Impact Factor, libri ariosi e strisce pedonali

Offerta speciale! Tre al prezzo di uno!. Ovvero: tre meditazioni in un solo post.

Prima.

Il commento di Blackvirgo, appena letto, mi fa riflettere. Ne copio una parte:

“…nel mondo scientifico pubblicare su una rivista ad elevato Impact Factor (è una specie di indice sul valore scientifico delle rivista, ma non solo. Non è così puro come può sembrare, ma rimane comunque abbastanza affidabile) significa aver passato delle revisioni belle toste (leggi stroncature) e significa che al tuo lavoro viene dato un certo valore. Tanto che nei concorsi il punteggio di una pubblicazione dipende anche dall’IF della rivista che l’ha pubblicata.
Una volta credevo che la stessa cosa valesse per l’editoria.
Facevo la similitudine: scrittore che pubblica on-line=piccolo chimico, scrittore di libro= scienziato.
Poi arrivarono un po’ di fanfiction che mi fecero ricredere (nel lontano 2002 mi pare, Harry Potter e fandom anglofono). E capii la serietà che stava (e sta tuttora) dietro la scrittura amatoriale. Tanto che mi vergognai di quel che scrivevo.
Quindi il colpo di grazia: Paolini e la Troisi.
A quel punto non ci ho capito più niente.
E ora chiedo a voi esperti (scusa Lara se ti trasformo il topic in un forum, ma è lì che mi rode!): esiste una specie di IF anche per l’editoria?

Per pubblicare in inglese: probabilmente lo sapete già, comunque per chi fosse interessato la Wizards of the Coast (la casa di Dungeons&Dragons…) accetta tutti gli anni (non mi ricordo se in primavera o in autunno) manoscritti di autori che ambientino le proprie storie nei Forgotten Realms. Si sa mai che qualcuno fra voi riesca a fare il colpaccio (a un amico di mio cognato hanno iniziato col pubblicargli le avventure per gioco di ruolo poi lo hanno assunto! ) ). Nel loro sito trovate tutto il regolamento”.

Provo a rispondere: il problema è MOLTO italiano, secondo me.

In primo luogo, perchè nel nostro paese lo Scrittore (con maiuscola) è ancora circondato da uno status quasi sacro. Lo Scrittore Pubblicato, per meglio dire: a dispetto di quello di cui si parlava due giorni fa, ovvero dell’abbondanza di titoli editi ogni anno e della scarsità di vendite degli stessi. E almeno esistesse uno straccio di Impact Factor. Non penso affatto che ci sia, nel mondo editoriale: a me capita di sfogliare libri che mi fanno sbarrare gli occhi, e non certo per la paura o l’emozione.
Rimedio: andare a visitare le bancarelle estive, dove gli scrittori da premio letterario prendono la polvere insieme agli Harmony e ai vecchi Urania.  Il pellegrinaggio dovrebbe essere imposto per obbligo a tutti coloro che scrivono: è una specie di “memento mori” che farebbe abbassare molte creste…

In secondo luogo, perchè la parola “amatoriale” è ancora fraintesa ed equiparata a scarsa qualità. E questo è folle: non solo per gli esempi che citava Blackvirgo a proposito del fandom anglofono. E non solo per quanto riguarda la scrittura: su DeviantArt vedo quasi ogni giorno disegni e fotografie che farebbero sbiancare parecchi “professionisti”.

In terzo luogo…ho paura che ci metta la zampa il pregiudizio nei confronti di Internet…che è ancora visto come quel posto strano dove si fabbricano le molotov (notizia di oggi, eh) e ci si spoglia…

Seconda

Pan mi sta conquistando. Dimitri è decisamente bravo, riesce a mettere le mani su una materia pericolosissima (no, dico, rivisitare Peter Pan…) in modo originale. Quando ho finito provo a dire la mia. Unica, piccola cosa: mi sta dando una sensazione di…sovraffollamento. Non so se per la quantità di fatti e azioni e personaggi. Oppure se la colpa è della grafica scelta dall’editore. Non so voi: ma preferisco i libri “ariosi” nell’impaginazione.  E non importa se le quasi cinquecento pagine salirebbero, così,  a ottocento.

Terza

Guai ai sognatori. O meglio, guai a chi, come me, attraversa la strada pensando al capitolo sedici di Sopdet. Perchè ieri sera Ivy ha fatto di testa sua:  avevo predisposto un’azione e invece, al momento di scrivere, ne è venuta fuori un’altra. L’ho assecondata, ma adesso devo far “tornare” il resto. Stamattina ci ero quasi riuscita, nella mia testa, quando il clacson ha suonato.
Mi sono girata e ho trovato un signore in canottiera al volante di un macchinone grigio. Il signore era molto alterato e mi ha urlato qualcosa che non ho capito, ma che  sicuramente si riferiva al mio quoziente intellettuale e alla mia etica sessuale, prima di sfrecciare alle mie spalle, mentre la sua signora mi mostrava il medio.
Mi sono sentita in colpa: cosa avrò mai fatto? Sarò passata con il rosso pedonale? Ho alzato gli occhi: neanche per sogno, avevo il verde ed ero anche sulle strisce.
Ma andavo piano, ecco.

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10 Risposte to “Impact Factor, libri ariosi e strisce pedonali”

  1. Anghelos Says:

    Sai qual è il problema? Che l’equazione amatoriale=scarso è ritenuta di valore non soltanto da molti critici e da una fetta di pubblico, ma anche da parecchi scrittori amatoriali, che ammettono candidamente di non essere un granché e ciò nonostante continuano a pubblicare senza preoccuparsi di migliorare o di impegnarsi di più. Quindi a fianco delle opere buone la spazzatura si accumula.
    Si può dire che avviene lo stesso nell’editoria: vengono pubblicati troppi libri, di cui molti lanciati allo sbaraglio senza editing né altro giusto per fare guadagni facili, e quindi anche qua diventa difficile separare la qualità dalla mediocrità. Però ci sono due differenze, secondo me. La prima è che comunque tra gli scrittori cartacei è più facile orientarsi visto che tutti i giornali, migliaia di siti internet e a volte anche la tv propongono recensioni di ogni tipo, mentre per la scrittura amatoriale gli strumenti per orientarsi sono molto di meno, e quindi gli scrittori bravi hanno meno visibilità di quanta ne avrebbero se fossero pubbilcati. La seconda cosa è che, anche se le case editrici non esercitano un po’ di selezione o di editing sui testi, comunque l’impressione e la credenza comune è che lo facciano, che non pubblicano la prima cosa che trovano nella cassetta della posta (e in effetti è vero): in altre parole, lo scrittore che spedisce un manoscritto e lo vede pubblicato non si cura dell’editing perché, se servirà, ci penserà la casa editrice; invece nella scrittura amatoriale la cura di ogni singolo dettaglio è sempre competenza dell’autore, che però troppo spesso se ne frega, e così facendo rinsalda il pregiudizio di partenza…

  2. laramanni Says:

    Hai ragione, Angelo.
    Però qui si apre un altro punto: i lettori e recensori “amatoriali”. Sappiamo tutti e due quanto è difficile fare delle recensioni costruttive, e a volte anche dure. Però, quando ci si riesce, è fondamentale.
    Per quello che mi riguarda, ho avuto l’eccezionale fortuna di poter usufruire di un editing collettivo. Mi sono conservata tutte le recensioni di Esbat su un file e, al momento della revisione, sapevo già quali erano i passaggi deboli. Vuoi mettere?
    Questo è un patrimonio straordinario, se lo si vuole usare. Se, certo…xD

  3. StellaMaris Says:

    Concordo completamente con Angelo… amatoriale viene troppo legato a “fare qualcosa per puro divertimento e con scarsi risultati” mentre dovrebbe essere coniata un’altra parola per definire gli scrittori del web, che non pregiudichi già dalla partenza la qualità della scrittura…
    Sulle recensioni costruttive è vero che si dovrebbe essere obiettivi… io non ci riesco mai. Se c’è una cosa che non mi piace (nell’insieme, non uno due particolari, o proprio non riesco a leggere lo stile di scrittura) preferisco non commentare, anche se all’autore farebbe meglio ricevere critiche finalizzate al miglioramento delle sue capacità…

    L’IF (se non ho capito male, una specie di… marchio di una certa garanzia per le riviste) non sapevo nemmeno che esistesse…
    Nell’editoria non se ne vede la minima traccia. A me sembra che le case editrici (come anche le major discografiche) abbiano due canali: musica buona e musica popolare e troppo spesso cerchino di pescare in entrambi gli ambiti contemporaneamente.
    Così pubblicano un po’ per gli uni un po’ per gli altri, mandando in confusione i fruitori che si prendono delle belle sole. (Io leggo spudoratamente almeno due pagine prima di comprare un libro. So che non è carino e anche pericoloso [quel libraio voleva uccidermi GIURO], però un’adolescente non può mica spendere centinaia di euro nell’acquisto di libri che leggerà una volta e basta!

    Per Ivy… la vedo male. Comincia sempre così, no?
    Un personaggio inizia a fare come vuole… poi ti trova, entra da una finestra aperta e… la storia si ripete.
    Povera Lara. XD

  4. laramanni Says:

    Oh StellaMaris, invece fai benissimo a leggere in libreria: dovrebbe essere permesso a tutti e dovunque. Per questo amo gli scrittori che mettono i loro libri in rete anche quando esiste la versione su carta. Un assaggio è doveroso!!!
    Ivy dalla mia finestra? ACCIDENTI!!!! xDDD

  5. Laurie Says:

    Problema: gli editor nell’editoria italiana? Dove sono? Perché da quel che so nelle pubblicazioni scienfiche su rivista (anche in psicologia ci sono! e son severi!) lettori ed editor hanno un peso importante. E talvolta pubblicano articoli a patto che ci siano certe modifiche… si spera in meglio…
    E’ anche vero che nelle riviste scientifiche ci sono degli standard più facili per capire se un articolo è pubblicabile: ovvero se rispetta i canoni di scientificità. Per esempio la procedura per un esperimento deve essere spiegata diffusamente, è necessario impostare l’articolo in modo che siano presenti tutti i dati necessari a replicare l’esperimento, l’analisi statistica deve essere presentata ecc. ecc.
    Forse è più difficile stabilire delle regole per la letteratura, ma non impossibile (credo).
    A parte questo, concordo con te, e non vado avanti su quanto siano… anzi SIAMO bistrattati noi autori amatoriali perché replicherei il mio vecchio commento. Anzi sinceramente non mi interessa poi motli se gli Elevati Circoli Culturali italiani ci considerano feccia: ci sono altrettanti circoli qui sul web e io frequento questi (un po’ meno adesso) e non gli altri xD
    Questa è una chicca che non sapevo:
    “che è ancora visto come quel posto strano dove si fabbricano le molotov (notizia di oggi, eh) e ci si spoglia…”
    Anche se il tg.com ha fatto di meglio: la droga cibernetica diffusa via p2p. Peccato che non esista, e si veda subito come sia un bieco tentativo per creare allarmismo.

  6. laramanni Says:

    E infatti.
    E’ buffa questa cosa degli editor: perchè le voci che girano sono contrastanti. C’è chi teme che di fatto riscrivano da capo i libri degli autori, e c’è chi sospetta che invece non leggano proprio…
    Io penso che esista soprattutto un problema nel genere: fantasy, goth, horror in particolare. Perchè in quel caso sì sembra che lascino tutto come sta, incongruenze in primo luogo (e devo dare ragione ai Gamberi, in questo caso), concentrandosi, forse, solo sul linguaggio. Ma il linguaggio, da solo, non supporta una storia che fa acqua.
    Quanto ai Circoli, ho idea che stiano pianino pianino perdendo consistenza. Ma forse è una beata illusione mia.
    xD

  7. Anghelos Says:

    Dipende a favore di cosa perdono consistenza…

  8. Mele Says:

    Posso essere sincera?
    Ho abbandonato l’idea (il Grande Sogno, anni fa) di darmi alla letteratura avendo proprio in odio autocritica e altrui critica. So che è una scemata, ma non sopporto (quasi solo con la scrittura, per fortuna…)
    Per dirti che non posso riferirmi tanto alla scrittura, riguardo questo problema: non ce n’è bisogno, perché interessa ogni categoria di *dilettanti.
    Ed è una cosa tremendamente italiana.
    Ti porto ad esempio la musica strumentale. Ora ti viene in mente la Corrida, neh? Ecco, quel programma ha rovinato vite.
    “Oh, ma com’è bravo / a. Ma studia al conservatorio?”
    “No.”
    “Aah.”
    Lo conoscono tutti quell’”Aah”. “Aah”, allora non è una cosa seria, “Aah”, ma allora… Allora cosa?!
    Anche i dilettanti prendono lezioni e studiano la loro dannata ora al giorno (…Ehm ehm… poi, va beh…).
    Pensano che chi va al conservatorio studi per forza per il professionismo? Non in Italia, perché la paga dei musicisti è davvero miserrima.
    Considerando che grandissima parte, dai madrigali a Mozart, della musica era composta per dilettanti ( non c’erano né CD né Robbie Williams)!
    Riguardo alla scrittura. Mi viene sempre in mente che Tolkien non aveva l’editor (e dai, un poco si vede).
    Poi penso che alcuni scrittori siano come i cantanti: Un bel talento di fondo, ma proprio zero a sfruttarlo.
    E ti ritrovi ad aver pubblicato cose di cui ti vergogni, perché non hai aspettato, o qualcos’altro; ti ritrovi colle corde vocali rovinate perché hai voluto cantare in generi non adatti.

    (Due cose: Più che altro per strada stai attenta a non pestare cosine mollicce e appiccicose. E poi: Ma davvero in libreria non si può leggere? E allora le poltroncine a cosa servono?)

  9. La turriaca Says:

    D’accordo su tutto ciò che avete detto sull’editoria italiana e internet e le bancarelle e il memento mori.

    Tuttavia, riprendo una frase sull’IMPACT FACTOR che blackvirgo ha messo fra parentesi “Non è così puro come può sembrare, ma rimane comunque abbastanza affidabile”.

    Mi permetto di osservare che, per la situazione italiana (ma anche all’estero non sono rose e fiori, inutile che ci facciamo illusioni), non basta dire che l’IF non è COSì puro. Purtroppo, da quel che so, in Italia l’impact factor scientifico-accademico non è PER NIENTE puro.

    Così mi ha spiegato un amico docente (di quelli bravi e serissimi, perché ce n’è): se un barone universitario scrive un articolo, esso sarà citato mille volte, il che farà aumentare l’IF di quel barone (che si basa sul numero di volte in cui un testo viene citato da altri, un po’ come la graduatoria dei siti nelle ricerche di Google).

    Tuttavia, per cosa credete che i vari studiosi (e ricercatori e dottorandi e schiavi vari) citino quell’articolo??? Perché è buono, denso, geniale? Noooo, perché quello è un barone, e va leccato i più posssibile, e più lo lecchi e più (forse) ti darà qualcosa. Forse. In ogni caso, alla fine si crea un circolo viziosissimo, per cui se uno viene citato, allora sarà sempre più citato, intanto perché è un barone e poi perché FA TENDENZA citarlo. Senza che nemmeno si sia letto davvero il testo citato.

    Morale della favola: l’editoria italiana sforna schifezze che arrivano ai vertici delle classifiche di vendita chissà per quali motivi (?!?).
    Ma, occhio ai presunti criteri oggettivi che dovrebbero RISOLVERE e invece non fanno che riprodurre gli stessi circoli viziosi.
    😦

  10. laramanni Says:

    Ohi ohi. Circoli viziosi mi pare proprio la definizione giusta, Turriaca. E anche le parole “fa tendenza”: vale pure al di fuori del mondo scientifico, mi sa.
    Mele, che bello il paragone con la musica. E’ proprio vero: mi piacerebbe sapere quando è cominciata, storicamente, la demolizione dell’amatore…

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