La testa di un personaggio

Dentro o fuori?

In questi giorni ho iniziato a leggere Stella del mattino di Wu Ming 4. Penso che potrebbe piacere a molti perchè mette in scena, diciamo così, Lawrence d’Arabia, Robert Graves, C.S.Lewis e…Tolkien in persona, pre-anelli. Molto, molto stimolante.
Razzolando in giro, ho trovato una dichiarazione di Wu Ming 4 che mi ha fatto pensare:

“Fin dall’inizio ho deciso di scrivere un romanzo in cui la maggior parte degli eventi si sarebbe svolta dentro la testa dei personaggi. Innanzi tutto perché i protagonisti sono uomini che hanno subito il trauma della guerra e della perdita e stanno cercando di elaborarlo. Scegliendo quei personaggi storici in quel particolare momento delle loro vite non poteva che essere così. Gli stessi flash-back di Lawrence in Arabia si presentano come degli squarci onirici, momenti proiettati sullo sfondo, che raccontano la sua impresa per tappe simboliche. Allo stesso tempo volevo riuscire a mettere ognuno dei protagonisti davanti a scelte esistenziali importanti e appassionanti, che in un modo o nell’altro avessero a che fare con la scrittura, con la narrazione. Quindi credo che Stella del mattino non sia tanto un romanzo epico in senso stretto, quanto piuttosto un romanzo sull’epica, che racconta quanto l’epica c’entri con la nostra vita”.

Dentro la testa dei personaggi. Sto riflettendo su questa frase. Come si fa a conciliare le due cose, il dentro e il fuori? Il racconto e la narrazione psicologica?

Intanto ci penso da lettrice, poi, quando rimetto le mani sulla tastiera, vediamo cosa succede.

Tag:

14 Risposte to “La testa di un personaggio”

  1. avalon9 Says:

    Leggendo la dichiarazione che hai riportato, mi si è affacciato alla mente il personaggio di Corto Maltese. L’onirico delle sue esperienze con, sullo sfondo, la Storia.
    La testa di un personaggio. Non so se è possibile conciliareappieno il racconto e la narrazione psicologica. Almeno non in modo cosciente. Benchè, tuttavia, ridurre uno scritto a puro racconto “descritti” o “psicologico” lo ritengo estremamante riduttivo e…falso. Sì; falso. Perchè è come chiudersi una porta e limitare il personaggio stesso. Perchè, se è solo descritto, un personaggio non può forse pensare?
    Quando a scuola tenti di spiegare Verga ad una classe, la domanda che ti senti rivolgere è sempre quella: “Perchè Verga si è inventato il discorso indiretto libero?”. Risposta: per far “sentire” il pensiero dei suoi personaggi senza ricorrere al discorso diretto, e quindi ad una stereotipizzazione lontanissima dalla mimesi del reale.
    Facile, come risposta. Te la imparano a memeoria e la ripetono quanso li interroghi. Ma io penso ci sia altro.Dietro quel discorso indiretto liberopenso ci sia un tentativo di riposta. Forse prorpio ad una domanda simile alla tua: come conciliare dentre e fuori.

  2. laramanni Says:

    Molto bella e molto giusta la risposta.
    E qui sorge un’altra questione. Quanto lo scrittore è consapevole e lucido quando sceglie, per seguire l’esempio, il discorso indiretto libero (che è FONDAMENTALE per tantissimi scrittori di oggi) piuttosto che il diretto?
    Per esempio, nel mio umilissimo esempio, io non ragiono MAI su questo tipo di scelte. Non rifletto mai sul rapporto fra lingua e storia, ecco.
    So che ci sono scrittori che decidono di eliminare l’imperfetto. Altri che usano sempre la prima persona, altri la terza, altri ancora il “tu narrato”. Per esempio, mi ricordo di uno straordinario intervento di Valerio Evangelisti su Jean Patrick Manchette:
    “Ovunque ci sia un nesso, un raccordo logico [Manchette] lo taglia, affidandolo interamente al lettore. E ciò non avviene solo sulla misura del romanzo, bensì anche a livello di costrutto delle singole frasi. Ancora Posizione di tiro: “Un attimo dopo lei non aveva neanche la forza per tenere gli occhi aperti, e la mandibola le si afflosciò. Sarebbe morta in pochi istanti se Terrier non avesse allentato la pressione, ma la allentò” (“Un instant plus tard Cécile n’avait même plus la force de garder les yeux ouverts, et sa mâchoire inférieure pendit. Elle serait bientôt morte si Terrier ne relâchait pas sa pression, mais il la relâcha.”). Si noti la variabilità dei soggetti : da Cécile alla mandibola di lei, divenuta autonoma dalla donna; ancora, da Cécile a un altro elemento incontrollabile, Terrier, che regge due forme verbali, di cui l’una ipotetica e l’altra no. In sole due righe, un duplice cedimento della volontà di Cécile: nei riguardi del proprio corpo e di fronte a Terrier. Logica e consecutio temporum avrebbero voluto che tutto ciò avvenisse in quattro tempi, o almeno in tre. Ma a Manchette tutto interessa salvo che lo spreco di congiunzioni, e condensa il tutto in due sole righe, a prezzo di un fraseggio in apparenza sconnesso. L’esito è di impressionante efficacia. Quando il procedimento è applicato, con cura maniacale, a un intero romanzo, frase dopo frase, paragrafo dopo paragrafo, il risultato è quello di una rarefazione vagamente straniante: precisamente l’effetto che l’autore si propone.”

    Ma questo, avviene PRIMA o DOPO? C’è una fase uno dove butti fuori la storia come ti viene e una fase due dove lingua e storia si incontrano?
    That’s the question!!!!!!!!!!!!

  3. avalon9 Says:

    Mi viene in mente Montale e il suo stupore davanti alle svariate interpretazioni che critici ed esperti avevano dato dei suoi famosi sciacalli al guinzaglio
    Lui aveva semplicemente visto un inserviente di un albergo con due cani al guinzaglio e aveva riscritto la scena in termini di pavoni in livrea e sciacalli senza un preciso pensiero in mente. E critici ed esperti a teorizzare sull’allegoria di Hitler e Mussolini, sul valore del guinzaglio e della livrea. Mentre era solo la trasposizione di un’occhiata in una giornata no.
    Questo per dire che, secondo il mio modestissimo (e irrilevante) parere, che scrive lo fa soprattutto, in un primo momento, senza pensare.<
    Flauber aveva certo pianificato a tavolino ogni scena, aveva cartine, pintine, schizzi. Aveva Madame Bovary fra le mani in ogni aspetto fuorchè quello delle parole. Si è limitato a tradurre tutto in inchiostro.
    Ma a cosa pensava mentre lo faceva? C’è come dici tu una frase uno o una frase due?
    Io credo che convivano: ci sono parti che vengono di getto, che si construiscono nella testa, con tutte le loro particolarità, i loro cambi di punto di vista, i corsivi, le parentesi, senza che tu te ne accorga. E dietro ci sono gli archetipi. I molti archetipi.
    E poi, quando hai questo canovaccio in mano, inizia a scrivere davvero. Ed è lè che linqua e storia si provano a incontrare.

  4. laramanni Says:

    Verissimo!
    C’è un incontro che è immediato, è ritmico, è “automatico” nel senso kinghiano. E c’è un lavoro di scandaglio che viene prima, durante e dopo. Nel senso che credo che il lavoro sulle parole sia in parte inconsapevole e in parte è-diventa-lavoro.
    Mi viene in mente il taccuino di Harvard, i fogli su cui Pirandello annotava non soltanto le trame ma le parole, appunto. Parole usate e non, che gli sarebbero servite per narrare. Per esempio, c’erano questi termini:

    – Scannelli (del carretto) – razze
    – Macìe
    – Allocchito
    – Schincio
    – Il pizzo della cava si stagliava cupo
    – Frappa
    – Refoletti lucenti
    – L’arco sbiadente della luna
    – Ceruleità uniforme
    – Rema
    – Bossoli
    – Guitto
    – Occhi scerpellati
    – Camiciotto strusciato

    Per carità, a me non è mai capitato di annotare in questo modo. Però immagino che ad un certo momento scatti anche una necessità simile, anche per chi fa, appunto, scrittura “amatoriale”, come noi.

  5. Laurie Says:

    L’ho letto, l’ho apprezzato.
    Devo ancora mettere in scrittura i miei pensieri su questo libro, ma per ora posso dire che: come tolkeniana ho apprezzato il ritratto del Professore fatto, e trovo anche che il sagace Wu Ming 4 abbia inserito appositamente dei rimandi all’Opera del Professore, Il Signore degli Anelli. Oltre naturalmente a Earendil, un mito particolare all’interno del corpus della Terra-di-Mezzo.
    Azzeccato anche Jack (C.S. Lewis), l’anti-mito. Anche nella realtà storica Lewis era stato molto scettico sul mito, tanto che a lui, a colui che “said that myths were lies and therefore worthless, even though ‘breathed through silver'”, ha dedicato la poesia Mitopoeia dove rivendica il diritto dell’uomo di creare, “sub-creare”, un proprio mondo.
    Secondo: questo libro dice moltissimo agli scrittori e lettori di fantasy. Dovrebbe essere letto e diventare oggetto di riflessione per tutti loro.

  6. sessho Says:

    Io penso che la personalità dei personaggi è anche legata più o meno al momento storico in cui si trovano.
    Quindi è importante legare questi due e rapportarli l’uno con l’altro, anche se ammetto che è molto difficile, per esempio, un samurai di epoca sengoku, anche se in teoria dovrebbe essere più facile di altri da rappresentare, siccome noi uomini siamo un complesso vivente, qui è un pò ridimenzionato in questo esempio che ho fatto il pensiero, perchè i samurai vivevano con principi abbastanza fermi e rigidi e uguali per tutto. Qui l’epoca influisce molto nella personalità dell’individuo che a parte questo, è pur sempre un uomo, un essere che pensa e che ha uuna propria personalità anche diversa.
    Ma è vero che è difficile rappresentare in un racconto tutto questo, ma penso che mettendosi a scrivere si apre poi una strada di pensiero, e si va avanti.

  7. Luthien Says:

    Credo che una delle più grosse difficoltà sia la contestualizzazzione dello scrivere,cioè ricreare un habitat credibile reale e tangibile,nel quale e con il quale i personaggi possano iteragire.
    Sia esso storicizzato o di pura fantasia.
    In molto fantasy(e non solo) questo manca e secondo me è la causa /effetto della pochezza dello scritto(vedi alcuni fantasy di successo tipo Troisi che).
    Non credo che le due cose, il dentro e il fuori,camminino disgiunte,ma credo sia più facile scrivere il dentro se hai ben chiaro il fuori,il contesto,il momento l’atmosfera.
    e in molto che leggo questo manca.
    La psicologia del personaggio deve essere legata al suo vissuto,costruito ad hoc per lui,chi è,perchè,dov’è,quando…

    “Ma questo, avviene PRIMA o DOPO?”
    per me vanno insieme,in maniera inconscia,nel momento in cui si forma l’idea, si da forma e struttura allo scritto,cercando di ricreare il soffio di quello che si è pensato/ideato/intuito.

  8. Blackvirgo Says:

    Altro libro da mettere nella lunga lista di quelli da leggere… davvero Pirandello faceva una cosa simile come annotarsi parole e storie? Lo chiedo perchè spesso lo faccio anch’io… La natura umana!
    Che discussione complicata che è questa! O forse è addirittura meglio parlare di discussioni… per cui cominciamo dalla prima (sto per scrivere uno sproloquio… venerdì sera di una settimana… finita, no? 😉 ).
    Dentro la testa del personaggio. O fuori? E dove finisce la testa del personaggio e comincia quella dell’autore? E’ buffo come siano venuti fuori nelle vostre discussioni autori come Flaubert e Verga, esponenti – se non ricordo male – del Naturalismo e del Verismo che si proponevano di raccontare la storia in modo oggettivo. Quindi descrittivo, quasi una fotografia, direi. Sia di situazioni che di emozioni. Avvenimenti che capitano ai personaggi che dovevano finire sulla carta senza essere filtrati dal punto di vista dell’autore. Però Flaubert diceva anche che “Madame Bovary c’est moi!”… perché nonostante l’oggettività lui era ogni sua parola e scelta linguistica, per cui l’oggettività non era il mezzo per scrivere il libro (come lo è invece per un articolo scientifico), ma il fine. Quello che deve credere il lettore. E poi dall’altra parte si pone Joyce: il flusso di coscienza portato all’estremo, la totale assenza della punteggiatura, pensieri che sono sconnessi proprio perchè la mente non lavora sempre per logica, ma per affinità, per apposizione e sovrapposizione… e il libro in quel caso è solo dentro la testa dei personaggi. La soggettività esasperata. E l’autore? Dentro i personaggi stessi, direi.
    E io non ho ancora provato a dare una risposta alla domanda “dentro o fuori”… Ragioniamo partendo dal noto… che, per me, è quello che faccio io. Creo il personaggio, nella maggior parte dei casi da me stessa – un particolare di me stessa – un po’ come, biblicamente parlando, Eva venne creata dalla costola di Adamo. E questo personaggio – che è una mia creazione ma che è altro-da-me – prende vita e me la racconta. E a volte mi tiene anche dei segreti. Godendo di volontà autonoma, fa le proprie scelte, ha il proprio stile e i propri gusti. E se io gli impongo qualcosa si ribella. Come? Non mi permette più di scrivere nulla sul suo conto… Quindi finora siamo dentro.
    Poi arrivano gli altri personaggi con cui il primo deve confrontarsi: altri che lo vedono, gli parlano e lo giudicano. E qui dovremmo essere fuori. E lo siamo: fuori dal primo. In realtà siamo dentro gli altri personaggi.
    Da ultimo (last but not least) arriva la storia, gli eventi con cui devono confrontarsi. E questa sono io, intesa come autrice. Fatti che meritano una descrizione, una spiegazione, ma che non è detto che i personaggi arrivino mai a conoscere. Perchè è fuori da loro e lo possono conoscere solo interiorizzandolo in qualche maniera. Quindi adesso siamo fuori… anche se, in fondo, rimaniamo dentro la testa di qualcuno, cioè dell’autrice. Bene.
    Fino a quando arriva il lettore, pronto a scardinare tutto quello che abbiamo detto finora. Perchè? Perchè cambia il punto di vista. Perchè può decidere che Flaubert non è Madame Bovary. O che il punto di vista del personaggio è il nostro punto di vista, non il suo – del personaggio intendo. O che la storia è costruita dai personaggi stessi o da un non ben identificato destino.
    E qui – pubblicità! – consiglierei a tutti un meraviglioso saggio di Calvino sui Promessi Sposi (che opera!) pubblicato in Una Pietra Sopra sul problema dell’interpretazione mittente-ricevente (presente quando Renzo e Lucia si scrivono le lettere per interposta persona? Prende spunto da quel episodio).
    La mia risposta definitiva quindi sarebbe sia dentro che fuori. In media stat virtus.
    Ma forse la grande sfida non è stare dentro o stare fuori, quanto portare il lettore a vedere e sentire quello che noi vorremmo che vedesse o sentisse, dalla nostra angolazione. E solo dopo dalla propria. Prima vedere Madame Bovary e poi vedere Flaubert.
    Siccome stasera ero troppo stanca per uscire, ma non per sproloquiare, continuo con la discussione sulla lingua. La prima stesura delle idee e le infinite revisioni… di contenuto, forma, estetica… Una Pietra Sopra di Calvino si chiama così proprio perchè il buon Italo non ne poteva più di revisionarle… e non ne poteva fare a meno. Così le ha pubblicate.
    Credo che questo sia un dilemma comune, a molti perlomeno. Riprendiamo il caro Manzoni: trenta anni per arrivare alla versione definitiva de I Promessi Sposi. Ha ridotto il contenente senza ridurre il contenuto (“la sciagurata rispose” è più esplicito di tutte le pagine che poteva aver scritto sui peccati di Egidio e Gertrude!), ha fatto la sciacquatura in Arno per la lingua… Il che, secondo me, significa che la prima versione non lo soddisfava proprio. Forse aveva già trovato cosa dire, ma non il modo giusto per farlo. Qui la lingua è arrivata dopo, ma non credo sia sempre così.
    Ieri sera ho fatto leggere un capitolo di una mia storia al mio ragazzo. A lui piaceva e non capiva perchè io non ne fossi soddisfatta. Nemmeno io. Poi l’illuminazione: uno dei personaggi non stava parlando con le sue parole, ma con le mie. Avevo interferito con la sua personalità: niente poteva tornare a quel punto. I personaggi parlano un loro linguaggio peculiare. Le parole hanno un significato preciso anche quando hanno dei sinonimi, hanno suono che dà l’impronta del popolare, del colto o dell’elegante, hanno una grafica che può suggerire un’immagine. A ogni personaggio le sue parole. E anche all’autore le proprie.
    E finisco con uno dei pezzi migliori dell’Attimo Fuggente:
    Keating: “Un uomo non è molto stanco, è esausto e non usate molto triste, usate… Su avanti, Overstreet, non dorma!”
    Xnox: “Affranto?”
    Keating: “Esatto! È affranto, ecco, il linguaggio si è sviluppato con uno scopo, cioè di…
    A ognuno la propria risposta e ai posteri l’ardua sentenza…
    Un bacio a tutti e buona notte!
    F.

    P.S.: Berlino, per lavoro… ritorno definitivo previsto per dicembre…

  9. Blackvirgo Says:

    Scusate… forse mi sono lasciata prendere la mano un po’ troppo… o sono subentrate le manie di protagonismo… ops!

  10. laramanni Says:

    Fatti prendere la mano ANCORA, per favore! Sto meditando su quello che hai scritto, e su quello che hanno scritto Luthien e Vincent. Oltretutto sono quasi alla fine di Stella del mattino, nel momento in cui viene fatto notare a Tolkien che sta scrivendo di qualcosa che conosce (la guerra nel caso). E ci risiamo. Penso, e sono molto felice di questa discussione, mi si stanno chiarendo parecchie idee.

  11. laramanni Says:

    Ah, e aggiungo una cosa: quanto ha ragione Laurie. Quel libro è indispensabile, quello di WM4, dico. Mostra il “farsi” del mito…e del narrare.

  12. Blackvirgo Says:

    Ciao! Mi raccomando Lara: facci sapere il risultato delle tue riflessioni! E anche tutti gli altri, ovviamente! Non sei l’unica ad avere le idee confuse… e io sono la prima ad aver bisogno di imparare!!
    Baci a tutti!
    F.

  13. avalon9 Says:

    Concordo con Blackvirgo.
    Lara: continua assolutamente a riflettere. I tuoi interventi, così come quelli degli altri, sono ambrosia per chi, come me, ha solo da imparare
    E tornando alla conversazione iniziale…Ci hp pensato per tutto il giorno. Dentro la testa dei personaggi. Riuscire a scrivere e descrivere un personaggio senza diventare personaggio. Cioè lasciando un minimo di distacco necessario fra chi scrive e chi vive la storia.
    Esisto molti modi per coniare un personaggio. Alcuni sono facili, piatti; altri sono complessi (non complicati! Un personaggio complicato non esiste, secondo me. Se lo si crea, si ha creato un guazzabuglio di aspetti che si mescolano alla rinfusa senza arte nè parte. Un pastige davvero fastidioso). Però, a mio modesto parere, aveva ragione Propp nella sua Morfologia della fiaba, dove identifica le funzioni immutabili dei personaggi e le loro caratteristiche fondamentali sulla base di una convincente documentazione empirica (cento favole di Afanasev).
    Personaggi che, quindi, da sempre, si rincorrono nell’immaginario e, chi prima chi dopo, si ripropongono. Magari cambiando un po’, adattandosi a un nuovo contesto, ad un nuovo sfondo, ma comunque fermi nelle loro caratteristiche.
    Detto così, è la negazione della capacità e del tentativo di chi scrivere di inventare. Allora, aveva forse ragione Cherilo di Samo nel suo prologo ai Persikà quando affermava che non c’è più un nuovo campo da arare? (e notate che la metafora ormai abusata era innovativa per il tempo, V sec. a. C.). Forse. Eppure, dopo di lui la letteratura ellenistica è riuscita addirittura a creare un nuovo genere letterario: poesia bucolica. Partendo da Esiodo, certo. Però, in definitiva, nulla di genera dal nulla. E poi riprendere non significa copiare. Gli epigoni di Omero copiavano; riprendevano forme e soluzioni epiche e riscrivevano senza originalità. In modo piatto. Ziegler potrà sostenere l’importanza (tra l’altro reale) dell’essitenza dell’epica ellenistica, ma non può negare che, sovente, si riduca a pallida imitazione del genio omerico.
    L’ellenismo, dunque. E il risultato sono autori che, dal vecchio, hanno creato nuovi personaggi, nuove realtà e nuove situazioni.
    Cosa c’entra tutto questo con il discorso sul personaggio. Ecco: la questione è questa. Se aveva ragione Propp è i personaggi sono archetipi che si sviluppano nella mente, seguendo criteri più o meno impliciti per chi scrive, se davvero il nuovo è sempre prodotto della reinterpretazione, cosciente o meno, del vecchio, allora un personaggio è autonomo o è solo la rivisitazione continua di un prototipo da parte di più autori?
    E’ un po’ una provocazione. Perchè certamente la formazione e la creazione di un personaggio non si può limitare al puro e semplice procedimento archetipico e psicointrospettivo inconscio.
    Tuttavia, un articolo in cui i sono imbattuta quasi per caso mi ha fatto riflettere non poco sulla possibilità di affermare quanto un personaggio abbia vita propria, prenda corpo solo attraverso una lettura di terzi o esista di necessità perchè legato al suo autore.
    L’articolo in questione può considerarsi una recensione al libro di Philippe Doumenc intitolato Lo strano caso di Emma Bovary. Ordunque, in questo abile e raffinato romanzo, l’autore rovescia le carte messe sul banco da Flaubert alla fine della sua fatica sostenendo, caparbiamente, che il suicidio finale di Madame Bovary non sarebbe tale, ma un trucco per camuffare un assassinio, di cui Flaubert avrebbe alterato i contorni del fatto di cronaca che gli era servito da base per il romanzo.
    Avvalendosi di questa convinzione e degli spunti che lo stesso romanzo fornisce, il nostro romanziere francese crea la più classica delle detective story, continuando lì dove Flaubert aver messo il punto. Definitivo.
    Un gioco letterario, insomma. Ma lo snodo della questione è lei: Madame Bovary. O Flaubert, che dir si voglia.
    Perchè. Perchè il personaggio è nato nella mente di Flaubert, è stato da lui creato, perfezionato, complessato e alla fine ucciso. Madame Bovary ha fatto storia, e non solo nella letteratura. E da creatura di Flaubert e diventata persona a tutto tondo, e poi di tutti. Tutti. Che giocano con lei, con la sua storia, con la sua vicenda.
    Ma è possibile farlo? Certo, Doumenc non è il primo. Vanta illustri predecessori, primi fra altri i tragici greci, che riprendevano e reinterpretavano i personaggi dei racconti, dei mythoi. Solo per un esempio, basta pensare alle molteplici riscritture che si sono approntate su Medea: dalla molteplicità del racconto, anche contradditorio, alla cristallizzazione di Euripide, passando poi a Grillparzer, Chirsta Wolf, Corrado Alvaro, fino a Pasolini e Dario Fo. Un solo personaggio, mille voci. Diverse. Opposte. Divergenti. Concordi. Stranianti. Rovesciate. Perfino anacronistiche.
    Ma il personaggio? Cosa ne resta, di si un personaggio sballottolato di qua e di là da folle di scrittori che vogliono continuare? E’ ancora il personaggio che era nato per la prima volta o sono tanti personaggi che portano solo il medesimo nome e ripercorrono, quasi per ironia, la stessa vicenda?
    A questo punto, dentro o fuori scolorano in possibile o impossibile. Un personaggio, creato e controllato dal suo autore o autonomo che sia, quando passa rimane autonomo, o di nuovo viene creato, ritorna materia indistinta e riviene modellato, conservano solo un’etichetta che si chiama nome e cognome e al massimo gli elementi di fondo della vicenda? E la psicologia? Se è parto di una mente o mente autonoma, è possibile prenderne controllo, deciderne i pensieri?
    E. E mi accorgo di aver fatto una lunga serie di domande, e che non solo non ho risposte (e probabilmente non esiste una risposta), ma di non aver nemmeno un’opinione sicura.
    Insomma. E’ certamente possibile riprendere in mano un personaggio (cfr. fanfiction); ma non ho idea se è lui che guida chi scrive, o viceversa. Perchè. Perchè per riusare senza stravolgere, bisogna prima, soprattutto, conoscere. E questo significa entrare nella testa del personaggio, se non addirittura in quella dell’autore. Imparare a pensare come lui, a parlare, respirare, muoversi, sentire. Stanislavkijanamente, imparare ad essere lui. Essere lui. Ma allora, davvero si crea un nuovo personaggio, o è la sua personalità che ci affascina e ci spinge a riprenderlo in mano per non morire?
    Forse hanno un senso le favole dei bambini, quando dicono che, di notte, i giocattoli prendono vita e vivono, per poi giocare durante il giorno, plasmando chi li possiede.
    E qui mi sovviene Borges, ma credo sia il caso di tacere.
    Mettiamo il punto a questo delirio di nottambula.
    Grazie per avermi sopportata e buona notte!

  14. laramanni Says:

    Blackvirgo e Avalon: ho fatto tesoro e ne ho fatto un nuovo post…Andiamo avanti così!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: