6. Fandom: fan fiction, poesie, video

In ordine sparso, quello che è stato scritto o realizzato dai lettori intorno a Esbat.

Fan fiction su Efp!

Contest

E’ stato indetto su Efp!

Poesia

Vincent ha scritto una poesia meravigliosa per Esbat, e per me.

L’impossibile

Solo senza una meta continuo a vagare tra la nebbia oscura
Per ogni passo pesante dato
sembra sempre più fitta.

Intravedo fermo,
uno spiraglio tra le nuvole.
Un cuore mi tende la mano senza conoscermi.

Lei sa che sono ghiaccio
Lei sa che sono aria
Lei sa che sono un soffio

Lo sente sulla sua pelle,
Le parla arriva a toccarla nel profondo della sua anima d’oro.

Così comincia a scrivere
Incide su una tavola di platino la mia immagine,
traccia delle linee fatte con amore
e come fecero gli antichi
da vita a me che sono inchiostro.

Io sono un guerriero,
un essere divino che per sempre veglierà su di lei.

La fanfiction di Mele.

La prendo da Efp, ne è autrice Mele. Ed è stupenda. E non solo perchè c’è Esbat di mezzo!

S.

Ore 17.30 dell’ultimo venerdì lavorativo prima delle vacanze di Natale.
Per accogliere degnamente il prossimo paziente avrei bisogno di qualche minuto di pausa.
Ne avrei due a disposizione, ma li occupo arieggiando la stanza: S. prova un acuto fastidio per l’odore dell’incenso, delle candele e per quello delle persone che sono state nella stanza prima di lui. Quando è infastidito, potrebbe essere pericoloso.
Il fatto che percepisca l’odore dei miei altri pazienti mi lascia spesso allibito. Capisco la signora che viene prima di lui – che tra l’altro non usa profumi, ma quelli che sono venuti la mattina? Un giorno me ne descrisse uno solo – a suo dire, dall’odore che sentiva. La descrizione era così azzeccata che temetti che lui fosse stato qui di nascosto. Ma, dati i suoi impegni – e le telecamere di sicurezza, eliminai quest’ipotesi.

Dopo aver chiuso le finestre, affilato la matita e controllato l’ordine della stanza (anche il disordine lo irrita), avviso l’infermiera che può farlo entrare.
S. è un uomo alto, dal fisico asciutto e muscoloso. Cura meticolosamente il suo aspetto e indossa solo abiti di alta sartoria, di tessuti costosi. Non fuma, non beve, non ha vizi.
Normalmente, è una persona fin troppo tranquilla, quasi passiva, fin troppo riservata. Patologicamente isolata.
Nessun interesse ad amicizie, a relazioni, ai rapporti con i parenti (ha un fratello, ma non fa parte della sua vita, o non lo considera tale). Addirittura il suo impiego (esattore fiscale) sembra scelto apposta per tenere lontane le persone.
Avrei vergato sul mio taccuino “disturbo schizoide” al primo appuntamento, se non fosse per il motivo che lo ha condotto qui.
Ormai cinque mesi fa, coinvolto in una rapina, rispose ad uno dei malviventi che lo minacciava con un coltello disarmandolo e colpendolo con lo stesso due volte nell’addome, senza ucciderlo. Poi rimase con l’arma in mano ancora nell’uomo fino all’intervento dei paramedici. Successivamente, si lasciò condurre dalla polizia e in ospedale, dove gli consigliarono una visita da uno specialista.

Il mio problema, nelle prime settimane, era decidermi tra “mancanza d’impulsi” e “mancanza del controllo degli impulsi”. Poi la faccenda si fece più seria. Vorrei allegare al suo fascicolo alcuni disegni che feci durante le sue sedute, come esempi di controtransfert.
(A: è quel che sembra, un gatto morto che perde sangue. Non sono sicuro, ma penso si tratti del gatto di casa di quando ero piccolo.
B: un cane che tiene per la collottola un bambino, che chiaramente indica il mio desiderio di abbandonare la seduta, che insegue il gatto.
C: penso, temo sia un coltello. E quella pallina nera a fianco penso, temo sia la testa del gatto.
D: il gatto ed il cane che si rotolano, o litigano, o fanno qualcos’altro.)

Saluta con un cenno e si siede sul divano. So che ha controllato la stanza, anche se io non ho visto la sua testa o i suoi occhi muoversi.
-Bell’acquarello, dottore.-, dice.
È appeso al muro alle sue spalle.
-Grazie, me l’ha regalato mia nipote.-
-S’intona coi cuscini e il copri divano.-
Poi tace e mi fissa. Ha una voce atona, freddamente cortese, e la tiene sempre molto bassa. Ha uno sguardo vigile e opaco allo stesso tempo.
Sbatte le palpebre. –Dottore.-, dice. –Devo raccontarle un sogno. Lo faccio da molto tempo, ma è solo da qualche giorno che riesco a ricordarlo. Nei particolari.-
Scarabocchio sul taccuino. -È un sogno che la lascia inquieto? La turba?-
-No. Quando mi sveglio o quando lo ricordo, al contrario, mi sento tranquillo. Quasi contento.-
Annuisco. Tratteggio un’ombra sul foglio, informe. So che è l’incavo di una pancia. Sarà un sogno di natura sessuale?
-Non ho capito di cosa tratta.-, continua da solo. –Sono sospeso a mezz’aria. Immobile. Si ricorda di quel formicolio al braccio di quando mi sveglio che le dicevo? Che provo a muoverlo e finché non lo guardo mi sembra di avere solo risposte fantasma? Ecco, nel sogno non c’è. È monco, più precisamente. Non lo vedo, ma lo so. Tagliato di netto da una spada.-
-Una spada?-
-Sì. Una spada giapponese.-
La sua precisione e la sua sicurezza mi causano brutte sensazioni e sussulto. –Come mai lo sa?-
-Perché si tratta del mio braccio, dottore. Se qualcuno le mozzasse un braccio con una spada giapponese, lei non lo saprebbe?-
-Giusta osservazione. Chi è lei dunque, nel sogno?-
Alza lo sguardo, ricordando.
-È un guerriero? Un bandito? Un prigioniero?-
-Sono un principe.-
Sospiro. Che si stiano rivelando nuove manie?
-E accade qualcosa, mentre lei è sospeso in aria?-
-Sento odore di sangue. Non umano, e neanche di bestia. È un odore nauseabondo, quasi marcio.-
Gli si deforma la faccia minimamente, ma è così strano che intuisco il disgusto che prova.
-Si mischia all’odore di intestini squarciati, di interiora in decomposizione. Mi fa quasi vomitare, ma in realtà, o meglio, nel sogno, mi esalta. È odore di vittoria.-
-Immagino… che sia la vittoria del suo esercito contro quello nemico.-
-No. Uno solo è morto, ed io non ho combattuto. Sono disarmato. Indosso solo dei pantaloni. Bianchi. Vedo il riflesso che mi circonda. Tutti i colori sono molto vividi. Blu elettrico e rosa intenso. È un tramonto. Non vedo altro che cielo. Sono in mezzo al cielo. Compaiono le prime stelle.-
Ha le palpebre socchiuse, mi sembra quasi ipnotizzato. Nonostante l’immobilità del suo volto, sembra avere un’aria soddisfatta.
-Me ne sto andando.-
-Come?-
-Nel sogno. Sto andando via. Non so. Forse sto morendo.-
Ha un attimo d’esitazione, il suo sguardo cade sugli oggetti sul tavolino davanti a lui.
Allunga entrambe le mani contemporaneamente, sposta le due candele centrali dalla fila, poi quelle in parte, e quelle dopo. Crea due angoli simmetrici di sei candele. Crea un “passaggio” da lui a me.
Appoggia le mani sulle ginocchia. –Mi scusi.-
Faccio un cenno, poi riappoggio la matita sul taccuino. La mia mano si tiene occupata pasticciando mentre lo ascolto.
Si accarezza con l’indice il centro della fronte. È un tic.
-Stavo dicendo…-
-Che forse sta morendo.-
-Sì.- Socchiude ancora gli occhi. –Sì. Qualcosa mi sta portando via. Come… come in un videogioco, ho finito i punti–vita e devo ricominciare da capo.-
-Ed è una cosa… buona?-
-No. Io non voglio una seconda possibilità. Non voglio cambiare.-
Questo era ovvio.
-Poi mi sveglio.-, conclude. Apre gli occhi. –Mi piacerebbe sentire il suo parere.-
Mi schiarisco la voce. –Va bene. Sarò sincero, le spiace? Lei non solo non vuole cambiare, ma è anche spaventato dai cambiamenti. Penso che le sia accaduto qualcosa, qualcosa che non mi ha raccontato, o che ha rimosso, quand’era più giovane, che l’ha sconvolto. Un cambiamento, appunto, che non era preparato ad affrontare, a cui non poteva resistere. Infatti era inerme, completamente disarmato davanti ad esso. E…-
-Non completamente.-
-Come, scusi?-
-Non completamente disarmato. È vero, non ho armi, ma… io stesso sono un’arma. Ho ancora la mia mano. E la bocca. E qualcos’altro.-
Mi cade l’occhio sulla sua mano. L’altro braccio, quello che gli formicola la mattina, è appoggiato mollemente sul divano. Le sue unghie sono un po’ troppo lunghe, limate ad un arco troppo acuto. Sono lucide, bianche e per un momento mi sembrano dure e affilate come artigli. Smetto di guardarle.
Ha sul viso un piccolo sorriso enigmatico che gli solleva appena gli angoli degli occhi.
-Io voglio tornare indietro, dottore. Voglio passare di nuovo per quel tramonto, posare di nuovo i piedi per terra.-
Sospiro. Tornare coi piedi per terra, tornare al momento precedente i suoi disturbi mentali. Mi sembra assurdo, ma ho un paziente che si trova la cura da solo.
-Voglio poter sentire di nuovo l’odore del sangue e delle budella. E questa volta voglio essere io a colpire.-
No, come se non lo avessi pensato. Qui urge un consulto con un esperto di traumi infantili, magari con sedute di ipnosi. E devo prescrivergli qualcosa.
-Signor S. …- Mi sporgo verso di lui, e lui mi imita. Mi fissa negli occhi, torno a poggiarmi alla poltrona. Ha uno sguardo che rimescola.
Abbasso lo sguardo sul taccuino e mi accorgo di aver disegnato un suo occhio. Più allungato, obliquo, sottile. Ma è il suo occhio.
Ma la pupilla che ho disegnato non è umana. È da gatto.
Il gatto ha la zampa di cane, la zampa di cane mira alla pancia.
-C’è un modo, per passare di là, dottore.-
-Sì?- chiedo scioccamente, e mi trema la voce.
-Sì.-
Si alza.
Gli occhi.
La zampa.

La fan fiction di Rohchan.

Si chiama On frappe. E’ un regalo per l’uscita di Esbat. Ne sono commossa, ma questo era scontato. E’ bellissima. La trovate su Efp, e anche qui sotto.
Dedicata a Lara/Rose.
Grazie di tutto…^_^
*fugge…

- LARA!!! OH LARA, SAPESSI!!!!-

Ti si avvicina veloce, figura sottile, pallida, un gran sorriso.
Enorme massa di capelli rossi sulla testa, un libro , una cartellina da disegno e un thermos tra le mani.
Senti le ginocchia tremare.
La sua voce, la sua presenza.
È troppo.

- LARA, SAPESSI!!! E’ UN SACCO CHE VOGLIO VEDERTI, SAI?? OH LARA…-

Brusio.
Caos.
La gente intorno a te è un cancan confuso di colori, suoni, odori.
Forse, ora comprendi realmente il tuo demone, quando si schifava del contatto umano.

- Signorina Manni, tutto bene? Ha bisogno di qualcosa?-

Lei.
Quella maledetta stanga coi capelli alla Hermione continua a ballarti imperterrita davanti al tavolo.
La piantasse.
Toglietela dalla mia vista.

Lui…
Quell’uomo.
Giacca e cravatta.
Ben pettinato, profumato.
È lui la tua ancora, qui.
A questo tavolo, in questa città che non hai mai visto.

…tavolo…
Dov’è il tavolo…?

Ecco.
La senti, sale.

Sembra un’onda di piena, fredda, collosa, nella testa, nel collo.
Nella pancia.

Gelo.

Di colpo, il mondo è un po’ meno nitido, i rumori più forti, il tuo cuore sembra scoppiare nelle orecchie.
Respirare sembra un’impresa titanica, quasi preferiresti ingoiare chiodi.

Chiudi gli occhi.
Respira.

C’è una bambina, dentro. Una bambina che ti somiglia come una goccia d’acqua, fragile, sottile.
Vestita di chiaro, ma in mezzo a tutto questo caos non riesci a distinguere il colore di ciò che indossa.
Concentrati.
Lasciati scivolare un po’ dentro.
La vedi?
È bionda.
Ha gli occhi sinceri, profondi. Ciglia lunghe, nere.
Magra, un po’ ossuta forse.
Non diverrà mai donna, perché è la parte di te che a volte dimentichi, e che però rimane sempre lì.

È la bambina che eri tanti anni fa, quando parole come ansia e panico non esistevano, e l’unica paura che conoscevi era quella per i temporali.

Ti sorride, e il suo sorriso illumina ciò che la circonda.
Nero intorno a lei, ma almeno per due passi vedi cosa la circonda.
Cotone.
Cristalli di zucchero.
Batuffoli di nuvola al tramonto.
Ecco, anche l’abitino che indossa ha preso colore.
Azzurro pallido, perfetto in contrasto con i capelli biondi, boccoli un po’ ribelli che le incorniciano il viso.

Concentrati.
Il tuo mondo è due passi attorno a te, e in quello spazio c’è aria, luce, calore.
Silenzio.
Tutto ciò che ti serve.

Respira.

La bambina ti sorride. Ti tende la mano, appoggiando con cura per terra il pelouche che aveva in braccio.
Ascoltala.

Ascolta.

“Respira, signora. Sono qui, con te. In te.
Nessuno può dividerci, nessuno può separarci.
Niente e nessuno.
Respira bene a fondo, sorridi un poco.
Così.”

Fuori, forse non capiscono.
Ma la mano destra ti corre sul cuore, il respiro rallenta un poco, il cuore che prima sembrava galoppare impazzito è un po’ più calmo.
Appena un poco, ma già è più facile resistere.
La colla nella gola si sta sciogliendo.

“Ecco, vedi, signora?
Questo è il mio spazio.
Il mio mondo.
Quello che nessuno può toccare, invadere, cancellare.
Due passi attorno a me, e c’è una poltrona letto, un piccolo bagno, una finestrella con tende di velo trasparente e una porta con una grossa serratura.
I muri sono fatti di libri, così posso leggere quando voglio.
E il tetto, il tetto è di biscotti e cioccolato, così ho energia e dolcezza per vivere.

Lo sai, lo sai, signora? Quando tu da fuori sorridi, il mio mondo si accende di luce.
E allora vedo strade di colore, rosso, giallo, verde, arancio. Blu.
Questo angolo del tuo corpo in cui vivo si riempie di vita, di significato.”

Che sciocca.
Questo forse pensano gli altri.
A guardarti da fuori, sembri un po’ spostata.

Tu tum.
“Calma il cuore, signora. Il suo battere furioso scuote i muri della mia microscopica casa.”
Tu tum.
“Sorridi un poco, signora. Regalami un po’ di luce.”
Tu tum.
“Calma il respiro, signora. Se continui a fare così, le pagine dei miei libri si sfoglieranno da sole, e non riuscirò più a leggere.”

Tu tum
Tu tum
Tu tum
Tu tum tu tum tu tum tu tum.

“Ecco, così signora.
Piano.
Come un’altalena che rallenta.”

Ecco.
La senti, scende.

L’onda di piena, fredda, collosa, nella testa, nel collo.
Nella pancia.

Si è ritirata.

Cede posto a quella bambina dentro, che sorride piano, con leggerezza.

Gelo.
Che diventa tepore.

Quello di una sera primaverile, scalza su un prato, in mezzo alle lucciole.

Lentamente, il mondo torna nitido, i rumori più sopportabili, il tuo cuore ritrova il suo posto nel petto, e si calma.
I chiodi sono spariti. Ora senti succo di pesca scendere nella gola, fresco e dissetante.

Apri gli occhi.
Respira.

- Oh, Lara!!! Accidenti, sapessi come sono contenta che tu sia qui! E nonostante il caldo, poi…lo sai, questa città col calore sa essere insopportabile, ma per fortuna ci sono le montagne…-

“Sorridi, signora. Regalami un poco di luce.”

- Che bel sorriso…è perché sei contenta di vedermi? Ma nooo…figurarsi…AH!! Ecco, mi stavo dimenticando…il tuo thermos.-

La bambina dentro sorride.
Il suo spazio si illumina, poi si allarga di ancora due passi quando vede attraverso i tuoi occhi sgranati cosa c’è nel thermos.
La bambina ride.
Intorno alla casetta di libri, ora c’è un giardino microscopico, di campanelle, margherite, nontiscordardimè e fresie dai mille colori.
Persino una fatina su un piedistallo d’argento.

Camomilla.
Nel thermos c’è della camomilla.

- Avevo paura fossi agitata, sai, ma mi sembra tu stia bene…meno ma…-
- Ciao, Debby.-

Brava signora.
Grazie della luce.

La ragazza ti guarda.
Con quella gonna corta e quella maglietta, i braccialetti a campanelli e le paperine dimostra meno dei suoi anni.
La cosa più buffa è il suo viso.
Ti guarda come se…
Come se…

- Lo sai, Lara? È bello dare un viso, un corpo, a un mito…-

Lei sorride.
Tu arrossisci.

La bambina dentro torna a chinare la testa sul libro che stava leggendo.

“Père Donald Callahan era stato un tempo il sacerdote cattolico di un borgo, Salem’s Lot si chiamava, che non esisteva più su nessuna carta geografica. Gli era indifferente. Per lui concetti come «realtà» avevano perso ogni significato.
Questo ex prete aveva ora nel palmo un oggetto pagano, una tartarughina d’avorio. Le era saltato via un pezzettino del becco e aveva un graffio a forma di punto interrogativo sul becco, ma per il resto era un piccolo gioiello.
Bello e potente. Ne avvertiva la forza nella mano come energia elettrica.”

- Non arrossire, Mito…me lo fai un autografo?-

La fan fic per l’uscita di Esbat. GRAZIE AVALON!

Si en été un rêve
Mettititi comodo.
Ecco, così. Allunga bene le gambe (è meglio, con le gambe distese, no?). Sigaretta; un bicchiere (liquore? Facciamo succo di frutta. Lo stomaco, ricordi?); cellulare staccato.
I piaceri sono pochi -ovvio- e vanno goduti. Appieno.
Ecco; sistema la luce -coooosì; non deve dar fastidio, la luce. Inclinala un po’, senza il riflesso sugli occhiali. Da fastidio vero? No;non va. Spostala un po’. Perfetto!
Lui non verrà a scocciare, giusto? Glielo hai detto -chiaro e conciso-: “Voglio leggere. L.e.g.g.e.r.e”
Scivola un po’; non c’è nessuno e (per una volta) ti puoi concedere il lusso – per una volta.
Rilassati.
Prima di affondare-dentro. Giù- E’ diverso.
Ma la sensazione. La percezione è così simile. Perforare qualcosa. E -strano; ma è normale- gli artigli (lucidi) restano puliti.
“Allora? Com’è aversi in mano?”
Sesshomaru smorza un gemito-frustrato.
Aveva detto: non verrò. Ma con Naraku le promesse – le parole-sono aria. Vento. Ragnatele.
Le fa; e le butta via. Con irritante nonchalance.
“Non avevo detto…- gli occhiali scivolano eleganti (perplassi) sulla punta del naso.
“Avevo”. Naraku arriccia il naso e si concede un’alzata di spalle. “Ma ero troppo curioso”
Sesshomaru sbuffa; il libro riaperto e gli occhi irriverenti di Naraku a sbirciare da sopra la spalla.
“Dovresti mandarle qualcosa” L’indice tanburella sulle cuciture di pelle
“Idee?” Sesshomaru soppesa le parole. Ignorarlo è inutile; assecondarlo pericoloso.
La mano scivola sul mento; tormenta il labbro. “Te stesso?” e la voce ha un songhiozzo  malizioso.
“La tua testa, anche”
Naraku ride; e la gola (scoperta) si alza. “Capito capito” i capelli (onde) si sollevano in composto disordine “Ci penso io: un mazzo di rose”
Sesshomaru grunisce; forse può andare avanti a leggere. Forse.
“Rose nere“  Precisa Naraku; e riannoda con esasperante lentezza il foulard.
Sesshomaru annuisce; occhi stretti e denti (zanne) affondate nel labbro. “Metticene un’altra, nel mazzo. particolare
“Colore?” (ma il mezzo sorriso è già consapevolezza)
Sesshomaru socchiude il libro; l’indice sfiora il il taglio della katana, ridiscende lungo l’arco della luna; riasale al nome (grigio) e accenna un tremito del labbro.
“Blu”
Esbat lo concluse seduto sul pavimento; una pesca in mano, la voce irritante di Naraku nelle orecchie e un sottile piacere a serpeggiare nel corpo. I nomi erano cambiati; la storia era migliorata (rifinita). Ma dentro c’era anche lui.
Sesshomaru sorrise.
Forse l’idea di Naraku non era da scartare.
Forse.
Bastava allontanare quell’irritante petulante gatto fantasma – con i felini no, non ci voleva aver nulla a che fare.
Decise: un mazzo di rose era d’obbligo.
Ma una visita notturna (dalla finestra) era un piacere.
E per Lara poteva (voleva) concedersi.

La gift-fic di Avalon.

E cosa abbiamo qui? Ma una strepitosa fan fiction di Avalon9. Una gift-fic per il mio compleanno… Dico solo che se mi capitasse davvero di avere a cena i due cari protagonisti di Esbat e Sopdet PIU’ Stephen King…beh, sarei già morta.
Tutta vostra.

Perché è Lei

Sistema la cravatta.

Prima il nodo; poi stringi. Suo padre non lo sapeva.

(Non c’erano cravatte, allora). Suo padre non lo sapeva.

Io sì.

Lui ha imparato.

E sua madre sfoglia svogliata l’ultimo libro.

E ha quel sorriso appena accennato. Quando non si capisce. Ma anche quello è un rituale.

Ogni anno; lo stesso giorno.

E’ uscito un mostro, una volta, quel giorno.

[Ed era un mostro bianco]

No. Non sono io.

Quello veniva dal mare.

Ci sono tanti rituali, in quella vita uguale.

Il caffè amaro della mattina; le serate con un bianco e un libro che congela la pelle.

(Perché piace a lei, solo per quello).

La libreria ordinata e riordinata. E i libri, quelli vecchi, che si sbriciolano.

Ci sono tanti rituali.

Ma quello c’è solo una volta all’anno.

Ed è…interessante.

“Pronto?”

“Pronto”. Sesshomaru allaccia l’ultimo bottone – di avorio. I gemelli a mezzaluna occhieggiano dalla manica. [Sono d’argento, ma non importa. Sono suoi].

Mai niente di giallo.

Ci sono i miei occhi.

A lei bastano quelli, di oro.

“Stai diventando lento”.

Naraku sogghigna. Il foulard viola in composto disordine. E il solito irriverente mezzo sorriso. Fra il serio e il divertito. Ecco perché piace a mia madre.

“Solo più preciso

E gli artigli mandano un bagliore d’iride. Naraku scrolla le spalle; non fa effetto.

“Lento”. Insiste.

Sesshomaru prende cellulare e chiavi. “Interessato a provare?”

“Mmm…” l’indice – leggero- picchietta il labbro (a bocciolo. Come faccio a sopportarlo?). “Non questa sera”. Naraku inclina la testa. E gli occhi ridono divertiti del pericolo.

Sesshomaru inclina il labbro. Domani

Lascia scivolare il pacchetto – nero- nella borsetta di carta. Nero con il nastro blu.

Controlla le sigarette. Infila i guanti – di pelle.

Naraku tamburella sullo stipite. Gongola.

“La Dea aspetta” cantilena.

“Lo so”. Sesshomaru sfiora la spalla. Storce la bocca e sorride appena. Rimpianto? No. Solo poca abitudine.

Ma anche quello è stato un rituale.

“Nervoso?” Naraku gli pianta in faccia gli occhi ardenti. Maliziosi.

“No”

.

Naraku non ci crede. Fa lo stesso.

Anche quello è un rituale.

E non gli dispiace.

Ci saranno le rose nere di Naraku, in macchina.

E anche quell’irritante autore americano, (il Maestro. Sesshomaru stringe gli occhi) alla cena. Quello che lo tartassa perché si decida a comparirci, in uno dei suoi libri. No. Io no.

Si è concesso una volta sola.

E solo a Lei.

Ma per lei può provare a sopportare.

Per una volta all’anno. E restare con lei.

È un altro rituale.

Ce ne sono tanti, nella sua vita.

Vecchi e senza più un perché.

Quello non ha un perché.

Non per me. Ma va bene lo stesso.

Non lo vuole perdere.

E aspetta nel traffico di Roma che il semaforo scatti, mentre Naraku commenta l’economia stravagante e un vampiro ormai avviato alla gestazione.

Aspetta. Di arrivare.

Aspetta. Lui che non sa cosa sia, l’attesa.

Lui che ha un tempo che scorre come vuole lui.

Aspetta.

Quando vedrà la porta aprirsi e Lara con la treccia mezza sfatta e uno straccio (la casa perfetta non le basta mai).

Quando Lara lo vedrà, e lui (e solo per lei) piegherà appena le labbra (sottili. Ma Dio! Seducenti) e dirà:

“Buon compleanno, mia Dea

Il video.

Lo ha fatto Erika, ed è molto più di quel che mi merito.

2 Risposte a “6. Fandom: fan fiction, poesie, video”

  1. avalon9 Dice:

    Lo so che ti piacerebbe, averli a cena.
    Per questo mi sono premurata di avvertirli io. Come dire…Sesshomaru, se non gli metti alle costole Naraku, è un po’ refrattario agli impegni.
    Però doveva esserci. Era giusto.
    E io aggiungo un bel sorbetto al limone (o preferisci un parampampolo caldo caldo? Produzione propria, sia chiaro!).
    Ancora tanti auguri (anche se in ritardo XD) e grazie per l’onore che mi hai fatto.

  2. laramanni Dice:

    L’onore è il mio, Mila. GRAZIE! E’ bellissima!!!!!

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