Il cielo, la terra, la filosofia, Orazio e la realtà

Triangolazione due.

Leggevo ieri la bella recensione fatta da Mauro Trotta (Manifesto) su Wunderkind. A un certo punto, Trotta scrive:

Bisognerebbe soffermarsi su questo filone “narrativo” che fa della fantasy, e in misura minore dell’horror, la chiave di accesso alla narrazione del presente.

Bellissimo argomento. Vediamo. E’ esattamente così in Wunderkind, o in Pan? Mi viene da rispondere sì e no.
Sì, perchè i meccanismi del reale vengono comunque riprodotti (banalmente, mi vengono in mente il desiderio del potere e l’aspirazione all’ordine che caratterizzano i due villain).
No, perchè la realtà deflagra in qualcos’altro. Quello che sarebbe possibile se. Quello che c’è davvero, magari. Ai bordi.
E’ un discorso complesso quanto fondamentale, e sto procedendo a tentoni. Quel che voglio dire è che in nessuno dei due casi, mi pare, chi scrive si è detto:” ehi, adesso vi racconto quel che ci sta intorno, tutti i giorni”.
Poi, certo, accade lo stesso.
Nel mio piccolo, ho raccontato alcune cose che conosco (cosa succede in un fandom, stupori e tremori dell’adolescenza, il desiderio di ordine – sì, anche io – e la necessità del disordine) e altre le ho proiettate in quel che non conosco (non sono un hikikomori, non vivo reclusa in una stanza da quattro anni, ma credo di conoscere alcuni dei meccanismi mentali che possono portare ad una scelta di questo tipo).
Puntiamo in alto: King, tanto per cambiare. Personalmente, ho sentito molto più nel profondo alcuni aspetti del reale, anche sociali, grazie a King piuttosto che ad autori manifestamente impegnati. La pena di morte, l’ossessione anti-abortista, la violenza contro le donne, l’emarginazione, l’inferno familiare, sono tutti argomenti che in King tornano continuamente: eppure è grazie allo scontrarsi di quel “reale” con qualcosa che reale non dovrebbe essere che li rende più concreti. Più veri, mi verrebbe da dire.

Dunque?
Dunque mi fermo, per ora: ma è un discorsone, e va ripreso.

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34 Risposte to “Il cielo, la terra, la filosofia, Orazio e la realtà”

  1. Skeight Says:

    Concordo su tutto, l’unica cosa che cambierei sarebbe estendere la definizione da fantasy e horror a tutta la narrativa di genere.

  2. Laurie Says:

    E’ vero, la narrativa di genere aiuta a gettare uno sguardo nuovo alla realtà il che permette di capire e scoprire cose della realtà che non ci sarebbero mai passate per la mente.
    Tuttavia parlare di temi impegnati non è il primo scopo della narrativa, altrimenti si andrebbe a scrivere un saggio. E’ un equilibrio molto difficile da ottenere.
    Ora, in effetti in Pan lo sguardo “obliquo” (?) sulla realtà è molto più forte che in Wunderkind. Per dire, hai centrato benissimo il punto tirando fuori Capitan Uncino/Greyface: è abbastanza chiaro che Greyface rappresenta un modo di affrontare la realtà esageratamente razionalista che nega ogni aspetto di fantasia e vuole sottoporre ogni cosa alla fredda logica dell’ordine. E’ molto palese un certo discorso sulla società in Pan, e per quanto mi sia piaciuto come libro, devo dire che certe volte è un po’ pesante. Preferisco che l’autore non poni troppo in primo piano le sue idee sulla società, per dire una.
    Bisogna starci attenti. Altrimenti il passo all’allegoria è breve (e l’allegoria nel fantastico non mi piace troppo, come del resto non piaceva a Tolkien).

  3. Gamberetta Says:

    Bisognerebbe soffermarsi su questo filone “narrativo” che fa della fantasy, e in misura minore dell’horror, la chiave di accesso alla narrazione del presente.

    Bellissimo argomento.”

    Vediamo:
    Questa mattina è suonata la sveglia. Mi sono alzata, lavata, vestita, ho preso il tram, poi la metropolitana. Sono arrivata all’Università, e ho seguito quattro ore di lezioni. Alla fine molti discutevano dell’influenza suina ma la conversazione non era abbastanza interessante e me ne sono andata. Ho cercato un libro alla biblioteca della facoltà, ma non l’ho trovato. Sono tornata a casa, ho letto gli aggiornamenti dai vari blog e adesso sto scrivendo questo messaggio.

    Questo è il presente. È stato necessario consultare qualche romanzo horror o fantasy? No. La “chiave” per narrare il presente è una basilare conoscenza della lingua scritta e gli occhi per guardarsi attorno.
    Ma poniamo che io stia solo guardando la superficie, i rilievi sulla porta del presente, e mi serva davvero una “chiave” per aprire la porta e guardare cosa c’è dietro.
    Per questo mi rivolgo a romanzi horror o fantasy? Manco per idea!
    Se voglio sapere qualcosa di più sul tram mi leggo un libro sui treni, sui trasporti pubblici, sui motori e quant’altro. Se voglio saperne di più sull’influenza suina ci sono decine di testi che trattano l’argomento dal livello molecolare fino a quello del controllo dell’ordine pubblico a seguito dell’emergenza.
    Sono sicura che ci siano anche studi sociologici che mi spiegano perché alla gente piace parlare di una cosa che sta succedendo dalla parte opposta del mondo. Senza contare che se rompo il salvadanaio è probabile abbia soldi a sufficienza per prendere un aereo e volare in Messico e verificare di persona quello che sta succedendo.

    Dire che romanzi horror o fantasy (o un sottoinsieme) sono la “chiave” per accedere alla narrazione del presente è al minimo un’ingenuità, al più una stronzata (della serie: voglio parlar bene del libro che sto recensendo – magari a ragione, Wunderkind non l’ho letto – e dunque gli attribuisco caratteristiche d’importanza indipendentemente se sia vero o no. “Il destino dell’umanità è negli ovetti kinder!”: magari è pure vero, ma se lo dico senza indagine, solo per far pubblicità agli ovetti, è una stronzata).

    Al massimo la narrativa (fantastica) può essere la chiave per narrare il futuro: prima di poter andare sulla Luna, devo immaginare di andarci.

    E qui veniamo a King: è vero King è immerso nel presente. Aggiungo: purtroppo. King è indubbiamente un bravo scrittore, ma non fa altro che ruminare di continuo la realtà sensibile o quelle fittizie già narrate da altri. Non si va mai sulla Luna. Quando ho finito di leggere un suo romanzo i confini della mia immaginazione rimangono dov’erano prima. È noioso.

  4. G.L. Says:

    Parto scusandomi con la padrona di casa: ti rubo un sacco di spazio. Ricambia quando vuoi.

    Quel che dai libri di narrativa si può dedurre sulla società etc, a meno che non sia esplicita volontà dello scrittore (penso a certo noir, ma solo perchè Manchette è il primo che mi viene in mente) non sempre è sotto il controllo dell’autore. Anzi, quasi mai, credo. Per questo, immagino, la buona letteratura la si capisce solo dopo qualche secolo. Per questa “incontrollabilità”, però, ad un occhio disincantato (e qui i saggi di Petronio – non QUEL Petronio – sulla sociologia della letteratura sono molto interessanti) certe “spigolature” certe “parentele” risaltano. Che immagino sia quello che i WM stiano cercando di descrivere con il NIE.

    @Laurie: riguardo al mio piccolo orticello hai ragione. Io cerco altro. Faccio di tutto per alienare dal mondo quello che scrivo. Un po’ (hehe, ciao Lara:-)) come i riquadri bianchi in cui Bacon isolava le sue figure. Prova a buttare un occhio al ritratto di Eichmann e forse ti sarà più chiaro. E poi pensa al Dent de Nuit.

    @Gamberetta: con il tuo consueto brio (un brio simile a quello della cavalleria normanna il 14 ottobre 1066) credo tu abbia espresso molto bene il concetto che volevi esprimere. Nutro, come te da quel che capisco, un profondo sospetto nei confronti dei romanzi Con La Penna Rossa. Se voglio sapere di più della battaglia di Karkov, prendo un saggio. Se voglio sapere i segreti della pastiera, chiedo a mia mamma.
    Però, stai attenta: la narrativa fantastica non può mai narrare il futuro (il perchè è implicito: siamo creature inchiodate qui, se poi ci azzecchi è per puro culo – o perchè avevi l’orecchio sulla rotaia, come Verne, ma la rotaia è qui anche lei).
    King non è solo un bravo scrittore, è un grande scrittore. Magari non sempre, magari non tutto quello che ha scritto è geniale. Ma è riuscito a entrare in sintonia con milioni di persone di cultura, religione, fusi orari e gusti sulla pizza diversi. Milioni. Continenti diversi. Milioni di persone che per un attimo (un attimo a-temporale, un adesso espanso) hanno provato lo stesso brivido. Qualcosa di grandioso. E’ ripetitivo? a volte, ma come i grandi, credo che King abbia in testa UN libro, IL suo libro. E cerca – con tutte le sue forze – di buttarlo fuori. In fondo, Borges diceva che questo era il destino dell’umanità: scrivere IL libro. Jaz Coleman lo dice per la musica: trovare LA melodia, quella melodia. LA melodia perfetta.

    Non so se quello che è scritto sul Manifesto sia una stronzata o meno (leggerlo mi ha fatto piacere, poi ho finito il caffè, ho chiuso il giornale, mi sono concesso una sigaretta e mi sono messo a stirare sperando di trovare qualche mezz’ora libera per il W2), di certo posso assicurarti che non mi sento la Gallina Dalle Uova Di Cioccolato (Wunder)Kinder. Faccio la mia cosa e basta.

    Infine, permettimi.

    Francesco dice che saresti un’ottima editor, io non lo credo – non al momento, almeno. Ma F. ti conosce meglio di me, quindi magari mi sbaglio. Penso invece che una seria redazione culturale avrebbe bisogno di una come te, urgentemente bisogno. Se non altro saresti un raro esempio di giornalista che legge i libri (ce ne sono ancora, ma sono in estinzione, temo).
    Però c’è un però, altrimenti come faccio a farti incazzare?
    Ecco il però: non partire dal presupposto che tu non abbia più niente da imparare. Sarebbe un peccato. Te lo dico come lettore e ancora prima come uno scrittore che, quando e se dedicherai qualche momento al W, leggerà il tuo commento, finirà il caffè, si farà una sigaretta e poi, canticchiando i Gojira, tornerà a fare ciò che più gli piace.

  5. Lara Manni Says:

    Uh.
    Provo a riordinare qualche idea.
    E provo anche a escludere la fantascienza, per il momento. Anche se, se non sbaglio di troppo, mi pare che la fantascienza stessa sia entrata in crisi nel momento in cui “coincideva” troppo con il presente. Col cyberpunk, cioè.
    Dunque, una storia fantastica di cosa parla?
    A me viene da rispondere: di un’alternativa. Di quello che potrebbe essere ma non c’è (o c’è: se ne scrivi, credi che ci sia, almeno. Suppongo). Ma all’interno di questa alternativa, sottilità, metamondo o come volete voi, c’è comunque quello che chi scrive riporta. Del presente. Dunque, del reale.
    Certo, deve farlo con mano leggera, avete ragionissima (o non rendendosene conto, o decidendo di non farlo a priori e dunque rendendo il proprio testo “incontrollabile”).
    Questo, dal punto di vista dell’autore.
    Dal punto di vista del lettore: forse sbaglio, ma credo che chiedere ad una storia di raccontarti chi sei e dove sei sia abbastanza legittimo. In modi diversi, in forme diverse: ma un rispecchiamento minimo, una risonanza, è quel che gratifica chi legge. Il che non significa che leggo Tolkien e sento che mi crescono i peli sui piedi. Ma leggo Tolkien e, per esempio, avverto che c’è un mondo, una condizione considerata permanente, che si sta incrinando. Valeva per lui, quando lo ha scritto, e vale per me che leggo, qui e ora. Se voglio, approfondisco e cerco di capire perchè Tolkien ha dato vita a quello stato d’animo, ne cerco i motivi storici e mi leggo Stella del mattino. Se non voglio, mi accontento di quel brivido.
    D’accordo, riprovo: commento confuso 🙂

  6. G.L. Says:

    Dimenticavo: c’è differenza fra realtà e contingenza.
    La contingenza è il tram. La realtà è un’altra cosa.

    Scusa Lara.

  7. Gamberetta Says:

    @G.L. Cosa vuoi da me? Non ricordi più? Io sono il vampiro che vive in fondo al mare e ruba la vita ai poveri scrittori. Io sono morta – parole tue. Che sei, necrofilo?
    Tra l’altro avessi recensito male il tuo romanzo o parlato male di te, ma niente, puro odio per partito preso.

    Ma vediamo come argomenta una persona viva:
    “King […] è riuscito a entrare in sintonia con milioni di persone di cultura, religione, fusi orari e gusti sulla pizza diversi. Milioni. Continenti diversi. Milioni di persone che per un attimo (un attimo a-temporale, un adesso espanso) hanno provato lo stesso brivido.”
    È tutta farina del tuo sacco o hai copiato da qualche forum di dodicenni fan di Twilight? Perché se è un pensiero tutto tuo, complimentoni!!! L’operazione è riuscita!!! Ancora un piccolo sforzo e riuscirai a battere il topino bianco.

    La realtà è molto terra terra: quando leggo Tommyknockers penso che L’Invasione degli Ultracorpi era la stessa storia, ma più emozionante e originale, e in un quarto delle pagine.
    Quando leggo L’Ombra dello Scorpione mi viene in mente che John Christopher è tre spanne sopra King.
    E quando leggo Cell mi rendo conto che persino Mack Reynolds è tre spanne sopra.
    D’altra parte King non è la Troisi. Non è un reato che possa piacere, resto il fatto che a me annoia.

    Detto ciò, è vero: non sono un’ottima editor. E sono ignorante, ho moltissimo da imparare. Dunque il mio consiglio per te è questo G.L.: dedicati ai vivi, lascia perdere me. Grazie.

  8. G.L. Says:

    Odio? Non sopravvalutarti.

  9. Lara Manni Says:

    Dunque, lo so che adesso dico una delle mie solite banalità, ma però mi piacerebbe tanto che si tornasse a discutere, ecco, con calma. Anche perchè io stimo sia Gamberetta che GL e vado in crisi.
    Su King. Da kinghiana di ferro posso dire molto poco se non che nessuno scrittore può piacere a tutti.
    (però, Gamberetta, una domanda: il giudizio vale anche per la Torre nera? Perchè qualora l’avessi letta e non ti piacesse, taccio. Ma se per caso non l’avessi letta, io sarei curiosa, sinceramente, di sapere cosa ne pensi).

  10. Mele Says:

    Larù, riciclo il commento di quando ti chiesi se avevi intenzione di metter su un asilo. Anzi, è meglio tacere (prima che qualcuno mi appiccichi una gomma nei capelli).

    Riguardo alla questione, ti illustro il mio parere.
    Oggi pomeriggio, sotto un acquazzone, mi avviavo alla fermata del pullman nella strada perpendicolare a quella che stavo percorrendo, dopo due ore di lezione di canto (analizza gli elementi: poca visibilità, stanchezza, troppo ossigeno al cervello).
    Guardavo in prospettiva scorciata il marciapiedi di sinistra: due macchine parcheggiate a lato, poco prima un lampione e all’angolo più lontano un alberello tagliato a cespuglio, un grasso cilindro verde, insomma. Da dov’ero io il cespuglio e il lampione sembravano accostati a filo.
    Passa una macchina. Allora, probabilmente era una macchina abbastanza bassa, più di quanto mi era sembrata appena vista, da essere nascosta dalle auto parcheggiate. Sta di fatto che, per un tempo lungo in modo imbarazzate, passato il lampione, io non l’ho vista comparire oltre la pianta.
    Sarà stata l’acqua, ho avuto un brivido. Per un momento ho pensato che fosse scomparsa, perché mi sembrava geometricamente, fisicamente impossibile che non si vedesse.
    Colpa della prospettiva, dell’ossigenazione, della suggestività di una via ciottolata dove ogni pertugio sembra un passaggio.
    Penso che è quando non riesci a spiegarti le cose “reali”, che nasce il fantastico (o la poesia, ma questo è un argomento troppo personale). Una volta un professore di fisica, in una conferenza sulla relatività, ci fece un bellissimo discorso del genere tirando in ballo i replicanti.
    Si potrebbe dire: ti nasce un mondo dove le spiegazioni semplicemente non esistono?

  11. francescodimitri Says:

    Io credo che tutto si riduca a una domanda, accennata da G.L.: ma che si intende per realtà?

    Ecco, io trovo tutta la discussione sul NIE un po’ una stronzata, non perchè magari i libri di cui si parla non siano interessanti (alcuni lo sono – la maggior parte no), ma perchè ribadisce moduli di ‘realtà’ cui io, semplicemente, non credo. E quando sento parlare di allegoria ho voglia di mettere mano non alla rivoltella, che è troppo nobile, ma alla pernacchiera e urlare FNORD! Cazzo, FNORD!

    Io sono per l’ontologia degli hobbit. Sul serio.

    Il problema della letteratura che predente di ‘confrontarsi con la realtà’, è che non fa altro che costruirla e ribadirla, quella realtà – è uno strumento di dominio. Quel che è peggio, uno strumento usato senza che gli scrittori che lo impugnano se ne rendano conto: i complotti peggiori sono quelli di cui gli stessi complottanti non sono consapevoli, no? Ecco perchè non ho stima di loro nè delle loro opere: non hanno la consapevolezza che serve a far bene questo lavoro.

    Lo scrittore, il ‘creativo’ (urgh! passatemi la parola) in genere, deve costruire, non subire, non descrivere. Fare. Chi non sa fare, parla, si dice.

    O scrive allegorie, aggiungo io.

  12. Lara Manni Says:

    @Mele, sì, si può dire, secondo me. Ed è il discorso della prospettiva ad affascinarmi, soprattutto.
    @Francesco. Le allegorie devono trovarle i lettori, i critici, i non so cosa. Sicuramente penso che se io mi metto alla scrivania, mi stiracchio e mi dico ora scrivo un’allegoria, finisco nei guai. Perchè si “sente”. Le autocritiche che io mi rivolgo così spesso e così volentieri riguardano proprio quei passaggi dove si sente un’altra voce (la Voce Grossa, chiamiamola così). Però, poi, dipende da come si è immersi nella realtà: come la si vive, cosa se ne prende. Perchè credo che essere in un certo modo va a riflettersi in quello che si scrive. E’ la variante del “comincia da quel che conosci”, in un certo senso.

  13. francescodimitri Says:

    Lara: ‘trovarle’? Meglio ‘costruirle’ – non è che trovi qualcosa che è là, riesci a costruire, a partire dal materiale che una grande storia ti dà, qualcosa di nuovo. Ma mi sa che sulla sostanza siamo d’accordo.

    E poi, sono d’accordo anche che l’essere in un certo modo si riflette in quello che scrivi. Però, appunto. Chi è ‘immerso’ nella cosiddetta ‘realtà’ (in cui, ripeto NON credo, e non lo dico per provocare nè in modo metaforico), chi vive troppo la cosiddetta ‘vita di tutti i giorni’ (i suoi, non certo i miei), di solito non mi piace come persona. Se è simpatico mi fa pena, se è antipatico, mi vien voglia di pestarlo. Ad ogni modo non mi piace, e probabilmente non mi piaceranno i suoi libri. Ecco perchè mai, neanche in mille anni, vorrei mescolarmi a roba(ccia) come il NIE – anche se mi sa che, su questo, abbiamo idee diverse…

  14. Gamberetta Says:

    @Lara Manni. Tutto sommato a me di G.L. e del suo romanzo non frega niente. Qui la mia indignazione era rivolta verso il giornalista. Se sei un giornalista che scrive per un quotidiano a diffusione nazionale vuol dire che:
    a) Ti pagano – e dunque puoi dedicare tempo a quello che scrivi.
    b) Raggiungi una quantità non indifferente di persone.
    Sei nella posizione ideale per offrire un servizio utile al pubblico. E invece butti via inchiostro vaneggiando delle chiavi d’accesso al presente. È un peccato. Ma dato che questo modo di scrivere (a mio modesto avviso orribile, sia sul piano dei contenuti, sia su quello dello stile) recensioni e no è quello di gran lunga più diffuso, dev’essere una fisima mia.

    Venendo a King. Della Torre Nera ho letto solo il primo volume. Penso sia uno dei romanzi migliori di King (assieme a La Lunga Marcia e L’uomo in fuga), se non altro perché non si sbrodola e rimane focalizzato su quello che vuole raccontare.
    Nonostante questo non l’ho trovato così interessante da spingermi a leggere il resto.

    Il mio problema con King è che se lo prendo come scrittore horror non mi spaventa, né disgusta, né mi inquieta. E se lo prendo come scrittore di narrativa fantastica, senza scavare troppo nei sottogeneri, è di seconda fascia.
    King manca di sense of wonder. Se penso a quando ho mormorato “UAU…” chiudendo un romanzo, mi torna in mente:
    Il viaggiatore del tempo che assiste alla fine del mondo.
    Lo sbarco della Fanteria Spaziale Mobile.
    Jane che convince Melanchthon a rivelarle il suo vero nome per fuggire dalla fabbrica dei draghi a vapore.
    Lo scienziato che collega assieme gli elaborati dei 90 miliardi di pianeti abitati (o quanti erano) e poi chiede al super computer così creato se Dio esiste. E il computer risponde: «Sì, adesso esiste.»

    e così via.

    Non ho mai trovato in King questo livello d’immaginazione. Scrive benissimo, probabilmente meglio di Wells, Heinlein, Swanwick e Frederic Brown, ma se ti occupi di fantastico non basta. Non per me.
    Con lo stile puoi arrivare solo fino a un certo punto, poi devi inventarti la Macchina del Tempo o le Armature Potenziate. E sotto quest’ambito King ha pochissimo da offrire.
    Poi, per carità, può essere che sia io a non cogliere il sense of wonder nel cane assassino o nella macchina assassina o qualche-altra-cosa assassina. Pazienza.

  15. Lara Manni Says:

    @Francesco. Mi è venuto in mente, mentre leggevo la tua risposta, un vecchio film che si chiama Picnic at Hanging Rock, che è tratto da un romanzo che non ho letto, però. E’ un film MOLTO manierato, però in qualche modo forse mi aiuta a mettere a fuoco (o fuori fuoco) quello che ho in mente con realtà. Insomma, è la storia di un gruppo di studentesse che il giorno di San Valentino del 1900 vanno a fare un pic nic ai piedi di questa roccia, in Australia. Quattro ragazze si staccano dal gruppo, salgono verso la cima, e spariscono. O meglio, ne spariscono tre, una torna indietro e non ricorda niente. Punto. So che esiste anche un diciottesimo capitolo del romanzo dove si fornisce una specie di spiegazione, ma non avendo letto i primi diciassette, non voglio conoscerla.
    Però il tipo di “realtà” che interessa me è simile a questa storia: sicuramente nel film esistono meccanismi “reali”, come i rapporti fra le ragazze, di amore-potere-invidia ecc.ecc. Esiste un “reale” nel come funziona un college femminile di inizio Novecento. Ma se non ci fosse la spaccatura nella roccia, non me ne fregherebbe nulla.
    Questo per dire che se uno scrittore “immerso nel reale” mi racconta la sua vita di studente modello o di conduttore di telegiornali o di escort, me ne frega pochissimo e non è un tipo di storia che mi interessa. Non dico che non debba interessare a qualcuno, dico che non prende me.
    Poi, appunto, se qualcuno (hai ragione) costruisce un’allegoria sulla spaccatura nella roccia, me ne frega ancora meno. A me interessa vedere le ragazze che ci entrano, non il significato della stessa. 🙂 Su questo siamo, credo, molto d’accordo.
    Sul Nie. Non ho letto il saggio, ho letto interventi a pezzi e bocconi: però non vedo inconciliabile l’idea con una storia fantastica. Almeno, forse ho capito male io, ma non mi sembrava che il Nie si rivolgesse solo a testi, appunto, “realistici”. Credo, eh.
    @Gamberetta. Giuro che non voglio in nessun modo convincerti su King. Però le macchine assassine e i cani assassini, secondo me, non sono la cosa più rappresentativa di King. Di lui io amo Insonnia, amo Cuori in Atlantide, amo It. E la Torre (quanto mi piacerebbe se alla fine ci buttassi un’occhiata, giuro, agli altri sei). Però è davvero una questione di gusti: perchè io ho una concezione un po’ strana, e sicuramente personale, dell’horror (ricordi? ne abbiamo già parlato una volta), e più che la paura cerco, appunto, la famosa spaccatura nella roccia. 🙂

  16. francescodimitri Says:

    Rispondo.

    Su King: io non lo considero un grande autore horror. Lo considero un grandissimo scrittore d’avventura, uno dei più grandi di sempre – nelle sue storie, in effetti, di rado c’è la ‘passività’ che io associo all’horror ‘puro’, se una cosa del genere esiste. Ma c’è altro, altre sfumature dell’Incanto. E’ più epico che orrorifico: lo scontro tra i Perdenti e It è una delle cose che mi hanno segnato. Loro crescono vedendo mostri. Loro crescono senza credere alla realtà, in cui i mostri ‘non esistono’. Ecco perchè King mi entusiasma.

    Su Hanging Rock. Il bello del film (e del libro – ho letto anche quello, e lo consiglio) è proprio che è un esercizio di estetica. Non ‘significa’ niente. Per questo riesce a spaventare – per la spaccatura, in effetti, è una bella definizione.

    Sul NIE: purtroppo no, non è inconciliabile con le storie fantastiche. Ma lo è con quelle che piacciono, o interessano, a me. Già se dici ‘sguardo obliquo sulla realtà’ stai dicendo cose che mi fanno cadere i coglioni a terra – un linguaggio accademico che mi martella i timpani, e io nell’Accademia ci sono, quindi non la disprezzo a priori. E non disprezzo a priori neanche lo sforzo di Wu Ming 1.

    Semplicemente descrive cose che considero già morte, e trovo gravissimo pensare che ci siano autori che vogliano in qualche modo ‘usare’ il quadro che lui descrive. Alcuni lo trovano interessante. Per me è putrescente, ed è segno di quanto non mi piace e attivamente, nel mio piccolo, combatto.

    Detto questo, ripeto, ci sono alcuni libri ‘NIE’ che mi piacciono. E l’etichetta inventata da WM1 è efficace. Ma nel complesso, quello che altri vedono come potenzialità, io vedo come segno della fine (avvenuta, non in corso, o in arrivo). E’ una differenza, mi pare, non piccola…

  17. Lara Manni Says:

    D’accordo, mi leggo Picnic at Hanging Rock.
    Una cosa su King e la sua definizione. Credo che il punto sia anche (anche) questo: come credo di aver detto un miliardo di volte su aNobii, la questione del “genere” andrebbe prima o poi affrontata. Ma non, come veniva proposto in quella sede, aggiungendo ulteriori sottogeneri…
    Domanda sul NIE: ma non sarà che anche in questo caso vale quel che si diceva più sopra? Se un autore, oggi, si siede alla scrivania dicendosi “wow, adesso scrivo un romanzo NIE”, è una follia. In questo senso “usare” il quadro da parte degli autori a cui ti riferisci è insensato: è come dire, cosa scrivo oggi? Un Med Fantasy o uno Splatter-goth? Almeno, dal mio punto di vista.
    (perchè poi se non vado errata Valerio Evangelisti è definito NIE, e io continuo ad amarlo assai).

  18. francescodimitri Says:

    Sono più o meno d’accordo con te. Ma il punto è: _cosa_ ami di Evangelisti? Le cose che lo rendono ‘NIE’ o le altre? Io, personalmente, le altre. Che poi distinguere troppo nettamente sia impossibile, che poi tutto faccia parte del sistema-storia, etc. etc., sono d’accordo. Ma resta il fatto che il NIE ha delle ‘preoccupazioni’ (che so, ‘oggetti narrativi non identificati’, ‘allegorie’, ‘sguardi obliqui’) che mi smaronano e mi fanno salire gli FNORD. E trovo l’intera diatriba troppo tipica di una certa Italia (una certa, non tutta), che è esattamente la certa Italia che mi ha fatto dire: “sai che? io me ne vado”. A furia di parlare di sguardi obliqui sulla realtà, si finisce per costruirla molto male, quella realtà (ed è il motivo per cui non trovo Esbat NIE, per il poco che ne ho letto – ma a giugno provvederò, parola!).

    Non mi scaglio ‘contro’ il NIE. Gli scrittori scrivano quel vogliono, i critici dicano quel che gli pare, WM1 modellizzi quel che gli piace modellizzare. Però, da scrittore e da lettore, a chi prende parte al dibattito mi prendo il diritto di dire: a me, di ‘sta roba, non me ne frega niente, ma proprio niente-niente. Perchè parlate di lampadine e a me interessano i fulmini. E se dite che state parlando di fulmini, beh, mentite.

  19. Lara Manni Says:

    Eymerich, soprattutto e forse prevedibilmente. Però ho amato anche , per motivi molto diversi, Black flag. Quel che mi piace di lui è il fatto che scorrazzi allegramente da un territorio all’altro senza cambiare voce (ammetto di non aver letto Pirati o i romanzi messicani, però). Forse, e vado sempre per ipotesi, in questo senso l’oggetto non identificato regge: perchè quella definizione o non definizione a me piace molto, probabilmente per la mia insofferenza a farmi “definire”, appunto, in un modo o nell’altro.
    “Piacere, sono Valerio Evangelisti e scrivo romanzi”. “Come?”. “Leggili e non preoccuparti”. Immagino che un dialogo con lui potrebbe andare così: esattamente com’è andata un’intervista con Murakami che ho letto qualche tempo fa, dove la giornalista insisteva nel dirgli “lei ha scritto un horror” (o sta scrivendo, non ricordo) e lui, gentilissimo, rispondeva “è lei che lo sostiene, io non ho idea di che cosa scrivo”. 🙂
    (E, appunto, non ho idea di come definire Esbat: aspetto giugno) 🙂

  20. francescodimitri Says:

    Però occhio, che la definizione non si riferisce al genere, sul quale potrei anche essere d’accordo – ma al rapporto con realtà e finzione. Che è un modo furbo per dire una cosa vecchia come il cucco, e cioè: c’è della roba a metà strada tra il saggio e il romanzo.

    Questa roba, dal mio punto di vista, nasce quando l’autore ha un’immaginazione troppo scarna per scarnificare il mondo, e troppo poco rigore per confrontarsi con la saggistica pura. Cosa che a me fa venire tentazioni FNORDiche.

    Esbat mi sembra un oggetto narrativo identificatissimo, come Pan. Un romanzo. Punto. Che altro?

  21. Gamberetta Says:

    @francescodimitri.

    “E’ più epico che orrorifico: lo scontro tra i Perdenti e It è una delle cose che mi hanno segnato. Loro crescono vedendo mostri. Loro crescono senza credere alla realtà, in cui i mostri ‘non esistono’. Ecco perchè King mi entusiasma.”

    Mah! A me sarebbe piaciuto moltissimo se It fosse esistito. Mi sarebbe piaciuto moltissimo essere “incantata”, ma non è successo. Il problema è che It è questa creatura aliena interdimensionale (o quel che è) vecchia di milioni di anni che…
    …si traveste da clown e uccide i bambini.
    Il grado di verosimiglianza è lo stesso del vampiro centenario che si iscrive al Liceo.
    Dopo di che il resto è inutile. Dato che It non esiste, il romanzo non esiste.
    E il mio sospetto è che It si vesta da clown perché King non ha fantasia sufficiente. Non è davvero in grado d’immaginarsi come si comporterebbe un essere con le caratteristiche che gli ha attribuito. E così da mostro dell’Incanto, It diventa un semplice espediente narrativo per portare avanti la storia.
    Ma gli espedienti narrativi non sono paurosi, non ti tirano i piedi mentre dormi, non sono emozionati, e quando sono stiracchiati per 1000 pagine diventano noiosi.

    Poi ho il vago sospetto che per Incanto noi intendiamo due cose molto diverse. Comunque sono già andata ampiamente OT e perciò chiudo qui.

  22. Roberto (YD) Says:

    Posso essere sintetico, per una volta (ché gli argomenti sollevati indurrebbero a scrivere paginate intere xD ) e dire soltanto: “ma quanto son d’accordo con quel che dice il Dimitri” *__*

  23. Mele Says:

    Ecco, siete *di nuovo* spariti oltre l’orizzonte. Da gallinaceo stordito quale sono, vi saluto con l’aluccia.
    Però, un paio di cose permettetemele, senza tirarmi biro negli occhi.
    Scusate. Se un giornalista scrive su un giornale (chiariamo bene) “realtà”, penso proprio che intenda i “fatti”, non le “cose in sé”.
    Se poi vogliamo fare i sofisticati, ok, tiriamo fuori gli appunti di filosofia e via.
    Aspe’… a parte che scrive “Presente”. E allora quante seghe mentali! Ha solo detto che tra tutti i libri che escono ora quelli che rappresentano di più la società /cultura (o civiltà) contemporanea sono i libri fantasy e horror. Come dire che Svevo rappresenta il male di vivere dell’inizio del novecento.
    C’è bisogno di litigare su questo? Se è ovvio, un’ingenuità, qualcosa di naturale o incontrollato… beh, amen!
    LARA! Tu tiri fuori la “realtà”. Tu cosa intendi per realtà?

    Poi, il nodo della questione: modelli, non modelli; generi, non generi; allegorie (che… boh!), non allegorie…
    Secondo me *bisogna* prendere un genere a modello (mettiamo tutto insieme). Se ti piace una certa letteratura, ti innesterai su quel filone. Puoi anche far crescere pesche su un melo, ma la radice è quella. Così come si dichiarano i modelli, si dichiari anche il genere. Così possiamo, *dopo*, vedere analogie e differenze, al massimo. Non si può fare un discorso sull’adesso e sulle tendenze di poi.
    Ecco: perché impuntarsi sull’ora e sul domani? In una “storia” della letteratura qualsiasi ci si dovrebbe rivolgere al passato, perché il resto è speculazione.
    Oh, magari qualcuno ha una palla di cristallo (o fa l’opinionista).

    Ultimo: la storia dell’allegoria. Riprendiamo i passaggi perché qui i fili scappano via come se ci fosse un gatto.
    Laurie: [E’ molto palese un certo discorso sulla società in Pan, e per quanto mi sia piaciuto come libro, devo dire che certe volte è un po’ pesante. Preferisco che l’autore non poni troppo in primo piano le sue idee sulla società, per dire una.
    Bisogna starci attenti. Altrimenti il passo all’allegoria è breve (e l’allegoria nel fantastico non mi piace troppo, come del resto non piaceva a Tolkien).]
    Francesco (posso chiamarla per nome, vero?) [E quando sento parlare di allegoria ho voglia di mettere mano non alla rivoltella, che è troppo nobile, ma alla pernacchiera e urlare FNORD! Cazzo, FNORD! …Chi non sa fare, parla, si dice. O scrive allegorie, aggiungo io.]
    Lara [Sicuramente penso che se io mi metto alla scrivania, mi stiracchio e mi dico ora scrivo un’allegoria, finisco nei guai. Perchè si “sente”. ]
    Etc.
    Penso che le allegorie siano importanti, che poi piacciano o meno è un’altra cosa. L’allegoria è un mezzo di espressione e *non* dovrebbe rimanere inconscio/ essere trovato dal lettore/ altro.
    Cavolo, Larù, con tutte le ore che hai passato a editare! Alla fine tutto deve saltar fuori, almeno che la tua poetica non sia tipo quella di Eco, che diceva qualcosa simile a “lo scrittore dopo aver scritto deve morire”.
    No, commento io. Deve rileggere. (si vede che anche per lui era difficile…)
    Però, ok, io sono un po’ troppo callimachea, e non parlo da scrittrice, ma al massimo da poeta. Probabilmente se per me è doveroso confrontarmi dichiaratamente con i modelli, scegliere un genere e *costruire* (soprattutto le allegorie!), per voi il mestiere è completamente diverso.

    Scusate. Come se non avessi commentato.

  24. francescodimitri Says:

    Mele, capisco il tuo punto di vista. Ma io non sto facendo un discorso filosofico: nonostante le apparenze, è molto pratico. In che senso un giornalista scrive ‘fatti’? I fatti si fabbricano, si fanno. A furia di fabbricare fatti simili tra loro, si fa una realtà intera: ma la realtà è un genere letterario tra gli altri, non una cosa ultima.

    Dire che Svevo rappresenta il male di vivere di inizio Novecento è, dal mio punto di vista, una cazzata. Abbiamo deciso che Svevo va ricordato (e non la pletora di romanzi e romanzetti che uscivano oltre ai suoi). Poi abbiamo deciso che quello che lui diceva ‘rappresentava’ l’epoca. Poi abbiamo deciso che quella rappresentazione era un documento storico. Insomma, abbiam fatto tutti noi. E il ‘vero’ inizio Novecento? Fatto di gente che mangiava e fumava e scopava, giorno dopo giorno, vita dopo vita. Molti, senza un gran male.

    Voglio dire: occhio a non confondere le rappresentazioni con il resto, sennò davvero, rischiamo di finire a farci seghe su una foto di Uma Thurman e poi pensare che ci siamo fatti Uma Thurman (aggiungere Jonny Depp o chi altri se si è donne eterosessuali).

    Idem per la civiltà contemporanea. Che cos’è, che significa? Chi la fa? Berlusconi? Wu Ming? Io? Dio? Sandokan? Noi tutti? E la facciamo, come? Fumando, scrivendo? Bene: allora io la faccio scrivendo di satiri. Che c’erano prima e ci saranno dopo, e se durante non li vediamo più, è perchè abbiamo seguito altri ‘fatti’. E chi scrive di quei ‘fatti’, chi perpetua l’idea che il mondo ‘vero’ sia fatto di macchine e palazzi grigi e orari fissi, non mi interessa. E’ un bugiardo. Dice di rappresentare una prigione e invece la sta costruendo. E’ un bugiardo, un ladro e un nemico.

    Sull’allegoria. Qui magari è davvero questione di gusti. Tu dici che le allegorie sono importanti. Io dico che sono dannose. Però aggiungo. Tu dici che sono un mezzo di espressione. Ecco, uccidere e poi mangiare un tizio che ti sta antipatico è un mezzo per toglierselo di torno. Non è detto che sia un buon mezzo, no?

    Laurie, starò sempre attento alle allegorie. Promesso.

  25. Laurie Says:

    Mmm, il firefox che mi mangia i commenti é_é
    Allora.
    Non sono d’accordo con Gamberetta! Succede! Qualcuno starà ridendo di gusto per questo.
    No, è che Gamberetta, tu non hai letto una parola: NARRAZIONE del presente. E scusa, ma la narrazione interessa molto i narratori 😛 (ma anche gli psicologi, i sociologi e altra gente -logi)
    Anyway, io credo che l’arta sia una (UNA) chiave per conoscere/capire/imparare la realtà.
    Per rimanere in un campo che conosco, l’Alice di Carroll viene citata per capire alcune particolarità della nostra psiche, generazioni di psicoanalisti hanno trattato la nevrosi a partire dalle tragedie di Sofocle e se leggi Il signore delle mosche sai di cosa studiava Tajfel durante i suoi esperimenti nei campi estivi. Sono cose che magari stanno nell’occhio del lettore e del recensore, ma così è. Io posso capire certe dinamiche della società leggendomi Golding o leggendo i resoconti che faceva Tajfel. Sono due modi per capire un certo argomento, ognuna delle quali ha svantaggi (una è meno imprecisa, l’altra è tecnica) e vantaggi (una ti colpisce emotivamente, l’altra ti dà idee per la tua ricerca). E’ chiaro che se sei un ricercatore che vuole approfondire la coesione dei gruppi ti leggi Tajfel e non Golding. Semmai ti leggi ANCHE Golding. Sono due sguardi diversi (che ogni tanto si incrociano), non c’è uno migliore o peggiore.

    P.S. Grazie, signor Dimitri *_* Ma il tuo problema non mi sembrano le allegorie, è di mantenere l’equilibrio su un terreno scivoloso. Che è poi il problema che ha la maggior parte degli scrittori!

  26. Gamberetta Says:

    @Laurie. Ho letto bene e ribadisco: se vuoi NARRARE il presente, leggi saggi che parlano del presente. Mi sembra un concetto terra terra: se devo documentarmi su qualunque aspetto del presente (per poi narrarlo), appunto mi documento (a partire dal guardarsi attorno – indagare di persona). Leggere romanzi può essere parte della documentazione, ma è di sicuro secondaria. In più il giornalista parla de LA chiave, non di UNA chiave.
    Infine è il tipo di considerazione generale che non c’entra un tubo con la recensione di un romanzo.
    Il sapere che certi horror o fantasy possono essere interpretati come chiave bla bla bla vuol dire che devo spendere 17 euro per Wunderkind sì o no? A naso mi sembra una specie di complimento, ma in effetti che vuol dire? Sapere ‘sta storia delle chiavi mi fa capire che mi divertirò a leggere il romanzo? Boh.
    Una recensione dev’essere UTILE, non c’è spazio per baggianate pseudo-filosofiche. Specie quando hai le parole contate.

    E, parlando più in generale, non sono particolarmente convinta che l’arte (qualunque accezione vuoi dare al termine) sia utile per capire/ conoscere/interpretare/ecc. la realtà (e qui, interrompimi se sbaglio, penso che tu intenda per realtà quella parte di realtà sensibile e condivisa). Sì, anche l’arte può dare il suo contributo, ma, esempio a caso, un libro di fisica è molto più utile sotto questo aspetto.
    Mi piace la narrativa fantastica proprio perché esplora – o crea – zone della realtà dove il libro di fisica non è più così utile (per il lettore – lo scrittore ne ha comunque bisogno, perché devi conoscere la realtà già esistente per crearne una nuova che sia originale, verosimile e coerente).

  27. Mele Says:

    Carissimo signor Dimitri,
    scrivevo “fatti” in senso wittgensteiniano in contrapposizione a “cosa in sé”. Era un piccolo e ironico accenno filosofico. Chiedo venia.
    I suoi “fatti” invece, cosa indicano?
    Lei si dimentica della mia natura di pollastra incolta: per quanto possa essere pratico, il suo discorso mi sembra aleggiare sulla mia aia come lo spirito di Dio nel suo giardino.

    Riguardo Svevo: i nostri pareri sulla letteratura si discostano. Per me calare Svevo nel novecento (e il novecento in Svevo) è essenziale per comprenderlo. Che lo si possa collocare così, sempre secondo la mia ottica, è giustificato dall’analisi dei temi delle sue opere come vengono trattati in autori precedenti, contemporanei e successivi. Ovviamente gli esseri umani vivevano la loro vita spensieratamente anche all’epoca, e Svevo li descrive. Altrettanto ovviamente, una persona di sensibilità superiore , sempre secondo me, riesce a catturare l’anima vera della sua epoca.
    Sono i posteri che giudicano e incasellano, mi sembra che tu rimproveri. Nel mio commento precedente sostenevo esattamente che non potrebbe essere altrimenti. Chi vive un periodo non può studiarlo o addirittura anticipare ciò che verrà dopo. A meno che non si chiami Leopardi. O Beethoven.
    Questo è tuttavia una critica di metodo storiografico e, essendo fuori tema, preferirei non insistere oltre.

    Però lei sembra introdurre un altro tema, anche se probabilmente non ho capito (sono stata distratta dall’immagine di un uomo che si masturbava con una foto di Uma Thurman.): dice che il contenuto di un libro è “rappresentazioni”? In che senso?

    Il paragrafo sulla “civiltà contemporanea”, in tutta onesta, proprio non l’ho capito.
    Cos’è? Non lo so. Per questo ho usato tre termini per indicare una cosa sola. Probabilmente, lei che è scrittore, ha scelto quello più esatto. Anche qui. Se ho capito il senso generale del suo discorso, credo che saranno i nostri pronipoti a darle una risposta.
    “E’ un bugiardo, un ladro e un nemico.” Chi?

    Sull’allegoria. Temo sia una questione più profonda, di “manifesto”, se posso azzardare. Probabilmente le nostre opinioni poetiche si armonizzano quanto quelle di Marinetti e di Saba ( e io sarei Saba, a quanto pare).
    “Ecco, uccidere e poi mangiare un tizio che ti sta antipatico è un mezzo per toglierselo di torno. Non è detto che sia un buon mezzo, no?” No, certo. Però, se noi avessimo fatto questo discorso faccia a faccia, se lei non fosse uno Scrittore e se lei non avesse gli anni che ha in più di me, probabilmente avrei riso e l’avrei mandata a masturbarsi sulle foto di Uma Thurman. Oppure le avrei dato uno schiaffo. Questi non sono bei modi di replicare, ma che altro si aspetterebbe da una contadinotta della bergamasca?
    Perdoni l’ironia, e anche la maleducazione.
    (Scusa anche a Lara perchè in questa spataffiata di roba manco l’ho salutata!)

  28. francescodimitri Says:

    Mele, ma perchè te la prendi tanto? Non mi era sembrato di di essere aggressivo.

    Ad ogni modo. Il punto che volevo fare, probabilmente per colpa mia, non è ancora chiaro. I miei fatti indicano ‘cose fatte’ – che poi, se vogliamo fare le pulci, è la loro etimologia. Costruzioni. Faccio un esempio. Tu (un ‘tu’ generico’) dici che se vedi un fantasma e poi capisci che è un’allucinazione, stai capendo qual’è il ‘fatto’. Io ti dico che stai interpretando quel che hai visto in un’ottica precisa – quella dell’allucinazione. Che non è un ‘fatto’ più cogente dell’interpreare con ‘fantasma’. La differenza tra noi è che tu credi di ‘conoscere’ una cosa che esisteva prima che tu la conoscessi. Io credo che la conoscenza sia una forma di creazione. Tutto qui. Non intendo venirti a creare tra le palle, quindi, non vedo perchè prendersela.

    Io non credo nei ‘fatti’ intesi come solida evidenza. C’è tutta una tradizione di pensiero che non ci crede con me, ma non è di questo che sto parlando. Sto parlando di me e di come, in pratica, vivo e scrivo. Ancora una volta: qual è il problema?

    E non capisco perchè mi avresti schiaffeggiato. Sul serio. Il mio esempio mirava a dire: esistono molte strategie per fare le cose, non tutte sono uguali. Se questo ti tira schiaffi dalle mani, beh, mi pare un problema tuo. Non che io sia contrario alla violenza in assoluto, anche se non è mai un argomento. Ma minacciarla da casa, in poltrona, dietro uno schermo? Non è neanche violenza, quella. E’ nulla.

  29. Lara Manni Says:

    Dunque. Sull’allegoria sono intervenuta di nuovo in un post apposito, almeno per spiegare come la vedo io. Però sono solleticata.

    @Mele. Dipende da come le usi, le allegorie. Certo che ho passato ore a editare, a lavorare sul meccanismo, sulle parole, sui personaggi. Ma lungi da me l’idea di dire: cavolo, questo romanzo è un’allegoria di…Non VOGLIO pensarci. Se qualcosa di quel che ho intorno, dentro e fuori dalla spaccatura, entra nella storia, benissimo: ma non devo e non voglio saperlo mentre lo scrivo. E pensa che secondo me le parti deboli, su cui rimetterò le zampe, di Sopdet, sono proprio quelle dove l’Allegoria è entrata di prepotenza e quasi consapevolmente. Mi sembra che proprio Roberto-Yoda, in uno dei suoi commenti, se ne accorse. E aveva perfettamente ragione.

    @Francesco. Mi interessa il punto di vista di chi “costruisce” la prigione mentre la rappresenta. Però mi viene anche una domanda: questo discorso vale se si fa la scelta, credo, di scrivere fantastico. Poi ci sono anche altre scelte, che si possono sentire più o meno vicine, ma ci sono, no?

    @Laurie. Anche per me l’arte è una chiave. Da lettrice. Da scrivente, lo è solo se non mi pongo in quest’ottica. Ma forse sbaglio, eh.

    @Gamberetta. Quando scrivi “lo scrittore ne ha comunque bisogno, perché devi conoscere la realtà già esistente per crearne una nuova che sia originale, verosimile e coerente”, ecco, intendevo dire questo. Conoscere e poi scrivere, senza porti l’obiettivo, però, di far conoscere. Non a priori.

  30. Lara Manni Says:

    Scusate, nella fretta avevo saltato due commenti.
    Mele, in effetti: non capisco neanche io la tua reazione, perdonami. Non c’è nulla di offensivo in quello che ha scritto Francesco. A meno che tu non sia la reincarnazione di Svevo 🙂

  31. Laurie Says:

    Sì, Lara, io ragiono da lettrice non da scrittrice. Sicuramente un autore non deve mettersi in testa di essere la chiave di lettura di chissà cosa altrimenti qualsiasi cosa scrive va tutto a puttane. Detto a chiare lettere.
    No, Gamberetta, credo che siamo agli antipodi. E’ chiaro che la scienza (il tuo libro di fisica) è molto utile per conoscere la realtà sensibile. Ma se la guardi con la lente della scienza ti perdi alcune cose della realtà, come se la guardi con la lente dell’arta. Probabilmente la soluzione migliore è guardarla con entrambe le lenti, forse non c’è una soluzione migliore e dipende a che compromesso vuoi scendere.
    Poi, però, “Mi piace la narrativa fantastica proprio perché esplora – o crea – zone della realtà dove il libro di fisica non è più così utile (per il lettore – lo scrittore ne ha comunque bisogno, perché devi conoscere la realtà già esistente per crearne una nuova che sia originale, verosimile e coerente).” e qui ok, sono d’accordo. Perché se mi leggo Asimov capisco qualcosa sui robot guardando uno scenario possibile, verosimile ma non ancora esistente dove gli umanoidi esistono e magari mi faccio tutti i miei bei viaggi mentali se considerare un computer che ragiona come un essere umano pari a un essere umano, ma non conoscerò, chessò, come funzionano i circuiti di questo robot. Mi è utile per capire altre cose, che sono di contorno alla tecnica robotica (e parentesi, se sono un tecnico può essere interessante ragionare anche su ciò che sta attorno alla macchina che costruisco, perché ti assicuro che i tecnici non si mettono solitamente a ragionare in questa maniera, e un libro può aiutarli a vedere il suo lavoro in una nuova prospettiva).

  32. francescodimitri Says:

    Lara: no, per come la vedo io, vale per tutti. Il fantastico mi interessa particolarmente – ma dal mio punto di vista non è possibile una netta distinzione tra ‘fantastico’ e ‘realistico’. O meglio: la distinzione è ideologica, ed è un’ideologia che non mi piace. C’è chi dice che le macchine sono più ‘vere’ dei satiri. Io, semplicemente, non lo credo.

    Ecco perchè non sono i satiri il punto. Tra i miei scrittori preferiti IN ASSOLUTO c’è John Fante. Uno dei libri che amo è Il Padrino. Un altro, Una banda di idioti. Per dire: l’importante è riscrivere il mondo con consapevolezza. Pretendere di raddoppiarlo, di ‘raccontare com’è’: ecco cosa trovo un atto di dominio e oppressione. Perchè in quel caso stai ‘naturalizzando’, spacciando per ovvia e scontata, una TUA visione. E di solito la visione è piuttosto banale. Stai costruendo un ‘fatto’ e poi stai vendendo l’idea che quel fatto esistesse da prima. O sei ingenuo, o stai fregando: in tutti e due i casi, come scrittore e come persona, non mi piaci.

    E questo lo penso anche riguardo ai testi teorici. Consiglio a tutti gli amanti dell’interpretazione: Susan Sontag, ”Against interpretation”, e Stanley Fiske, “Is there a text in this class?” Tanto per dire, che neanche in accademia Svevo e il male di vivere si danno sempre per scontati…poi, per carità, ognuno la pensa come preferisce.

    Che in fin dei conti è il nucleo del mio discorso…

  33. francescodimitri Says:

    Stanley Fish – Fiske è un’altra roba, sorry.

  34. Lara Manni Says:

    Cioè, se non capisco male, quel che conta è l’onestà del punto di vista, e il far chiarezza sul fatto che quel punto di vista sia tuo e solo tuo, e non oggettivo.
    Sono d’accordissimo.
    (anche con Laurie, ovviamente)

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