Parola d’Ordine

Orbene. Umore pessimo. Primo, perchè non ho nessuna voglia di tornare alla vita cittadina. Secondo, perchè ho ancora meno voglia di affrontare una serie di questioni che prima o poi dovrò pormi. Terzo, perchè mi ronzano per la testa parecchie cose, da ultimo.
Ne tiro fuori solo una e riguarda l’ordine. Non ho assolutamente intenzione di fare polemiche, ma solo di affrontare una questione che mi sembra non poco importante per la narrativa fantastica. E, per quanto possibile, cercherò di fare un passo indietro rispetto al caso personale. Però stavo riflettendo – e un po’ avevo accennato alla cosa, in un post sulla scrittura semplice – sull’esigenza di scritture “ordinate” e sequenziali che mi sembra sia molto evidente nella rete, soprattutto. E mi chiedo: perchè?
Ok, risposta numero uno: perchè un lettore ha il sacrosanto diritto di godere di un libro senza sforzo.
Ma siamo proprio sicuri che sia così?
Riformulo la domanda: Virginia Woolf è “facile”? No, neanche un po’.
Obiezione, Vostro Onore. Cosa c’entra Woolf con la narrativa fantastica?
Un tubo, sono d’accordo. E ho sempre sostenuto che la storia venga prima di ogni altra cosa, almeno per me. Però non mi piace neanche un mondo letterario dove la complessità linguistica sia relegata al mainstream e a horror e fantasy si chieda solo il nitore della “facilità”.
King (perdonate, è una mia fissa) non è facile. Mai. E quando i critici americani lo accusano di utilizzare una lingua di plastica lui ghigna, sapendo bene che non hanno letto i suoi libri.
Ordine.
Be’, ho pescato in rete una lettrice che aveva messo le virgolette e praticamente “riscritto” un brano di Chiara Palazzolo sostenendo che così era più ordinato e facile. Ma la forza di quella trilogia è proprio nell’aver portato nell’horror la ricerca linguistica del mainstream.
Ordine.
Perchè questa parola non mi convince fino in fondo?
Dove sto sbagliando?

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18 Risposte to “Parola d’Ordine”

  1. Lorenzo Says:

    Ciao Lara,

    non stai sbagliando.
    A mio avviso però stai vivendo il conflitto scrittore vs. lettore, ovvero, comunicatore vs. fruitore.
    Se stai scrivendo, DECIDI TU come comunicare qualcosa ai lettori.
    Il comunicatore decide cosa e come cominicarlo a chi vorrà farsi affascinare, incuriosire, commuovere, irritare dal messaggio/storia.
    Questo discorso vale in ogni campo della comunicazione: letteratura, pittura, fotografia, giornalismo, scultura, ecc…..
    Non tutte le storie sono per tutti, anche se scritte in modo “immediato” (si fa per dire)… così come non tutto ciò che è complesso da “leggere” è per pochi eletti.

    Vabbé… sto divagando
    Mi eclisso O__O

  2. Ele Says:

    Ma tanto il lettore non è mai contento, ho letto di gente che “se due personaggi parlano non riesco a seguire chi è chi, se non ci sono gli intercalai”, e poi la prima cosa che -giustamente- fa un editor è tranciare le boiate che mettiamo tra i dialoghi perché siamo convinti che “sennò non si capisca”. E’ frustrante, perché hai voglia di andare incontro a tutti, ma la verità pura e semplice è che non ci si può scarnire fino a rendersi perfettamente comprensibili anche a persone che non hanno voglia di ricordare chi dice chi in un dialogo tra due sole persone.
    Questo per dire che come sai anch’io sono per il tutto al servizio della storia e il “parlare come si mangia”, mi secca la pomposità a tutti i costi e il “farsi fighi” con la scrittura, ma…ma se la storia è il primo posto, decide lei come essere raccontata. E se raccontarla in un altro modo la altera, allora qualcuno dovrà imparare a ricordare i salti temporali e chi sta parlando in un dialogo xD”

  3. Lara Manni Says:

    Avete ragione, eppure il problema resta. Perchè esiste quasi un’unanimità su questo punto soprattutto da parte dei lettori più giovani. E allora la questione non è sottovalutabile, secondo me.
    Il farsi fighi a cui giustamente faceva cenno Ele discende direttamente da una pessima abitudine degli scrittori mainstream italiani, secondo me, che antepongono una lingua vuota alla narrazione.
    Però il punto è che, sempre secondo me, si sta facendo avanti una disabitudine ai salti temporali e alla variazione dei pov. E chiedo: perchè?

  4. demoniopellegrino Says:

    Secondo me non bisogna fare confusione con ordine e complessita’. “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e’ ordinatissimo. E’ di facile lettura? Si’. E’ complesso? Certamente. Ma la cosa che lo fa funzionare fino al risultato finale e’ proprio l’ordine in cui e’ costruito. Cambiane anche solo un capitolo, e il libro va a farsi benedire.

    Duma Key di King e’ ordinato. E’ complesso? Sicuramente. Ma e’ anche scritto nel modo che io ormai chiamo “falso semplice”, con una scrittura ricercata e lineare, e a volte anche inventata.

    Per restare ai salti temporali, prendi un qualsiasi libro di Evangelisti: ordine, salti temporali, lingua immediata. Si capisce tutto, anche se la storia e’ complicata.

    Semplicemente, credo che sia una questione di chi sa scrivere, utilizzando a pieno tutti gli strumenti della lingua, e chi non lo sa fare. Ordine o complessita’ c’entrano solo dopo.

  5. demoniopellegrino Says:

    appieno, non a pieno.

  6. Vale Says:

    A me piace curare il linguaggio e la struttura. E mi piace trovare linguaggio e struttura curati, anche nei romanzi di genrere, visto che li preferisco.

  7. demoniopellegrino Says:

    Lara, poi ci sarebbe anche da parlare dell’impoverimento culturale del lettore. Nel senso che mi pare che sempre piu’ spesso i ragazzini che escono da scuola non abbiano proprio le basi linguistiche e grammaticali per seguire frasi complesse.

    Personalmente lo ritengo una diretta conseguenza dell’atteggiamento da scalzacane di molti insegnanti e genitori. Ma questa e’ un’altra storia, anche se credo risponda alla tua domanda sul perche’ si stia facendo avanti una disabitudine ai salti temporali e ai cambi di pov: semplicemente, non li capiscono piu’!

  8. Lara Manni Says:

    Demonio, questo è verissimo, e rischio di tornare alla mia polemica su Svevo (perchè Svevo sì e Calvino, appunto, poco o niente?).
    Il falso semplice era esattamente quello a cui mi riferivo. Se leggerai la trilogia della Palazzolo vedrai che è esattamente un falso semplice. Credo, suppongo, che Esbat sia un falso semplice, o almeno lo era nelle mie intenzioni. Battle Royale è un falso semplice.
    La storia di Lisey è estremamente complesso, per non parlare di It. I salti temporali continui di It, temo, farebbero venire qualche mal di testa…
    Ma questo diventa più evidente nel genere. La semplificazione del genere mi turba, ecco tutto.

  9. gnappetta Says:

    “King (perdonate, è una mia fissa) non è facile. Mai. E quando i critici americani lo accusano di utilizzare una lingua di plastica lui ghigna, sapendo bene che non hanno letto i suoi libri.”

    da kingofila non posso che unirmi al ghigno

    penso che la proposizione (il buon proposito?) “lo stile dovrebbe essere sempre in funzione della storia” abbia almeno un paio di interpretazioni. inteso come “storia > stile”, il gamberettiano “farsi indietro” impedisce di sbagliare. però fa poco altro.
    se stile e storia sono pensati come crema e pan di spagna, bene così.
    ma “in funzione” è anche qualcosa di più. quando la storia – anche solo come sequenza di eventi – e la lingua interagiscono in modo più “funzionale ” che una semplice sovrapposizione, quando la lingua non maschera, ma per qualche sua ragione spinge la storia,si vede. si sente il meccanismo che ingrana. (es: luna delle gemme: rischia il liscione, la pattinata sulla panna, e invece no: grippaggio riuscito…)

    la lingua a mio parere svolge talvolta la funzione di un ascolto. se c’è un daqualcheparte dove la storia vuole proprio andare a parare, ha giusto la lingua per comunicarlo.
    o in alternativa un po’ di macelleria sotto la luna piena 😉

  10. Mele Says:

    Come al solito Demonio mi toglie la maggior parte dei miagolii di bocca!

    Larù, ti ringrazio tantissimo per la possibilità di fare mischia (FrrrFrrr! Mele si raccoglie un momento per assumere il suo migliore tono acido e polemico. Ha bisogno di qualcosa di verde, verde cattiveria, per l’ispirazione. Trovato! È un porta blister della cibalgina, ma può andare.).

    Allora, andiamo con… beh, ordine.

    Sì, il lettore ha il sacrosanto diritto di godere di un libro senza sforzo. Ma il lettore ha anche il sacrosanto diritto di godere, di un libro, anche della compiutezza artistica. (“Compiutezza” suona male… ma “perfezione” è un po’ forte, anche se vuol dire la stessa cosa)

    Mi fa un po’ specie che si appiccichi uno stile a ciascun genere. E non so neanche che vuol dire “mainstream”, a momenti.
    Ma che cavolata è? Stiamo facendo un tema? Dobbiamo scegliere se fare il saggio breve o l’articolo di giornale? Eh? Ma dai. Lo stile si applica alla persona, al momento, pure all’operazione intellettuale, se c’è, ma non certo al genere.
    Insomma, ho capito che c’è il pubblico da soddisfare, e io sono la prima che desidera che il destinatario sia sempre tenuto presente durante un’operazione comunicativa qual è la scrittura (solito paragone colla musica, neh?). Ma non sarà mica il pubblico a decidere se un libro ha o non ha il diritto di possedere bellezza e arte!

    Lasciamo da parte le mie enormi lacune e premettiamo, *solo* mentre ti espongo le mie teorie, quel che ti ripeto sempre: la bellezza è come minimo importante quanto la storia. (Adesso non ci mettiamo a disquisire su che cos’è la bellezza, eh!)

    L’Ordine è una cosa difficilissima. Ordinare significa scriversi (su carta, mentalmente, pure istintivamente) un bel diagramma ad albero di quello che si vuole dire. Alt!
    Cos’ha fatto la lettrice? Ha preso un pezzo di libro e l’ha riscritto in modo che *per lei* fosse più ordinato e “facile”. *Per lei*: per lo schema che lei applica a ciò che legge. Magari un altro lettore (più colto, o più allenato, o più sensibile, non è importante adesso) avrebbe trovato, e quindi goduto, lo schema utilizzato dalla scrittrice.

    L’ordine, come il senso della bellezza, è estremamente personale, sia perché ognuno ha una… come chiamarla? Vista? Capacità di cogliere la struttura narrativa? Diversa, sia perché ognuno ha il suo schema preferito.

    Alt! Prevedo un’obiezione: lo schema c’è sempre? Beh, sì. *Secondo me*. Come quando i matematici dicono che si può trovare una formula per tutto (dall’andamento demografico delle rane in uno stagno al miglior posto dove parcheggiare): anche nella poetica di uno scrittore c’è una formula particolare. Con un numero da mal di testa di varianti, certo.
    D’altronde, la matematica è anch’essa un linguaggio.
    L’ordine dev’esserci, altrimenti ogni storia andrebbe a rotoli come una patata che cade dalle scale.
    To-pomf to-pomf to-pomf.
    (Al che qualcuno può obbiettare che anche la patata arriva alla fine, e che anche la patata ha una formula che segue nel cadere. Aspetti un attimo che raccolgo la saliva per sputargli in bocca, perché quelli che fanno finta di non capire i paragoni mi fanno venire le ovaie quadrate.)

    Altra obiezione: L’ordine è innaturale. Come mai dovrebbe venire diciamo “spontaneo” (come sembra che io sottintenda) essere ordinati?
    Ehm. Perché cerchiamo sempre la via più vantaggiosa per arrivare ad un punto?
    Ehm… perché siamo animali intelligenti? Più intelligenti di quanto normalmente ci consideriamo? (Alt! Vantaggiosa, non breve: se ho fretta scelgo la più veloce; se ho un’oretta e un paio di cinquanta euro scelgo quella con più negozi; se ho solo voglia di rifarmi gli occhi scelgo quella che mi porta a costeggiare la palestra quando esce la squadra maschile di pallavolo. Neh?)

    Soprattutto quando bisogna gestire salti temporali e variazioni di pov, cioè complicarsi la vita, bisogna essere ordinatissimi, attentissimi, e non lasciarsi prendere dal panico.
    (E insomma, Larù! Nelle tue storie ci sono incastri misurati al millimetro. Questa cosa che dico la sai e strasai.)
    Ce ne sono sempre meno perché sono anticommerciali? Perché non si è più capaci di scriverli, o non si ha più la pazienza per farlo? Ah, boh. Io che ne so?

    Riguardo al “falso semplice”. Allora, “falso semplice” non mi piace, perché mischia il livello dello scrittore e quello del lettore. Si intende un modo di scrivere che ricerca con buoni risultati la semplicità e la chiarezza, giusto? (No, perché… sai io come vado in palla sulle definizioni. Cos’era, quella volta? L’allegoria?)
    Ecco. Per il lettore, è semplice punto e basta. Uno schema che il cervello assorbe subito e che soddisfa il piacere che la mente prova nei confronti di tutto ciò che è ordinato. Perché *non* si può dire che ciò che è semplice *non* sia ordinato.
    Anzi, la semplicità è l’apoteosi dell’ordine. Pensa alla bellezza di un viso, di un viso ideale, non reale. La simmetria. Che è una cosa banalissima: un elemento e il suo speculare. Ordinato e di immediata comprensione (comprensione non nel senso che tu capisci perché ti piace una cosa, ma che subito assorbi – scusa se lo ripeto, mi sembra il verbo che più spiega ciò che intendo -, fai tua la bellezza di un qualcosa).
    Semplice. “Semplice” è una delle parole più belle che esistano.
    Lo dice una che della complicatezza ha fatto il suo marchio di fabbrica (e si è presa un sacco di pedate sulle dita per essa).
    Per lo scrittore. Qui, un enorme, rumoroso BOOOOOOOOH! Chiedete a Larù, alla scrittrice, cosa è semplice per uno scrittore (ok, sei una *scrivente*, me l’hai già detto…). C’è chi si rompe la testa sulle grazie delle lettere e c’è chi caga oro. (Scusa il termine)
    C’è chi ha bisogno delle dita per fare le addizioni, c’è chi ti trova i numeri primi a mente.
    Nel primo caso, è un lavoraccio da puzzare come porci che si sono rotolati nella loro meLma per una vita. Nel secondo è il meraviglioso esempio della genialità di una mente estremamente complessa.

    Ohé, come mai sto complicando così la questione? Ecco, hai a che fare con una persona terribilmente disordinata! Cosa ci scommetti che quello che ho blaterato fin’ora si può sintetizzare in metà parole?

    Passiamo all’impoverimento culturale, dove mi genufletto ma non sono del tutto d’accordo con Demonio. Per pura vanità ovviamente, perché non sono né un mostro di grammatica (e certe volte mi accorgo di essere persino un pelo sotto la media della decenza), né una persona di grande cultura (Woolf? Ehm… se non avessi mai letto nulla della cara signora?). Però, parlando con Enorme Modestia, ho il senso della bellezza e so apprezzare la complicatezza tanto quanto la semplicità.
    Anche se quando avevo quattordici anni mi piaceva accoppiare Secchan alle Mary Sue in terribilmente melense ficcyne. (Oddio, il “terribilmente melense mi è rimasto”. Uhm. Devo averlo insito nel nome.)

    Riguardo Esbat. Occielo. “Falso semplice”. Mmh. Sì?
    Sappiamo, o perlomeno io mi ricordo, il lavoro di bisturi (e anche scure, dai) che hai fatto.

    Lo hai fatto per trovare la formula della patata che cade dalle scale.
    C’è Hyoustuki che poverino cammina su bucce di banana, cera fresca e biglie.
    C’è lo stomaco che a momenti ti casca nelle mutande (Ti ricordi quando ti ho scritto: “Mi hai ammazzato il convivente!”).
    (Ma come al solito io sto facendo un pastrocchio di ricordi riguardanti Esbat e Sopdet.)
    Non so se è “semplice”, oppure è il ritmo (il “to-pomf”) che ti tira per il naso fino alla fine.
    Perché la casualità è estremamente complessa.
    Oddio. Proprio non so se è “Falso semplice”. Però è bello, gustoso nel senso che ho scritto in cima.
    Anche se l’exploit è Sopdet. Sopdet è un “Wow” stilistico pur colle pecche della “prima” stesura.

    E sai che faccio? Copio incollo questo commento nel mio blog e ci faccio un post. Ecco.

    (Mele zampetta via allegra perché queste battaglie – sì, contro mulini a vento, ma che importa – la sollazzano immensamente e ti ringrazia ancora)

  11. Le mischie sul blog di Larù! « Palanmelen's Blog Says:

    […] Lara Manni — palanmelen @ 11:08 pm Copio il commento che ho lasciato a Larù nell’articolo di oggi sul suo blog, perché mi è uscito tanto […]

  12. uriele Says:

    É come la storia degli avverbi o quella delle metafore di Eco o della Black Box. Se leggi Veil’s Visit trovi un numero strabordante di avverbi, ma sono inseriti bene nel contesto. Se leggi molti dei racconti di Lovecraft l’ordine te lo sogni anche lo stesso Bradbury é abbastanza confuso e non proprio immediato. Le regole che possono essere valide per un autore, magari stanno strette ad un altro. Sono semplici linee che aiutano gli scrittori a rendere piú efficacie un testo, ma non sono teoremi matematici. Bisogna conoscere le regole e saperle applicare e, quando necessario, anche saperle come e quando infrangerle per dare spessore e vita a un testo.
    La scrittura é piú ingegneria che matematica: conosci le regole, le applichi, ma limi i vari pezzi, li olii, forzi le inerpolazioni con fattori correttivi per adattare alla realtá un modello astratto. Altrimenti tanto varrebbe imparare dal vecchio Stanis LaRochelle

  13. uriele Says:

    Un esempio di un bel “antiromanzo” potrebbe essere la voce del fuoco di Alan Moore:
    il primo capitolo é scritto in prima persona da un minorato mentale con un uso linguistico limitato e difficile da seguire
    Un capitolo é raccontato da una testa decapitata appesa a un muoro (la tanto vituperata Black Box)
    e la struttura é altamente non lineare: la storia é quella di una particolare zona dell’inghilterra dall’etá della pietra ai giorni nostri, ogni storia é raccontata da un personaggio diverso con un diverso stile e linguaggio che cerca di rispecchiare una certa epoca. Quello che inizialmente appare come una serie di racconti slegati, diventa una storia unica in cui la sottotrama occulta, horror e fantastica non segue l’andamento temporale e logico suggerito dai racconti. Un libro difficile da masticare (come molti lavori di Moore anche nel campo del fumetto o del teatro), ma che comunque lascia soddisfatti. (un altro esempio potrebbe essere “La bestia che gridava amore nel cuore del mondo” tutt’altro che facile, ma un piccolo gioiello che si é giustamente meritato un premio Hugo)

    Quando sai usare bene gli strumenti puoi arrischiarti a non essere “facile” e “ordinato”, purché tu sappia cosa stai facendo e non ti perda: se si perde il narratore il lettore é perduto

  14. Laurie Says:

    Uhm la ricerca stilistica e linguistica nella letteratura mainstream applicata alla letteratura di genere? Se è quello che ti chiedi è un gran bel problema.
    Penso che tuttavia il nocciolo risiedi su quale sia lo scopo dello scrittore, i suoi strumenti, la sua cultura ecc ecc. Nella narrativa di genere ha più prevalenza la storia e l’ambientazione e i personaggi, per questo si sacrifica la sperimentazione sullo stile.
    E da quel che ho sentito, molti lettori preferiscono così.
    Per me se non si sacrifica la ricerca di buone idee per arricchire la storia ed una buona storia ben venga la sperimentazione sulla lingua. Certo, in tal modo lo scrittore ha una vita tre volte più difficile ma chi ha detto che è un mestiere semplice?

  15. Ayame Says:

    I lettori più giovani, Lara, hanno come idoli Moccia e la Meyer, nonché Paolini e la Troisi. Che hanno scritture decisamente lineari e semplici.
    Io sono dell’idea che il linguaggio dev’essere subordinato alla storia, ma dipende anche dall’abilità dell’autore. Mi spiego meglio.
    Io quando leggo voglio vedere immagini nella mia mente, non voglio semplicemente ammirare il suono delle parole e la bellezza della loro disposizione.
    C’è però chi, con un linguaggio non semplice e lineare, riesce a dare vita a quadri spettacolari e a colori vividissimi. È lì che si riconosce la bravura di uno scrittore.

    Che poi, parlare di lettori giovani come se fossero un’altra razza quando io devo ancora compiere diciott’anni mi fa strano XD

  16. gnappetta Says:

    @ayame: e dire direttamente “ignoranti”?

  17. Ayame Says:

    @Gnappetta: non è la stessa cosa XDD

  18. Lara Manni Says:

    Prendo appunti, eh.
    Il discorso è in effetti complesso. Perchè il lavoro sulla lingua o va di pari passo alla storia, appunto, o non è. Però a fronte di una complessità verbale che esiste (ogni tanto mi rendo conto di quante PAROLE in più, rispetto a pochi anni fa, abbiamo in circolazione) è singolare che una storia “liscia” debba ricorrere a pochi termini.
    E, Lau. Pensavo proprio alla Palazzolo che hai appena letto: in quel caso la sperimentazione c’è e non sacrifica la storia, ma è funzionale alla. 🙂

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