Ragionare su un verbo

Ci ho pensato un po’, e poi mi sono convinta. Voglio condividere con voi l’editing di Esbat: non solo per chiarire i miei dubbi mettendo nero su bianco, ma soprattutto perchè, vedi mai, potrebbe rivelarsi una cosa utile per tutti.
Punto primo: del perchè uno sguardo terzo e “nuovo” è indispensabile.
Perchè vede cose che tu non hai visto.E non perchè voglia ricondurre tutto ad una modalità, uno stile, una lingua già prestabiliti e testati.
Faccio un esempio pratico. L’inizio.

Ha finito. Posa il pennello e alza gli occhi.

Sono stanca, pensa. Svuotata.

Anzi, meglio: appassita.

Normale. Sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato: dieci anni che si sono presi il meglio di lei, non si dice così?

Vediamo: lo so che “si capisce”. Ma potrebbe filare meglio. Perchè il problema viene posto da quel “Normale”. Chi lo dice? Chi lo pensa? La Sensei?
Certo: potrebbe essere: potrebbe essere un lungo monologo interiore.
Ma, se ricordate, quel monologo viene interrotto da corsivi che manifestano con chiarezza il pensiero di lei. E, da un certo momento, anche dalla famigerata “vocina” che la richiama all’ordine e alla razionalità. O che, semplicemente, le rompe le scatole.
Oppure quel “normale” potrebbe appartenere al famoso narratore onniscente. Che a me piace. E che, soprattutto, torna con evidenza almeno in quattro momenti: la presentazione di Chris; la morte di Misako; l’assassinio di Natsumi; il capitolo finale con la descrizione della Dea.
Dunque.
Le soluzioni per fare chiarezza potevano essere due:quella proposta dall’editor era di mettere in corsivo anche tutta la frase da Normale in poi volgendola in prima persona, e trasformandola in pensiero evidente della Sensei.
La mia soluzione è stata, invece, quella di spingere sul narratore onniscente, e rendere il primo capitolo speculare all’ultimo. Presentando la Dea (ma anche presentando Natsumi), io ho usato “sappiamo che”.
Ho deciso di usarlo anche ora. Dunque l’inizio diventa:

Ha finito. Posa il pennello e alza gli occhi.

Sono stanca, pensa. Svuotata.

Anzi, meglio: appassita.

Sappiamo che è normale. Sappiamo che sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato: dieci anni che si sono presi il meglio di lei, non si dice così?

Ecco: il cambiamento è minimo. Ma grazie a quelle due parole tutta una serie di frasi successive “regge” e lo stile adottato si giustifica, almeno secondo me.
Quanto alla vocina, abbiamo deciso due piccoli interventi: uno grafico (farla parlare con un virgolettato anzichè in corsivo, in modo di darle più consistenza e di non creare confusione con il pensiero della Sensei) e uno di rafforzamento. Insomma, non l’ho mai presentata, questa voce: eppure ha un ruolo non da poco. Non ultimo quello di “sparire” durante la follia progressiva della mangaka, per poi riapparire alla fine. E’ la sua parte lucida. Dunque due righe due le spettano…

Questo per dire che magari in due ore di lavoro i ritocchi effettivi sono minimi (tranquilli!!!!!!!!!): ma quelle due o tre pennellate, ecco, servono.

Spero, eh!

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18 Risposte to “Ragionare su un verbo”

  1. Totosai Says:

    Onestamente voto per il corsivo e il dialogo interiore, in questo caso.
    Funziona in tutti e due i modi, ma il primo è più immediato.

    Ok, potrebbe dirlo anche il narratore onniscente… ma perchè?
    Perchè dovrebbe dirlo lui?
    Che gliene frega?

    Se lo dice lei (o la vocina) invece… ha un suo perchè.

    Questa è la mia modesta opionine… la scrittrice sei tu.
    Ma se chiedi esplicitamente di romperti le balle………………………
    Ehm……

  2. laramanni Says:

    Vero, il corsivo andrebbe bene….Ma poi diventerebbe un’orgia di corsivi, questo è il punto.
    Nel senso che quel piccolo verbo in quel punto rende plausibili altre cose dopo. Un corsivo e un pensiero esplicito comporterebbe il dover volgere una marea di altre cose in prima persona…e là io sono meno convinta…

  3. Anonimo Says:

    Preferivo prima, onestamente. Il “sappiamo che” mi stona…

  4. Teiresias Says:

    Preferivo prima, ad essere sinceri. Il “Sappiamo che” stona incredibilmente al mio occhio…

  5. laramanni Says:

    Criiisi.

  6. Marco Says:

    Beh, il corsivo dei pensieri resta lo stesso, eh! come in King! 😉 Abbiamo diversi verbi, qualcuno per noi qualcuno per altri. Non vogliamo stupide risposte. Non vengono mai le risposte che cerchiamo, chiedendoci quanto SAPPIAMO. Siamo passati attraverso un fiume, per arrivare al nostro mare, questo penso.

  7. laramanni Says:

    Marco! Ma anche King usa “sappiamo” molto spesso!!!
    E i corsivi restano! Ce ne sono tantissimi, anzi. Quel verbo nasce proprio dalla necessità di dosarli…
    (sono ufficialmente in crisi nera)

  8. laramanni Says:

    Ok, ci ripenso.
    Altra soluzione: mettere in corsivo solo “non si dice così”?

  9. Rohchan Says:

    ugh…compliemnti per il coraggio, Lara…condividere l’editing coi tuoi lettori significa prendersi una bella gatta da pelare…^_^
    vediamo se posso aiutarti un pochetto…

    Dal mio modesto, MODESTISSIMO punto di vista, è meglio la stesura originale.
    Personalmente, sono affezionata al narratore, che però in realtà nel tuo Esbat c’è e non c’è, perchè, come hai detto tu, come la sua vocina interiore, sparisce nella follia della sensei.

    La tua storia poggia moltissimo sul narratore esterno, che però non guarda ‘da lontano’, ma da vicino, vicinissimo. E’ quesi come se fosse una mosca sulla spalla del protagonista di turno…se cambi il ‘normale’ con un ‘sappiamo che è normale’, secondo me inneschi tutta una serie di reazioni per cui è vero che coinvolgi il lettore (perchè chiaramente col plurale ci sentiamo chiamati in causa), ma fai confusione…
    il “sappiamo che” mi stona un po’…e poi, leggendo con un po’ d’attenzione si capisce dove c’è la sensei, dove la vocina, e dove il narrratore…

    Insomma, sono d’accordo con Totosai…
    a me piaceva com’era prima…
    e poi, un piccolo, piccolo, piccolissimo appunto.
    Ti prego, non tirarmi dietro qualcosa di pesante.
    Ma King è King, e tu sei tu. Se scrivi prendendolo troppo a modello finisce che perdi il tuo stile, e questo sì che sarebbe un guaio…
    *Rohchan si ripara sotto il tavolo del pc, aspettando la scarpata…

  10. laramanni Says:

    No, Rohchan, ma che scarpata? Mi stai, mi state, aiutando tantissimo invece…E’ che cercavo una soluzione per far tornare quello che viene dopo…ma evidentemente non è quella giusta. Vediamo se mettendo in corsivo solo “non si dice così” torna lo stesso…

  11. avalon9 Says:

    Chiariamo subito: è solo una piccolissima opinione. Una minuzia che può benissimo finire nel dimenticatoio. Perchè assolutamente non sono io quella che può avanzare pretese su un testo [tuo].
    Ma (accidenti!) Lara! Sei davvero ammirevole! Perchè non solo vuoi critiche (costruttive), ma psicanalizzi anche queste scelte (che non sono banali, sia chiaro! Il lavoro di editing, ritengo, è il più difficile. Non è da tutti riprendere in mano un proprio testo e affrontarlo con spirito fortemente critico. Davvero critico).

    Personalmente, prendendo come elemento imprescindibile imposto dall’editore la necessità di un cambiamento (anche se, ad esser sinceri, il testo scorre benissimo anche nella prima stesura. Ma mettiamo che la lettura attenta non è una costante dilagante), non adotterei la forma SAPPIAMO CHE. Di per sè è un espediente comodo, ma in questo caso, a mio parere, appesantisce un po’ troppo la frase.
    Non credo che, in questo caso, il fulcro sia mettere la prima frase (che tu la tenga nominale o meno) in corsivo; la prima, perchè il resto (ma anche quel normale) suona perfettamente come discorso indiretto libero. Non si capisce se a parlare è la Sensei o sei tu? E allora? Non potete semplicemente essere entrambe? Sovrapposizione di tracciati mentali. Non mi sembra (e perdona se riprendo sempre lo stesso esempio, ma sta bene. Molto bene) che in Verga sia sempre chiaro quando parlano i suoi personaggi e quando invece è l’autore a esprimere la sua opinione. E Verga non aveva nemmeno concepito la possibilità di usare il corsivo!
    Se proprio bisogna cambiare, la mia proposta sarebbe questa:

    E’ normale. Sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato: dieci anni che si sono presi il meglio di lei, non si dice così?

    Ovvero: ridurre il SAPPIAMO CHE alla più snella e agevole terza persona del verbo essere, così salviamo narratore onniscente e pensiero della Sensei in un colpo solo, mantenendo quella ambiguità [ma c’è davvero? E’ importante sottolinearla? Non è meglio godersela e basta?] che favorisce l’empatia con il lettore.
    E inserire il corsivo nel non si dice così appuntando in chiusa di frase che quanto detto in precedenza era frutto di un pensiero della Sensei (anche tuo, certo. Ma diamo la facciata alla Sensei).

    Ripeto! E’ solo un modestissimissimo parere. Uno scartabellio accartocciato.<brZ
    [La katana resta nel fodero, vero?]

  12. Gamberetta Says:

    Intanto ne approfitto per dirti che per finire di leggere la seconda stesura mi ci vorrà almeno un’altra settimana, è un periodaccio.

    Venendo a noi: magari ti può piacere il Narratore onnisciente, però ha il (grosso) problema dell’involontario ridicolo. Questo lo rende poco adatto a un romanzo “serio”.

    Quando tu scrivi: “Sappiamo che è normale. Sappiamo che sono passati dieci anni da quando tutto questo è cominciato […]” quello che capita nella mente del lettore è questo:
    La scena si blocca, viene incorniciata da un televisore, compaiono righe orizzontali, come quando si ferma il nastro in un vecchio videoregistratore, poi appare un omino in giacca e cravatta con una bacchetta in mano. L’omino punta la bacchetta contro la figura della sensei e si rivolge alla platea: “Come ben sapete, negli essere umani lunghi periodi di lavoro possono far insorgere problemi psicologici…” Qualcuno prende appunti.
    E tutto questo fa ridere! ^_^

    Dunque è molto meglio se rimangono tutti pensieri della sensei (tra l’altro non è necessario per forza il corsivo, ugualmente si capisce che è la sensei che ragiona).

    Detto ciò, se vuoi fare questa scena davvero come si deve, se pensi che sia una scena importante, che debba rimanere impressa nella mente del lettore, come sempre devi mostrarla.

    “Sono stanca, pensa. Svuotata. Anzi, meglio: appassita.” Ti assicuro che 20 pagine dopo nessuno se ne ricorda. Il raccontato evapora.
    Devi mostrare la sensei che disegna con tratto incerto, che guarda schifata quel che ha fatto, che prende il foglio e lo butta via. Poi si rilassa contro lo schienale della sedia, prende un altro foglio, ricomincia, ancora sbaglia, sospira, raccoglie un vecchio albo (appunto di 10 anni prima) e guarda con malinconia i suoi stessi disegni, allora molto più incisivi e pieni di brio.
    Si accorge di aver sonno, si prepara un caffè, la scrivania è piena di tazze vuote, ecc. Così il lettore ha chiara la fatica, il deterioramento con il passare degli anni, la noia, ecc.

    Oppure puoi cambiare tono, non so, la sensei che va fuori di testa: esclama, a voce alta “Ma è normale, non è vero? È normale dopo dieci anni!” e tutti i poster e le action figure nella stanza le rispondono. Lei all’improvviso è spaventata, corre in cucina…
    …e scopre che la bottiglia di champagne è ancora chiusa. Se la scola per dimenticare di star perdendo il senno.
    …e scopre la bottiglia mezza vuota. In fondo è meglio sapere di essere ubriaca che pazza.

    Insomma quello che vuoi, ma se davvero t’interessa che la scena sia d’impatto devi far vedere le emozioni non solo descriverle.

    Ciao!

  13. Faffy Says:

    A me piace la confusione, o meglio: secondo me non serve il rigore del corsivo o delle virgolette per riferirsi al dialogo interiore: alla fine si capisce che era lei a pensare che era normale, passati dieci anni ecc… il “sappiamo che” è troppo esterno: mette in dubbio il fatto che la vicenda sia vera, perché svela la mano dello scrittore e, secondo me, il far credere che una storia è vera, conferirle un simile potere sia l’anima dello scrivere, quindi la versione originale per me è la migliore. Si capisce che è la Sensei a pensare e poi l’importante è rendere un’idea con qualsiasi mezzo: il discorso del corsivo contrapposto al carattere normale sarà rigoroso e ordinato, ma se ti pone questo problema che ti fa modificare un testo che altrimenti funzionerebbe non ne vedo l’utilità. Ovviamente è solo mio parere… Baci!;P

  14. laramanni Says:

    Mi avete convinta 🙂

  15. Laurie Says:

    Fai bene a condividere le tue riflessione. Te lo avevo anche detto privatamente. Non solo perché dai consigli o spunti di riflessione, o perché è comunque interessante gettare uno sguardo su come avviene un editing professionale ma anche perché convince i lettori a entrare nell’idea che si può e si deve sempre migliorare il proprio scritto. Purtroppo tra gli scrittori amatoriali non è ancora diffusa questa idea, il che è un peccato, perché magari tra questi scrittori ci saranno alcuni che pubblicheranno e che si crederanno dio in terra solo per aver pubblicato su carta.

    Ehm comunque neppure a me piace il “sappiamo che”. Forse sbaglio ma penso che Normale ecc. sia più fluido e discorsivo, e sinceramente mi suona meglio. Oh sì, uso un metro di paragone molto molto molto molto molto terra terra, quanto mi suona scorrevole la frase, ma be’, può essere una variabile da tenere in considerazione x°D (ok, non ho scuse ù_ù)

  16. laramanni Says:

    No, no, che scuse. xD
    Io ho fatto questo post proprio per i motivi a cui alludi tu, Lau. Perchè un testo è sempre sempre SEMPRE perfettibile. E anche perchè volevo testarmi, e capire se l’escamotage aveva un senso. No, non ce l’ha. E si può fare ancora MEGLIO, e trovare un’altra frase ancora, eventualmente.
    Quel che volevo dire, con questo post, è che un lavoro non finisce mai con la prima stesura, ma che va avanti e avanti.
    Certo, la storia resta quella.
    Certissimo, lo STILE resta quello. Non cambia, in alcun modo: non sarei io, altrimenti.
    Ma il lavoro è importante. Conosco persone che hanno ridotto un libro di settecento pagine a trecento, in editing: ed è importante essere umili. Non remissivi, no, mai: ma umili sì. Sapere che si può sempre avere di più da se stessi.
    Approfitto per ringraziarvi tutti (ehi, Gamberetta, un grazie particolare per la gentilezza di leggerti anche la seconda stesura!!!!). Ce la farò! Promesso!

  17. Teiresias Says:

    Coraggio, Lara! Spero solo tu non sottoponga nel tuo blog tutti i cambiamenti, sennò hai voglia a finire la seconda stesura in tempo XD

  18. laramanni Says:

    Ma no! Pensavo solo di raccontarvi il primissimo passo, e poi verso metà del lavoro vi aggiorno di nuovo!!! 🙂

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