Essere o non essere

Leo è andato a vedere Otello. Segue chiacchierata con una ancora ammaccatissima Lara sull’attore e l’identificazione con il personaggio. Segue deviazione su come chi scrive si identifichi a sua volta con i suoi personaggi. E, a proposito. Uno? Tutti? Ognuno un pezzetto?
Rispondo a Leo dicendo che c’è qualcosa di me nella Sensei, in Ivy, in Adelina, nei personaggi femminili in assoluto (tranne Chris, che viene dai miei ricordi di adolescente e da una certa predisposizione a guardarmi intorno). In quelli maschili, c’è più un tentativo di capire e immedesimarmi, e molto ladrocinio alle spese di chi mi sta intorno (perdono!).
Leo dice che allora il bravo attore è quello che non “si riconosce”, ma quello che si nasconde dietro il suo personaggio: ovvero, si va a vedere Otello e non chi lo interpreta. Anche se l’interprete porterà dentro Otello il suo modo di soffrire, amare, provare rabbia eccetera.
Lara dice che anche il bravo scrittore funziona allo stesso modo, almeno secondo lei.
Poi le viene in mente una cosa: ovvero, che il web favorisce un’identificazione decisamente più forte fra persona in carne e ossa e ruolo giocato in rete. Senza la mediazione della narrazione, mi viene da dire: e questo da una parte è affascinante. Dall’altra fa un poco paura.

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6 Risposte to “Essere o non essere”

  1. Laurie Says:

    Io ho questo tarlo. Mi sento strana – non ingannatrice, non infedele, forse semplicemente un po’ arrogante – quando mi accorgo che i miei personaggi hanno molto di mio.
    Mi piacerebbe capire se anche altri che scrivono sentano così, o è solo una reazione personale. Perché alla fine è inevitabile, c’è molto di tuo in quello che metti in parole solo che.. ecco, la tua personalità forse non deve venire fuori. Un po’ come per gli attori: sopratutto se famosi è difficile che il divo scompaia per diventare il personaggio.

  2. Rohchan Says:

    Secondo me è perfettamente naturale che uno scrittore regali ai suoi personaggi qualcosa di se stesso.
    E’ normale, perchè…oddio, spero di non farla troppo lunga…^^

    dal mio punto di vista, quando inventiamo una storia inventiamo dei personaggi. E fin qui ci siamo.
    I personaggi AGISCONO. E anche qui, si va sul velluto.
    Ma per far agire un personaggio, dobbiamo dargli una personalità.
    Ed è qui che casca l’asino.
    Perchè io -parlo per me, seguendo il mio modo di essere e agire- quando scrivo e invento personaggi, posso anche inventarmi il disgraziato tremendo terribile e maledetto…ma sarà possibile redimerlo, come vorrei che fosse sempre possibile; o se non è possibile, sarà punito per seculae seculorum, cosa che detesto fare. Ma se la storia lo chiede, siamo qui.
    Allo stesso modo, posso inventarmi una ragazza…che sarà dolce e ingenua, un po’ bambina e terribilmente fiduciosa nell’essere umano ( e non^^), e in questo caso mi assomiglierà.
    Ma se è una ragazza forte, determinata, “cazzuta” (passatemi il francesismo, per favore) allora non sarà me, ma sarà qualcuno che io vorrei essere.
    E questo è il punto.
    Una persona che scrive, inventa, per sua stessa definizione.
    Anche se scrive qualcosa che vuole far passare per ‘dei giorni nostri’, o ‘vita normale’, quello che racconta sarà sempre filtrato, in un modo o nell’altro.
    Possiamo decidere di scrivere un racconto di cui siamo protagonisti/e sotto mentite spoglie, ma in quel personaggio non ci sarà mai il nostro intero essere…perchè teniamo troppo a noi stessi per sbatterci sulla pagina di un libro con tutte le nostre debolezze.
    Ma se non riusciamo a trasferire un po’ di noi nel personaggio, allora quello non avrà vita. Non avrà anima. Senza contare che, nella migliore delle ipotesi, il percorso di crescita del personaggio può anche essere il percorso di crescita di chi scrive.
    Senza un pezzetto, reale o meno, dello scrittore, il personaggio non potrà sentire, toccare, vedere, non saprà passare emozioni e sensazioni a chi legge. Che è, secondo me, la peggior disgrazia che possa capitare ad un lettore.
    Poi ovvio, se un personaggio è SFACCIATAMENTE noi allora qui si parla di Mary Sue -se ho capito bene quello che tempo fa tentò di spiegarmi Mele- e sarebbe meglio dirlo subito. “Sappiate che questo è un racconto di fantasia, ma la protagonista sono io perchè vorrei che mi capitassero cose simili, e le reazioni del personaggio sono le mie reazioni ad una situazione simile, per quanto assurda possa essere”. E’ possibile, plausibile e tremendamente umano. Chi di noi non sogna almeno una volta nella vita di essere la protagonista di un amore impossibile, la regina di un grande paese, la diva adorata da tutti ma amata da nessuno, che poi trova il vero amore dopo un travaglio incredibile?
    Questo si chiama sognare. Chi ha la capacità di scrivere veramente bene -ma è un mio giudizio DEL TUTTO personale-, sa regalare questi sogni agli altri, a patto di riuscire a mantenersi a margine.
    Altrimenti, torno a dire, si è una Mary Sue (sempre ammesso che io abbia capito cosa la definizione che sto dando…^^)

    Quindi, Laurie, secondo me la questione non è sentirsi arroganti, o strani, o ingannatrici e infedeli.
    Per muovere un personaggio ci vuole un’anima, ma siccome il personaggio esiste solo sulla carta (e prima, nella nostra mente), e per definizione, a quello stato un’anima non la può avere, o glie la diamo noi, regalandogli una parte di ciò che siamo o vorremmo essere, o altrimenti smette di esistere prima ancora di essere stato descritto.
    Oddio, forse ho davvero esagerato in lunghezza e confusione…ma perdonatemi, vi prego. Sono tre settimane che non faccio che leggere saggi in inglese ottocentesco sul personaggio di Satana nel Paradiso Perduto. Spero capiate che…non capisco più nulla di normale…^.-
    Però spero di non essere stata tropo criptica…>.>

  3. Mele Says:

    Per me è un vizio. Qualunque storia (originale) io scriva, salta fuori una cugina/sorella/amica/ex fidanzata che sono io. E’ il mio cameo.
    (Anche perché spesso i miei personaggi si comportano in modo talmente idiota che mi *sento in dovere* di intervenire per riportarli sulla retta via – senza fare battute scontate su quale sia *retta nelle storie yaoi…)
    Però, cogli altri personaggi di solito mi accade l’inverso: io mi immedesimo in loro. E non è una cosa carina, visto che poi somatizzo. Del tipo: l’altro ieri stavo pensando ad uno con un cancro allo stomaco e, da scema, ci ho dormito sopra. Risultato: la mattina dopo ho tirato su colazione, cena e rimasugli del pranzo. Con santa pace della mia gola, corde vocali e tonsille. Va beh.
    Così, è ovvio che tutti i miei personaggi femminili siano me, anche perché (per mia grande vanità) ragazze col carattere troppo differente dal mio non le sopporto, mi diventano antipatiche, e non vorrei che mi finissero protagoniste sotto camion al capitolo 3. (Domanda: ma ci sono protagoniste femmine nelle mie storie?)
    E qui cadiamo nel “maschio.
    A mio parere è difficile interpretare i maschi perché sono quelli che nel corso della Storia sono i più cambiati caratterialmente (anche per colpa nostra eh!), altrimenti non si porrebbe il problema: la letteratura è fatta prevalentemente da e di maschi, abbiamo esempi a volontà.
    Ma trovami in un ragazzo d’oggi un precedente letterario (ragazzi sotto i trenta, prego – anche se…).
    Si sono sempre divisi a grandi linee tra “misogini” (tendenzialmente omosessuali, dài, ammettiamolo), e “amatori”. Oggi che c’è? Il “metrosessuale”. Mh. Cioè?
    (E poi, tutti dicono che ormai la vita sessuale è precocissima, etc… Ma doovee?? O sono quelli della mia generazione che sono rimasti sul pero ? – cioè, roba che trent’anni fa ci si sposava, alla mia età…- Mi si scandalizzano alle allusioni, guai a parlare di sesso, ma che vadano a farsi preti! – Scusate lo sfogo).

    Secondamente! (tutti ridono per quell’avverbio, ma non si rendono conto che è un’efficacissima sincope…)
    La storia del web: quasi tutti quelli che sentono mi dicono che le persone su internet, sintetizzando, mentono. Ok, ci sono i trentenni che dicono di avere 14 anni e le cinquantenni che si dimezzano età e rughe, oltre alle foto riciclate di fotomodelli, ammetto.
    Ma non sono d’accordo nel generale, e porto ad esempio ciò che disse Wilde (che una citazione fa sempre effetto), cioè che se dai ad un uomo una maschera, ebbene sarà se stesso.
    A mio parere il Web, soprattutto per la mancanza di contatto visivo e conoscenza personale, ti rende più libero di esprimere tutte le sfaccettature della tua personalità. (Se poi come me si soffre di puffeschi incontinenza verbale e egocentrismo, allora ciao… è un’onda anomala)
    Fa paura perché è realtà, e perché è reale è affascinante. Ormai la nostra è la “società dell’alienazione”, anzi, è così da Leopardi, dal tedio e dal male di vivere.

    Mettiamoci pure ad urlare “VINDICA TE TIBI!”. Ma facciamolo in rete, mi raccomando.

    (Ok, dopo questa mi ritiro. Vado a infilare la testa nel WC.)

  4. Roberto (YD) Says:

    Mi piacciono queste osservazioni. Io ho capito bene cosa volevi dire, Rohchan! E mi è piaciuta molto anche la citazione di Wilde! Questo mi dà da pensare sulle sproporzionate – o che tali appaiono dall’esterno – reazioni che a volte ci sono tra gli “internettauti” (orribile vocabolo, ma lasciatemelo passare xD ). Che sia questo? Tirare fuori aspetti che di solito nel quieto vivere civile teniamo riposti? Senza dare nessuna accezione negativa a “quieto vivere civile”, sia chiaro! In linea di massima, sappiamo che ci sono aspetti di noi che possono urtare coloro che non ci conoscono, che possiamo svelare solo a persone fidate, per evitare incomprensioni e litigi con chi, giustamente, può vedere le cose in modo anche parecchio diverso dal nostro. E’ possibile che su internet si tenda a dimenticare questa cosa.

    Credo che ci sia differenza tra attore e narratore. Come attore, penso che il divertimento sia principalmente far finta di essere qualcun altro (chi non l’ha mai fatto da bambino?).

    Come narratore, può esserci quello ma credo molto altro. E’ un’attività creatrice. Gratifica sotto molti aspetti. A me piace molto l’immaginazione che spinge a immedesimarsi tanto da chiedersi “cosa potrei fare io se non fossi quello che sono ma fossi il tizio (o la tizia xD ) di cui sto raccontando?” e mai “cosa farei io?”. Prescindere moltissimo da se stessi, perciò, seppur al tempo stesso attingendo da se stessi. Contorto, eh? XD E avere rispetto anche per i personaggi più lontani da noi (anche perché se non lo si fa li si trasforma in macchiette, credo, il che non va bene).
    Questo non esclude, anzi, che si ami profondamente alcuni personaggi mentre se ne odi altri.

    Visto Rohchan? Questo è essere contorti!!!!

  5. laramanni Says:

    Mi fate sempre venire in mente un post, voi…:)

  6. Laurie Says:

    Eh sarà che io temo di cadere nella Marysuaggine estrema. Sarà anche che il mio narrare storie viene dai giochi (ma forse lo è per tutti?) e dunque nel gioco ti metti in mezzo.
    Sarà, sarà… ormai ci sono abituata. Forse sarà per questo che uso le fanfiction xD Almeno sono personaggi di altri. (Anche se è vero che il Sommo lo ammiro tanto, un motivo inconscio per usarlo a destra e a manca).
    Stringi stringi il problema è sempre lo stesso: come lasciarsi andare e mostrare le tue “personalità” nascoste (ci sto facendo un laboratorio su questo).

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