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Io, Annie

settembre 3, 2010

C’è un’altra cosa che fa paura, e anche questa esce dai binari.
Sto pensando a lei, Annie Wilkes.
Lo spunto è un altro romanzo che sto leggendo in questi giorni:  Un certo tipo di intimità, di Jenn Ashworth. Un romanzo che fa davvero paura anche se non rientra nei canoni del fantastico.
Anche la protagonista di questo libro si chiama Annie, e più ci penso più mi convinco che la scelta non sia affatto casuale.  Come Wilkes, è una donna che si potrebbe definire sbrigativamente sociopatica (o addirittura si può sostituire il suffisso con “psico” e chiuderla qui). Come Wilkes, è fisicamente respingente: massiccia la prima, obesa la seconda. Anche Annie2 vive sola, dopo un episodio che qui non si racconta. Anche Annie2 sogna sui libri: non sulle avventure di Misery Chastain, ma sui manuali di autostima per single. Anche Annie2 ha un’ossessione: non il suo Scrittore Preferito, ma il vicino, a cui ugualmente si crede destinata, e di cui fraintende ogni parola e ogni gesto, inclusa una goccia d’acqua che scivola dall’unghia.
La differenza è che Annie2 racconta in prima persona e, gente, non si può non amarla, pur avendo consapevolezza del pericolo che rappresenta. I mostri hanno una storia, un dolore, molti sogni. Raccontarli richiede un coraggio infinito: soprattutto se sono donne. Perchè Patrick Bateman, il protagonista di American Psycho, ha un suo fascino sinistro. Una donna – specie se brutta – no.
Leggete questo libro.

Sangue

dicembre 16, 2008

Mi arrendo, sì. Non ce la faccio a tenere buono Tanit fino a fine marzo. Proprio non riesco. Mica si può trattenere il sudore. Mica si possono trattenere le lacrime, quando scappano.
Così, un’ora fa mi sono trovata a guardare la solita scenetta automobilistica (guidatrice fetente di Suv versus signora di mezza età su Cinquecento) e l’incipit mi è sgorgato fuori.
Lo faccio. Magari dedico mezzo pomeriggio a Tanit e mezzo all’editing di Esbat, per sentirmi meno in colpa.
Poi c’è un’altra cosa. Stanotte sono andata avanti con la lettura di Lasciami entrare (c’era un bell’articolo su Repubblica, stamattina, che annuncia il film) e ho pensato al sangue.
Quanto è diverso l’uso del medesimo a seconda dello scrittore (o scrivente): io appartengo alla schiera “sì, ma solo quando serve”. Non mi piace lo splatter, a meno che non ci sia una scelta ben precisa a monte: l’unico libro, a mia memoria, che mi abbia davvero provocato un conato di vomito è stato American Psycho di Bret Easton Ellis. Ma serviva: e quello è davvero un romanzo splendido…
(Ma poi, che colore ha davvero il sangue? Rosso rubino, rosso-nero, rosso scarlatto, rosso pompeiano…?)


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