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Ragionare su un verbo

novembre 24, 2008

Ci ho pensato un po’, e poi mi sono convinta. Voglio condividere con voi l’editing di Esbat: non solo per chiarire i miei dubbi mettendo nero su bianco, ma soprattutto perchè, vedi mai, potrebbe rivelarsi una cosa utile per tutti.
Punto primo: del perchè uno sguardo terzo e “nuovo” è indispensabile.
Perchè vede cose che tu non hai visto.E non perchè voglia ricondurre tutto ad una modalità, uno stile, una lingua già prestabiliti e testati.
Faccio un esempio pratico. L’inizio.

Ha finito. Posa il pennello e alza gli occhi.

Sono stanca, pensa. Svuotata.

Anzi, meglio: appassita.

Normale. Sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato: dieci anni che si sono presi il meglio di lei, non si dice così?

Vediamo: lo so che “si capisce”. Ma potrebbe filare meglio. Perchè il problema viene posto da quel “Normale”. Chi lo dice? Chi lo pensa? La Sensei?
Certo: potrebbe essere: potrebbe essere un lungo monologo interiore.
Ma, se ricordate, quel monologo viene interrotto da corsivi che manifestano con chiarezza il pensiero di lei. E, da un certo momento, anche dalla famigerata “vocina” che la richiama all’ordine e alla razionalità. O che, semplicemente, le rompe le scatole.
Oppure quel “normale” potrebbe appartenere al famoso narratore onniscente. Che a me piace. E che, soprattutto, torna con evidenza almeno in quattro momenti: la presentazione di Chris; la morte di Misako; l’assassinio di Natsumi; il capitolo finale con la descrizione della Dea.
Dunque.
Le soluzioni per fare chiarezza potevano essere due:quella proposta dall’editor era di mettere in corsivo anche tutta la frase da Normale in poi volgendola in prima persona, e trasformandola in pensiero evidente della Sensei.
La mia soluzione è stata, invece, quella di spingere sul narratore onniscente, e rendere il primo capitolo speculare all’ultimo. Presentando la Dea (ma anche presentando Natsumi), io ho usato “sappiamo che”.
Ho deciso di usarlo anche ora. Dunque l’inizio diventa:

Ha finito. Posa il pennello e alza gli occhi.

Sono stanca, pensa. Svuotata.

Anzi, meglio: appassita.

Sappiamo che è normale. Sappiamo che sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato: dieci anni che si sono presi il meglio di lei, non si dice così?

Ecco: il cambiamento è minimo. Ma grazie a quelle due parole tutta una serie di frasi successive “regge” e lo stile adottato si giustifica, almeno secondo me.
Quanto alla vocina, abbiamo deciso due piccoli interventi: uno grafico (farla parlare con un virgolettato anzichè in corsivo, in modo di darle più consistenza e di non creare confusione con il pensiero della Sensei) e uno di rafforzamento. Insomma, non l’ho mai presentata, questa voce: eppure ha un ruolo non da poco. Non ultimo quello di “sparire” durante la follia progressiva della mangaka, per poi riapparire alla fine. E’ la sua parte lucida. Dunque due righe due le spettano…

Questo per dire che magari in due ore di lavoro i ritocchi effettivi sono minimi (tranquilli!!!!!!!!!): ma quelle due o tre pennellate, ecco, servono.

Spero, eh!