Io sono quella che si prende il borsone in piena faccia mentre il proprietario dello stesso sorpassa per saltare sulle scale mobili.
Io sono quella che riceve sulla spalla sinistra la massa corporea della signora nervosa mentre scende dell’autobus.
Io sono quella che fa calare la mano degli automobilisti sul clacson (anzi, ce la fa spalmare) mentre attraverso sulle strisce.
Io sono quella che al bar viene superata mentre fa la coda alla cassa.
Io sono quella a cui uomini, donne, anziani e a volte bambini dicono “Ma dove hai la testa?”. A volte, aggiungono “scema”. Altre, picchiano la tempia con l’indice.
Lo so, Roma è una città difficile. E per quelle come me è ancora più complicata. Perchè io sono lenta nel camminare quanto sono veloce nello scrivere e nella lettura. Una lumaca vera, che fa un passino per volta, piano. Pianissimo.
Il fatto è che quando cammino, penso. A volte, vedo. Niente di mistico, niente di illuminante: solo, la stragrande maggioranza delle cose che scrivo si forma così, durante lunghi monologhi mentali che partono quasi sempre da qualcosa che ho visto. Ieri, per esempio, ho letto su una macchinetta automatica la scritta “Il freddo non esiste”. Sono partita per la tangente per oltre un’ora.
E, ecco, se mi togliessero le mie camminate sognanti, mi toglierebbero tutto. Non so se sia proprio vera, quest’ultima affermazione: ogni tanto mi dico che senza una determinata condizione, senza una certa luce, un braccialetto, una persona, non sarei più in grado di scrivere.
Va sempre a finire che scrivo lo stesso. Finchè non mi investono, almeno. La scaramanzia è un alibi, come molte altre cose.