La sco-Lara

Gestione dell’immaginazione? Come sarebbe a dire? Nel senso che io immagino una cosa e devo imparare a maneggiare la cosa stessa?

Allora, succede che mi ero messa a bighellonare. Voi non bighellonate prima di mettervi a scrivere? Voglio dire, non imbrogliate prendendo tempo, magari mettendovi a fare una partita col solitario del computer ripetendovi “cinque minuti soli”?
Ecco, io non faccio il solitario (mi sono disintossicata da due anni), ma faccio passeggiate su Internet, specie quando piove (che sventura). Sono capitata sul sito della Scuola Holden. Che è la più famosa scuola di scrittura italiana, che tiene anche corsi on line. Sono quindi capitata sul modulo “raccontare“, e da qui alla sottosezione che si chiama, appunto, Gestione dell’immaginazione. E che mi fa un po’ paura.

Si apre con una frase di Calvino, e fin qui ci siamo. Poi ci sono le descrizioni dei corsi degli scrittori, che vi trascrivo:

Diego De Silva: Basta guardare
Si parte da un tentativo di definire l’immaginazione come proiezione affettiva di un disagio nel rapporto con le cose: quanto l’aspettativa emozionale conti nell’attività creativa e quale rilievo abbia l’intelligenza nella gestione di un’occasione d’immaginazione. Si tenta poi, attraverso riferimenti letterari ed esempi concreti, di distinguere tra i diversi punti di origine dell’immaginazione: dall’immagine intesa nella sua accezione letterale (una scena vera e propria, cioè) all’associazione, alla riflessione e all’intuizione.

Matteo Galiazzo: (di) gestione dell’immaginazione
Cosa succede a uno che scrive narrativa prima che si metta a scrivere? Questo pezzo tenta di rispondere proprio a questa domanda, illustrando il tema della progettazione del racconto, cioè di quella fase completamente neuroctona che precede la stesura materiale del testo. Lo spunto per una storia spesso è una semplicissima frase soggetto.verbo.aggettivo. Per mezzo di alcune semplici tecniche magiche da utilizzare sulla frase di partenza (rovesciamento, errori e fraintendimenti, metafore, attualizzazione, estensione) sarete subito in grado di capire la cosa giusta da raccontare, lo spunto perfetto, quello che una volta beccato poi il racconto praticamente si scrive da solo.

Giulio Mozzi: La composizione narrativa
Dice la tradizione: rem tene, verba sequentur: se ci hai le cose da dire, le parole verranno. Ma le cose da dire bisogna farsele venire in mente; e quando ci sono venute in mente, bisogna esplorarle, allargarle, completarle. Giulio Mozzi espone alcune semplici procedure con le quali si può aumentare la propria capacità di invenzione.

Io non lo so, se è presunzione. Non so se una come me può permettersi di snobbare le scuole di scrittura. Sicuramente no. Però ho tutt’altra idea, magari stupidamente romantica, dell’immaginazione. Ho sempre pensato alla metafora di King, del suo concetto di ideazione che raffigurava come un tizio in tuta che da qualche parte, là sotto, là dentro o dove volete voi, lavorasse e limasse e pensasse passando la palla al tizio di sopra, che è quello che materialmente mette le mani sulla tastiera.
E che dai suoi errori, ogni volta, impara. Facendo tesoro dei suggerimenti dei suoi lettori, privati e pubblici.

Però mi sbaglio. Magari ho la proiezione affettiva del disagio e non lo so.

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5 Risposte to “La sco-Lara”

  1. Teiresias Says:

    Le scuole per scrittura sono per chi non sa scrivere u_u l’immaginazione non viene fuori a comando e non può essere insegnata. Uno da un corso di scrittura al massimo può scoprire quale stile si addice di più a lui e trovare i suoi difetti, e basta.
    Io sono stato una volta a una scuola simile e ho mollato dopo due lezioni perché mi è parsa una perdita di tempo. Idem per il teatro: una lezione, poi mi sono reso conto che o ti piace recitare e capisci chi interpreti, o le lezioni non ti servono a un cazzo.
    Codesta è la mia idea, poi fate vobis 😀

  2. Luthien Says:

    Sono d’accordo.Come si può codificare l’immaginazione?Darle delle regole?
    Si può imparare a scrivere meglio,certo,ma si tratta di tecnica non di anima…
    almeno credo…

  3. Mele Says:

    “proiezione affettiva di un disagio nel rapporto con le cose” Ok. Sapevo di essere psicopatica.
    AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARRRRRRRRRRRRRRRRRGH. “riferimenti letterari”.
    In realtà, non ho capito.

    “fase completamente neuroctona che precede la stesura materiale del testo” Nh?
    “soggetto.verbo.aggettivo” predicato nominale? “tecniche magiche”? La userò per spiegare le
    metafore al mio bimbo (anni 4).
    Ma uno che crive così può permettersi di 1.iniziare con una domanda, 2.usare “beccato”?

    “rem tene, verba sequentur: se ci hai le cose da dire, le parole verranno.” Catone risponderebbe: -Te devo di che *ci hai* in testa?- ” aumentare la propria capacità di invenzione”. Catone: -Il cialis!-

    Oddio. Se *loro* insegnano a scrivere…. gh…

    (Secchan fa aria a Mele. Se non rinviene, chi gli serve il pranzo?)

  4. Blackvirgo Says:

    Anche io credo che le scuole di scrittura servano a raffinare lo stile, magari a imparare a padroneggiarlo meglio, ad ampliare il repertorio linguistico… in pratica a sgrezzare la forma. Che possano insegnarti la sostanza… lasciatemi con qualche dubbio. Esempio? Io sono negata a disegnare, sempre stata. Se andassi a una scuola di pittura potrei imparare a tenere in mano un pennello, a usare i colori giusti, magari anche a tratteggiare forme decenti. Che il risultato sia un quadro rimane molto discutibile.

  5. laramanni Says:

    Perfettamente d’accordo con voi. Certo, imparare alcuni trucchi del mestiere non è affatto male: come già detto, anelo a qualcuno che mi dia dritte per quanto riguarda i dialoghi, che secondo me sono la cosa più difficile di tutte. Però, ecco, a volte penso che queste cose andrebbero imparate a scuola. Domanda delle domande: perchè in Usa si insegna scrittura creativa alle superiori e da noi no? xD

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