Papiri: Lara e Yoda sulla narrativa fantastica

Succede che Yoda e Lara ogni tanto partano per la tangente, e si mettano a riflettere sulla narrativa fantastica. Ricapitolo: ieri mi capita di leggere un post dove si attribuivano ad alcuni personaggi del manga Inu Yasha la valenza di metafora. E io sono saltata su. Affermando questo:

E’ troppo facile, un’interpretazione per metafore: e io non credo che un autore, a freddo, decida “qui metto questo e qui quest’altro”. In genere, un autore ha un progetto iniziale, e cambia in corso d’opera, e i personaggi cambiano con l’opera stessa. Questo vale per la narrativa, non solo per i manga: e questo spiega anche le incongruenze (che un bravo autore corregge, se se ne accorge, però).

Mi è stato fatto notare che i personaggi di una storia rispondono sempre alla società in cui nascono. E io ho aggiunto questo:

Ovviamente hai ragione: un’opera rispecchia la società in cui vive l’autore. Ma dipende da COME la rispeccchia.
Faccio tre esempi prima di arrivare a Inu Yasha.
Quando Tolkien scrive il Signore degli Anelli non pensa affatto di inserire metafore della sua epoca: anzi, quel che lo interessa in primo luogo è creare un mondo. Anzi, prima ancora: un linguaggio su cui basare quel mondo. Di qui le razze, le stirpi, la cronologia, le divinità, le guerre. Ecco il punto. E’ evidente che nel Signore degli Anelli c’è ECCOME non solo la società di Tolkien, ma il suo vissuto. C’è la prima guerra mondiale, a cui ha partecipato. Ci sono i morti che ha visto, gli addii che ha dovuto soffrire.
Ma questa non è una metafora: è NELLA storia.
Altrimenti non si spiegherebbe come mai l’opera di Tolkien sia stata interpretata così variamente come metafora di tutto e di niente: viene rivendicata dalla destra e dalla sinistra, viene vista come segno della decadenza dei tempi. Ma non è nulla di tutto questo. E’, in primo luogo, una grande storia.

Secondo esempio: C.S.Lewis, Narnia. Qui la metafora esiste ed è inserita a freddo, invece. Anche se Lewis impiegò molto tempo a negare che avesse semplicemente voluto spiegare la storia di Cristo ai bambini. Per esempio in questa lettera: “Io non mi sono detto ‘Rappresentiamo Gesù come Egli è realmente nel nostro mondo come un Leone in Narnia’; mi sono detto “Supponiamo che ci sia una terra come Narnia e che il Figlio di Dio diventi in questa un Leone, come è diventato un Uomo nel nostro mondo, e quindi immaginiamo cosa succede”. Vero solo a metà, per chi legge.

Terzo esempio. Duma Key, ultimo e splendido romanzo di Stephen King. Non c’è metafora, ma c’è la vita di King. Il protagonista è un uomo che perde un braccio dopo uno spaventoso incidente. King ha avuto un incidente altrettanto spaventoso otto anni fa. Qual è la differenza? I suoi fan sanno e riconoscono il vissuto personale. Gli altri lettori apprezzano e basta.

Quello che voglio dire è che un buon autore, meglio un grande autore, dovrebbe evitare sia le metafore, sia gli stereotipi.
Cosa ha fatto la Takahashi?
E’ riuscita nell’intento solo a metà.
Ha creato uno straordinario scenario mitologico.
Ha restituito “contatto” a due mondi separati: quello dei Demoni e quello degli umani. E questa, per me, è una delle cose più belle della storia: le porte che si spalancano sul “sacro” sono benedette, in questi tempi cupi anche narrativamente.
Ma. Ma ha fatto franare tutto. Attribuendo a un personaggio, Kagome, la valenza della bontà d’animo che tutto rischiara (e purtroppo Rin è il suo contraltare: la purezza che ammansisce il demone…). E distruggendo in DUE vignette (che leggerete quando usciranno i volumi) la grandezza di Naraku.
Perchè lo ha fatto? Perchè, ahi ahi, in un progetto di così lunga durata è molto, troppo facile, cedere alle esigenze di mercato. E il mercato cosa vuole? Un happy end. Una storia d’amore che vince su tutto. Il bene che trionfa. Viva Moccia, Viva Edward Cullen: questo è il punto.
Ma un grande autore, di narrativa scritta o di manga: è quello che porta avanti la SUA storia, non quella che vogliono i suoi lettori….

Ma soprattutto, Yoda ha sfornato un altro dei suoi papiri. Come non riportarlo?

Premetto che, com’è ovvio, chiunque può interpretare una storia come ne ha voglia, e metterci dentro tematiche come il razzismo, la metafora dell’uomo diviso a metà come il mezzodemone, e tantissime altre.

MA!

Se è pur chiaro che tutto questo possa andare bene, a mio parere questo inseguire metafore “scentra” il punto e uccide la narrazione.

Le interpretazioni e le metafore sono tante quante le teste di chi ascolta il racconto. Anch’io potrei metterci del mio, per quel che vale. Se poi ci si impegna, ecco, frullando e tagliando e incollando qua e là, si può tirar fuori davvero di tutto dal cilindro.

Esiste però una cosa che sta al di là della foresta aggrovigliata delle metafore e delle immagini, e questa è la STORIA.

In che senso?

Nel senso che andando così affannosamente a caccia di metafore si cade in quello che ritengo un errore, come ben dice una grande e competente appassionata di letteratura fantastica (Gamberetta) nel suo blog.

Quel’è questo errore? Di considerare la Narrativa secondaria alla Realtà, di modo che la Narrativa acquisirebbe valore solo se correlata in qualche modo alla Realtà: ha dignità solo se in qualche modo ci parla di razzismo, piuttosto che dell’uomo che non si accetta com’è eccetera.

Queste sono le parole di Gamberetta, che io condivido in pieno (attenti, perché l’impavida Gamberetta è, a differenza di me, molto pungente nel sostenere le sue tesi, e mi spiacerebbe se qualcuno ne fosse urtato!):

“Un’allegoria del razzismo! Questa posizione è una posizione importante, dice qualcosa riguardo i problemi del nostro tempo, comunica un fondamentale messaggio!
Un’altra perversione è appunto questa: quella di considerare la narrativa secondaria alla Realtà, tanto che la narrativa stessa acquisirebbe importanza divenendo specchio, metafora, interpretazione della Realtà. Ma non è così. La narrativa è ben più potente, la narrativa crea la Realtà! […].
La storia di Ulisse che acceca Polifemo può essere interpretata in mille modi diversi, ma non deve il suo significato all’interpretazione, ma alla vicenda in sé. È eterna perché ha generato una Realtà a se stante, lontanissima da qualunque considerazione sui problemi del nostro tempo (di qualunque tempo).
La narrativa non ha bisogno d’imitare la Realtà, può farlo, ma questo non è un merito, è un altro pasticciare da bambini stupidotti, è ancora un rifiuto del gioco per disegnare invece faccine carine. La narrativa deve ampliare la Realtà, generare nuove Realtà, allargare i confini dell’immaginazione della nostra specie. Nessuno mi vieta di scrivere un saggio sul problema del razzismo nell’Europa del XXI secolo, e ne può venire un ottimo saggio, ma non sarà buona narrativa. La narrativa che si ferma a rielaborare la Realtà, senza andare oltre, senza aggiungere altro,
è solo una perdita di tempo.
Ci sono autori che si
compiacciono d’immergere le loro opere in un bagno di Angosciosi Problemi del Nostro Tempo; costoro credono che così facendo le loro opere di narrativa acquistino significato, invece succede l’opposto, ne vengono svilite. Questi autori rientrano anche loro nel calderone dei buffoni (e così avrò dato del buffone a qualche altro Genio, be’, peggio per lui!)”

Qua c’è il link all’articolo completo, se a qualcuno interessa una lettura competente e scorrevole dell’argometo.

http://fantasy.gamberi.org/2008/07/13/scacchi-e-scrittura/

Perciò, ne parlerò in rapporto alle magnifiche premesse di questa fiaba.

E, tanto per cambiare!! finirò a parlare di Kikyou!

Lo faccio perché voglio cercare di fare capire la differenza tra raccontare una storia e cercare un significato.

Il legame tra umani e demoni non è un problema di razzismo (né una questione di accettazione del sé).

Perché il razzismo è una disgustosa mistificazione, visto che tutti noi apparteniamo a una razza sola, quella umana!

E invece! Uomini e demoni (youkai) appartengono sul serio a due razze diverse, appartengono a due mondi diversi che non si possono mischiare, così come non si possono mischiare l’olio e l’acqua.

Hanno bisogni diversi, emozioni diverse, gli uni sono eterni e pochissimo mutabili, e non mutabili come lo intendiamo noi, gli altri mobili, vari; i primi sono autosufficienti (anche quando si uniscono in tribù), gli uomini devono formare società; le loro esigenze, i loro pensieri, i loro desideri, sono diversi e spesso incompatibili.

E’ come l’eterno e il divenire.
Si possono toccare, si possono incontrare, ma non possono stare assieme.

Ed è questo che crea la straordinaria tragicità di Inuyasha. Per Inuyasha un posto non c’è, non esiste e non potrà mai esistere. Per quanto si possa dire che è ingiusto, non c’è scampo per questo.

Inuyasha non può avere pace. Gli è impossibile, perché in lui vivono due nature che assieme non ci possono stare. Non avrà mai la pace in nessun luogo, perché non appartiene ad alcun mondo.

Non deve essere visto come una metafora di qualcosa. Deve essere immaginato e accettato, come una Realtà a se stante, come se fosse vero, e indipendente da noi che ascoltiamo la narrazione degli eventi.

Non è umano, e perciò non può essere trattato come qualcosa di interamente umano. Per questo giustamente Inuyasha invitava la ragazza di cui credo LordSesshoumaru abbia parlato a non fidarsi dei demoni.
Non conta che siano “buoni” o “cattivi”.
Conta che sono diversi e incompatibili all’uomo.
L’essere umano che vuole avvicinarvisi troppo ne viene distrutto. E anche lo youkai può finirne distrutto (come il padre di Inuyasha e tutti, ma proprio tutti, gli youkai che si sono congiunti all’uomo).

Qua sta la tragedia e l’ingiustizia. Sono due mondi che possono camminare a fianco, ma non mischiarsi. E alla fine, solo uno dei due potrà prevalere, e l’altro dovrà scomparire.

E per questo nessuna comunità, mai, potrà accogliere Inuyasha, se non per periodi brevissimi, sotto particolari condizioni, salvo poi scacciarlo in qualunque momento. Inuyasha, proprio come Naraku, è fuori. Fuori da tutto.

Per questo, ad esempio, il fallimento della storia d’amore tra Kikyou e Inuyasha non può essere misurata con un metro solo umano, come sarebbe altrimenti (lei voleva cambiare lui, questo non va bene, le cose sono andate male per questo; questa è una metafora di come possono andare male i rapporti tra una coppia).

Non è così. E’ giusto che sia Kikyou, che è il personaggio più straziante, complesso e contraddittorio del manga, lei il cui nome significa “colei che è eccentrica”, lei che per altre ragioni apparitene anch’essa a entrambi i mondi, e perciò a nessuno dei due, a farsi carico della volontà di rendere Inuyasha umano.

La decisione di Kikyou, lo ribadisco, non è metafora di nulla. La decisione di Kikyou E’.

Ed è, al tempo stesso:
giusta e sbagliata, bella e brutta, dolorosa e piena di speranza, stupida e saggia.
E’ un paradosso che nasce dal paradosso di una creatura che non dovrebbe esistere, una cosa che Sesshoumaru non tollera, infatti, perché è una creatura di mezzo che porta scompiglio intollerabile nell’ordine di entrambi i mondi.

E il paradosso della volontà di Kikyou riassume la forza e l’ingiustizia e la consolazione di tutto questo con una sintesi tale che non sono in grado di esprimere in parole.

E poiché Naraku conosce questo paradosso, e conosce la fragilità del cuore umano, è in grado di distruggere tutto questo con un suo semplice intervento.

Non si sente quanto è più potente, così, il racconto? Quanto è coinvolgente? Proietta in un mondo nuovo, di cui non si conosceva l’esistenza, e che E’ perché qualcuno (l’autore) ce lo sta raccontando.

Renderlo metafora di alcunché, lo svilisce.

Che siano belle e interessanti, oppure non molto ben argomentate, è irrilevante. Sono tutte, senza alcuna eccezione, fuorvianti, perché per inseguirle bisogna uscire dal mondo creato dall’autore ed entrare nel nostro. E questo annienta la funzione primaria della narrativa fantastica. Ampliare il nostro orizzonte contemplando realtà non immaginate.

La Taka è stata capace di creare una Realtà a se stante, un Mondo Secondario, avrebbe ancora detto Tolkien. Questa e solo questa è stata la chiave del suo successo.

Infatti, quando ha cominciato a tradire le “regole di coerenza” del suo mondo, ha rovinato tutto.

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9 Risposte to “Papiri: Lara e Yoda sulla narrativa fantastica”

  1. Angelo Says:

    C’è poco da fare, ogni volta che leggo quell’estratto dell’articolo di Gamberetta sono indeciso se arrabbiarmi o scoppiare a ridere. Fermo restando che sarebbe un’ottima editor, dal punto di vista teorico ha una visuale davvero troppo rigida nel definire uno e un solo tipo di narrativa. Io, memore di una lezione di Carlo Freccero su tutt’altro, che però mi pare si adatti bene, penso che la forza, in ogni forma di espressione, sia quella di aggiungere, non di togliere. Non è il contenuto a svilire l’opera, ma la bravura dell’autore, e questa può esprimersi al di là dei suoi intenti (a meno che non siano così ambiziosi da andare oltre le sue reali capacità; ma siamo sempre a un discorso di bravura individuale, e non di contenuti).
    La visione di Gamberetta mi sembra talebana, detto senza offesa per lei, perché immagina la narrativa ad una sola dimensione, di fatto svilendola più degli autori da lei criticati.

  2. Laurie Says:

    Scusa, Angelo, ma al di là delle posizioni spesso radicali di Gamberetta su certi aspetti della narrativa in quell’articolo mette in luce un aspetto importante: che la narrativa non si può accontentare di strade già percorse ma deve cercarne di nuove. Detto questo, hai certamente ragione tu che non è importante solo il contenuto ma anche la bravura di chi lo usa, ma aggiungerei io, penso che chi usa un contenuto vecchio ma riesce a renderlo ancora vitale, può definirsi a buon ragione uno che sta tentando qualcosa di nuovo. Certo, sono sicura che Gamberetta non intendeva solo questo. Lei ha spesso posto in luce nei suoi articoli come in un libro sia (per lei) importante trovare qualcosa di nuovo, che allarghi i suoi orizzonti. Be’, al di là del fatto che lei sembra elevare questo a regola per discriminare tra buona e cattiva letteratura, non è un monito sbagliato. Se gli autori continuano a girare suoi soliti argomenti col solito approccio non fanno letteratura, fanno prodotti da vendere a tanto al chilo. E purtroppo molto spesso noto che gli autori non vogliono osare e si adagiano sulle solite note storie.
    Detto questo… scusa, Lara, sto facendo OT pauroso ç_ç Risponderò all’argomento del post nel forum. Solo che ci tenevo a battibeccare un po’ col Santo 😛

  3. Laurie Says:

    Ah, preciso. Io parlo sopratutto di narrativa fantastica (fantasy e sci-fi), che mi sembrano i campi in cui è lecito parlare di Realtà a se stante. Poi magari Gamberetta voleva ampliare il discorso anche ad altri generi, poi magari si può ampliare l’argomento ad altri generi, ma tendo a precisare.

  4. Angelo Says:

    E io sono d’accordo con te, Laurie, nel dire che occorre cercare strade nuove. Quello che però mi chiedo è: questa ricerca è possibile all’interno di una concezione ristretta della narrativa? Ho i miei dubbi.
    Mi pare che Gamberetta in quello stesso articolo, o comunque uno correlato, specifichi che si riferisce alla narrativa di genere, ma questa restrizione dell’argomento non cambia di molto la mia visione: penso che gli obiettivi che lei ritieni degradanti per i romanzi possano invece portare a buoni risultati, se trattati bene [mentre, viceversa, prendere come unico obiettivo quello di “creare la realtà” mi sembra una scusa per giustificare qualsiasi giochetto intellettuale da quattro soldi]. Inserire le proprie idee non porta necessariamente ai sermoni di Lewis, per fare un esempio che tu mi hai citato più volte.

  5. Faffy Says:

    Non riesco ad immaginare una narrativa che si fa spazio su un singolo piano di realtà… perché c’ho pensato, davvero, o meglio… i miei pensieri dopo aver letto il post si sono susseguiti in quest’ordine:
    Prima cosa che ho pensato: queste affermazioni mi danno di Oscar Wilde, che diceva che l’arte è fine a sé stessa, che è la realtà che imita l’arte e non il contrario, che la realtà è troppo “volgare” per ispirare una cosa pura come l’arte che deve innalzarsi e, sì stratificarsi per piani, ma in modo comunque sovraelevato a quello materiale.
    Poi però mi dico: perché una cosa che si scrive deve essere vista solo e soltanto in funzione della storia, perché, quando si legge qualcosa, non si può spostare lo sguardo dal racconto, ammirando una visione delle cose che può avere un personaggio e che ci fa pensare, anche una volta chiuso il libro e magari tralasciando la storia in sé?… Forse tutto questo è poco chiaro, faccio un esempio? Prendiamo un Manzoni e “I promessi sposi”, bene, quel romanzo è pieno di elementi che vanno fuori dalla storia stessa: “che escono dal mondo dell’autore, per entrare nel nostro”, per usare le parole del post, ci sono numerose chiavi di lettura e il lettore esperto, o il critico, se vogliamo, se vede cinque modi diversi in cui si può interpretare il romanzo ne gode cinque volte. La parola che non va secondo quanto detto precedentemente è “interpretazione”, dunque, perché per notare la critica politica, ad esempio, il lettore esce inevitabilmente dal racconto per calarsi nel contesto storico dell’autore, o comunque nella sua mentalità. Temo che con un testo simile ciò sia automatico.
    A che conclusione devo giungere? Per apprezzare una storia basta la semplice sensibilità della mente senza che la si arricchisca di quelle osservazioni che sarebbero fuorvianti, ignorare le “cinque chiavi di lettura” e vedere il romanzo per quello che è. Ma forse sbaglio ancora: non è il lettore che deve controllare questa cosa, ma l’autore, che deve creare un solo piano di lettura che si concentra sul racconto stesso e che ti immerge in quel mondo senza portartene fuori… e allora quello che apprezza il lettore esperto cosa è? In breve, le benedetti cinque chiavi di lettura fuorvianti cosa sono? Sono un male? Il “lettore esperto” che le cerca fa male? Dovrebbe riferirsi ad un apprezzamento quasi istintivo dell’opera che legge? Bene allora si solleva un altro problema, perché se è così mi accorgo di una notevole incongruenza. A questo punto dobbiamo dar ragione alle fun di Moccia (perdonate l’eresia, fa tutto parte del ragionamento) perché le lettrici senza una minima consapevolezza letteraria apprezzano l’opera nel complesso senza uscirne (non ne escono neanche a fine lettura veramente -__-) e a separare un’opera di livello così basso, da una, invece, di livello più elevato ci sono proprio quegli elementi fuorvianti che loro malgrado sottolineano la maggiore consapevolezza e abilità dello scrittore, non solo quelli, naturalmente, ma in buona parte anche la loro presenza. Se mi metto ad ascoltare una canzone di una Anna Tatangelo del cavolo e poi Beethoven il mio cervello mi dirà “primo: orecchiabile, secondo: non orecchiabile” ora , credo che non ci siano dubbi sulla dislivello qualitativo che intercorre tra Tatangelo e Beethoven, però per arrivare a questo devo riascoltarmi il brano del secondo ed uscire dal risultato sonoro complessivo per cogliere separatamente altri aspetti. Con questo voglio dire che non bisognerebbe costringere il nostro sguardo limitatamente alla storia, perché a volte proprio un modo per apprezzarla è guardarla al di fuori del suo complesso.
    Penso a tutto questo senza sapere se ho ragione, o se devo affrettarmi a far tesoro di una lezione che, personalmente, farebbe crollare alcuni miei pensieri… alla fine mi si para davanti il dramma:
    nonostante quanto detto, osservo la questione sul piano pratico e mi accorgo che leggo, leggo, leggo, leggo, saltello quando noto l’abilità dell’autore e le dannatissime “cinque chiavi di lettura” però poi leggo Esbat e Sopdet e provo qualcosa che va oltre il semplice apprezzare, mi sento presa, cosa che mi era successa solo parecchio, parecchio tempo fa… allora non capisco, cosa mi è sfuggito?

  6. Laurie Says:

    Angelo, qui è necessario non confondere il contenuto con il discorso. Se mi vuoi dire che un’opera di narrativa non dev’essere un guscio vuoto o svilito benché perfettamente costruito, mi trovi d’accordo. Il contenuto è bene che ci sia. Però questo non vuol dire che lo scrittore si deve focalizzare su un discorso dove espone le sue idee su questo o quell’argomento. Se fai una cosa del genere, allora non fai narrativi, fai un saggio o un sermone. Infatti è stato lo sbaglio di Lewis con Narnia: doveva scrivere dei pampleth non creare un mondo fantasy. Perché il suo interesse per il discorso religioso lo rende cieco di fronte alla storia, ai personaggi e all’azione e ne viene fuori una narrazione insipida, pesante, moralista, qualcosa di indigeribile.
    Questo discorso mi richiama alla mente una cosa che disse la Bradley: se volete fare un comizio politico abbiate la decenza di presentarlo come tale e non travestirlo da romanzo. Ora, io mi ero arrovellata su questa questione perché mi chiedevo: ma come è possibile? Infondo nei romanzi della Bradley ne erano emerse di questioni politiche, c’era tutta la questione del femminismo! Eppure mi sono accorta che aveva ragione. Perché la personalità dello scrittore, e quindi le idee, emergono in qualche modo nel romanzo, ma non è su quelle che lo scrittore deve lavorare. Semmai siamo noi lettori che vogliamo scovare questo e quell’aspetto delle idee dello scrittore e ci mettiamo a ragionare sul materiale che ci presenta il suo libro. Non so se sono riuscita a spiegarmi bene. E’ solo che mi chiedevo, forse è meglio che un libro ci possa presentare tante domande ma che infondo le risposte spettano a noi lettori?

  7. Angelo Says:

    Quello che io contesto è proprio la rigidità della distinzione narrativa-saggistica. Certo, sono due generi ben distinti: ma perché disapprovare a priori la possibilità di opere che tentino di fonderli (che è il tentativo di Gomorra, per dirne uno famoso, ma non è l’unico)? O dare per scontato che, se qualcuno lo fa, debba fare per forza qualcosa di brutto? Io avevo citato Lewis come esempio negativo, cioè di qualcuno che l’ha fatto male, ma l’ho citato appunto per dire che non necessariamente i risultati devono essere i tuoi. Invece tu sembri dire che quello è l’unico e possibile risultato. Il che crea anche un effetto paradossale, perché da un lato critichi molto Lewis come autore, ma dall’altra è come se dicessi “Se Lewis ha fatto male, allora tutti gli altri faranno male come lui”, facendolo quasi assurgere a maestro o modello. So che non intendevi quello, ma è ciò che emerge.
    Quella frase della Bradley esprime il punto di vista della Bradley, ma io penso che in narrativa possano coesistere punti di vista diversi, e che la pluralità delle possibilità sia un elemento di forza, e non di inquinamento della “purezza” dell'”opera d’arte”. Questa scrittrice pensa che lavorare sulle idee all’interno del romanzo equivalga a fare comizi e sia indecente? Liberissima opinione che sarà anche utile, per lei autrice, come principio guida nel suo lavoro. Questo non vuol dire che debba essere il principio guida di ogni scrittore o scrittrice, a meno di non voler fare concorrenza al mercato nell’appiattire la narrativa.

  8. Angelo Says:

    (postilla che mi ero dimenticato: ora anche noi stiamo facendo i papiri, ma in fondo la mia posizione si può riassumere in una frase. Io non dico che lo scrittore DEVE focalizzarsi su questo o quello: io dico che PUO’ farlo, e che non è questo a influenzare la qualità dell’opera)

  9. laramanni Says:

    Dunque, mi aggiungo al papiro con anima incerta…xD
    Quel che penso io è che se un autore ha una sua idea precisa su un certo argomento, la sua opera la conterrà comunque. E’ la posizione di Laurie, e all’esempio della Bradley aggiungo il solito King: che PER TUTTA la sua opera ha preso posizioni politiche. Contro gli antiabortisti. In favore delle donne maltrattate. Per fare solo due esempi due che, però, hanno inciso molto più sul lettore, secondo me, che se avesse deciso di fare un romanzo-pamphlert (come il solito Lewis).
    Certo, è una questione di talento, e qui ha ragione Angelo.
    E, certo, Gomorra è un ottimo esempio: ma attenzione, Gomorra non è narrativa fantastica!
    E io credo che la differenza stia qui. In un giallo si può fare un’operazione “mista”. Nel fantasy e nell’horror no.
    Evangelisti: il ciclo di Eymerich è assolutamente politico, ma è possibile anche non accorgersene.
    Senza voler necessariamente essere rigidi, una cosa si deve dire: nel momento in cui si sceglie questo ambito, si deve sapere che è il più difficile, e non il più facile. E che ha delle regole che non servono a sentirsi fighi, ma a non ingannare il lettore.
    Poi, certo, può darsi che tanti lettori siano appagati dall’elfo e dal nano che combattono insieme il cattivone di turno. Ma ho idea che il lettore fantastico sia moooolto più preparato degli altri. xD

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