Aure e altarini

GL pone la seguente domanda: “possiamo utilizzare la lente deformante del fantastico per scoprire gli altarini nascosti del mondo che ci circonda?”.
Mi sfrego le mani e rispondo sì e ancora sì.
Ovviamente un sì non basta, quindi provo a spiegare perchè.
Intanto, mi viene da dire che prima ancora degli altarini nascosti si possono raccontare quelli che ci stanno sotto gli occhi. Prendiamo un nome a caso: King (non ve l’aspettavate, lo so). Prendiamo un libro che non a molti è piaciuto ma che io amo molto: Insomnia. Cos’è Insomnia? E’ la storia di due anziani che cominciano a svegliarsi sempre più presto, finchè il sonno si riduce a un quarto d’ora. Allora, cominciano a vedere le aure: qualcuno ghignerà, e dirà “oh, guarda, le aure, robaccia new age”. Allora uso un’altra parola: cominciano a vedere “i colori”.  Ogni persona vivente, e anche ogni ESSERE vivente, ha il suo colore. E anche ogni emozione. Persino le conversazioni telefoniche hanno un colore: rosso per la rabbia, bianco per la serenità. Nero per la morte. Perchè ogni organismo, quando si avvicina il momento della fine, viene avvolto da quello che Ralph, il protagonista, chiama “il sacco mortuario”: nero.
Altro particolare: ogni creatura ha un “filo da palloncino” che parte dal suo colore. Ed è quel filo che i due “dottorini calvi”, Cloto e Lachesi (c’è anche Atropo, e fa la parte del cattivo) recidono quando è il momento.
Liberi di storcere il naso, ma non è finita: e non solo perchè tutta la storia di Insomnia si connette con la saga della Torre Nera. E’ ininfluente. Ma perchè dentro questa storia ci sono molti altarini e persino una premonizione: quando ho letto, stamattina, dei Nobel per la medicina che avevano scoperto i “cappucci” del Dna che evitano  che i filamenti si sfilaccino e il corpo degeneri o muoia, mi sono venuti in mente i fili da palloncino. Ma forse sono io che esagero.
Dicevo, c’è altro: gli altarini nascosti sono nel sopramondo, o in quella dimensione Altra a cui, suppongo, tutti coloro che scrivono narrativa fantastica credono. O comunque immaginano mentre scrivono, altrimenti scriverebbero un bel romanzone sulla propria crisi di coppia. E ci sono gli altarini evidenti: tutto Insomnia si incentra sul comizio di Susan Day, abortista, nel paese di Ralph, e sulla reazione violenta degli attivisti per la vita. Ed ecco che il lettore scopre qualche altarino sociale “dentro” la storia.
Fermi tutti.
Non sto dicendo che la narrativa fantastica debba essere prescrittiva, e che se non ha il “sociale”, non è. Faccio un altro esempio e lo tiro fuori da me stessa: in Sopdet fanno la loro comparsa due tematiche pesanti, lo stupro e il razzismo. Ma non le ho infilate nella storia alzando il ditino e dicendo “ehi, lettore, guarda che voglio sensibilizzarti su queste problematiche”. Ci sono perchè IO le vedo intorno a me. Ci sono per pennellate, naturalmente: ma ci sono perchè fanno parte del mondo reale in cui vivo. E, sempre secondo me, chiunque scriva narrativa fantastica non può non vedere le persone sotto le aure. Può decidere di ignorarle, ma le vede.

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10 Risposte to “Aure e altarini”

  1. Eleas Says:

    L : K = G : MZB

    oggi mi sento matematico

  2. dr Jack Says:

    Utilizzare riferimenti reali per una storia fantasy (o fantastica) secondo me è un’idea del tutto fattibile, e anche piuttosto carina secondo me.
    Per aggiungere un altro esempio a quelli che hai fatto Sapkowski nelle storie di The Witcher aggiunge riferimenti come scritte sui cartelloni “spat dwarf of deceit” che si rifacevano alla propaganda comunista anti partigiani polacchi.
    (se avete provato il gioco avrete notato altri riferimenti ancora sui cartelloni inseriti nel gioco).
    Ho sentito che Sapkowski si rifà molto anche a problematiche moderne polacche, ma non sono abbastanza afferrato in materia per poterle capire.

    In ogni caso la risposta a questa domanda:
    “Possiamo utilizzare la lente deformante del fantastico per scoprire gli altarini nascosti del mondo che ci circonda?”
    E’ assolutamente sì. Sono d’accordo con te.
    PS: un saluto a tutti, è la prima volta che lascio un commento su questo blog.

  3. Ema Says:

    mmmh ma la domanda è “secondo te qualcuno mai ti dirà di no?”. Poi ci sono altre considerazioni. Quanti lo fanno? Quanti credono di farlo ma non lo fanno? e’ meglio farlo o non farlo?
    Molti dicono che il fantastico dovrebbe essere una gigantesca metafora del reale. Sì e no, dico io. Può esserlo, e acquisisce un (grosso) valore aggiunto se lo è in modo efficace. Può non esserlo, e non per questo perde la sua dignità (se ne ha qualcuna :)).

  4. Lara Manni Says:

    Dr.Jack, benvenuto 🙂
    Non ho provato il gioco ma a questo punto sono curiosa…
    Ema: certo che qualcuno mi dirà di no, ne sono quasi certa. Ovviamente non esiste una verità. Esistono strade: ognuno sceglie la sua, da lettore e da scrittore.

  5. dr Jack Says:

    @ Lara:
    L’esempio “spat dwarf of deceit” è tratto dai libri di Sapkowski (non tradotti in italiano), ma si riescono a trovare in inglese senza troppi problemi.
    Il videogioco invece è stato tradotto, se il fantasy medievale ti piace almeno un po’ te lo consiglio.

  6. Lara Manni Says:

    Almeno un po’ sì, quindi lo prenderò. E provo a cercare i libri.

  7. Mele Says:

    Nooo, le metafore nooo! (ricordi, Larù?)
    (Oddio, non è che King abbia inventato chissà che cosa, eh… Fai un corso di Reiki e li vedi anche tu, i colori…)
    Comunque.
    A parer mio, anche mi sembra di ripetere cose già dette, inserzioni di realtà in storie fantastiche sono automatiche anche se direttamente proporzionali alla sensibilità dell’autore (cioè, alcune sono importanti, altre sono inavvertibili). Perché la storia, in fondo, è un elaborato della nostra coscienza. (E la nostra coscienza è molto più intelligente di noi)
    Ok, dopo questa banalità, mi ritiro a fare i miei esercizi per vedere l’aura.

    Vabbeh, poi sul fatto che uno possa “voler utilizzare” il fantasy come… boh, strumento di critica sociale… eh. Ecco. Vorrei vedere il risultato.

  8. G.L. Says:

    Infatti non parlo di metafore. O di “morale”. Detesto la morale. E’ un pochino più complessa di così.

  9. dr Jack Says:

    Anch’io sono d’accordo queste ultime opinioni. Utilizzare un fantasy (o anche qualsiasi altro libro di fiction) come strumento di critica sociale fa diventare il libro propaganda :p.
    La morale sociale poi non parliamone.

    Specifico che riferimenti alla realtà e giudizi morali sono cose diverse.

  10. Lara Manni Says:

    Ah, ma la morale è un’altra cosa. Io parlo di sguardo: a mio parere, se una storia è innestata in un ordine delle cose, e riesce a restituirlo, e magari a sovvertirlo, sia pure narrativamente, è cosa buona. Ma non è un diktat, ovvio.

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