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Mujo

marzo 14, 2012

Era quasi un anno fa. Per l’esattezza, il 18 marzo 2011. Autori per il Giappone è nato quasi per caso, da una conversazione con amici, dalla constatazione che altrove ci si riuniva per cercare di contribuire con quello che si aveva a disposizione (le parole, o le immagini) a una delle catastrofi peggiori dei nostri tempi. Il sito è ancora on line, con i racconti e i disegni che tanti scrittori e illustratori hanno inviato.
Però, vorrei ricordare quanto è avvenuto un anno fa con le parole di uno scrittore che amo. Murakami Haruki. Sono quelle che pronunciò in occasione della consegna di un premio a Barcellona. E credo che non ce ne siano di migliori:

“Come saprete, alle 14 e 46 dell’11 marzo un forte terremoto ha colpito l’area nordorientale del Giappone. La potenza di questo terremoto è stata tale che la Terra ha girato più velocemente sul suo asse e il giorno si è ridotto di 1.8 microsecondi.

Il danno causato dal terremoto in sé è stato notevole, ma lo tsunami scatenato dal terremoto ha provocato devastazioni ben maggiori. In alcuni posti l’onda dello tsunami ha raggiunto un’altezza di 39 metri. Di fronte a un’ondata così enorme nemmeno il decimo piano degli edifici era in grado offrire rifugio a chi si trovava sulla sua traiettoria. Chi viveva vicino alla costa non aveva modo di sfuggirle e quasi 24.000 persone sono morte e circa 9.000 di esse sono ancora dichiarate disperse. La grande ondata le ha portate via e non siamo ancora riusciti a ritrovare i loro corpi. Molti sono scomparsi nel mare ghiacciato. Quando mi fermo a riflettere su questo e cerco di immaginare che cosa si provi a subire un destino così tragico, mi si stringe il petto. Molti sopravvissuti hanno perso la famiglia, gli amici, la casa, le proprietà, le comunità e le basi stesse della loro vita. Interi villaggi sono stati completamente distrutti. Molti hanno perso ogni speranza di vita.

Essere giapponesi significa convivere con le calamità naturali. I tifoni attraversano gran parte del Giappone dall’estate all’autunno. Ogni anno provocano enormi danni e molte persone perdono la vita. Ci sono molti vulcani attivi in ogni regione. E ovviamente ci sono molti terremoti. Il Giappone poggia pericolosamente sulle quattro enormi placche tettoniche nell’estremità orientale del continente asiatico. Si dice che viviamo proprio sul nido dei terremoti.

Possiamo predire in una certa misura l’ora e la traiettoria dei tifoni, ma non possiamo predire quando avrà luogo un terremoto. Tutto ciò che sappiamo è che questo non è stato l’ultimo grande terremoto e che ce ne sarà un altro nel prossimo futuro. Molti esperti predicono che un terremoto di magnitudo 8 colpirà l’area di Tokyo entro i prossimi venti o trenta anni. Potrebbe accadere tra dieci anni o domani pomeriggio. Nessuno può dire con certezza quale sarà l’entità del danno se un terremoto interno dovesse colpire una città così densamente popolata come Tokyo.

Nonostante ciò soltanto nell’area di Tokyo ci sono 13 milioni di persone che conducono vite “normali”. Prendono affollati treni per pendolari per recarsi in ufficio e lavorano all’interno di grattacieli. Persino dopo questo terremoto non mi è mai giunta voce che la popolazione di Tokyo sia diminuita.

Perché? Potreste domandarmi. Com’è possibile che così tante persone vivano la propria esistenza quotidiana in un posto così terribile? Non impazziscono dalla paura?

In giapponese abbiamo la parola “mujō” (無常). Significa che tutto è effimero. Tutto ciò che nasce in questo mondo cambia e alla fine scomparirà. Non vi è nulla di eterno o di immutabile su cui possiamo fare affidamento. Questa visione del mondo proviene dal buddismo, ma l’idea di “mujo” è stata impressa a fuoco nello spirito del popolo giapponese e ha messo radici nella coscienza etnica comune.

L’idea che “tutto se n’è semplicemente andato” esprime rassegnazione. Crediamo che non serva a nulla opporsi alla natura, ma il popolo giapponese ha scoperto positive espressioni di bellezza in questa rassegnazione.

Se per esempio pensiamo alla natura, noi adoriamo i fiori di ciliegio a primavera, le lucciole in estate e le foglie rosse in autunno. Per noi è naturale osservare tutto questo appassionatamente, collettivamente e per tradizione. Può risultare difficile fare una prenotazione alberghiera vicino ai celebri luoghi dei boccioli di ciliegio, delle farfalle e delle foglie rosse nelle rispettive stagioni, poiché sono posti invariabilmente gremiti di visitatori.

Perché?

I fiori di ciliegio, le lucciole e le foglie rosse perdono la loro bellezza in un tempo molto breve. Ci spingiamo molto lontano per assistere al momento glorioso. E siamo alquanto sollevati quando possiamo confermare che non sono semplicemente splendidi, ma cominciano già a cadere, a perdere le loro piccole luci e la loro bellezza vivida. Il fatto che la loro bellezza ha raggiunto l’apice e comincia già a svanire ci assicura la pace dell’animo.

Non so se le calamità naturali abbiano influenzato una tale mentalità, ma sono sicuro che in un certo senso in virtù di questa mentalità abbiamo superato collettivamente calamità naturali consecutive e accettato cose che non potevamo evitare. Forse queste esperienze plasmano la nostra estetica naturale.

La grande maggioranza dei giapponesi è stato profondamente traumatizzata da questo terremoto. Per quanto possiamo essere abituati ai terremoti, ancora non siamo riusciti a farci una ragione delle dimensioni del danno. Ci sentiamo impotenti e siamo in ansia per il futuro di questo Paese.

Alla fine rivitalizzeremo la nostra mente, ci alzeremo e ricostruiremo. Non ho vere paure in questo senso.

È così che siamo sopravvissuti nel corso di tutta la nostra lunga storia. Non possiamo essere di alcun aiuto se restiamo immobili e sopraffatti dallo choc. Le case demolite possono essere ricostruite e le strade distrutte possono essere riparate.

In breve, abbiamo in affitto una camera sul pianeta Terra senza alcun permesso. Il pianeta Terra non ci chiede mai di vivere su di esso. Se trema un po’ non possiamo lamentarcene, poiché tremare di tanto in tanto è una delle caratteristiche della terra. Che ci piaccia o no dobbiamo convivere con la natura.

Ciò di cui voglio parlare qui non è qualcosa come edifici o strade, che possono essere ricostruiti, ma piuttosto cose che non possono essere ricostruite facilmente, cose come etica o valori. Sono cose che non possiedono una forma fisica. Una volta distrutte è difficile ripararle, perché non possiamo farlo con macchine, lavoro e materiali.

Ciò di cui sto parlando in concreto sono gli impianti nucleari di Fukushima.

Come saprete, almeno tre dei sei impianti nucleari danneggiati dal terremoto e dallo tsunami non sono ancora stati riparati e continuano a perdere radioattività intorno a loro. È avvenuta la fusione e il terreno circostante è stato contaminato. L’acqua contaminata dalla radioattività è stata riversata nel vicino oceano. Il vento diffonde la radioattività in aree più estese.

Centinaia di migliaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa. Fattorie, aziende agricole, fabbriche e porti sono stati abbandonati da tutti. Chi viveva lì potrebbe non essere più in grado di farvi ritorno. Mi addolora affermare che il danno prodotto da questo incidente non interessa soltanto il Giappone ma va diffondendosi nei Paesi vicini.

Il motivo per cui un incidente così tragico ha avuto luogo è più o meno chiaro. Le persone che hanno costruito questi impianti nucleari non avevano immaginato che uno tsumani di tali dimensioni li avrebbe colpiti. Alcuni esperti avevano fatto notare che tsunami di dimensioni simili avevano già colpito queste regioni e avevano fatto pressione affinché i parametri di sicurezza venissero rivisti, ma le compagnie elettriche li avevano ignorati, poiché le compagnie elettriche, in quanto imprese commerciali, non avevano alcuna intenzione di investire in modo significativo in vista di uno tsunami che potrebbe abbattersi una volta ogni cento anni.

Il governo, che dovrebbe garantire la sicurezza degli impianti nucleari con rigide regolamentazioni, pare che abbia abbassato i parametri di sicurezza per promuovere lo sviluppo dell’energia nucleare.

Dovremmo indagare queste motivazioni e se vi troviamo degli errori dobbiamo correggerli. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a lasciare la propria terra ritrovandosi con la propria vita sconvolta. È giusto indignarsi al riguardo.

Non so perché i giapponesi si indignino così di rado. Sono bravi a essere pazienti, ma non lo sono altrettanto a indignarsi. Sotto questo aspetto siamo sicuramente differenti dai cittadini di Barcellona. Ma questa volta persino i giapponesi si sono indignati sul serio.

Allo stesso tempo dobbiamo essere critici verso noi stessi, noi che abbiamo permesso o tollerato questi sistemi alterati.

Questo incidente è in relazione con la nostra etica e i nostri valori.

Come saprete, noi, il popolo giapponese, abbiamo vissuto l’esperienza degli attacchi nucleari. Nell’agosto del 1945 bombardieri statunitensi hanno sganciato bombe sulle due principali città di Hiroshima e Nagasaki, provocando la morte di oltre 200.000 persone. Le vittime erano in massima parte persone inermi, gente comune. Tuttavia non è questo per me il momento di stabilire i torti o le ragioni di ciò che accadde.

Ciò che qui voglio sottolineare è non soltanto che 200.000 persone morirono per le conseguenze immediate del bombardamento atomico, ma anche che molti sopravvissuti sarebbero morti successivamente in seguito agli effetti delle radiazioni in un periodo di tempo prolungato. Dalle vittime delle bombe nucleari abbiamo imparato quale terribile distruzione la radioattività ha causato al mondo e alla gente comune.

Dopo la seconda guerra mondiale abbiamo seguito due politiche fondamentali. Una era la ripresa economica, l’altra la rinuncia alla guerra. Avremmo rinunciato all’uso delle forze armate, saremmo diventati più prosperi e avremmo perseguito la pace. Queste idee divennero le nuove politiche del Giappone del dopoguerra.

Le parole che seguono sono scolpite sul monumento alle vittime della bomba atomica di Hiroshima.

“Riposate in pace. Non faremo mai più lo stesso errore”.

Sono parole altisonanti. Queste parole significano che siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Di fronte all’energia nucleare siamo vittime e assalitori. Poiché siamo minacciati dalla potenza dell’energia nucleare, siamo tutti vittime. Poiché la usiamo e non riusciremmo a evitare di usarla, siamo anche tutti assalitori.

Sessantasei anni dopo il bombardamento atomico gli impianti nucleari di Fukushima Dai-ichi diffondono radioattività da tre mesi, contaminando il suolo, l’oceano e l’aria intorno a loro. Nessuno sa come e quando riusciremo a fermarli. È la seconda fonte di devastazione operata dall’energia nucleare in Giappone, ma questa volta nessuno ha sganciato una bomba atomica. Noi, il popolo giapponese, abbiamo commesso i nostri propri errori, abbiamo contribuito a distruggere le nostre terre e le nostre vite.

Perché è accaduto? Che cosa ne è stato del nostro rifiuto dell’energia nucleare dopo la seconda guerra mondiale? Che cosa ha guastato la nostra società pacifica e benestante, che con tale costanza abbiamo perseguito?

Il motivo è semplice. La ragione è l’“efficienza”.

Le compagnie elettriche hanno insistito che gli impianti nucleari offrivano un sistema di sviluppo energetico efficiente. Era il sistema dal quale potevano trarre profitto. E soprattutto in seguito alla crisi petrolifera il governo giapponese dubitò della stabilità dei rifornimenti di petrolio e promosse lo sviluppo dell’energia nucleare come politica nazionale. Le compagnie elettriche avevano speso enormi somme di denaro in pubblicità per indurre i media a dare al popolo giapponese l’illusione che lo sviluppo dell’energia nucleare fosse completamente sicuro.

E così scoprimmo che il 30% dell’elettricità proveniva dall’energia nucleare. Il Giappone, che è una piccola nazione insulare colpita di frequente da terremoti, divenne il terzo dei principali produttori di energia nucleare, senza che il popolo giapponese nemmeno lo notasse.

Avevamo superato il punto di non ritorno. Ormai era fatta. A coloro che avevano paura dell’energia nucleare veniva posta la domanda intimidatoria: “Saresti favorevole alla penuria di energia?” Il popolo giapponese cominciò a pensare che fosse inevitabile fare affidamento sull’energia nucleare. È quasi una tortura vivere senza aria condizionata nella torrida e umida estate giapponese. Coloro che avevano dubbi riguardo all’energia nucleare furono etichettati come “sognatori irrealistici”.

E così arrivammo dove siamo oggi. Impianti nucleari che dovrebbero essere efficienti ci offrono una visione dell’inferno. Questa è la realtà.

La cosiddetta “realtà”, su cui insistevano coloro che promuovevano lo sviluppo dell’energia nucleare, non è per nulla la realtà, ma soltanto “comodità” superficiale. Hanno sostituito la realtà con la loro “realtà” e la loro logica difettosa.

Questo è il crollo del mito della “tecnologia”, di cui il popolo giapponese era orgoglioso, e la disfatta dell’etica e dei valori di noi giapponesi, che abbiamo permesso un tale inganno. Accusiamo le compagnie elettriche e il governo giapponese. Questo è giusto e necessario, ma allo stesso tempo dovremmo accusare noi stessi. Siamo vittime e assalitori allo stesso tempo. Dobbiamo considerare seriamente il fatto. Se non lo facciamo commetteremo di nuovo il medesimo errore.

“Riposate in pace. Non commetteremo mai più lo stesso errore”.

Dobbiamo prendere a cuore queste parole.

Il Dr Robert Oppenheimer, uno dei principali artefici dello sviluppo della bomba atomica, fu tremendamente colpito dalla spaventosa situazione di Hiroshima e di Nagasaki dopo gli attacchi atomici. Disse al presidente Truman: “Abbiamo le mani insanguinate”.

Truman prese un fazzoletto immacolato dalla sua tasca e disse: “Si pulisca le mani con questo fazzoletto”.

Ma ovviamente non c’è al mondo fazzoletto pulito grande abbastanza da ripulire così tanto sangue.

Noi, i giapponesi, avremmo dovuto dire: “No” all’energia nucleare. È questa la mia opinione.

Avremmo dovuto sviluppare fonti di energia alternative per sostituire l’energia nucleare a livello nazionale, mettendo insieme tutte le tecnologie, le conoscenze e il capitale sociale. Anche se tutto il mondo ci avesse riso in faccia dicendo: “L’energia nucleare è il sistema di produzione di energia più efficace e i giapponesi sono così sciocchi da non usarlo”, avremmo dovuto conservare l’allergia nei confronti dell’energia nucleare che la nostra esperienza delle armi nucleari aveva prodotto in noi. Dopo la seconda guerra mondiale avremmo dovuto dare la massima priorità a una politica di sviluppo delle energie non nucleari.

Avremmo dovuto fare dello sviluppo della produzione di energia non nucleare il fondamento della nostra politica dopo la seconda guerra mondiale. Sarebbe dovuto essere questo il modo di assumerci la nostra responsabilità collettiva per le vittime di Hiroshima e Nagasaki. In Giappone avevamo bisogno di un’etica forte, di valori forti e di inviare un messaggio forte che per i giapponesi sarebbe stato una possibilità di dare un autentico contributo al mondo. Ma abbiamo trascurato di imboccare questa strada importante, preferendole quella facile dell’“efficienza” a sostegno del nostro rapido sviluppo economico.

Come ho affermato, possiamo superare il danno causato dalle calamità naturali, per quanto spaventoso e esteso esso possa essere. E a volte il processo del superamento rende le nostre menti più forti e più profonde. Questo possiamo ottenerlo.

È compito degli esperti ricostruire strade e edifici distrutti, ma è dovere di tutti noi ristabilire etica e principi danneggiati. Cominciamo piangendo coloro che sono morti, prendendoci cura delle vittime del disastro e con il desiderio naturale di non permettere che la loro sofferenza e le loro ferite siano vane. Ciò assumerà la forma di un’opera ingegnosa e silenziosa che richiederà notevole pazienza. A questo scopo dobbiamo unire le nostre forze, così come l’intera popolazione di un villaggio va fuori insieme a coltivare i campi e a seminare in un’assolata mattina di primavera. Ognuno facendo quello che può, tutti insieme.

Noi, scrittori professionisti, versati nell’uso delle parole, possiamo contribuire positivamente a questa missione collettiva su larga scala. Dovremmo connettere etica e principi nuovi a parole nuove e creare e costruire storie nuove e stimolanti. Saremo in grado di condividere queste storie. Avranno un ritmo che incoraggerà le persone, proprio come le canzoni che gli agricoltori intonano quando seminano. Abbiamo ricostruito il Giappone che era stato completamente distrutto dalla seconda guerra mondiale. Dobbiamo ritornare a questo punto di partenza.

Come ho affermato all’inizio di questo discorso, viviamo in un mondo mutevole e transitorio, “mujo”. Ogni vita cambia e alla fine svanirà. Gli esseri umani non hanno potere di fronte alle più grandi forze della natura. Riconoscere l’effimero è uno dei concetti di base della cultura giapponese. Sebbene rispettiamo il fatto che tutte le cose sono transitorie e sappiamo di vivere in un mondo fragile e pieno di pericoli, a un certo punto siamo permeati di una tacita volontà di vivere e di menti positive.

Sono orgoglioso della grande considerazione che le mie opere riscuotono presso il popolo catalano e di essere stato insignito di un premio così grande. Abitiamo a notevole distanza tra di noi e parliamo lingue differenti. Abbiamo culture differenti. Ma allo stesso tempo siamo cittadini del mondo che condividono gli stessi problemi, la stessa gioia e la stessa tristezza. Storie scritte da autori giapponesi sono state tradotte in lingua catalana e il popolo catalano le ha fatte sue. Sono contento di poter condividere le stesse storie con voi. Sognare è il compito quotidiano dei romanzieri, ma condividere i sogni è un lavoro ancora più importante per noi. Non possiamo essere romanzieri senza la sensazione di condividere qualcosa.

So che il popolo catalano ha superato molte difficoltà, ha vissuto la vita pienamente e ha conservato una ricca cultura nella propria storia. Sono sicuramente tante le cose che condividiamo.

Sarebbe davvero meraviglioso se noi e voi potessimo diventare “sognatori irrealistici” in Giappone e in Catalogna e plasmare una “comunità morale”, aperta ad ogni Paese e cultura. Penso che sia il punto di inizio della nostra rinascita, poichè in tempi recenti abbiamo sperimentato molte calamità naturali e crudeli atti di terrorismo. Non dobbiamo aver paura di sognare. Non dobbiamo mai permettere ai cani impazziti chiamati “efficienza” o “comodità” di raggiungerci. Dobbiamo essere “sognatori irrealistici” che procedono con vigore. Gli esseri umani moriranno e svaniranno, ma l’umanità trionferà e si rigenererà per sempre. Al di sopra di tutto dobbiamo credere in questa potenza.

Farò dono dell’ammontare del premio alle vittime del terremoto e dell’incidente all’impianto nucleare. Sono profondamente grato al popolo catalano e alla Generalitat de Cataluña per avermi offerto questo premio e questa opportunità. Permettetemi anche di esprimere la mia più profonda solidarietà alle vittime del recente terremoto a Lorca”.

Critici e gremlin

gennaio 13, 2012

Ancora sulla critica e su alcune coincidenze di pensiero a proposito di separazione fra literary fiction e genere. Ho recuperato finalmente la recensione di Franco Cordelli a 1Q84 di Murakami Haruki, apparsa su La lettura del Corriere della Sera. Mi interessa soprattutto la conclusione. Ovvero:

“la quantità delle simmetrie, la moltitudine delle coincidenze, l’abnormità delle sorprese, la tendenza dei personaggi a non commentare mai ad alta voce e a non rispondere o a fare domande senza domanda — tutto questo, dalla puntata 19 della prima parte—, trova il suo iniziale inveramento nella scena in cui dalla bocca di una bambina escono cinque gremlin (il termine è mio). Be’, da questo momento la sospensione dell’incredulità finisce, e dall’ammirazione e dall’interesse si passa a un senso di saturazione e infine all’odio per uno degli scrittori più furbi dei nostri anni”.

In realtà, quella è la scena dove l’intreccio reale-fantastico si fa più forte.  Ed è quella scena, come si vede, a spezzare “la sospensione dell’incredulità” in Cordelli. Vi chiedete perché? Anche io. Per me (ed è un personalissimo parere di lettrice, non una teoria della narrativa) la sospensione dell’incredulità si spezza quando nel libro entrano in gioco non gli elementi “irrealistici”, e neanche il gioco linguistico in sè. Ma quando dietro quel gioco, o comunque  dal testo, mi arriva la freddezza dell’autore, il disinteresse per quello che egli medesimo sta raccontando.  La mancanza di empatia?
Comunque, su Repubblica c’è un altro lungo articolo di altro critico, Alberto Asor Rosa. Il quale interviene sulla distinzione fra letteratura e narrazione, e fra narrazione e racconto. Però da un altro punto di vista:

” Quand´è che la narrazione, – anzi, “affabulazione” pura e semplice, estesa a dismisura, e perciò straniata e inconsapevole, – diviene racconto?
Diviene racconto quando non si limita a tentare di “riprodurre” la vita, ma cerca di coglierne il senso. Non la vita, ma il senso della vita è (è sempre stato e, secondo me, dovrebbe sempre essere) l´oggetto della grande narrazione. Trovo intollerabili i giovani scrittori che si sforzano di riprodurre il bla-bla dell´esistenza. Per sollevarsi dalla massa, – quella sì davvero eterogenea, – della produzione editoriale, bisogna cimentarsi con qualcosa che sta dietro alla vita o, meglio, è dentro alla vita, ma al tempo stesso è la parte nascosta, apparentemente invisibile della vita, che il racconto “buono” fa emergere”.

Ora, nei titoli che Asor Rosa cita come buon racconto, però, neppure uno va nella direzione che ci si potrebbe aspettare. Sono romanzi mainstream (l’elenco è lunghissimo) che, per quello che posso capire avendone letta solo una piccola parte, non possiedono la stessa apertura di Murakami.
Dunque, siamo daccapo: quella distinzione fra letteratura e narrativa di genere è più forte che mai, fra addetti ai lavori e lettori.  E il lavoro da fare è immane.

Quiz

dicembre 9, 2011

Aprite 1Q84 di Murakami Haruki, andate a pag.34, leggete e tornate qui.

Murakami e la vita non A

novembre 7, 2011

Regalino. L’intervista a Murakami Haruki uscita sabato su Repubblica. Merita.

«Accumulando dati che non sono reali è possibile costruire un mondo che appare più realistico di quello esistente. In altre parole, è possibile costruire un mondo irreale che ci mostra la realtà in modo ancora più realistico. Questa è la cosa, una delle cose, che voglio fare nei miei romanzi».
Forse è questo sistema di pensiero binario postulato a inizio intervista che spiega perché si sa poco della vita reale, chiamiamola “vita A”, di Murakami Haruki. E molto di più di quella, chiamiamola “vita non A”, immaginaria. Dalla sua casa nei sobborghi di Tokyo, dove il più popolare scrittore giapponese – 62 anni, amato fino alla venerazione da milioni di lettori in tutto il mondo e da anni in odore di Nobel – vive con la moglie con la quale ha appena festeggiato i quarant´anni di matrimonio, della “vita A” affiorano le seguenti cose: che scrive in molti posti, ma preferisce a casa. Che si alza alle quattro del mattino e lavora fino alle dieci. Che anche se la città è sul mare, dal suo studio si vedono le montagne («e nient´altro: solo i colori che cambiano con le stagioni»).
Che vicino alla finestra ci sono delle grandi casse Jbl («le ho comprate trentacinque anni fa») che servono per ascoltare i vecchi Lp che riempiono le pareti («credo di averne diecimila. A destra c´è il jazz, a sinistra la musica classica»). Che sulla parete vuota ci sono i ritratti dipinti a olio di Clifford Brown e di Stan Getz e un poster di Glenn Gould. C´è appesa anche una fotografia di Raymond Carver con sua moglie Tess («me l´ha regalata lei per ricordo quando suo marito è morto»). Che la scrivania è lunga tre metri e mezzo e che c´è un divano di pelle fatto in Italia («sono vent´anni che lo uso per fare la siesta. Ci dormo benissimo. Prima di addormentarmi, metto Schubert a basso volume»).
Fine. Resta la “vita non A”, quella letteraria. Molto più estesa e sotterranea come molto più esteso è il non essere rispetto all´essere. L´occasione per parlarne è l´uscita in Italia di 1Q84. Einaudi pubblica in unico volume i primi due romanzi di quella che in realtà è una trilogia. Il libro (tradotto dal giapponese da Giorgio Amitrano esce l´8 novembre, 20 euro) si ferma a pagina 724, l´ultimo volume uscirà l´anno prossimo. 1Q84 è puro stile Murakami: un romanzo con più livelli di realtà. I personaggi passano attraverso porte che separano mondi (ancora A e non A) e da quel momento le loro azioni hanno conseguenze sia nell´uno che nell´altro. Come se non bastasse un mondo solo per spiegare la condizione umana, chiamiamola X. Come se tutto, letteratura, vita, amore, morte, X fosse il risultato dell´interazione continua tra A e non A. È così?
«Credo che uno dei compiti più importanti di uno scrittore sia attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione On alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza. Se si riesce, quei territori di solito addormentati lentamente si risvegliano. I romanzi – cioè i buoni romanzi – hanno questo potere. E se tutto va bene, attraverso quel passaggio segreto che siamo riusciti ad aprire, possiamo mettere piede in un mondo che non siamo abituati a vedere. I miei romanzi mostrano il percorso per arrivare a quel mondo interiore, un percorso che è una metafora che provoca una reazione. Insomma, strutturalmente, ciò che viene narrato dentro il racconto è la sua funzione stessa».
Come e quando si preme il tasto “On”?
«La leggera alterazione di certi dettagli, senza dare nell´occhio, prepara mentalmente il lettore all´arrivo di un “grande mutamento”. Questa è una delle strategie che si usano quando si scrivono romanzi, ma al tempo stesso è il fondamento del mio modo di vedere il mondo. Ogni cosa si manifesta attraverso dettagli percettibili, che si sviluppano e confluiscono fino a creare un´unica grande vibrazione. Una vibrazione che diventa l´asse portante del racconto. Il Moby Dick che è presente in ogni racconto».
I mondi paralleli che lei descrive sono sempre assurdi, ma le sue descrizioni sono così accurate e le logiche così coerenti che diventano appunto più realistici della cosiddetta realtà. Ma se tutto è nel non A, che cosa resta in A?
«Non ho riflettuto profondamente su quelli che vengono chiamati “mondi paralleli”. Ma che il mondo in cui viviamo sia stato scelto per caso tra infinite possibilità e sia soltanto qualcosa di provvisorio è un fatto reale e indiscutibile. Ad esempio, se l´attacco dell´11 settembre non avesse avuto un successo così totale, il mondo con ogni probabilità non sarebbe diventato quello che è attualmente. È un pensiero che mi dà sempre una sensazione strana. Il suolo su cui mi trovo, pur essendo dotato di una massa ben reale, può darsi che in quanto realtà sia qualcosa di inadeguato. E probabilmente non sono il solo a provare questo disorientamento».
Lei dice in 1Q84 che quando si scrive, l´io dovrebbe scomparire. Se la letteratura è funzione del reale, quali conseguenze ha questa scomparsa nelle sue relazioni personali?
«Più che scomparire, si può dire che l´io sale su quel veicolo rappresentato dal racconto. Non ho più bisogno di pensare, di giudicare. Perché è il racconto a svolgere al mio posto queste funzioni. In un certo senso, questa è una condizione molto comoda. Ma appena smetto di scrivere, devo tornare nel mondo reale. E assumermi di nuovo il fardello di analizzare e di giudicare. In quanto scrittore professionista, sono abituato a questo andirivieni quotidiano. Ma se qualcuno, una volta preso il via, non riesce a tornare indietro, può darsi che finisca col trovarsi davvero nei guai».
Come si riflette questa visione della coscienza individuale nella politica? Lei scrive in 1Q84: «La maggior parte della gente non crede nella verità, ma in quello che vorrebbe che la verità fosse».
Questo è uno dei riferimenti più forti al 1984 di Orwell. Invece di parlare di un big brother, lei parla di little people.
«Quando ho pensato ai little people non volevo attribuirvi alcun tipo di significato. Semplicemente mi piaceva il suono delle parole “little people” (ho usato l´espressione inglese anche nel testo originale giapponese). Queste parole sono un semplice suono, un concetto. Il lettore può interpretarle come vuole. È qualcosa che è dentro di te, e al tempo stesso fuori di te. Qualcosa che ti rode dall´interno e al tempo stesso qualcosa che ti opprime dall´esterno. Le sue dimensioni e il suo aspetto variano di minuto in minuto. Può darsi che in certi momenti addirittura non abbia né dimensioni né forma. Per questa ragione è qualcosa che non posso descrivere concretamente».
Pensa che il prossimo totalitarismo sarà un totalitarismo a rete, il potere di una moltitudine di piccoli centri, invece della classica dittatura di uno o di pochi?
«È del tutto concepibile che possa prendere quest´aspetto. Per lo meno, non è qualcosa che si possa vedere con i propri occhi come un big brother. Può darsi che anche la radioattività di Fukushima sia uno degli aspetti che assume».
Quali conseguenze ha avuto questa tragedia sull´inconscio collettivo giapponese?
«Fukushima è un evento che dovrebbe mantenere una profonda cicatrice nell´animo dei Giapponesi. Dal modo in cui questa cicatrice rimarrà dipende il nostro futuro. Non dobbiamo permettere che il nostro animo guarisca facilmente. Come individui e come comunità, dobbiamo fare in modo che la nostra coscienza evolva in maniera chiara. Dobbiamo creare un contesto del dopo-Fukushima. E diffondere quest´idea fra la gente. Una società che tiene conto soltanto del rendimento e del profitto deve cogliere quest´occasione per cambiare. Siamo in molti a pensarlo. Peccato che i governanti non vogliano affrontare questo problema fondamentale. Penso che sia una grave mancanza di senso di responsabilità. Il Giappone sta andando incontro a un periodo estremamente critico».
Anche in 1Q84 lei contrappone il vuoto all´amore. Il vuoto è associato al sesso estremo, violento. L´amore viene nascosto, protetto. Perché?
«Mi piacciono le cose che costituiscono un´occasione per cambiare completamente lo scenario del mondo. L´amore è senza dubbio una di queste. Nei miei romanzi molte delle scene di sesso hanno la funzione di accendere un certo tipo di interruttore sul pannello della coscienza. Per parlare dell´amore è necessario salire il gradino che lo precede. Come per parlare di certi concetti religiosi è assolutamente necessario menzionare la violenza».
La sua abilità nell´accendere questi interruttori ha generato una sorta di venerazione dei lettori nei suoi confronti, quasi un culto. Ma la letteratura, per citare solo Orwell, è antidoto al potere. Come concilia questi due aspetti?
«In quanto persona che racconta, prima di tutto devo conquistare la fiducia del lettore. Poi, possibilmente, anche la sua simpatia. Questo, non c´è bisogno di dirlo, è un dovere essenziale per uno scrittore. E perseguendo ulteriormente quest´obiettivo, è probabile che nasca empatia. C´è un genere di storia che sta in piedi proprio perché c´è empatia. Se lei ascolta otto battute di un´opera di Mozart, probabilmente capirà subito che si tratta di Mozart. Se legge una pagina di un libro di Raymond Chandler, capirà subito di essere davanti alla scrittura di Chandler. Questo è uno degli effetti che produce l´empatia. Dove c´è empatia, nasce un sentimento di comproprietà. Anch´io, nella misura del possibile, desidero creare questo genere di mondo personale. Un mondo in cui chiunque possa entrare liberamente, da cui chiunque possa uscire liberamente. Un mondo che è sì il mio, ma è anche democraticamente condiviso. Se posso dire, qualcosa che si trova all´estremità opposta del mondo del culto».
Come ci si sente a essere un eterno candidato al Nobel? Quest´anno si aspettava di vincere?
«La giuria non ha mai comunicato una lista dei finalisti, è soltanto dalle congetture dei media che ho saputo di essere candidato al premio. Riflettere su semplici congetture non penso sia mio compito. Ho l´impressione di dire e ridire di continuo le stesse cose, ma per me ciò che conta non sono i premi o le onorificenze, bensì i tanti lettori, e l´empatia che loro provano (spero) nei confronti delle mie opere. Non c´è una sola cosa al mondo che meriti di essere data in cambio».

Scrivere, leggere, amare

ottobre 13, 2011

Ho voglia di segnalarvi altre due cose. La prima, via Booksblog, riguarda Murakami Haruki e il suo ultimo romanzo, 1Q84, da cui un blogger ha estrapolato cinque possibili consigli di scrittura. Ovvero:

1. Scrivere semplicemente ma con molta cura: “La scrittura sembrava apparentemente semplice, ma una lettura attenta rivelava il fatto che fosse calcolata e costruita con estrema cura.”

2. Rimuovere ogni parola non necessaria: “Nessuna delle sue parti era troppo ricca, ma nello stesso tempo tutte avevano tutto ciò che era necessario.”

3. Focalizzarsi sulle descrizioni realistiche: “Le espressioni metaforiche erano ridotte al minimo, ma le descrizioni rimanevano vivide e ricche.”

4. Toccare tematiche oscure: “Una particolare oscurità pervadeva il suo stile… assomigliava a una di quelle fantastiche storie per bambini, eppure, nascosta in profondità, scorreva qualcosa di potente e di oscuro.”

5. Scrivere una prosa musicale: “Soprattutto lo stile aveva una straordinaria musicalità. Anche senza leggerlo ad alta voce, il lettore avrebbe riconosciuto la sua profonda sonorità.”

Sembra facile, vero? Naturalmente non lo è, perchè anche scervellandosi su ognuno dei cinque punti, se non si possiede, oltre alla tecnica, la voglia di entrare in quei lati oscuri, e di amarli,  il risultato non si raggiunge. E scrivere come Murakami, sinceramente, mi sembra una di quelle vette impossibili dove anche l’alpinista più allenato rischia di lasciare le penne.

Seconda segnalazione, che riguarda il rapporto fra lettori e scrittori. Wu Ming 2 ne parla in questo post, e fra i commenti c’è un suo elogio del beta-reading nel mondo delle fan fiction che mi sembra molto bello.  Riporto un passo dell’intervento. E, davvero, fuor di polemica.

“Io sono un lettore da circa trentadue anni e penso che leggere sia soprattutto un’avventura, l’esplorazione di una giungla di temi e conflitti, che poi certo, può rivelarsi un boschetto o un arido deserto, ma in ogni caso non mi interessa fare l’agrimensore, mettermi lì a traguardare confini, cosa che invece, a giudicare da molte recensioni che leggo in giro, sembra essere la preoccupazione principale di tanti lettori, spinti a questo da una bombardante ingiunzione a valutare prima ancora che capire. La mia impressione è che questi lettori preferiscano rifugiarsi nella matita rossa e blu perché dare un voto, dire mi annoia/non mi annoia o “il primo atto finisce troppo presto” non ti costringe a mettere in gioco te stesso, cosa che invece devi fare se vuoi dire – anche in poche parole semplici – che cosa significa un libro per te, che cosa fa risuonare dentro la tua testa, mettendo insieme il cosa dice e il come lo fa, la forma e il contenuto nella loro inestricabile interazione.
Un libro vuol sempre dire molte cose e molte cose diverse a seconda di chi lo interroga: di fronte a questa grande ricchezza vedo invece schiere di lettori che contano le pulci del testo come se fosse una vecchia pelliccia, per poi dedurre da questa aritmetica se la pelliccia scalda oppure no. Così facendo finiscono per passare il tempo su dettagli secondari e molto ripetitivi, perdendo di vista l’aspetto più interessante dell’esperienza di lettura: la possibilità di confrontarsi con una costellazione di significati.
A che mi serve sapere “quanto vale” un romanzo se prima non mi sono chiesto “cosa vuol dire per me”?”

Per Murakami, e anche per noi

ottobre 6, 2011

Oggi si assegna il Nobel per la letteratura. Come ogni anno faccio il tifo per Murakami Haruki. Non so se sia di buon augurio, ma vale comunque la pena leggere almeno un passo del suo discorso di giugno, quando ha ricevuto il premio Catalunya e ha parlato del compito degli scrittori, in relazione al dopo-terremoto. Ecco:

“Noi, scrittori professionisti, versati nell’uso delle parole, possiamo contribuire positivamente a questa missione collettiva su larga scala. Dovremmo connettere etica e principi nuovi a parole nuove e creare e costruire storie nuove e stimolanti. Saremo in grado di condividere queste storie. Avranno un ritmo che incoraggerà le persone, proprio come le canzoni che gli agricoltori intonano quando seminano”.

Terzo esempio (poi basta)

maggio 7, 2010

Lo so, lo so. Questa è la briciola più ambiziosa e chiedo scusa in anticipo.

- E così il denaro sei riuscito a trovarlo? – chiede il ragazzo chiamato Corvo. Il modo di parlare è il solito, un po’ strascicato. Come di uno che si è appena svegliato dopo una lunga dormita e ha i muscoli della bocca ancora intorpiditi. Ma il suo è solo un atteggiamento: in realtà è perfettamente sveglio. Come sempre.
Io annuisco.

Murakami Haruki, Kafka sulla spiaggia.


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