La recensione dei miei sogni

E’ di Girolamo De Michele, è uscita oggi su Carmilla. Senza parole. La riporto.

«Esbat nasce come una fan fiction, ovvero come storia di fan liberamente ispirata, nel caso, a un manga (un fumetto giapponese), e poi sviluppata in modo autonomo. Il primo capitolo di Esbat viene pubblicato su alcuni siti di fan fiction italiani, il 20 giugno 2007, l’ultimo – il ventesimo – l’8 ottobre dello stesso anno. La pubblicazione è avvenuta a puntate come gli antichi feuilletton: un capitolo a settimana».
Così, senza fronzoli inutili, l’autrice di questo sorprendente romanzo d’esordio, a 32 anni (dichiarati: ma alcuni indizi ne fanno sospettare meno), Lara Manni. Della quale poco si sa («una che legge e, da qualche tempo, scrive»), quanto a biografia, e ancor meno si vede, quanto a foto o altre immagini che non siano fumetti o Sims prodotti dalla cerchia sempre più ampia dei suoi fan.

La trama di Esbat (qui una breve sinossi, in basso un’immagine di Lara Manni) ruota attorno al fatto che l’autrice di un celebratissimo manga giapponese con fan in tutto il mondo – la Sensei – ignora di aver intersecato con le proprie storie un altrove nel quale i personaggi dei manga hanno una propria realtà, e di averne modificato la vita: ogni svolta narrativa è un possibile che si concretizza nel mondo demonico, e al quale i demoni non possono sfuggire.

E lo stesso accade a Ivy, quindicenne emo italiana, anche lei capace di irrompere nell’esistenza del demone Hyoutsuki Da qui, nel dipanarsi degli eventi, assistiamo a quello che David Foster Wallace chiamerebbe “un altro esempio della porosità di certi confini”: come i diversi livelli di quella che chiamiamo “realtà” siano attraversati da processi osmotici, linee di fuga e di penetrazione, squarci illuminanti, ma anche buchi neri catastrofici. In effetti ci sono almeno tre livelli di esistenza: il primo è il mondo cosiddetto “reale”, cioè fisico, nel quale Giappone e Italia sono mondi lontani, collegati da un manga. Il secondo è il mondo demonico, con proprie leggi fisiche e morali, che sottende il mondo degli uomini e delle merci rimanendone separato. Il terzo è quello creato dalla fantasia (la produzione di storie della Sensei), il mondo dei fan collegati attraverso una rete (una rete di mondi nel “mondo”, all’interno di uno dei quali vive Sasaki, uno dei personaggi più emblematici ed enigmatici del romanzo, personificazione di una dimensione della solitudine tutt’altro che consolatoria) e dal desiderio (l’amore della Sensei e di Ivy per Hyoutsuki). Questo terzo mondo, permeabile dai primi due, li tiene in relazione, li sottende e li attraversa. Si dirà: siamo nel campo del fantasy, dove tutto è permesso, soprattutto l’inverosimile. Dove si cede senza remore all’americanizzazione dell’immaginario (anche se siamo in Giappone…), all’abdicazione della lingua patria alla chiacchiera e all’esterofilia.
Si dirà, e si continuerà a dire: da parte di chi è alieno dal-, o ignaro del-, mondo fantasy. O di chi finge di frequentare anche i “generi”, ma dopo averli ribattezzati e ridefiniti all’interno di categorie dalla denominazione altisonante.

Si potrebbe rispondere ricordando (come ha spesso fatto Valerio Evangelisti) che più volte la narrativa di genere, e nella fattispecie quella “fantastica”, ha lavorato sottotraccia su temi sottovalutati dalla letteratura “alta”. Il punto è che una difesa del fantasy sarebbe, oltre che inutile (per la sordità di chi non vuol sentire), riduttiva verso questo Esbat. Che, oltre o mettere in gioco un robusto e colto apparato narrativo di “genere” – un esempio fra tutti: il dichiarato debito nei confronti di Stephen King, e la presenza implicita dell’inframondo di “quelli di prima” di Lovecraft –, tocca questioni che hanno a che fare col compito del narratore in questa fase storica. Un compito indicato senza alcun intento normativo o prescrittivo, ma con disperata lucidità da David Foster Wallace in almeno due luoghi: nel saggio di (auto)poetica della narrazione E Unibus Pluram, e nel racconto Caro vecchio neon. Come sembra inevitabile con questo autore – con lui come con ogni pietra miliare che ha la capacità non solo di indicare la strada, ma di segnare un prima e un poi – la polisemia di questi testi ha fatto emergere alcuni piani di significato, a discapito di altri. Del primo testo si è letto soprattutto il violento attacco alla televisione: ignorando lo stigma di integralismo reazionario lanciato da DFW verso chi si salva la coscienza proclamando che la televisione e la cultura di oggi sono il male, e il rifiuto della più moderata e consolante versione della critica alla presenza della televisione nella cultura in chiave di conservatorismo illuminato. Ma ciò che DFW si chiede, in un momento di svolta, non è: «che dire?», ma: «che fare?» E la risposta non può che essere: superare l’attuale periodo.
Del racconto inserito nella raccolta Oblio rimane impresso, dopo la morte di DFW, il tema del suicidio, quasi che questo tema non sia stato più volte toccato o alluso da DFW – ma mai, forse, con tanta forza espressiva: è giusto riconoscerlo.
Ciò che resta finora poco attualizzato è il tema unificante di questi due scritti – e forse, assieme ad altri, dell’intera opera di DFW: la natura costruttivistica del cosiddetto “reale”, la sua multistratificazione. E la necessità di trovare forme adeguate all’espressione di questo tema capitale. Di mostrare, ad esempio, come “desiderio” e “dolore” siano agenti della costruzione del reale.

Uno dei meriti dell’identificazione, come NIE, di una galassia (una galassia tra le altre) senza canone – perché al canone irriducibile – è stato la messa in luce, anche in narrazioni non riconducibili al NIE (come Brucia la città di Culicchia – ma questa è un’altra storia) di questo compito, da nessuno prescritto, che i narratori sembrano assumersi. È quanto accade con Esbat, non solo come oggetto cartaceo, ma anche come narrazione che viene diffusa in rete e fruita preliminarmente da una comunità di lettori che ne fanno oggetto di riflessione, ne dibattono i temi, li rilanciano nelle forme della fan fiction. Le forme d’interazione tra lettore e autore, filtrate e modificate dalle possibilità attualizzate dai media, sono il risvolto pratico delle teorizzazioni di Henry Jenkins (Cultura convergente) e Steven Johnson (Tutto quello che fa male ti fa bene): il buon vecchio slogan mediattivistico che invitava a sfuggire al potere dei media facendosi media è ancora valido. Queste forme sono una risposta concreta alla falsa alternativa tra l’accettazione senza filtri delle forme espressive e culturali dettate dai media (nelle varie declinazioni dei pensieri deboli, dei postmodernismi alla anything goes, dell’ironia deresponsabilizzante) e il rifiuto aprioristico degli integralismi, tanto più integrati nella loro impotenza a modificare lo stato di cose esistente quanto più si vogliono e si rappresentano apocalittici. O, mutatis mutandis, tra i linguaggi tanto più indolori quanto più curati che declinano l’interminabile deriva di un millennio che fugge, e la mitologia reazionaria di una lingua da liberare dal “chiacchiericcio” e ricondurre allo stato di “letteratura allo stato puro”: due gemelli diversi dello scrivere alla “guarda-mamma-senza-mani!”.
Il rovescio della trama di queste forme è, nel caso di Esbat, un testo che pone il desiderio come fulcro e punto d’incontro tra i piani di realtà. Ciò che vuole esso compera al prezzo dell’anima, diceva di esso Eraclito ammonendo chi credeva di potervi sfuggire: desiderio che muove dalle trame ai corpi, dalle relazioni alla scoperta del sé, sino a rompere la membrana che rende(va) i demoni impermeabili alle passioni umane. E in effetti, in questa storia, alcune anime vanno perdute nella catastrofe omicida, altre conoscono metamorfosi e nuovi divenire. E nuovi piani di realtà si aprono in una moltiplicazione di finali aperti che non può lasciare impassibile un cultore di Brian De Palma come me. Avendo perso la pubblicazione in rete (ora ritirata) delle due puntate seguenti, mi tocca aspettarle in libreria, e sperare che le voci sulla ritrosia e sui problemi relazionali dell’autrice (di cui riferiscono i rumeurs) non ne limitino la creatività.
Con una certezza: che la timidezza almeno la preserverà dal piangere in pubblico per un premio non assegnatole, dal bere a canna dalla bottiglia dello sponsor, e soprattutto dal salotto di Gigi Marzullo. E non è poco, direi.

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30 Risposte to “La recensione dei miei sogni”

  1. Mirella Says:

    Ciao! Ho letto il tuo romanzo e mi è piaciuto tantissimo perchè è diverso dai soliti fantasy e perchè i tuoi personaggi sembrano vivi. La recensione è molto bella, volevo solo farti anche i miei complimenti.

  2. Roberto Says:

    Mmmm, leggerò il tutto con calma appena ho tempo, ma per ora l’unica domanda che mi preme è: Laaaara … ma quanti anni hai? XDXD

  3. LadyElizabeth Says:

    Beh, molte cose ammetto di non averle capite nell’articolo però su una cosa sono d’accordo, che il desiderio è il tema del romanzo e che ild esiderio cambia sia gli uomini che gli altri. questo è il bello di Esbat!!!!!!!!!
    Aspettiamo il seguito!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  4. Lara Manni Says:

    Roberto, quella frase non è chiara neanche a me: l’unico modo in cui riesco a interpretarla è legato al personaggio di Ivy, che evidentemente è considerato ben riuscito….Ma come la mettiamo con Sopdet e con la vecchia signora che ha un bel ruolo nella trama? 🙂
    Comunque in effetti non ho trentadue anni: ne ho trentatre 🙂

  5. Lara Manni Says:

    Mirella e LadyElizabeth: grazie mille. Il seguito è quasi revisionato, ma non ho idea di null’altro sul suo destino…

  6. Roberto Says:

    Guarda che ti sottopongo all’esame del C-14, è! Occhio!

  7. Lara Manni Says:

    L’affronto a piè fermo, saggio!

  8. Marianna Says:

    Cara Lara,
    perdonami se sarò un po’ fuori dal coro, ma non sono sicura che questa sia la recensione migliore possibile per Esbat. Intanto ho faticato a leggerla, perchè è scritta in modo molto accademico ed è piena di riferimenti a testi e autori che io, da lettrice di fantasy, non conosco. In secondo luogo,perchè mi sembra che usi un po’ il tuo romanzo per fare un altro discorso a cui evidentemente l’autore della recensione tiene molto.
    Ho apprezzato l’ultima parte, ma non è stato molto semplice arrivarci. E dal momento che Esbat è un bel romanzo, penso che meriti di più.
    Non volermene
    Marianna

  9. Anonimo Says:

    Urgh… sono contenta che sia la recensione dei tuoi sogni. Io (*vergognavergogna*) ne ho capito sì e no un quarto (a essere autoindulgenti) =_=.
    (Anche io, come Marianna, ho avuto l’impressione che l’autore partisse un po’ per la tangente, a un certo punto.)
    Quanto è senza fondo l’abisso della mia ignoranza!

  10. Aryaali76 Says:

    …se magari mi firmassi sarebbe carino…
    Aryaali76

  11. demoniopellegrino Says:

    Io vado oltre Marianna e Aryaali: questa recensione e’ pessima, in tutta onesta’. Perche’ e’ scritta male, e perche’ e’ insultante.

    E’ scritta male: non basta riempire un testo di paroloni e di riferimenti letterari che c’entrano pochissimo con l’argomento in questione per renderlo un buon testo.

    Un testo che risulta incomprensibile non e’ mai un buon testo. Non e’ questione di essere o meno lettori di fantasy: la complessita’ del significato puo’ e deve essere accompagnata alla facilita’ per il lettore di capirlo. Altrimenti e’ solo masturbazione. E in questa recensione ce n’e’ molta.

    DFW io l’ho letto. E fatico molto, moltissimo a capire cosa il Sig. de Michele cerchi di dirci. O siamo tutti stupidi e non colti noi (possibilissimo), oppure il Sig. de Michele si spiega molto male.

    Poi: il riferimento all’eta’ e’ insultante. Se lo interpreto bene, ti sta dando dell’immatura per la tua eta’. Magari mi sbaglio, ed e’ possibile: ma anche in questo il testo scritto dal Sig. de Michele non chiarisce nulla.

    Per non parlare dei rumeurs (l’uso del francese fa tanto figo, evidentemente) sui tuoi presunti problemi relazionali. Di cui io non so nulla. Ma immagino il Sig. de Michele abbia informazioni dettagliate, no?

    Se trovi queste mie parole troppo sopra le righe, cancellale per favore. Anzi: s’il te plait, visto che bisogna fare i fenomeni e usare lingue straniere.

  12. Lara Manni Says:

    Demonio, Marian, Aryaali…a me è piaciuta molto. Non ho capito molto bene il riferimento all’età, come ho detto, e mi auguro che, visto che è una recensione positiva, sia in riferimento a Ivy. I miei problemi relazionali (che in effetti un po’ ci sono), da quanto capisco, è una cosa che si è sparsa in giro perchè ho rifiutato di fare presentazioni, per i motivi che penso tutti voi sappiate (non ci credo, non mi va, mi fanno paura e via così). Ma a me sembrava che avesse volto la cosa ironicamente: della serie, meglio una scrittrice che se ne sta a casa che una che va da Marzullo, e su questo sono d’accordo.
    Però io sono parte in causa, mi rendo conto, e sono parziale…

  13. Laurie Says:

    Uhm ha toccato temi interessanti su cui ci sarebbe da approfondire, magari sul ruolo del narratore.
    Si potrebbe rispondere ricordando (come ha spesso fatto Valerio Evangelisti) che più volte la narrativa di genere, e nella fattispecie quella “fantastica”, ha lavorato sottotraccia su temi sottovalutati dalla letteratura “alta”.
    Ci credo tanto a questa frase! Mai definizione del fantasy fu più appropriata.

  14. Lara Manni Says:

    Anche io! Adoro quella frase!!!!! Quello che mi è piaciuto di più della recensione è proprio il fatto di parlare di un libro urban-fantasy-horror come di un libro non di genere!!!!!!!!!

  15. Aryaali76 Says:

    @Lara: a me non è che non è piaciuta.
    Non l’ho proprio capita per almeno tre quarti, ma mica per colpa dell’autore: per colpa mia e della mia abissale ignoranza!
    (Anche secondo me il discorso su Marzullo era un complimento a te e una critica sarcastica a chi si crede Artista – con la A maiuscola – e si sovraespone).
    Tutta la parte centrale su David Foster Wallace per me è incomprensibile e sarebbe strano il contrario, visto che non ho idea di chi sia questo signore (altra botta di ignorante a me stessa). Ho avuto la sensazione che partisse per la tangente, quello sì, perché a un certo punto ha smesso di parlare di Esbat per parlare di DFW e dei suoi testi (evidentemente, lo ammira moltissimo).
    Stando così le cose, posso solo esprimere la mia contentezza perché hai avuto la recensione dei tuoi sogni! ^^

  16. Vale Says:

    A me Marzullo fa paura.
    La recenzione non mi dispiace… l’unica cosa, mi sono chiesta cosa importano i problemi relazionali di Lara? Conta che sa scrivere, e che non scrive la solita minestra riscaldata.

  17. CrawlingChaos Says:

    Cit.
    Ciò che vuole esso compera al prezzo dell’anima, diceva di esso Eraclito ammonendo chi credeva di potervi sfuggire: desiderio che muove dalle trame ai corpi, dalle relazioni alla scoperta del sé, sino a rompere la membrana che rende(va) i demoni impermeabili alle passioni umane. E in effetti, in questa storia, alcune anime vanno perdute nella catastrofe omicida, altre conoscono metamorfosi e nuovi divenire. E nuovi piani di realtà si aprono in una moltiplicazione di finali aperti che non può lasciare impassibile un cultore di Brian De Palma come me.”

    ….Eh? ^__^

  18. Mele Says:

    Come “trentatre”! Ma non eri scorpione?
    Riguardo la recensione… ehm. Boh?

  19. Lara Manni Says:

    Vabbè Mele: trentatre fra un mese e rotti…ormai ci siamo 🙂

  20. Mele Says:

    Sono ancora trentadue. Saranno trentadue fino al minuto in da trentatré anni ti avranno tirato fuori dal grembo materno.
    XP!

  21. Lara Manni Says:

    Dai, trentatre si possono ancora dire 🙂

  22. Alberto Rafael Colombo Pastran Says:

    In realtà su la recensione non fa altro che elogiare la Nostra.
    Non capisco questo scaldarsi per nulla.
    Fraintendimento.

  23. Valberici Says:

    Non volermene ma anche stavolta quoto il demonio.

  24. giovannacosenza Says:

    Grande recensione di Girolamo De Michele. Ebbrava Lara!
    Lo sai, vero, che con Loredana Lipperini presenterò il tuo libro a Viareggio, nell’ambito di “Donne e Web”? Assieme a “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana c’è il tuo.
    Sempre per via di quella famosa scheda che ho scritto per l’antologia…
    Però a Viareggio potresti venirci, eh.
    Ci vieni? eh, ci vieni?

  25. Uriele Says:

    Non so se hai mai girato nel gruppo NIE su Anobii… La parte sul romanzo e quella finale sono molto carine, ma il resto è “seghe”. È un po’ un abitudine tirare fuori DFW per ogni cosa anche a sproposito e sbrodolare sul NIE (che penso sia degenerato appena dopo il bell’articolo di WM1 e la risposta dei KaiZen al testo).
    In un certo senso tutta la produzione giovanile deve essere fatta ricadere nel calderone (effettivamente abbastanza ampio) e deve essere ricondotta a Wallace, prometeo della letteratura moderna.
    4 capoversi su 12 sono un elogio al New Italian Epic e a Wallace, in un libro che di debiti verso Wallace non ne ha. 😀

  26. Lara Manni Says:

    Uh, le recensioni sulla recensione? 🙂
    Uriele, no, sul Nie ho letto un po’ di cose, anche perchè il primo ad accostarmi al Nie è stato Angelo Scotto nel saggio che ho linkato nelle pagine, quando Esbat era ancora una fan fiction. Ma vado a vedere.
    Giovanna, lo sapevo: grazie!
    Però, devo proprio? 😦

  27. Laurie Says:

    Lara, ci vai eh? ci vai? eh? *_*

  28. Ema Says:

    concordo con Demonio e Valberici. A spada tratta. Però magari era una recensione intesa per un audience particolare. Ciò non toglie che parla di tutt’altro per almeno il 60% delle parole, e la sensazione è sempre che l’analisi di Esbat sia il mezzo e non il fine.
    Al fin della tenzone, comunque, ciò che importa è che ci prenda… e indubbiamente ci prende 😉

  29. Uriele Says:

    anch’io ho letto un poco di saggi sul NIE, e debbo dire che sono molto più divertenti e interessanti i libri che ricadono nel genere piuttosto che i saggi che ne parlano ;).
    Manituana mi ha colpito in diverse maniere e tutte positive (e non ero uno di quelli che aveva gridato al miracolo per Q, troppe mani e troppo evidenti, mentre in questo libro lo stile complessivo era molto omogeneo) e anche la strategia dell’Ariete era carino (l’ultimo Eymerich era mediocre, le vecchie storie erano molto migliori)

    Comunque dicevo che, secondo me, Esbat non ha debiti verso DFW (che viene nominato ogni 3 righe), anzi… se parlava di King era più appropriato 😛

  30. Lara Manni Says:

    Io di DFW ho letto solo La ragazza dai capelli strani. Sono ammiratissima, e prima o poi affronterò Infinite Jest, che peraltro ho e mi guarda dalla libreria. Ma lui ha, per quel che ho letto, un’abilità linguistica che nemmeno in mille vite potrei acquisire.
    Per King è diverso. Non solo è il mio modello, ma rappresenta esattamente il tipo di narrativa che ho sempre sognato di, almeno, lambire.
    Storie che parlino di oggi, ma che dicano che dietro, intorno, sotto l’oggi ci sono altre cose.

    Ps. Non vedo l’ora che esca il seguito di Q, comunque. Anzi, mi delizia l’idea che ci sia un seguito 🙂

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