Elogio del fandom

Nei commenti se n’è già parlato un po’: ma soprattutto ne ho parlato parecchio, in privato, con alcune amiche.
Il tema è la caccia al fan writer, o fic writer che dir si voglia: ieri sera, con Eleonora, erano saltate fuori le parodie Disney dei grandi classici. Erano fan fiction? In senso ampio, certo che sì.
Ma, soprattutto, erano fan fiction molti classici propriamente detti. Come scrivevo ieri, fan writer  erano:

Alonso Fernández de Avellaneda (scrisse il seguito del Don Chisciotte)
I benemeriti ignoti che hanno proseguito a raccontare le storie di Omero e del ciclo Arturiano e anche quelli che, nel favoloso Oriente, hanno contribuito a far nascere Le mille e una notte.
I fan di Lewis Carroll
I fan di Jane Austen e Conan Doyle.
E poi Tom Stoppard, con Rosencrantz e Guildestern sono morti, fan fiction fatta e finita (che dovrebbe anche spiegare perchè il mio nickname su Efp sia Rosencrantz).
E tutti gli altri.

Apparentemente, questa riflessione nasce come reazione ad una critica avanzata a Esbat. Non è però la critica che mi ha fatto arrabbiare (quella ci sta tutta), ma la definizione del fandom come – riassumo – luogo dove le ragazzine ormonose sfogano gli ormoni in questione.
Fottitene, mi è stato detto. Lo farei (e lo faccio, per quanto riguarda il tipo), se non stessi assistendo a diversi equivoci sul fan writing, che viene molto, molto spesso, associato solo e unicamente al passatempo adolescenziale.
Alt! Non sto cercando la nobilitazione attraverso la citazione degli antenati nobili: sto dicendo che anche nel caso in cui una fan fiction venga scritta per divertimento personale è, comunque, un testo. Un testo che può anche essere, spesso, sgrammaticato o ingenuo o non particolarmente originale: ma la stessa cosa si può dire di non pochi testi pubblicati su carta, a pagamento e anche no.
Allora, qual è il problema?

La mancanza di originalità, potrebbe sostenere qualcuno. Contesto. E non solo per gli esempi portati qui sopra, e nemmeno per la vecchia solfa “tutto è già stato detto”. Faccio un esempio che viene dal cinema: Matrix. La sceneggiatura di Matrix è la fan fiction di una marea di roba, così come lo è Kill Bill di Tarantino.
D’accordo, quelli sono film.

Però:  molti (buoni) libri di vampiri non si basano forse sul fan writing di Stoker?
Però: i vampiri di Laurell Hamilton non sono debitori verso quelli di Anne Rice? Curiosamente, peraltro, entrambe le autrici sono fortemente avverse al fanwriting.

Non credo dunque  che il problema sia qui, sinceramente.  Sta, allora, in quella che alcuni fanwriter chiamano “la decadenza” del fandom, dove starebbero aumentando le fic giocose e ormonose, meno preoccupate dello stile e molto concentrate sul fan service sessuale?
Potrebbe, ma non concordo neanche in questo caso:  di romanzi fan service ne stanno uscendo a valanga, negli ultimi tempi. E fuori da ogni fandom.

Dunque? Dunque non lo so e mi piacerebbe parlarne. Quel che voglio sottolineare è una cosa che ho scritto come risposta in un’intervista che uscirà in rete. Le fan fiction non sono un mezzo per arrivare alla scrittura “professionale” e non sono lo scalino basso e pure un po’ sporco della scrittura medesima. Non hanno un’utilità, hanno una PRESENZA  chi scrive fan fiction è uno scrittore, pubblica, anche se on line, e viene letto. Ci potranno essere pessime fan fiction e meravigliose fan fiction: ma esistono, sono una realtà e vanno considerate come tali.

Ps. Ho riaperto il blog e questo era evidente. Però con un paletto ben preciso: no flame. Tanto lo sapevate già, giusto?

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80 Risposte to “Elogio del fandom”

  1. Ele/Caska Says:

    Veramente un ficwriter viene letto molto di più di uno scrittore che si pensa migliore perché non scrive fanfics, e che deve cercare disperatamente qualcuno che se lo fili negli “ambienti culturali” (quali, poi, forum di Scrittori di Serie A?). Mi spiace dire che persino il più sfigato ficwriter fa più esperienza e riceve più affetto di un Aspirante Scrittore medio.

  2. Lara Manni Says:

    Già. E sicuramente impara a confrontarsi con gli altri: l’esperienza del betareading è fra le più importanti, a mio parere, per chi scrive. Vale lo stesso discorso per i commenti: perchè sarà pur vero che molti commenti sono beeellooooo-continuaaa. Ma non tutti, anzi: credo di aver già detto un mucchio di volte che ancora adesso, in revisione, leggo i commenti di allora e ne tengo conto…

  3. Ele/Caska Says:

    Ah, fra gli illustri colleghi hai lasciato fuori la Bradley, che scriveva fanfics su Star Trek *-*

  4. Eleas Says:

    Ecco mi ricollego a Ele/Caska: MZB. La mitica grande donna non solo era una fan di Star Trek, ma una che viveva il fenomeno del fandom e del fanwriting in prima persona. Di Darkover ha curato personalmente raccolte di storie scritte da fan. Ammetto di averle finora schifate in modo snobistico. (ne ho parlato nel mio peana per la mia scrittrice preferita)

    Per cui? Per cui il fan writing non è un fenomeno ormonoso se gestito in certi modi, per cui può essere un arricchimento per tutti fan e scrittori.

    Certo è che l’ormone a palla è abbastanza dilagante oggi come oggi e tende ad abbassare e di molto il livello dello scrivere eliminando la funzione cerebrale per lasciare solo quella ormonale. (si discute di bimbiminkia giusto oggi dalle mie parti).

    Io personalmente ritengo il fanwriting importante specie in mondi abbastanza aperti come i fantasy.

  5. Eleas Says:

    PS: bentornata!

  6. Lara Manni Says:

    Ma l’ormone a palla dilaga anche nei romanzi editi, appunto. Vado a leggere i bimbiminkia.

  7. Laurie Says:

    Tra i fan questioni di ormoni ci sono, mi sembra logico, ma la scrittura delle fanfiction nasce da un bisogno che per l’uomo è ancora più profondo: raccontare storie.
    Anyway…
    “Le fan fiction non sono un mezzo per arrivare alla scrittura “professionale” e non sono lo scalino basso e pure un po’ sporco della scrittura medesima.”
    Questa frase bisogna scolpirla nel marmo. Sono arci arci stufa di vedere gente che considera noi scrittori fan sempre e solo degli aspiranti professionisti, magari pure un po’ rancorosi e lividosi verso chi ce l’ha fatta.
    Sì, insomma, che devo dire? E’ vero, gente, ho anch’io il mio capolavoro: IL MANOSCRITTO INVISIBILE.

  8. Lara Manni Says:

    – Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
    – Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
    Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo.
    Poi soggiunge: – Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa.
    Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.
    (Da: Il manoscritto invisibile di Laurie)
    🙂
    Sono stufa anche io, Lau. Sono le storie che contano, non il luogo dove vengono raccontate!

  9. Eleas Says:

    esatto lara sono le storie che contano se vengano dal fandom o da un autore noto cosa cambia? si vede che se la storia regge tra i fan di quella saga c’è un buon scrittore e chi si pone dubbi sulla nobiltà di provenienza di una bella storia mi sa che ha capito poco delle storie stesse. 😉

  10. francescodimitri Says:

    Non sono d’accordo su (quasi) niente, lo ammetto.

    Nel mio non esserlo, non c’è un giudizio sulla qualità delle fanfiction. E’ un mondo che non conosco – ma, dove tanti scrivono, qualcuno bravo ci deve essere per forza (Esbat, appunto, lo dimostra).

    Ma non sono d’accordo con il discorso generale, per due motivi.

    Primo. Le fanfiction nascono in un preciso contesto storico, culturale ed economico. De Avallaneda non è un fan writer come l’Odissea non è fantasy: i generi, se un senso hanno, ce l’hanno storico, e così le altre definizioni. Il ‘fan’ è un fenomeno moderno, idem le fanfiction. Matrix pesca in un immaginario condiviso, poi: non è la stessa cosa che prendere Harry Potter e raccontare di quando a ventisei anni andò in Romania. Ribadisco, non dico che una cosa sia ‘meglio’ dell’altra. Ma se le mettiamo in un calderone, perdiamo le specificità di ciascuna. Ed è un peccato.

    Secondo. La sensazione che ho io è che il tipo di piacere che viene dalla fanfic sia simile a quello del gdr: un piacere soprattutto processuale. Un piacere che viene dal raccontare più che dal fruire. E quindi, vanno benissimo ANCHE le fanfic ormonose, perchè non è la qualità letteraria che le rende un prodotto degno. Alcune possono avercela, ma non è quello il punto. Sono sogni di parole diversi rispetto a quelli della letteratura (con la l minuscola, rigorosamente). Se una ragazzina ormonosa (e non c’è niente di male ad essere ragazzine, nè ad avere ormoni esplosivi: anzi…) vuole scrivere una storia di sesso sul suo vampiro preferito, ben venga – se poi non devo leggerla io. Lei ne trae piacere, ed è giusto che ne tragga. E’ quello il gioco. Non ‘aver prodotto’, ma ‘produrre’.

    E lo so, forse è la minuscola parte di accademico che c’è in me, a tenerci tanto a queste distinzioni…

  11. Eleas Says:

    francescodimitri: mi spiegheresti meglio la questione del gdr e della processualità? mi sfugge.

  12. Laurie Says:

    Mi sa che Francesco Dimitri ha visto giusto sul fandom.
    Anche se il paragone con i gdr mi giunge nuovo e boh può avere anche senso: il gdr è come una macchina per creare storie ma son storie legate ad un determinato contesto, ad una ambientazione decisa a priori (in effetti esistono fanfiction d’ambientazione, che sfruttano più il mondo di un libro/film/telefilm che i pg).
    Comunque alcune fanfiction hanno dignità anche letteraria – non tutte ma alcune sì. E molte persone le prendono sul serio: curano il proprio stile ecc ecc. E be’, io son fra queste perché un hobby è fatto per divertimento ma se non ci metti un minimo di impegno per me non ha senso!

    P.S. Dea, Lara, devo proprio dirlo? Calvino ha copiato da me ahah

  13. Eleas Says:

    laurie ecco il nodo della questione… un libro non è forse una storia legata a un’ambientazione? allora in cosa si differenzia il gdr? nel mezzo ok, ma poi?

  14. Roberto Says:

    *mumble mumble*
    Argomento interessante. Posso azzardare un’ipotesi? Da prendere con le molle, per neanch’io ho capito bene la questione della processualità, e quindi potrei prendere una cantonata pazzesca (nel qual caso mi scuso in anticipo!).
    Dunque, da ex-giocatare di ruolo (giocatore e master) e da fanwriter piccolo piccolo.
    E’ vero che, specie in giovane età, la molla che crea la soddisfazione nel giocatore di ruolo non è certo la qualità della storia ma l’immersione nella medesima. Il piacere (il gioco?) è perciò tratto dall’identificazione col personaggio, col potenziamento del medesimo e con la possibilità di immaginare l’interazione con la propria storia preferita.
    “Ho combattuto bene, ho ammazzato il drago, ho trovato quell’oggetto magico leggendario” sono frasi tipiche di molti giocatori di ruolo (che, mai, dicono, “il mio personaggio ha” ma “io ho”).
    Stessa cosa con una ff, ormonosa o meno che sia. L’autore, nello scrivere la storia, “attiva gli stessi circuiti neuronali” (ma guarda cosa mi viene da scrivere XDD ) del giocatore di ruolo medio: sta interagendo da fan con un racconto preesistente (o con alcuni personaggi specifici, spesso).

    Inteso in questi termini, ciò che caratterizzerebbe una ff non è tanto ricavare una storia dalla costola di un’altra, ma il diverso grado e la diversa “qualità” dell’immersione dell’autore nel racconto stesso, nonché il “movente” che spinge l’autore stesso a scrivere la storia (o il giocatore a giocare una partita di gdr).

    Ripeto, non avrò capito di sicuro, perché quasi non ho capito io stesso quello che ho scritto XD

    Però, se questo è quel che Dimitri intendeva, mi sento di non essere d’accordo sul fatto che sia un elemento imprescindibile, sia nel gdr che nelle ff.

  15. Roberto Says:

    Ed ecco che ho ciccato ancora a digitare la mail. Che sia la volta buona, questa?!? XD

  16. Eleas Says:

    roberto: io sono un giocatore ancora oggi, gioco e mi immergo nelle storie esattamente come quando leggo un libro, io sono il personaggio, io divento lui olei proprio come quando leggo MZB, per quello non arrivo a comprendere la diferenza. Del resto lo sai meglio di me devi recitare in gdr e per recitare devi perdere te stesso e trovare un pg altrimenti un buon master ha licenza di cazziarti proprio perché dai origine a una storia schifida.

  17. Roberto Says:

    Ma da quel che ho capito l’accostamento fatto col gdr non era giocatore – lettore (io stesso ho sempre levato da terra i miei giocatori quando in piena sessione si mettevano a parlare dei fatti loro!), ma giocatore – autore, cioè: “le motivazioni di chi gioca di ruolo sono analoghe a quelle di chi scrive [non tanto di chi legge] fanfic” e ancora: gioca pure di ruolo / scrivi pure ff, ma non obbligare me ad assistere a una tua sessione di gioco / a leggere una tua ff.
    Però io sto solo cercando di capire cosa voleva dire francescodimitri, eh!, magari lui intendeva tutt’altro! Io di ruolo ci giocherei ancora volentieri se ne avessi il tempo e avessi dei giocatori validi per le mani ^^

  18. Eleas Says:

    ecco qui casca l’asino, perché personalmente cerco sempre di creare sessioni di gioco che non abbiano una distanza eccessiva con un romanzo. DEVI essere autore, devi scrivere una storia e devi farlo in modo tale per cui anche chi non è addentro al gdr possa aver voglia di sapere come va a finire. Non a caso quando facevo il master ero detestato. I powoni i lameroni li massacravo senza alcuna pietà (ema può testimoniare sulle morti da me causate ai danni di giocatori che non raccontavano niente)

    PS: certi miei pg crepavano che era una meraviglia ma lì c’è da dire che il loro manovratore era imbranato (e anche su questo ema può MOLTO testimoniare eheh)

  19. Roberto Says:

    Ma quant’è vero! I miei giocatori quando mi si “perdevano per strada” mi facevan venire un nervoso … ma diamine, c’è una storia da raccontare! Vienimi dietro, no? Non è questo il bello?
    Di fatto, per molti giocatori, però, no, il bello non è quello … e alla fine ho rinunciato.
    Per esempio, ho sempre apprezzato l’idea di un sistema di gioco come Ars Magica, in cui l’insistenza sulla narrazione fa premio sul gioco vero e proprio. Gioco di narrazione, quasi, più che di ruolo (e qua si potrebbe di nuovo parlare della commistione dei generi!).
    Infatti sia le ff che il gdr possono essere usati ben diversamente. Il gdr come un sistema corale di narrazione, in cui è la storia a far premio sui giocatori. Le ff non come un … “atto d’amore” verso se stessi, per prendersi delle soddisfazioni, ma come atto d’amore verso una storia che ci ha variamente toccati. Ma forse qua già non si sta parlando più di gdr e di ff, ma si sta già parlando d’altro. Ecco, porre questi distinguo è di sicuro il lavoro dell’accademico, che io non sono, non ne ho le competenze, e quindi mi ritiro in buon ordine (anche perché adesso mi devo mettere sotto a lavorare, cacchio!! anche se sviscerare ‘ste cose è di sicuro più divertente 😉 ).

  20. francescodimitri Says:

    Roberto: il punto è che se parlo di gdr, tu fai subito l’esempio di D&D e di personaggi potenti. Ci sono giochi, una marea, in cui l’immersione nella storia non è solo ‘personaggio grosso/donna fatale’. in Unknown Armies giochi tizi malati di mente – malati letteralmente. In Cthulhu, vabbè, lo sapete tutti. In Kult non parliamone neanche.

    Ma il piacere del gdr è _diverso_ da quello della lettura. Nessuna storia di gdr può diventare un buon romanzo, checchè alcuni Master ne credano (Eleas: parlo in generale, non è un attacco). Una storia per un gdr ha bisogno di loose ends che non saranno mai sviluppati, perchè i giocatori ne sceglieranno alcuni e lasceranno perdere gli altri, ha bisogno di un certo grado di ridondanza, inaccettabile in un romanzo, eccetera. Esistono alcuni elementi comuni – i cliff, come diceva Eleas. Ma sono trattati in modo tanto diverso (e parlo da un punto di vista puramente tecnico) da essere, di fatto, cose diverse. Da una storia per gdr puoi trarre un romanzo, certo, come puoi trarre un film da una canzone. Ma si tratta di tradurre massicciamente da un medium a un altro.

    C’è un tipo di piacere, che deriva dall’avere un oggetto finito, un mondo chiuso in cui immergersi. Ed è il piacere della lettura – della letteratura in genere (che sia Tolkien o sia la Strazzulla, e lo dico con disprezzo per la Strazzulla, per chi pensasse che gli autori italiani hanno troppi peli sulla lingua).

    C’è un altro tipo di piacere che deriva dal sapere che non c’è nulla di dato, e dal far vivere a HP nuove avventure, o dall’impersonare per gioco uno psicopatico convinto di poter trovare la Verità Ultima dell’Universo in una bottiglia di vodka a buon mercato.

    Il piacere delle fanfic mi sembra più legato a questo (ci sono un paio di bellissimi testi accademici, tra l’altro, sull’argomento: se interessa posto i dettagli delle edizioni inglesi). Appunto: non il piacere che va verso un ‘oggetto finito’, ma il piacere di produrlo, quell’oggetto. E una volta che è prodotto, chissenefrega. Le campagne migliori (gergo da gidierristi, mi scusino gli altri) vivono nei ricordi di chi le gioca, non in duecento tomi di Dragonlance. Idem per le fanfic.

    Che poi alcuni, come Laurie, si divertano anche a dargli una verniciata letteraria (e – cheppalle, ma lo dico ogni volta – “verniciata” non è spregiativo), è un altro paio di maniche. Come lo è il fatto che alcune, di verniciata in verrniciata, assumano il ruolo di ‘libri’ pubblicati. Ma è una traduzione tra diversi media, in cui molte cose devono cambiare (o il libro sarà una porcata). Il che mostra, certo, che i due piaceri non sono poi così distanti.

    Non sono categorie impermeabili, ci mancherebbe. Il lettore completa sempre il testo eccetera, lo so, i vecchi testi di Eco li ho letti anche io (perchè c’è invariabilmente uno studente che alza il dito e pensa di Proferire Verità citando arcinoti testi di venti anni fa: meglio prevenire che curare). Niente di impermeabile, di scolpito in pietra: dopotutto io, quando scrivo, non so come le mie storie andranno a finire, quindi in un certo senso sono in una posizione simile a quella del lettore. Niente di impermeabile. Sono solo categorie utili, per capirsi. Sono una buona bussola, questo sì. Perchè altrimenti rischiamo di prendercela con la ragazzina ormonosa, o di ‘ridurre’ a fanfic grandi testi del passato, o di ‘ridurre’ le fanfic a grandi testi (in tutti e due i casi, di riduzione a qualcos’altro si tratta).

    Mi ricorda una vecchia discussione sui fumetti. Si diceva: “i fumetti sono letteratura!”. Ma io difendo il fatto che i fumetti siano fumetti. Non hanno bisogno d’altro.

  21. Roberto Says:

    Ah, perché, e poi chiudo davvero, quando la ff diventa fino in fondo “il racconto non solo come l’ha scritto l’autore, ma anche come IO lo rielaboro e l’ho assorbito, trovandoci cose a cui l’autore di sicuro non pensava neppure” forse stiamo già andando oltre la definizione di ff. Bho!

  22. Ema Says:

    Ema può testimoniare che non ha mai visto gente morire come i pg di Eleas. (così tanto, così a sproposito, così cretinamente, in maniera così strappalacrime almeno una volta. Eleas è specializzato in decessi propri e altrui. BROCCATO in una parola, ma questo non lo capirà nessuno).
    Tornando in topic. Credo che il raffronto di Dimitri tra fan fiction e gdr, come già rilevato da Roberto, fosse per l’appunto tra il fan che scrive per perpetuare una storia/atmosfera/contesto che gli piace particolarmente, e il giocatore di ruolo che interpreta per fare la stessa cosa nel “piccolo” del proprio personaggio. Cioè l’intenzione che sottende e si fa motrice del gesto dello scrivere è, in genere, diversa da quella di chi scrive al di fuori delle vesti di fan.
    In altri termini: se scrivi di quella cosa(/personaggio/mondo inventato da altri) in quanto ne sei appassionato, lo fai in primo luogo in quanto fan. Piacere personale, celebrazione, e poi anche condivisione. Sarà una visione romantica del fan, e premetto che è un mondo che non frequento, ma far rientrare tutta una certa letteratura nella fan fiction solo perché si sfruttano argomenti e/o ambientazioni già inventati da altri mi pare troppo lasca come definizione. Il 90% di quanto si scrive diventerebbe fan-fiction. I PLAGI diventerebbero fan-fiction (e infatti quando uno viene beccato in flagrante si difende dicendo “eh, ma era una citazione, un piccolo omaggio” ‘sta cippa omaggio, se fai i soldi col lavoro degli altri).

    In sostanza non è che sia in disaccordo con Lara quando dice “sono testi, possono essere buoni o cattivi ma non vanno condannati in toto solo perché apertamente prodotti da fan di qualcosa”, anzi mi pare una posizione quasi ovvia. E’ addirittura un mondo estremamente positivo se consente di fare continuo esercizio di scrittura e stimola confronti e discussioni al riguardo. Mi distacco però quando si estende troppo il concetto, facendo riferimento a quanto dicevo prima.
    Probabilmente l’astio esistente verso i fan-writers è più derivato dall’astio verso l’oggetto dell’adorazione (un manga, una serie animata, ma anche l’Harry Potter di turno o Sherlock Holmes insomma parliamo in genere di fenomeni di massa e per questo criticati). Fan writers che proseguono le avventure di Guglielmo da Baskerville è dura trovarne probabilmente, per andarne a prenderne uno abbastanza inattaccabile.

  23. francescodimitri Says:

    Ema: perfetto.

  24. Ema Says:

    vabbe’ avete scritto Guerra e Pace nel frattempo, io avevo scritto dopo l’ultima di eleas. Perdonate se RIDONDO.

  25. Ema Says:

    (Francesco: grazie 🙂 mi sono accorto tra l’altro che ho parlato di Holmes come fenomeno di massa e poi ho citato un personaggio – Guglielmo da Baskerville – di un testo universalmente riconosciuto come capolavoro che, palesemente, è un omaggio allo stesso Sherlock Holmes 😛 )

  26. Lara Manni Says:

    Francesco, rifletto anche io.
    E prima premetto: ovviamente ho forzato la mano quando ho inserito determinati autori tra i fan writer. Ma non del tutto: chi ha ripreso in mano il ciclo arturiano, o le vicende di Orlando Paladino, si è comunque rifatto ad un modello precedente su cui ha inserito determinate varianti. Altri, ed è il caso di Stoppard, hanno costruito una fan fiction vera e propria: ha preso due personaggi secondari e ha dato loro dignità di protagonisti, inserendo, modificando, inventando.
    E’ diverso il contesto, e fin qui siamo d’accordissimo (anche se un parallelo tra gli autori post-omerici o pre Arabian Nights e il fandom mi azzardarei a farlo). E’ diversa la finalità, almeno in moltissimi casi.
    Ma quel “piacere del racconto”, o “Passione” sono identici. I fan sono fenomeno moderno: giustissimo. Ma gli appassionati no: e penso agli sherlockiani di ferro, in questo caso, che prima che la parola “fan” prendesse piede riscrivevano e variavano.
    Poi, certo, la datazione del fandom appartiene al Novecento, appartiene a..uhm…la cultura di massa e quel che vogliamo. A volte penso che sia proprio questa parola, cultura di massa, a provocare reazioni nefaste nei confronti dei fan writer, come se quello che appartiene a molti anzichè a pochi fosse, di per sè, negativo.
    Però “i sogni di parole” sono tantissimi ma non sono neanche la maggioranza, almeno secondo me. Almeno da quel che ho potuto constatare io, è l’uso della parola scritta e soprattutto la condivisione di quella parola (e la sua valutazione, e il suo miglioramento) a contare, per tanti. Anche se non per tutti.

    Ps. E con questo, lungi da me l’idea di “nobilitare” il fandom, come ho detto nel post. La questione “i fumetti sono letteratura” non mi attira affatto. Ma le fan fiction sono testo e testo narrativo.

  27. Eleas Says:

    tzè rindondi e mi citi in quanto morituro costante… *sospira* che bei ricordi… ecco cosa intendevi francescodimitri. Capisco cosa tu intenda e comprendo che i due mezzi siano differenti, ma non trascuriamo i punti di contatto che sono molto e se ben gestiti a doppio senso di circolazione.
    Se poi vogliamo dare il via a una fanfic su guglielmo… quando volete, ma io non faccio Azzo!!! 😀

  28. Eleas Says:

    il tzè era per ema ovviamente

  29. Fabrizio Says:

    Ti faccio un pitch:

    Don Chisciotte si prepara allo scontro con i mulini a vento. Sancho cerca di dissuaderlo dall’affrontare una battaglia inutile. Ma i Mulini a Vento prendono vita! Protrudono arti, impugnano le pale come spade gigantesche. Malvagi occhi rossi squadrano il Cavaliere e il suo scudiero.
    Occhi che chiedono sangue.
    Occhi di robot…

    Don Chisciotte VS Transformers non lo vorresti leggere? -__^

  30. Lara Manni Says:

    Volevo rispondere prima a Ema ma sto litigando con gmail. Quando Ema scrive
    “far rientrare tutta una certa letteratura nella fan fiction solo perché si sfruttano argomenti e/o ambientazioni già inventati da altri mi pare troppo lasca come definizione. Il 90% di quanto si scrive diventerebbe fan-fiction. I PLAGI diventerebbero fan-fiction (e infatti quando uno viene beccato in flagrante si difende dicendo “eh, ma era una citazione, un piccolo omaggio” ’sta cippa omaggio, se fai i soldi col lavoro degli altri)”.
    Be’, no. I testi che ho citato usano gli stessi personaggi anche se in ambientazioni dissimili. Il plagio, secondo me, sta quando tu prendi di peso parte di un testo e lo spacci per tuo…

  31. Lara Manni Says:

    Fabrizio. SI!!!

  32. Eleas Says:

    eheheh secondo me fab vuoi qualsiasi cosa con i transformers solo per LEI, meganuccia tua bbbella!!! zozzo…

  33. Fabrizio Says:

    Meganuccia Dulcinea non può mancare

  34. Eleas Says:

    e questo solo perché TU sei votato all’arte nevvero?

  35. Ema Says:

    pare che Dulcinea fosse un mezzo cesso. Occhio.
    Quando ero piccolo, all’ennesima volta che mio nonno mi raccontava Pinocchio, lo esortai a metterci di mezzo qualche altro personaggio a me noto. E così uscì fuori che mentre il Gatto e la Volpe tentavano di convincere Pinocchio a sotterrare gli zecchini d’oro, piombava dall’alto Jeeg Robot d’Acciaio a mettere in fuga i due lestofanti, e non si fermava finché non li aveva inceneriti col raggio protonico (quello dall’ombelico, per capirci).
    Vale, come fan fiction?

  36. Martina Says:

    Ho un paio di contestazioni da fare su quanto scritto da francescodimitri nel suo primo post.

    “E quindi, vanno benissimo ANCHE le fanfic ormonose, perchè non è la qualità letteraria che le rende un prodotto degno. Alcune possono avercela, ma non è quello il punto. Sono sogni di parole diversi rispetto a quelli della letteratura.”

    Ci sono racconti di fanwriter osceni così come ci sono romanzi di scrittori altrettanto osceni. La differenza non è semplicemente negli autori; la vera differenza è che nel primo caso tutti pubblicano i loro lavori, visto che in internet ognuno può farlo liberamente, mentre nel secondo caso bisogna passare attraverso gli editori, che ovviamente non accettano qualunque testo.

    “Un piacere che viene dal raccontare più che dal fruire.”

    1. Non capisco molto bene il punto di questa frase. Uno scrittore professionista non prova forse piacere nella stesura del suo romanzo?
    2. Per quale motivo la lettura di una fan fiction dovrebbe risultare meno ‘piacevole’ della lettura di un libro vero e proprio? Per il semplice motivo che il suo autore trae ispirazione da storie e personaggi non ideati da lui?
    Sarebbe interessante testare questa cosa, allora, proponendo fan fic a persone che non conoscono le storie a cui esse si ispirano e chiedendone una valutazione. Fan fic serie: non è valido testare con prodotti scadenti, altrimenti sarebbe come confrontare libri scadenti con fan fic ben fatte.

    E per concludere aggiungo che le fan fiction sì, sono un genere letterario. Nuovo, d’accordo. Ma semplicemente nel nome, perchè la volontà di raccontare storie ricamando su realtà o fantasie altrui (magari proprio prese da un altro racconto) è una ‘proprietà intrinseca’ della specie umana.

  37. Lara Manni Says:

    Quanto concordo, Martina…

  38. Eleas Says:

    quanto vorrei vedere jeeg che prende a calci il gatto e la volpe ahahah 😀

  39. Laurie Says:

    Mmm, penso che la verniciata di cui parla Dimitri esista ma viene spesso imposta da altri e non sempre dai fanwriters stessi.
    Non sapete quante volte mi hanno chiesto se voglio pubblicare solo perché hanno saputo che scrivo fanfiction!
    Ma son due cose diverse. Prima di tutto, nella fanfiction io condivido l’ambientazione con i miei lettori. Sappiamo entrambi di cosa stiamo parlando per cui molte necessarie spiegazioni del background e dei pg non sono necessarie. E questo toglie molto lavoro. Molte ff sono pezzi estemporanei, vignette nate da una semplice idea (cosa farebbe il pg X se, cosa succederebbe se non fosse avvenuto l’evento Y, ecc.) che si esauriscono in poco tempo… o possono anche andare avanti per capitoli ma dipende da quanta voglia ne ha il fanwriter.
    Comunque, quando parlavo di migliorare il proprio stile di scrittura parlavo di una cosa semplice: che spesso molti fanwriter stanno a limare le loro storie prima di mandarle in rete perché sì, non vogliono mostare prodotti “grezzi”. Pensiamo a chi fa il punto croce: magari alle amiche mostra con orgoglio un disegno importante non gli aborti mal riusciti ahah Ma non vale per tutte: molta gente pubblica sul web qualsiasi cosa esca dalla tastiera, spesso dando una veloce lettura giusto per eliminare qualche refuso… ma anche no!

    Per riprendere un attimo la domanda di Eleas:

    “un libro non è forse una storia legata a un’ambientazione? allora in cosa si differenzia il gdr? nel mezzo ok, ma poi?”

    A me il gdr sembra ben più legato ad una ambientazione che un libro. O meglio l’ambientazione mi sembra ben più vincolante con tutte le sue regole. Premetto che non gioco di ruolo ma il mio ragazzo sì e da diversi anni per cui appena posso lo subbisso di domande sull’argomento ahah
    Anche il processo di costruzione dell’ambientazione potrebbe cambiare da libro a gdr: comunque in un libro l’importante è cosa succede non dove succede.

  40. Ophar Says:

    Commossa da questo post *_*

  41. francescodimitri Says:

    Martina: non sono stato chiaro, temo. Mi spiego meglio, anche se mi sembra che Laurie l’abbia già fatto per me.

    Certo che uno scrittore prova piacere a scrivere un romanzo. Ma è diverso dal piacere del lettore che lo legge. E scrivere un romanzo NON e’ solo piacere – è un lavoro, un lavoro serio, che è cosa diversa dall’avere un hobby.

    Le fan fiction sono un hobby.

    Prima di beccarmi insulti, faccio il mio solito esempio del falegname. Un falegname professionista probabilmente si diverte a fare belle sedie, ma nel farle deve tener conto di una miriade di fattori. Il punto non è divertirsi a fare la sedia: il punto è fare la migliore sedia possibile.

    Se uno ha l’hobby del fai-da-te e fa sedie, il punto è che a fare sedie si diverte. Alcuni (pochi, retorica a parte) faranno sedie migliori di un professionista, e alcuni diventeranno anche professionisti. Formidabile. Spero che sia sempre più così: porte aperte e tutto il resto.

    Restano, però, due attività diverse. In un caso quello che deve provare piacere è chi fa la sedia. Nell’altro, chi ci si siede sopra. Poi, io credo che se il falegname professionista non si diverte, la sedia verrà male, ma questo è un altro discorso. Il punto è che una cosa è scrivere, un’altra leggere, e l’attività dello scrittore è tesa al ‘dare piacere a chi legge’, mentre quella del fanfictionaro a ‘darsi piacere mentre si scrive’. Piaceri altrettanto degni – quando dico che uno è letteratura e l’altro no, non dò un giudizio qualitativo, ma strutturale.

    Se scrivi da professionista devi scrivere prima di tutto per i tuoi lettori, per comunicare. Anche per te, certo: scrivere per gli altri non vuol dire forzare se stessi, tutt’altro. Ma ai professionisti che dicono ‘io scrivo solo per me’, mi viene da rispondere ‘ecco perchè ti fai seghe e non conosci il sesso’ (tanto per restare nella falegnameria).

    Se scrivi fanfic, invece, scrivi soprattutto per te. Mi auguro, almeno. Di quel ‘per te’ fa parte anche il confronto con degli altri appassionati, ma resta un’operazione profondamente diversa.

    Con margini di sovrapposizione, certo. Con possibilità di passare da un mondo all’altro, sì. Ma diverso.

    E anzi io, ma questo è un parere personale, trovo pericolosissimo è quando si sovrappongono del tutto il piacere del lettore e quello dello scrittore. Perchè poi sembra, e in Italia spesso è così, che qualsiasi ghiottone possa diventare cuoco. E finisce che i cuochi fanno pasti da ghiottoni, e non da professionisti.
    Ed è male. Ma questo, ovviamente, non ha nulla a che fare con le fanfic in sè.

  42. Martina Says:

    Scrivere fanfic non è solo per piacere personale. Mi sembra un fraintendimento questo…un grosso fraintendimento.

  43. Lara Manni Says:

    Temo anche io, Francesco. C’è una componente di piacere personale e non ci piove. Ma nessuno, mai, posterebbe su un sito di fan fiction se non volesse provocare lo stesso piacere negli altri.
    La professionalità a cui fai riferimento ha due letture: la prima è quella dell’acquisire competenze. E su questo non ci piove: passare per un editing professionale ti fa schizzare su per diversi gradini. Però: l’editing professionale, sorpresa, avviene ANCHE in rete. Per vie diverse, ma spesso con risultati molto molto vicini a quello editoriale.
    Poi, c’è il discorso della retribuzione: e non ci piove, perchè il falegname viene retribuito per le sue sedie e l’amatore no. Però…però è un po’ poco. Perchè, ripeto, a fronte di molte fan fic “hobbystiche” ne esistono molte, moltissime altre di grande livello. Che non hanno nulla da invidiare al professionismo, credimi. Non solo nella qualità della scrittura, ma nel “lavoro” che chi scrive fa. Lavoro sottratto allo studio o ad altri lavori, certo. Ma lavoro.

    Poi, esistono vari gradi di fan writing anche all’interno della qualità alta: ci sono le pennellate di cui parlava Laurie, ma anche le storie lunghe e complesse. E ci sono le schifezze. Come in libreria, del resto.

    Ps. Francesco, un pensiero buffo. Tu, in fondo, hai scritto una fan fiction. Una meravigliosa fan fiction, perchè questo è Pan. E lo stesso Barrie lo ha fatto, pescando nel mito. Solo, l’hai fatta per la carta 🙂

  44. francescodimitri Says:

    E per cos’altro? Non è una domanda retorica, intendiamoci.

  45. Lara Manni Says:

    Ti rispondo io: per raccontare storie.

  46. Murasaki Says:

    Quando si parla di fanfiction di solito spiego con un bel sorriso che anche l’Eneide, l’Orlando Innamorato e l’Orlando Furioso erano fanfiction, e pure OOC, ottenendo regolarmente un attimo di silenzio stravolto da parte dell’interlocutore ^__^

    Detto questo, non ho nulla contro le fanfiction, ne ho letti svariati barili su varie storie che mi avevano colpite e ne ho immaginate a pacchi con una cara amica ai tempi del liceo, quando entrambe eravamo pazzamente innamorate del maggiore Char di Gundam. All’epoca non c’era internet e quindi non le abbiamo mai messe in rete. PERO’ ho un autentico travaso di bile ogni volta che sento parlare di adolescenti ormonose e simili. No, dico, non mi pare che stiamo vivendo in una società dove gli ormoni sono fuori moda. I prodotti e le proiezioni e i deliri e i rimaneggiamenti degli ormoni maschili (e nemmeno adolescenziali) ci stanno letteralmente perseguitando. Ma le ragazzine, ah no, loro no. Non hanno diritto a esprimerli, loro, gli ormoni. Se lo fanno sono sconvenienti, superficiali, prive di spessore letterario, sociale, sociologico, organolettico e bocciofilo. Immagino che sia perché, chissà, magari gli ormoni adolescenziali portano le ragazzine a preferire quel che pare loro meglio, fregandosene degli augusti e paludati pareri dei barbagianni (maschi e femmine) di cui sono circondate.
    D’accordo, quello che scrivi a quindici anni non sempre è letteratura di alto calibro (ma andate a rileggere le poesie giovanili di Foscolo e provate a considerare quanto orrore deve uscire da una penna prima che arrivino le Grandi Opere). E non sempre chi legge le fanfiction ha voglia di fare (o è in grado di fare) un’analisi critica dettagliata. Vuole leggere, e se la storia gli piace manda un generico messaggio di approvazione perché l’altro continui.
    Ma al di là delle varie seghe sociologiche che abbondano sull’argomento, non c’è motivo per dubitare che la pianta della Letteratura Seria (di qualsiasi cosa si tratti) possa nascere e fiorire tra i fanwriter come altrove. E, soprattutto, non c’è motivo di guardare dall’alto in basso le ragazze solo perché si divertono. O di guardare dall’alto in basso qualcosa perché piace ANCHE alle ragazze (che sono, evidentemente e agli occhi di tutti, esseri umani di serie D).
    Ad ogni modo il fatto che *anche* questi screditatissimi esseri umani partecipino alla festa non vincola in alcun modo gli altri partecipanti – che possono, esattamente come le ragazzine, scrivere delle emerite sciocchezze o delle belle cose, o anche semplicemente usarle come filtro per elaborare le loro esperienze, che è antica e validissima tecnica di autoterapia.

  47. Ele/Caska Says:

    “Ma le ragazzine, ah no, loro no. Non hanno diritto a esprimerli, loro, gli ormoni. Se lo fanno sono sconvenienti, superficiali, prive di spessore letterario, sociale, sociologico, organolettico e bocciofilo.”

    SANTA SUBITO.

  48. Lara Manni Says:

    Mi unisco 🙂

  49. Mele Says:

    Larù, devo avere la febbre alta, perché mi trovo improvvisamente d’accordo con Dimitri.
    Ma sono d’accordo anche con te, con Laurie e con Murasaki.
    Non so. Da fan – ormonosa – writer e figlia di falegname, direi la mia.
    Domani. Sta sera sono cotta.

  50. francescodimitri Says:

    Se mi dite che il piacere è quello, ovviamente non ribatto: non pretendo di conoscere il mondo delle fanfic.

    Ma se è così, allora è bene prendersela, e molto, con ragazzine ormonose, sciatteria di stile, e quant’altro: perchè se uno ha la pretesa di essere letto, deve provare a raggiungere la perfezione. E, per come la vedo io, la perfezione puoi provare a raggiungerla da solo in riflessione, non con uno scambio continuo con persone e rumore e parole e altro. Ma sono punti di vista, nessuno è più valido dell’altro: non pretendo di dire come si scrive, dico solo che forse ora capisco perchè faccio gdr e romanzi, e non fanfic.

    Quanto a Pan. Appunto: non è una fanfic. Non lo è. E non lo dico perchè me ne vergognerei – figuriamoci. Lo dico perchè ho la sensazione, Lara, che tu stia facendo una confusione (‘confusione’ dal mio punto di vista, inutile ripeterlo) tra genere e specie. Non è che tutte le riscritture del mito sono fanfiction. E’ che le fanfiction sono un particolarissimo tipo di riscrittura di un particolarissimo tipo di mito. Il Peter Pan di Barrie non è quel tipo di mito (è sul crinale, perchè nasce nel momento in cui l’industria culturale si sta trasformando in un certo modo: ma NON lo è), e Pan non è quel tipo di riscrittura (per il modo in cui è nato, per gli obiettivi in testa, per il mio rapporto personale con l’opera originale, etc.).

    Ribadisco, e ci tengo: non è una distinzione qualitativa. Siamo tutti d’accordo che un romanzo possa essere orribile e una fanfic bellissima.

    Ma con i calderoni si perfono i fenomeni. E per quanto io con l’Accademia sia in rotta continua, la tendenza a capire, analizzare e tagliuzzare con rigore la trovo utile: perchè altrimenti finiamo a dire che la Bibbia è una fanfic di Jahvè. Ok, non bisogna credere troppo nei tagliuzzamenti: sono solo modelli, non Realtà Ultime. Certo. Ma cacchio, se servono, i modelli.

  51. Lara Manni Says:

    Aspetta, forse capisco: è la definizione, la parola “fan fiction” su cui ti stai concentrando, Francesco? Perchè se è così, se è sull’uso di questo termine dal punto di vista storico e di contesto, hai ragione.
    Su quel che il termine racchiude e sulla sua estensione, forse, ancora, non sono del tutto d’accordo.
    Perdonami se ho tirato in ballo Pan: non volevo assolutamente affibbiarti un’etichetta, nè voglio spingerti a chiarire quali siano gli obiettivi e il modo di approccio al mito.
    E’ che io tendo ad avere una visione “ampia” della fan fiction, che a volte si insinua proprio fra il genere e la specie.
    Quanto al “rumore”: non è continuo. E’ chiaro che quando scrivi sei solo e quando lavori sei solo. Ma il feedback serve: non a tutti, questo posso capirlo.

  52. Vale Says:

    Me lo chiedevo giusto ieri, tornando a casa dal lavoro (riflettendo su fanfic, personaggi, ambientazioni, ispirazioni cinematografiche and so on) se Pan fosse una fanfic.
    Quando me lo sono fatto regalare (rompendo le scatole a mio marito oltre ogni dire) non ci pensavo. A parte una puntina di invidia (uh, questo ha pensato di riscrivere il mito di Peter Pan togliendo la nauseante zuccherosità disneyana, che bello) l’ho letto come una bella storia urban fantasy, pensando, ah, finalmente un fantasy che sfrutta il materiale che abbiamo qui (Roma, i Castelli, boschi e laghi). Una cosa che sto tentando di fare anche io da diversi anni.

    E Alice cosa sarà?
    Confesso che non vedo l’ora di trovarmelo sullo scaffale.

  53. Vale Says:

    * “sto tentando di fare”: si intende senza molti risultati… anzi, niente, se si eccettua un corto prodotto dall’Unione Italiana casting, che tra l’altro non so nemmeno se l’hanno – come si dice? – editato. So che lo hanno girato, e mi hanno pagato la sceneggiatura.
    Uhm.

  54. Strega_del_lago Says:

    mmm anche io sono una fanwriter, certamente scadente, ma lo sono. Ho letto veramente troppi libri in questi mesi e posso ammettere che molti di essi erano scadenti, sembravano quelle fanfiction che dice Francescodimitri, ovvero dove ragazzine di dodici anni fanno traboccare fiumi e fiumi di ormoni, facendo disgustare il libro e il lettore stesso.
    Ma con questo non voglio dire che solo ragazzine scrivono fanfiction, anzi, ci sono molte persone, sia uomini che donne, che scrivono capolavori, prendendo spunto proprio da quei libri che li hanno disgustati, trovando il loro qualcosa di buono e creando quello che poteva essere veramente.
    Però le fanfiction, pur essendo nate da un’idea creata da un’altra persona, è comunque di proprietà dello scrittore secondario, perchè ci passa tempo ed esprime tutto ciò che magari ha visto e ha sentito leggendo l’originale. Però quando una persona scrive un libro, fa lo stesso! Quanti scrittori di fama mondiale hanno preso ispirazione da altri scrittori? E questo non è creare fanfiction? Perchè si scrive un libro non per creare il capolavoro che ti può dare successo e che può piacere al pubblico, ma lo si scrive per comunicare ciò che è tuo, che è nato dal tuo tempo libero, in quelle ore dopo il lavoro o dopo lo studio, nato come un gioco e poi sbocciato come un “lavoro”… perchè comunque non è un lavoro. Certo, ci passi tempo scrivendolo, ma nel frattempo fai altro, perchè non tutti sono come Stephen King che possono permettersi di non fare nulla tutto il giorno…ma penso che anche lui all’inizio era così, era come noi, un sognatore di storie che ha trovato la via del successo tramite i suoi sogni e la sua fantasia (alquanto perversa) XD
    Detto ciò, Addio XD

  55. Lara Manni Says:

    Ciao Strega (come addio?)
    Rispondo nel post sopra 🙂

  56. francescodimitri Says:

    Lara, una mappa ‘ampia’ quanto il mondo diventa, per definizione, del tutto inutile…

  57. Lara Manni Says:

    Per i classificatori sì. 🙂

  58. Wu Ming 4 Says:

    Sia detto senz’offesa, ma la distinzione tra accezione “ristretta” di fan fiction e accezione “larga” che Manni e Dimitri hanno delineato mi sembra un po’ lana caprina.
    Io sono un fan di Tolkien da quando ero ragazzino. In età adulta sono diventato uno scrittore professionista. Non produco fan fiction tolkieniana, ma non escludo che potrei farlo, a livello professionale o amatoriale. L’attitudine cambierebbe? Diciamo che più che altro cambierebbero le modalità, la tempistica, la pressione che la produzione editoriale mi metterebbe addosso, e certamente il compenso. Ma la mia attitudine alla scrittura sarebbe la stessa, la stessa attenzione alla costruzione dei personaggi, all’elaborazione di un plot avvincente, etc.
    Qualcuno sa dirmi cosa impedirebbe a un fan writer dilettante di elaborare un’attitudine analoga? Se non è un problema di status, quale particolare essenza distinguerebbe il suo approccio dal mio o da quello di qualunque altro scrittore che si cimentasse in un’impresa narrativa?
    Se prendiamo appunto la galassia tolkieniana fioccano gli esempi di fan professionisti che hanno prodotto fan fiction proprio come si produrrebbe la non-fan-fiction. Basta pensare a Peter Jackson, tolkieniano infottatissimo che ha praticamente riscritto Il Signore degli Anelli attraverso tre kolossal cinematografici. E mentre riscriveva il suo romanzo preferito per un altro medium, ha sottoposto la riscrittura ai fan di Tolkien sparsi per il mondo, affinché dibattessero tra loro e gli dessero feed-back. Jackson il rumore di fondo lo ha cercato eccome e ha saputo perfino farsene scudo contro le scelte draconiane che la produzione voleva imporgli. E’ proprio il fatto che Jackson abbia mantenuto la sua attitudine da fan e sia rimasto tra i fan, cioè che abbia collettivizzato il proprio lavoro, ad aver reso possibile quell’impresa titanica.
    Ma forse potrei essere ancora più stringente portando a esempio Tolkien medesimo, grande fan e studioso della letteratura antico-inglese, che produsse l’epilogo in versi del poema medievale La Battaglia di Maldon. Possiamo dire che non è un caso di “fan fiction” solo perché il fatto risale a cinquant’anni fa ed è antecedente alla nascita del fenomeno sociale che noi oggi definiamo così? A me la sociologia non interessa. Mi interessano le dinamiche innescate dalla narrazione, e il dialogo paritetico tra autore e lettore, a qualunque latitudine e longitudine storica si collochi.
    Non vorrei infatti che al fondo, dietro le distinzioni di lana caprina, si celasse proprio questo: l’istintiva necessità di mantenere il lettore “al suo posto”, di marcare una distinzione/distanza che tenga lontano il “rumore di fondo” e ci lasci lavorare in santa pace. Esigenza tanto più condivisa dall’accademia e dalla critica letteraria, che tendono a considerare la fan fiction un effetto collaterale, una deriva feticistica della narrativa. Ed è facile capire perché: se l’autore e il lettore si mettono sullo stesso livello e dialogano tra loro, o addirittura si confondono e si scambiano i ruoli, c’è qualcuno che resta tagliato fuori: il critico, l’accademico.
    Scusate la prolissità, ma lo spunto faceva prudere i polpastrelli.

  59. Lara Manni Says:

    Ringrazio moltissimo Wu Ming 4 per l’intervento. E ne condivido un po’ il timore che ha espresso alla fine…

  60. francescodimitri Says:

    WU, ok la sociologia non ti interessa.

    A me non interessa la cerealogia. Quindi inizio a chiamare “pane” sia il “pane” che la “pasta”, che tanto vengono più o meno fatti nello stesso modo. E poi vado al supermercato e ordino un chilo di pane che devo fare l’amatriciana…

    …un paradosso per dire: possiamo anche fregarcene di critica e tutto. Io lo faccio allegramente. Ma se le parole hanno un senso, deve essere limitato. Altrimenti non servono.

    Tu fai un discorso teorico: io, molto pratico. Non è che uno sia meglio dell’altro, ma forse è per questo che non ci intendiamo.

  61. Wu Ming 4 Says:

    Credevo di aver suffragato il mio “discorso teorico” con alcuni esempi pratici, ma evidentemente non sono stati colti. Ad ogni modo, sì, “se le parole hanno un senso, deve essere limitato”, purché ne abbiano uno…

  62. francescodimitri Says:

    Non mi sembravano esempi pratici – perchè non sono legati al punto della questione: i limiti di una definizione. Lara trova utile che siano larghi, io trovo utile che siano stretti (sempre ricordando che sono solo convenzioni, invenzioni, niente di ‘reale’, niente di ‘out there’), tu, mi sembra di capire, trovi inutile che ci siano.

    E io questa la trovo una posizione empiricamente tenue, al meglio.

    Poi, siamo d’accordo sul fatto che la qualità di scrittura e di narrazione, ammesso che cose del genere esistano, sia un altro punto. E siamo d’accordo sul fatto che i ‘fan’ possano produrre, in brevi ma sentite parole, gran figate.

    Mai detto il contrario, mi pare.

  63. Lara Manni Says:

    Però Francesco…a chi serve la definizione? Secondo me, non a chi scrive: serve a chi guarda da fuori e storicizza. Che è una posizione assolutamente legittima e utile, ma sposta il discorso, secondo me…

  64. buonipresagi Says:

    Mi sembra che il discorso rischi di mischiare un po’ di cose
    Sono d’accordo con Dimitri che una definizione troppo larga non definisce nulla.
    In un certo senso, “fanfiction” nell’accezione allargata non fa altro che descrive quello che è un normale percorso: chi inizia a scrivere lo fa perché c’è qualche opera o qualche autore che gli fa pensare “ehi, voglio farlo anch’io”. Che è simile a quello che succede a chi mette insieme dei gruppi musicali o impara a suonare: solitamente si inizia facendo cover. In un certo senso (“stretto”), la fanfiction è un po’ come fare le cover. Puoi provare a farle uguali-uguali-uguali o puoi provare a metterci del tuo (o dell’altro). In entrambi i casi puoi farle benissimo o malissimo. Può restare un hobby oppure può darti modo di formarti le competenze “tecniche” per andare avanti e fare qualcos’altro.
    (e se magari nel “genere” le cose si notano di più, penso che molti aspiranti “minimalisti” finiscano per fare fanfiction carveriana)

    Dire però che, più o meno, “tutto è fanfiction” (e su Friendfeed anch’io avevo detto che la Bibbia è fanfiction, ma potremmo dire qualunque sistema di miti) in realtà non fa altro che ribadire un concetto che è, forse, precedente all’idea di “fanfiction”: l’idea che le storie nascono su altre storie, che i libri parlano di altri libri.

    E poi c’è un altro lato, legato alla struttura economica e produttiva, per esempio, dei fumetti o di grossi franchise. Gli scrittori che hanno affiancato prima e rimpiazzato poi Tiziano Sclavi fanno fanfiction di Dylan Dog? O Miller con Batman ha fatto fanfiction delle vecchie storie?
    (cito Dylan Dog non a caso, perché ad esempio Paola Barbato ha scritto delle storie che hanno spunti di fondo quasi da fanfiction, con il loro mettere il protagonista in situazioni inedite e che ne fanno risaltare lati caratteriali che spesso altri sceneggiatori ignorano, o con il loro dare più spazio e profondità ai comprimari Groucho e Bloch)

    Insomma, forse sarebbe bene tenere il termine “fanfiction” per un determinato ordine di cose, riconoscendo però che si tratta della convergenza e della prosecuzione di fenomeni precedenti.

    Poi è vero che oggi ci sono più possibilità di feedback e che l’autore non è più necessariamente su un piano totalmente separato. Però allora forse viene utile il termine che usava Dazieri sul suo blog, quando scriveva i consigli per “aspiranti pubblicatori”.

  65. Lara Manni Says:

    Solo che non tutti sono “aspiranti pubblicatori”, BuoniPresagi: e la differenza fondamentale, il nodo, è tutto qui.

  66. buonipresagi Says:

    Sì, mi interessava solo il termine “pubblicatori”, non aspiranti (così si chiamava la rubrica). Che non tutti siano “aspiranti pubblicatori” lo dicevo anch’io nel primo paragrafo

  67. Lara Manni Says:

    Tu però usavi la parola “hobby” e io insisto sulla parola “testo”. Che ha un valore, minimo o massimo o medio, in quanto tale.
    In realtà, continuo a pensare che la definizione “fan fiction” sia, certo, utile, ma a fini classificatori. Nella sostanza della scrittura, almeno credo, meno…

  68. Wu Ming 4 Says:

    Per quello che può servire, e a scanso di equivoci, dico cosa intendo io quando utilizzo il termine fan fiction, perché sì, lo utilizzo, e personalmente non ho mai pensato che tutto fosse fan fiction. Ho soltanto cercato di dire, con degli esempi, che la distinzione professionismo/hobbismo non è utile a distinguere la fan fiction dalla produzione letteraria classicamente intesa.
    Per “fan fiction” io intendo una produzione narrativa multiforme e partecipata che prolifica a partire da un’opera iniziale, la quale funge da portale verso un mondo letterario espandibile.
    Alcune opere si prestano più di altre a essere coabitate, e i motivi ovviamente sono molteplici e imprevedibili. Se uno scrittore – professionista o dilettante, bravo o scarso che sia – scrive un’avventura di Sherlock Holmes, sta partecipando all’espansione del mondo e dei personaggi inventati da Conan Doyle (gli esempi in questo caso abbondano).
    Lo stesso dicasi per un regista come Jackson che decide di raccontare la storia del Signore degli Anelli scegliendo punti di vista che Tolkien non aveva utilizzato.
    Alla base c’è l’esercizio di un’attitudine partecipativa, anziché contemplativa, nei confronti delle narrazioni che ci appassionano. Narrazioni che – ripeto – si devono però prestare a questo genere di proliferazione (sbaglierò, ma ho il presentimento che non ci sia molta fan fiction intorno all’opera di Carver, senza che ciò tolga un grammo di valore ad essa). Questa attitudine esiste da ben prima che inventassero internet e la possibilità di produrre e scambiarsi testo alla velocità attuale. Questa attitudine è stata spesso condivisa da autori divenuti famosi e che prima di diventarlo erano semplici fan.
    Quello che succede con le nuove tecnologie è soltanto una sistematizzazione, archiviazione, catalogazione, e interconnessione più strutturata e quindi più visibile delle storie che si diramano da un ceppo originario.
    Oggi sono proprio i professionisti della creatività a cercare l’apporto della fan fiction: registi, autori di serial televisivi, romanzieri seriali, autori di culto, etc. cercano di interagire con le communities dei fan, coinvolgendoli nel processo creativo. Continuare a considerare la fan fiction come una sorta di fenomeno collaterale e dilettantistico, come un aspetto superfluo della produzione narrativa, una sorta di orpello più o meno piacevole, è una sciocchezza. Ovvero: è una visione falsa della realtà.

  69. Lara Manni Says:

    Solo una postilla: Wu Ming 4 ha citato Carver e a me è venuto in mente Gordon Lish…nel senso che non tutto Carver era Carver, da quando abbiamo capito. Nel senso che Lish, l’editor di Carver, era quanto meno l’autore dei finali, giusto?
    Ed ecco che i confini, di nuovo, si sfumano.

  70. demoniopellegrino Says:

    Sapete una cosa? Mi avete fatto venir voglia di andare a riprendere l’ultimo libro della saga della Meyer, prendere uno dei 1228 vampiri che introduce nelle ultime 80 pagine senza nessunissima ragione valida, e scrivere una fanfic.

    E velo dice uno che fanfic non ne ha mai scritte.

  71. buonipresagi Says:

    (sì, quella di Carver era una cosa detta male e che c’entra poco o nulla, mi stavo riferendo a chi scrive “nello stile di”. Ma appunto c’entra poco ed è detta male)

    “Hobby” non ha (non vuole avere) un valore dispregiativo. Vuole solo riflettere il fatto che l’attività non viene svolta all’interno dell’«industria culturale». Anche se ciò non vuol dire che non possano esserci contatti più o meno diretti e bidirezionali tra questa e il fandom, come dice anche WM4.
    (ogni tanto nelle puntate di Lost si fanno riferimenti ironici a teorie sviluppate dai fan sulla soluzione, per esempio)

    Poi, visto che nessuno ha ancora detto “lovecraft”, vorrei dirlo io, a proposito di autori la cui opera si presta a dare vita a fanfiction.
    Il buon HPL con le sue storie ha in pratica messo in piedi un gigantesco parco giochi popolato da figure lasciate abbastanza nel vago perché chiunque possa prenderle e giocarci a proprio piacimento.
    E non a caso aveva radunato intorno a sé scrittori che lo vedevano come un maestro e scrivevano racconti ispirati ai personaggi e ai temi delle sue opere, con i quali si teneva in stretto contatto epistolare. Facile immaginare che se fosse vivo oggi – oltre a scrivere lamentele sugli immigrati alla bacheca di Forza Italia e postare immagini di gattini su facebook – gestirebbe con grande attenzione la community dei suoi fan e i loro lavori.

  72. Lara Manni Says:

    Vera la cosa di Lovecraft: e, senza voler “fanficcare” tutto: N., nella raccolta Al crepuscolo di King, è una fan fiction/omaggio/racconto in stile
    lovecraftiana. E se non ricordo male lo aveva fatto anche con Jerusalem’s Lot. E Gaiman aveva fatto addirittura un crossover Doyle/Lovecraft…

    (BuoniPresagi: sicuro che posterebbe gattini o non farebbe, invece, test “quale creatura del buio sei?”) 🙂

  73. Uriele Says:

    OT: Aspetta aspetta aspetta… l’ultima cosa, quella di Gaiman, non è che ti ricordi il titolo (o la raccolta se è nei racconti)? Fragile Thing lo devo ancora leggere, ma probabilmente mi sono perso qualcos’altro per strada e voglio riparare.

  74. buonipresagi Says:

    Uriele: A Study in Emerald. È in fragile things. Ma credo che lo avesse messo anche sul suo sito in un’elegante impaginazione “d’epoca”

    Lara: sì, Jerusalem’s Lot è molto lovecraftiano. Ma anche la Derry di It è la sinistra cittadina di Lovecraft portata all’estremo.
    (comunque Lovecraft, con il Commonplace Book, ha anche fatto il regalo più bello di tutti ai suoi fan writer futuri)
    Ah, certo il test, ma immagino anche poke tentacolosi 😉

  75. Uriele Says:

    Te pareva che era il FT… :/
    Avevo già messo il link da qualche parte ma, visto che lo evocate, repetita iuvant:

    http://www.lapetiteclaudine.com/archives/011196.html

    Tanti auguri ormonose creature del buio tentacolose 😀

  76. Uriele Says:

    Io conoscevo solo il I Chtuluh di “fanfic” lovecraftiana di Gaiman
    http://www.neilgaiman.com/p/Cool_Stuff/Short_Stories/I_Cthulhu

  77. Lara Manni Says:

    E ci sarebbe pure Borges, così GL è contento (scherzo!), con There are more things…:)
    (poke tentacolosi: questa la copiano…)

  78. buonipresagi Says:

    probabile che ci sia già, il poke tentacoloso…

  79. demonio pellegrino Says:

    Lara, di Salem’s Lot King stesso ha scritto una fanfic in stile Lovecraftiano, se cosi’ si puo’ dire (puo’ un autore scrivere una fanfic della propria opera? Non credo): un racconto breve che ha annesso all’edizione illustrata del volume uscita a celebrazione del trentennale.

  80. Lara Manni Says:

    Certo che un autore può scrivere una fan fiction della propria opera!
    (ammetto di aver scritto un crossover con LOTR che uscirà su Loop) 🙂

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