito?- Sibilò. Avvertiva quasi una vena di follia nella sua voce. La sua disperazione la stava portando a somigliare sempre più a quella stolta, fragile umana che aveva ucciso Hyoutsuki. Finalmente la ragazza annuì.
-Lo… lo farò.- Rispose, tremante. Alseide inspirò profondamente, poi si voltò e corse via.
Sarebbe tornato. Lo sentiva.
Non sbagliava mai una predizione.
**
Il professore aveva l’influenza, le dissero.
Quel supplente le appariva come uno dei tanti che aveva incontrato nella sua vita prima d’ora: bassino, i capelli brizzolati e il volto segnato dal tempo. Era insignificante ai suoi occhi.
-Disegno libero.- Annunciò l’uomo. Ivy sospirò. Cosa avrebbe fatto?
Era già da qualche giorno che non riusciva a mettere insieme due linee di matita.
Si accarezzò piano il cerotto sulla guancia. Non riusciva proprio a ricordare come se lo fosse fatto.
Due giorni prima si era appoggiata sul letto per riposare un po’, e poi si era risvegliata appena in tempo per la cena. Con il cuscino insanguinato e il viso segnato da un profondo taglio.
Non ricordava nulla del sogno che aveva fatto, ammesso che ne avesse fatto uno.
Decise di lasciare che le matite vagassero da sole. Un viso, una cascata di capelli argentei.
Ma si, Hyoutsuki. Dopotutto, era sempre stata brava a disegnarlo. E poi, come si era già detta, la storia non finiva così come la Sensei voleva darla a bere ai suoi fans.
C’era qualcos’altro. Doveva esserci.
Avvertiva che sarebbe potuta andare in un altro modo, che qualcosa fosse ancora in sospeso. Non era tutto finito. Non ancora.
Ma… Poteva permettersi di decidere lei, per tutti loro? Ma si. Le storie, si dice, sono di tutti.
TUTTAVIA
di Avalon9

“Sei soddisfatta”
Yobai non chiede; afferma. Perché le cose le intuisce (Yobai è mente: ragionamento, riflessione, pensiero. Io conosco; per esperienza è il suo vanto – e conosco te).
“Soddisfatta?” Axieros ride; mentre l’indice – elegante – sfiora (acqua, vetro, aria?) la divisione; e negli occhi (un abisso) malizia e noia. Perché Axieros è così: creatrice. E adesso la sua creazione la sta fissando; e ha occhi (rossi) divertiti – irriverenti.
“Soddisfatta”. Ripete (ed è sussurro. Assapora); e la lingua – seduzione – guizza fra le labbra; Axieros è brava a tentare, ad attrarti mentre l’unghia (artiglio corda veleno) si allunga. Trapassa lo schermo (acqua vetro aria – Che importa? Yobai ne percepisce l’incresparsi, lo spezzarsi e resta intero. Intero. Perché Lei passa; attraversa) e accarezza – materna. Falsamente materna – il mento virile.
“Soddisfatta, sì” Yobai esita (quasi); mentre freddo e qualcosa risalgono (fluido) lungo il collo. Odia sentirla strisciare (Gaderiel. Sei Gaderiel) attorno a lui, dentro di lui. Avvolgerlo. La odia; la disprezza, l’ammira. La desidero – e la scoperta è gelo lungo la schiena (Eccitazione o terrore? – C’è differenza? – No. – Allora va bene)
“La ragazzina (Ivy. Si chiama Ivy. Ricordalo. Pericolo. È pericolosa. Per me.) l’ha svegliato”
“Io le ho permesso di svegliarlo”. La voce – un sorriso condiscendente – sussurra. “Ricordalo: io”
“Naturale”. E l’istinto (umano. Eri umano, ricordi?) urla: fai attenzione. Perché Axieros è creatrice; e creare è distruggere. E a Yobai essere un gioco (creazione) non piace – no, non è paura. Istinto.
“Naturale” Yobai centellina (parole e respiro); perché con Axieros non puoi avere fretta. “Ti interessa”
La mano – acqua – scivola nell’aria; mentre il confine (sabbia; polvere. Ma prima. Prima era diverso. Non importa. Ignora.) si accartoccia, crepita e trascina.
E Axieros sorride – predatrice.
Perché una pedina – youkai – ha occhi (oro; da gatto. Appuntiti) che dicono: non cederò. Perché lo youkai (un gioco) la sta sfidando (e non lo sa. Ancora).
“Forse” sussurra Axieros; il respiro – antico – a sfiorare la pelle (l’anima). “Tuttavia”
“Tuttavia?” Il brivido (sorpreso) è un rantolo. Yobai avverte: l’implodere di un sospetto, ed esserne parte; esserne preso. Pericolo. È pericolosa. Perché Axieros non dice; Axieros gioca. E adesso sta giocando. Di nuovo.
“Tuttavia?” ripete Yobai– ed è un singhiozzo (interessato?)
“Tuttavia”, gli concede Axieros. E scolora.
Tuttavia.
E Axieros trema. Di piacere.
Perché la Donna è morta; e la bambina sta crescendo.
Perché Yobai (intelligenza) non comprende.
Perchè Hyoutsuki socchiude gli occhi; e il labbro accenna un’increspatura.
Nota
Gaderiel è il nome che, nei vangeli apocrifi della Bibbia, è dato al serpente che ha tentato Eva, portando il caos nel mondo. Il paragone è basato sul fatto che all’Axieros mitologicamente attestata era tributato, in Samotracia, il culto proprio di una divinità ctonia, di cui il serpente è espressione ancestrale, riassumendo in sé il potere salvifico e mortifero.
Lettore, ascoltami
Ottobre 21, 2009 di Lara ManniHo sbirciato le prime tre pagine di The Dome, riservandomi di iniziarlo appena finito La progenie (e mi manca poco). E ho notato una cosa che è fra quelle che amo di più in King. E che si riallaccia molto al post di ieri e ai commenti che riguardano il concetto di ineluttabile.
Potete anche non leggere, da qui in avanti, anche se non faccio veri e propri spoiler.
King, dunque, avverte spesso il lettore che c’è qualcosa di ineluttabile in arrivo. Potrebbe limitarsi a lasciare indizi: un soffio di vento gelato, o la luce del giorno che cambia, o uno specchio che riflette un’immagine improvvisamente più opaca. Oppure, una tristezza senza spiegazioni che stringe il cuore del personaggio.
Invece, King è quasi sempre esplicito: a questa creatura a cui ti stai affezionando, caro lettore, e di cui in due pagine ti ho rivelato sensazioni, qualche briciola di passato, il colore dei capelli, mancano quaranta secondi di vita.
Personalmente, lo trovo bellissimo.
Lara, il gatto fantasma e una domanda imbarazzante
Ottobre 20, 2009 di Lara ManniGatto fantasma: Umana?
Lara: Che vuoi, seccatore? Di prima mattina, per giunta? E proprio quando fra le mie mani c’è, finalmente, The Dome?
Gatto fantasma: Volevo farti una domanda.
Lara: Ssst. Non adesso. Sto finendo La progenie, e ti assicuro che dovresti leggerlo. Poi passo a The Dome.
Gatto fantasma: Mi riferivo a questa mattina…
Lara: Be’? Sono uscita molto presto per andare in libreria, che c’è di strano?
Gatto fantasma: E hai visto un manifesto.
Lara: Ah, quello? Niente di nuovo. Ormai siamo pieni di adolescenti con poteri magici che si innamorano del bellissimo di turno.
Gatto fantasma: Ehm.
Lara: I gatti non fanno Ehm.
Gatto fantasma: Ripensa a quello che hai appena detto.
Lara: Che siamo pieni di adolesc…Oh dei!
Gatto fantasma: Cos’hai da dire a tua discolpa, umana?
Lara: Ti odio! Mi hai fatto venire le palpitazioni! Mi verrà un infarto! Mi ritroveranno riversa sul pavimento con la copia di The Dome fra le mani e diranno che è colpa di King!
Gatto fantasma: Cambi discorso?
Lara: No. Però non è la stessa cosa.
Gatto fantasma: Dicono tutte così.
Lara: Che tu ci creda o no, non lo è. Io non ho immaginato un’eroina adolescente per entrare in un filone. Tanto che quando ho cominciato a raccontarla non pensavo neanche che ci sarei finita, in un eventuale filone.
Gatto fantasma: Dunque?
Lara: E’ che penso che chi scrive narrativa fantastica non possa evitare, prima o poi, di raccontare l’adolescenza. Perchè è un momento di passaggio. E’ come una porta dischiusa, da cui si può passare in un mondo o nell’altro. E’ il cambiamento quello che si racconta quando si scrive horror o fantasy. E l’adolescenza è un momento di massimo cambiamento. E poi ho sempre affiancato alla mia adolescente donne adulte, in tutti e tre i romanzi: perchè penso che la maturità sia un’ulteriore mutazione e… Ma perchè devo discolparmi con te?
Gatto fantasma: Perchè, come vedi, tutto si può ridurre a uno schema.
Lara: Questo è vero. Ma chi legge sa infrangere gli schemi.
Gatto fantasma: E chi scrive?
Lara: Anche. Purchè sappia cosa sta maneggiando.
Gatto fantasma: E tu lo sai?
Lara: Credo di sì. Adesso sì. Tant’è vero che adesso penso di aver trovato il coraggio di scrivere di un personaggio che ha la mia età.
Gatto fantasma: Va bene, va bene, non farla lunga.
Lara: Ah, sarei io che la faccio lunga, bestiaccia? Ehi! La mia copia di The Dome! Non farci le fusa sopra! Me la rovini!
Gatto fantasma: Scherzi? A cosa servono i libri, se non per farci le fusa?
Viva Del Toro
Ottobre 19, 2009 di Lara ManniSe tanto mi dà tanto, La progenie di Guillermo Del Toro (sì, il regista) mi riconcilierà con i vampiri.
Sono a metà. Sì, fa paura. No, non ci sono vampiri belli e sospirosi. Sì, c’è una buona trama.
Sì, è una boccata d’aria fresca.
Confessioni di una puntinista
Ottobre 16, 2009 di Lara ManniE va bene. Lo dice anche Umberto Eco, nel Secondo diario minimo. Ovvero:
“Quanto siano sciagurati i puntini ce lo dice questa modesta serie di variazioni che raccontano che cosa sarebbe accaduto alla nostra letteratura se gli scrittori fossero stati timidi.
“Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene trenta anni le possette…parte Sancti Benedicti”.
“Laudato si’, mi’ Signore, per…sora luna e le stelle.”
“Come a la selva…augello in la verdura”.
“S’i fosse…foco, arderei lo mondo.”
“Nel mezzo…del cammin di nostra vita.”
“Santissimo e carissimo e…dolcissimo padre in Cristo dolce…Gesù.”
“Qual sulle trecce bionde ch’…oro forbito e…perle, eran quel dì a vederle.”
“Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior…brigante del mondo.”
E via via, sino a “L’anno…moriva, assai dolcemente” e “Io ero, quell’inverno, in preda ad…astratti furori”.”
Però l’antipuntinismo a volte è francamente esagerato. Ieri, su aNobii, ho letto una recensione a Battle Royale che lo faceva a pezzi causa puntini di sospensione. E tutto il resto, dove lo mettiamo? Meccanismo, personaggi, emozioni, coerenza, lucidità, idea?
Parlo anche pro domo mea: sono una puntinista, e lo confesso. Mi sto disintossicando dopo il primo editing di Esbat, nel senso che cerco di metterne meno e di collocarli nei punti giusti, per non inflazionarli. Però va detta una cosa: quando li uso, lo faccio per sottolineare l’esitazione di un personaggio ad avvicinarsi a un determinato concetto, a una parola, a una presa di coscienza. Non perchè siano graficamente significativi.
…credo.
Motivi per scrivere/4
Ottobre 15, 2009 di Lara ManniVi è mai successo di avere uno shining vero che vi unisce a una persona? Una cosa tipo: in una delle reincarnazioni precedenti leggevamo gli stessi codici miniati, o trascinavamo lo stesso carretto durante la fuga da una pestilenza, o cantavamo Bach nello stesso coro?
Ecco, a me succede. Con Michele.
E questa fotografia mi fa volare l’umore oltre l’ostacolo. Davvero. Grazie.

Topi al cioccolato
Ottobre 15, 2009 di Lara ManniMi stavo rilassando sul forum di Efp, in particolare su una discussione che riguarda gli occhi. Il colore degli occhi, ovvero. Il “color cioccolato”, ovvero ancora, fieramente contestato da una parte degli utenti e giustificato da altri. Se leggete, si passa anche ad altri gusti (menta, per esempio).
Il problema, secondo me, è sempre quello degli automatismi: devi descrivere (ma devi per forza?) gli occhi di un personaggio e, qualora i medesimi siano marroni, arriva la cioccolata.
In Esbat io ho fatto un furto dichiarato ma nascosto: i capelli “color topo” di Ivy, che un’amabile lettrice (o lettore, non ho ben capito) ha associato alla figlia di Fantozzi.
Invece viene da un altro libro: Carrie. In un piccolo passaggio, c’è la ragazza che prende il sole a cui si avvicina Carrie bambina: è lei a notare i suoi capelli “color topo”. Che poi è quello strano colore che sta fra il castano e il biondo cenere e che, in effetti, è difficile definire in altro modo.
“Color topo” è una definizione strana, che io non leggo come necessariamente dispregiativa (nel caso della figlia di Fantozzi, ovvio, sì). E King è stato bravissimo a usarla: perché era nascosta nei pensieri della ragazza, intenerita da quella strana bambina coperta da un abito lungo fino ai piedi. Dunque, è proprio soffermandosi sui suoi capelli che presagisce il suo difficile futuro. E’ l’emozione della ragazza a provocare la descrizione, insomma, e non viceversa.
Ecco, in un contesto del genere pure la cioccolata va benissimo.
Motivi per vendere l’anima al diavolo
Ottobre 14, 2009 di Lara ManniAver scritto questa serie.
