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I morti corrono

maggio 23, 2011

Ho passato il sabato a fare ricerche sugli antenati del fantastico italiano. Non quello fiabesco, settore dove intelligenze molto più pregevoli della mia si sono già esercitate: parlo delle narrazioni, non necessariamente in forma di romanzo, che si sono rivolte al gotico, al fantascientifico, all’horror, al soprannaturale.
Così, su suggerimento di un paio di amici, ho cercato anche fra gli sceneggiati televisivi degli anni Settanta, scoprendo un piccolo tesoro di cui parlerò nei prossimi post. Se volete, è una personale Danse macabre dove entrerà anche la letteratura, ma non solo. Il motivo? Capire se c’è vita oltre al canone.
Mi spiego subito. Non da oggi discuto con molti scrittori e lettori sui fraintendimenti (ne ho già parlato più volte: il pregiudizio che vuole l’urban fantasy esclusivamente “rosa” e l’horror esclusivamente “rosso”) e su un identikit del genere che è difficilissimo tracciare. Comunque, non sono io la persona adatta a farlo.
Però ho trovato l’esempio giusto per spiegare, soprattutto a me stessa, quale sia il tipo di narrazione che mi coinvolge, e dunque quella verso cui tendo.
E’ Riding the bullet, di Stephen King. Come i kinghiani sanno, Riding the bullet ha una strana storia, raccontata dallo stesso King nell’introduzione alla raccolta Tutto è fatidico, dove venne ripubblicato nel 2002, dopo la pubblicazione in rete (che fruttò a King copertine e interviste di cui il medesimo fu il primo a stupirsi). Non è la sua destinazione a interessarmi, ma il racconto stesso.  Perché il canone è molto semplice, è anzi persino uno stereotipo dell’horror: l’autostop con il fantasma. In questo caso il fantasma guida e non è quello che alza il pollice, ma la griglia è quella.
Cosa fa di Riding the bullet l’esempio virtuoso? Semplice: il fatto che il vero tema della storia sia l’elaborazione di un lutto. Un figlio che deve accettare l’idea che sua madre morirà, e che dunque lui stesso sia mortale.  La parte del racconto in cui il protagonista ricorda la propria infanzia con quella madre sovrappeso e fumatrice, spesso brusca, ma così presente e amorosa da essere la metà di una coppia che si fa forza per affrontare il mondo, è quella più bella. Certo, ci sono gli effetti speciali, c’è il fumo della sigaretta che esce dalle suture sul collo del fantasma. Ma quelli sono dettagli: il cuore è nella perdita, e nel dolore indicibile per quella perdita.
Questo è quel che fa la differenza. Nessuno di noi, probabilmente, viaggerà in automobile con un morto. Tutti abbiamo sofferto o abbiamo immaginato di soffrire per la mancanza della persona che amiamo.
Questo, per me, è il buon genere. Quello che parla al nostro dolore, con il pretesto di uno spettro.


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